La vera storia di EXODUS – Dei e Re

Ovvero Exodus: Batman e l’attacco delle lamprede killer.
Quando Ridley Scott incontra l’Asylum.

Ma partiamo dall’inizio.

1300 a.C.
Nell’universo fantasy-egizio gli ebrei lavorano come schiavi e costruiscono piramidi a Menfi, con un ritardo di almeno 2200 anni circa.

Mosè è uno dei generali di Sethy I, assieme al figlio di quest’ultimo, Ramesse II, che nel 1300 a.C. aveva 3 anni ma, grazie ai viaggi nel tempo concessi dagli aGLieni, è già un adulto dai tratti americani e gli occhi blu.

L’Impero Hittita minaccia i confini egizi e il faraone decide di andare ad affrontarli a Qadesh, inviando Ramses e Mosè alla guida del suo esercito. La partecipazione di Sethy I alla battaglia di Qadesh, con un’anticipo di 25 anni, è straordinaria.
Sethy richiede ad una sacerdotessa generica un’epatoscopia per sapere come andrà la battaglia:

“Questo fegato non dice un cazzo della battaglia, però dice che un comandante ne salverà un’altro e il salvatore, un giorno, porterà la corona.”
Ramses: “Oh Mosè, se capita lasciami crepare.”
Cambio scena, siamo a Qadesh, una distesa di nulla in mezzo a montagne di niente piena di barboni con armature raffazzonate, armati di lancia, pelta di cuoio e pidocchi, accampati come punkabbestia in piazza Verdi a Bologna, intenti a fare cose e vedere gente.

Ramses: “Mandiamo avanti la DIVISIONE Bastet e teniamo sul lato la divisione Seth”

*facepalm*

Ramses indossa una pratica lorica squamata fantsy in un materiale che presumo essere oro, mentre Mosè è bardato con lo stesso oggetto buffo ma in un qualcosa che potrebbe essere acciaio. Sì, acciaio, nell’età del bronzo. CLARO.
L’esercito egizio, composto unicamente di carri da guerra e cavalleria, carica l’accampamento Hittita. Questi, avvisati dai loro pidocchi, lasciano ogni attività e in meno di mezza inquadratura sono già perfettamente schierati, a dimostrazione che il loro vestiario era tutto un barbatrucco per trarre in inganno gli egizi che iniziano a prenderle. A prenderne tante, e prenderle male.
Ramses viene catapultato via dal suo carro dopo aver fatto le gare con una triga hittita e, ovviamente viene salvato da Mosè dopo qualche inquadratura di sguardi ad effetto, di quelli che preludono a del sesso anale punitivo.
Dopodiché il faraone-non-ancora-faraone viene caricato su un carro e fatto fuggire mentre l’esercito egizio si ritira.

Il rientro a Menfi è trionfale. Il motivo è ignoto dal momento che allora la capitale era Tebe, ma loro vanno a Menfi. Sarà che gli piaceva il clima.
Comunque rientrano in trionfo e Sethy, accortosi che il figlioletto è particolarmente agitato, chiede a Mosè cosa sia accaduto.
“Mosè, lo so che non credi nelle profezie, e lo rispetto, ma noi ci crediamo, e devi rispettarlo. Ramses è scosso.”

Ramses non è scosso in questo film, ha solo un ritardo mentale considerevole. E Mosè è ateo.
No, aspetta, cos-?

“Però hai salvato la vita a mio figlio, lo so che un grazie è poco, ma grazie. Comunque mio figlio è un cazzone inadatto al trono. Dovresti regnare te.”
*brainfart*
“Ma no, non potrei in alcun modo, non sono neanche in linea di successione.”

Cambio scena. Sethy I è sul trono con tutto il concilio attorno.

“Tu,- inizia il faraone rivolgendosi al figlio – mangiaeredità a tradimento che non sei altro, vai a Pitom a parlare col viceré che sta facendo delle cazzate. Vai a vedere cosa sta facendo.”
“Ma fa caldo.”
“Si vabhé, ho capito, anche a sto giro vado io che tu sei un incapace del cazzo e poi io devo fare bella figura con mio Zio.”

Mosè arriva in quel buco merdoso di Pitom, una città di schiavi ebrei che schiaveggiano: scavano inutilmente un’enorme cava, vengono frustati, puzzano e muoiono. Il viceré – anche questo con gli occhi azzurri, incredibile – intanto è chiuso nel suo palazzo a fare falsi in bilancio e inventarsi complotti e scie chimiche. Mosè decide quindi di interrogare i vecchi schiavi anziani del posto e, tra questi, uno gli da appuntamento, di notte, in un bugigattolo in cui conduce segreti incontri di complotto. Mosé, curioso, si presenta all’appuntamento e il vecchio gli rivela il vero:
“Te, te, io ti conosco! Te sei il figlio di una che conosco, che per evitare che ti ammazzassero ti affidò a sua figlia, la quale ti portò al palazzo del faraone e una delle sorelle ti adottò! Ma tu sei ebreo. Tu ci libererai. Lo ha detto Dio!”
Mosè non la prende bene. Lo manda in culo e se ne va.

Al suo ritorno, Sethy è gravemente malato e tira le cuoia per poi essere sepolto nella sua tomb-… no.

No.

No.

NO, ABU SIMBEL NO! Dai!
Con una scena molto poco credibile, che insomma, giunti a questo punto uno potrebbe anche passarci sopra, Ramses sale al trono. Incredibilmente arriva a palazzo la voce secondo la quale Mosè sarebbe ebreo. Il neofaraone, coadiuvato dalla madre Sigourney Weaver in congedo dalla sua lotta contro gli Alien, decide di credere alla diceria e manda Mosé, zia e balia in esilio.

Batm…Mosé parte. Dopo un lungo viaggio giunge in un punto indefinito della costa del Mar Rosso dove trova un pratico guado. Nel Mar Rosso. OCCHEI.

Per altro temo di aver capito che sia arrivato di fronte alla punta sud della Penisola Araba, ma non voglio davvero averne la certezza.

Dopo la traversata giunge in un villaggio di allevatori di capre dove decide di stabilirsi e mettere su famiglia con un pezzo di sgnacchera non idifferente.
“E’ il posto più bello che io abbia mai visto.” sì, certo, adesso si dice così, il posto: un buco di niente in mezzo alla sabbia.

Passano 9 anni.
Mosè alleva capre, ha un figlio che alleva capre e scopre che c’è una montagna su cui nessuno sale perché Dio ha detto no, montagna brutta. Il profeta ateo decide di sfidare Dio e sale sul monte con la sua capra. Più sale, più piove, finché non viene travolto da una frana di fango e massi, precisissimi massi che arrivano uno dopo l’altro tutti sulla sua testa – il che spiega MOLTE cose – fino a che, immerso nel fango, vede finalmente l’arbusto in fiamme e un bambino.
Sì, Dio si manifesta in tutto il suo glorioso aspetto di bambino cencioso – e stronzo.

“Te, te, te…te Mosè sei qua a scopare le capre mentre in Egitto il mio popolo muore. Te, brutto stronzo, li hai abbandonati.”
“Cosa vuoi?!”
“Voglio un generale.”
“Ma io allevo capre.”
“Ma prima eri un generale.”
“Ma io allevo capre! Sono sommerso di fango, probabilmente ho un edema cerebrale che non mi farà passare i prossimi dieci minuti e ho pure una gamba rotta! Cosa vuoi e chi cazzo sei?!”
“Ti ho detto: il mio popolo è schiavo in Egitto, voglio un generale. Secondo te chi cazzo sono?!”
“Ah.”
“Eh.”

Così, per colpa di una grave commozione cerebrale, Mosè molla moglie e figlio e riparte per l’Egitto.

Questo Mosè non fa come quello biblico, che va dal faraone poggiandogli la fava sul tavolo a dirgli “Io sono Mosè, te liberi il mio popolo o subirai l’iradiddio.”, no, Mosè è Il Cavaliere Oscuro di cui il popolo di Israele ha bisogno. Lui si infila nella stalla in modalità stealth nel bel mezzo della notte. Ramses, che era da quelle parti perché aveva finito il Roipnol e non riusciva a dormire, si ritrova improvvisamente una putrella di bronzo dal filo spesso un dito ma affilato come un miracle blade appoggiata alla gola.
“Sono Mosé, te adesso liberi gli ebrei che sono 400 anni che non gli rinnovi il contratto.”
“No.”
“Non mi aspettavo un semplice sì, ma neanche un semplice no. Mi stai dicendo questo?!”
“Sì…?”
“Cioè chiariamoci non voglio che non li fai più lavorare, però almeno pagali!”
“Ma hai un’idea di quanto mi verrebbero a costare?”
“Vaffanculo. Allora li libero io.”

Ssssssono Batman.

Il nostro Cavaliere Oscuro torna dal vecchio che gli aveva rivelato le sue origini ed inizia LA GUERRIGLIA. Rastrella persone, schiavi, li addestra a fabbricare le armi e a combattere, per la libertà di Gotham Israele, la libertà di Israele.
Il programma è semplice: tagliare le risorse dell’Egitto, che essendo uno stato grande come San Marino ed essendo loro migliaia, dovrebbe essere una missione abbastanza semplice.
Primo obbiettivo: gli ULIVETI.
Ora, tra tutte le poche risorse dell’Egitto, quello per cui era storicamente ricordato erano i cereali. L’Egitto era il “Granaio di Roma”, non il suo maggior produttore di olio d’oliva! Però giustamente per la Domenica delle Palme si usa il ramo d’ulivo quindi facciamo due più due e attacchiamo gli uliveti e i depositi di olio, che esplodono rievocando le più belle scene di Apocalypse Now.
Il tutto mentre Ramses e la moglie guardano dalla terrazza.
“Pensi di fare qualcosa per fermarlo.”
“Sono 4 schiavi con le pezze al culo. Naaaaaah.”

Dio ricompare a Mosè.
“Dove sei stato.”
“A guardarti fallire.”
“Le guerre di logoramento richiedono tempo.”
“Di questo passo ti ci vorranno anni.”
“Sono pronto a combattere anche così a lungo.”
“Io no*.”
“Dopo 400 anni di schiavitù tu hai fretta ADESSO?!”
“Sì. Vaffanculo, sta a vedere come si fa una guerra, siediti e aspetta, che io ci ho i superpoteri, Batman dei miei stivali.”

Improvvisamente degli alligatori – mi pare proprio fossero alligatori, ho ricontrollato e riconfermo alligatori, i TIPICI alligatori egiziani del Mississipi – grossi come degli autobus, attaccano una nave di pescatori. Poi si attaccano a vicenda, poi non sono più solo un paio, e non sono nemmeno tanti, sono proprio troppi. E l’acqua del Nilo diventa sangue.
Eh, effettivamente, l’acqua in sangue per miracolo divino era un po’ troppo inverosimile.
L’acqua del Nilo finisce anche nei canali d’irrigazione, riversandosi nelle risaie. Sì, ho detto risaie. Il famoso RISO egizio. Mi sono sorpresa della mancanza di POMODORI.
Dal Nilo escono le rane, le rane muoiono e arrivano le mosche. Improvvisamente gli animali vengono colpiti da ictus casuali e muoiono. Le persone si ricoprono di pustole. Il tutto avviene in dieci risicatissimi minuti di film, circa.
Poi arriva la grandine, chicchi di grandine grossi come meloni.
“Ramses! Intendi fare qualcosa?!”
“Nah.”
Poi arrivano le locuste.
Poi Dio va a trollare Ramses. Letteralmente.
Ramses è da solo nella sua stanzina e sente qualcosa che si muove, al ché sproloquia contro Mosè, dicendogli che qualsiasi cosa faccia l’Egitto resisterà. Dio ne prende atto e torna da Mosè.
“Senti, il faraone non molla un colpo.”
“Ma no, vedrai che adesso cede.”
“No, sono andato a trovarlo, ha detto che ucciderà tutti i figli degli ebrei. Allora sai cosa ti dico? Che io mi prendo tutti i figli dell’Egitto.”
“Ma questa è vendetta!”
“Sì, e allora? Sono Dio e voglio vedere il faraone chiedere pietà. Quindi non rompermi le palle.”

Mosè, che in tutto ciò è comunque il fratello adottivo di Ramses, lo va ad avvisare.
“Senti, questa è una cosa più grande di te e di me, proteggi tuo figlio stanotte quando cala il sole.Succederà qualcosa di terribile.”
“Mi stai minacciando?”
“No, senti, non lo so, so che è in pericolo ok, e adesso ti saluto che ho da fare.”
Mosè va dalla sua piccola combriccola di guerriglieri ad avvertire gli schiavi che sta per succedere qualcosa.
“Dite a tutti che macellino un agnello e segnino le porte e le soglie delle loro case con quel sangue prima di stanotte.”
“Perché?”
“Se funziona dovremmo evitare una grossa inculata. Però non lo so se funziona.”
“BENE. Per fortuna che sei te quello che parla con Dio eh!”

L’oscurità cala e si porta via i primogeniti dalle case non segnate dall’agnello. Tra cui anche il figlio di Ramses.
Che non la prende bene e decide di incontrare Mosé, presentandosi all’appuntamento con la mummia del figlio in braccio.

“Che razza di un Dio stronzo è un dio che ammazza i BAMBINI?!” la scena è toccante, il faraone in lacrime con la mummia in braccio. Mosè decide di spezzare il pathos.
“Non è morto nessun bambino ebreo.”

“ANDATEVENE DA CASA MIA!”
“Come comandi, faraone.”

*Rivedere il video di due righe fa.*

E finalmente partono e si levano dai coglioni. Pero Ramses non è proprio dell’idea di lasciarli andare così, senza fare niente. Quindi decide di rincorrerli coi carri da guerra, e sterminarli.
Appena Mosè si accorge di essere inseguito si trova di fronte ad una scelta:
a) strada libera, semi pianeggiante e leggermente più lunga che aveva già percorso per ben due volte;
b) impraticabile stradino di montagna che non ha mai fatto e del quale non ha idea di dove porti.
Immaginatevelo.
Ovviamente Ramses, che conosce quell’aquila del suo fratellastro, lo insegue coi carri da guerra.

Mosè, dopo essersi perso tra i monti, riceve indicazioni dai folletti della loacker e riesce a trovare la costa del Mar Rosso, ma il guado non c’è più. In un attimo di disperazione lancia la sua spada in acqua e vede una meteora in cielo. Poi si addormenta.
La mattina dopo si risveglia coperto di guano di gabbiano, perché gli uccellacci hanno deciso di fare un rave sopra le loro teste. E il Mar Rosso ha l’acqua stranamente bassa. Sul crinale del monte si intravede l’esercito egizio.
“Ce l’ho! ATTRAVERSIAMO QUA.”
“Ma sei scemo?!”
“No no, dai, fidati. Cazzo vi ho raccontato così tante boiate, avete creduto a tutto! Fidati!”
L’acqua continua a ritirarsi, i quattrocentomila schiavi ebrei iniziano la traversata.

Contemporaneamente i carri di Ramsess, guidati dal faraone in persona, sono lanciati a tutta velocità su uno stradello largo come una smart, su una montagna di choco-pops. E tutti conosciamo bene la stabilità geologica di una montagna di choco-pops.
Il secondo in comando fa letteralmente un fischio a Ramses e a gesti indica prima il bordo della strada, poi la ruota del carro ed infine il tipico gesto del “vai pianino”. Non sto scherzando, questa scena vale tutto il film assieme al “non è morto nessun bambino ebreo”.
Ma Ramses non ci sta, i suoi schiavi sono a metà del Mare e lui li deve prendere, quindi sprona i cavalli.
Com’è prevedibile, a metà colonna la ruota di un carro finisce fuori strada, il carro si imbarca, il cavallo cade dal dirupo e il carro rimane incastrato, creando un meraviglioso tamponamento a catena, con conseguente crollo di tutta la parete di choco-pops. Ma al grido di “boia chi molla” il faraone continua.
Finalmente i 10 carri superstiti arrivano sul fondale marino, Mosè e altri dotati di cavallo tornano indietro per affrontare gli egizi. Quando all’improvviso un cavallo apparso dal nulla compare nella scena intento a scappare da una gigantesca onda.

Quelli si che sono cavalloni.

Il secondo in comando dice a Ramses, di arrendersi e tornare indietro. Ramses non demorde. L’esercito si, quindi girano il culo e se ne vanno, per poi essere investiti dopo duecento metri.
Ritorna lo scambio di sguardi da promessa di stupro anale e Mosè, che tenta di calmare le acque, invita il fratellastro a seguirlo. Entrambi vengono investiti in maniera stronzissima per risvegliarsi, dopo un’ispiegabile scena di un cavallo che galleggia mentre viene sbranato da due o tre squali – Asylum, siete voi? -, sulle rispettive coste.
Qui, la battuta più bella di Ramses, solo, in piedi in mezzo a quello che un tempo era il suo esercito:
“Ramses….il Grande….eh.”

In realtà dopo altre scene divertenti non ci sono, tranne Mosè che fa il sorpresone e invita a cena quattrocentomila persone a casa sua e della moglie, e Dio che gli detta le tavole della legge mentre prepara il thè in una caverna dicendogli:
“Ho notato che non andiamo sempre d’accordo”
“No, direi di no”

Io non so che storia abbiano studiato regista e sceneggiatori, e non so nemmeno che Bibbia abbiano letto. Però gli do 5/5. Perché è talmente trash che fa il giro e diventa a metà tra l’epico e il ridicolo.

*questo dialogo non è stato cambiato

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Dura lex

Ho finito.

(Il primo round)

Finalmente il 20 novembre sono stata dichiarata. So’ dottoressa.

Sembra che io abbia discusso a tempo di marcetta, battendo il tempo con un “piedino”, si fa per dire, dato il mio numero da fata. La prima cosa che ho fatto è stato lamentarmi del male ai piedi, che hanno continuato a dolere fino a due giorni dopo. Io volevo discutere in anfibi.

Ho passato i primi due giorni a riprendermi dalla sbronza della festa, perché nonostante io sia riuscita a tornare a casa sobria il mio stomaco è rimasto ribaltato per un week-end intero e mi ha fatto patire tutto quello che ho fatto patire io a lui. Ho imitato Sailor Moon, invocando il potere del Cristallo di Luna, e Crystal il Cigno in una perfetta interpretazione dell’Aurora del Nord. Sono pure riuscita ad intrufolarmi nello scavo romano che c’è sotto il bar in cui ho fatto la festa, perché i cocci mi attraggono in maniera compulsiva.

La notte prima, lo ammetto, sono andata a giocare a D&D 3.0 (perché siamo nostalgici).

 

Sia chiaro, sono molto più che felice di aver terminato la scalata a questo primo gradino, è un traguardo che sono felice di aver raggiunto – e l’alloro mi dona, dandomi anche quella lieve fragranza di arrosto.

E’ da ieri che cerco di immatricolarmi alla Magistrale. Cioè, ci provo. La parte più complessa dell’Uni è quella di riuscire a dar la pugna alle segreterie, che ovviamente sono un milione, ognuna controlla solo un pelo del culo ignorando gli altri – e lo controlla due ore a settimana, ovviamente – senza dare nemmeno la disponibilità a passarti il numero dell’altra segreteria alla quale ti rimpallano.

“C’è il numero sul sito.”

Hai idea, brutto ammasso di cellule ruba ossigeno a tradimento, di quanti siano gli stramaledettissimi siti dell’Uni? Un bazzilione di pagine inutili che non dicono nulla, sono solo autocelebrative. I bandi e tutto il resto sono nascosti in delle finestrelle a bordo pagina, caricati in pdf senza nemmeno il titolo completo. Sembrano delle supercazzole.

A dire il vero, tutta l’organizzazione burocratica sembra una supercazzola. Quando ho chiesto se il libretto lo dovevo consegnare o potevo tenermelo, dato che ora c’è solo quello elettronico, un brivido di panico ha scosso la Segreteria Studenti. Avrei portato meno caos se avessi lanciato una decina di molotov. Vabhé.

(non posso specificare quale Uni, il nostro mirabolante “codice etico” me lo vieta)

Fatto sta che forse riesco ad immatricolarmi dopo il colloquio di valutazione alla mia preparazione, perché evidentemente il fatto che io mi sia laureata col massimo dei voti da cinque giorni, proprio in una delle lauree che impongono come prerequisito, non è sufficiente. Ok. Io capisco quei due passaggi in più per quelli che si trasferiscono da un’altro ateneo, ma porco il clero, io sono sempre nello stesso. Hai il mio file di matricola sul pc, perché ti devo portare, stampati, dei documenti  che hai già, visto che io li stampo dal tuo sito?!

 

 

Ho deciso: la prossima corona sarà in foglia di quercia, al valor militare, per aver trionfato sulle segreterie.

Potere del Cristallo di Luna! Vieni a ME!

Potere del Cristallo di Luna! Vieni a ME! *musichetta*

 

 


 

Pesci rossi

Gente che in una gara di idiozia riuscirebbe ad arrivare seconda

Corollario: sono tollerante nella misura in cui non mi si rompono le palle.

Tendenzialmente la gente va ben oltre.

Dal momento che sono una personcina che porta poco rancore e mi si vuol far passare per la Stronza di turno, come già anticipato, tale nomea voglio guadagnarmela.

Ho avuto un sacco di tempo per mettere insieme i pezzi di questo post durante l’estate e finalmente è giunto il momento di dare loro corpo e renderli al pubblico ludribio dell’internet e di chi mi ha dato il materiale e le informazioni su cui lavorare.

Colpo basso?
Certo. Mai detto di essere corretta, se mi si fa – stupidamente e inutilmente – incazzare ancora meno.

Ma partiamo dal principio.

Tempo fa scrissi un post generico sulla generica attività di rievocazione dal quale il gruppo di cui facevo parte – che chiamerò “La teuta della Birra”, tanto chi vuole intendere intenderà – si sentì attaccato. La loro coda di paglia non è un mio problema e, sinceramente, non lo sarà mai, ma mi sentii dire dalla Moglie del Birraio e dalla sua Ancella: “non puoi scrivere quelle cose”.
Cosa posso o non posso fare, in uno spazio privato come un blog, lo decido io.

La storia ha inizio tanto tempo fa – per intenderci l’anno scorso ad agosto, se non vado errata, o comunque in estate – quando, parlando con una delle poche persone encefalo dotate all’interno della teuta, proposi una didattica comparativa tra l’abito femminile celtico e quello femminile etrusco – che poi io mi sia sentita addirittura dire “celti ed etruschi non si sono neanche mai incontrati” tra le argomentazioni contro a questa cosa vi lascia capire il livello generale.
Questa cosa non la proposi per chissà quale motivo, semplicemente perché fare divulgazione, nonostante lo sguardo da vacca al pascolo della maggior parte del pubblico, mi piace, inoltre passare un week-end a guardare la gente che passa lo trovo piuttosto noioso. Se devo passare il mio fine settimana seduta su un panchetto come una scema a guardare il panorama vado al mare e mi spiaggio su un lettino a rosolare mentre ascolto i gossip delle vicine di ombrellone.
Alla proposta mi viene risposto “mi fido, fai quello che devi, sarà interessante”, per dirla in breve. Vero, non ho chiesto al capo gruppo, il Birraio, ho chiesto al segretario che comunque è una carica abbastanza in alto – evidentemente solo quando fa comodo al Birraio – ed è anche uno che ci mette del suo, sa le cose e se non le sa si informa.
Mi studio tutto il progetto, creo l’abito, lo indosso – nessuno dice nulla – e faccio anche un po’ di didattiche che mi è parso siano state interessanti per il pubblico. Dico “mi è parso” perché sono stata interrotta con domande specifiche delle volte, quindi se uno non ascolta la domanda non la fa.
Durante l’estate però la Druida interviene.

Ora la Druida è una femmina, il che è più che sufficiente per far colare a picco la credibilità dal momento che la casta druidica era prettamente maschile, e quell’anno non aveva fatto praticamente nessuna uscita. Altri gruppi rievocativi, coi quali ho chiacchierato amabilmente e separatamente, narrano che costei, non so in che anno, durante una didattica al pubblico raccontò che gli etruschi vivevano nelle tane scavate nelle montagne come gli hobbit. Giusto per ricordare il livello della gente di cui sto parlando eh.
Ad ogni modo, lei, dall’alto della sua attività di allevatrice di polli – no, non è un eufemismo o una presa in giro, era proprio la sua attività in quel periodo – mi viene a dire che il mio “peplo”, che un peplo non era e se proprio vuoi farmi pesare che studiavi archeologia lo devi sapere, non è adatto poiché bianco.
Ovviamente non si parla di quel bianco candido a cui siamo abituati, si parla del bianco sporco del lino non sbiancato.
Le feci notare che dopo tutto lo sbattimento per studiarmi il taglio, il tessuto, il modo in cui poteva essere portato e il plausibile colore, in quel particolare periodo le fonti che avevo trovato parlavano di abiti bianchi e mantelli colorati. Fosse stato per me quel vestito avrebbe potuto essere anche color verde pisello, sai che mi frega, ma se loro volevano correttezza storica – cosa che io per prima mi richiedo quando faccio una plausibile ricostruzione, se no mi vesto da Arwen e chi s’è visto s’è visto – l’abito sarebbe rimasto così. Come ho anche detto loro “comodo fare della filologia solo quando vi tira il culo a voi”. Qualcun’altro pure mi ha fatto notare che “quello dell’Ancella, screziato ruggine, non è comunque bianco sporco? Perché il suo va bene e il tuo no?”. La risposta è molto semplice: l’Ancella segue pedissequamente ogni capriccio del Birraio, della Druida e della Moglie del Birraio senza farsi troppe domande, quindi le è concesso un po’ di tutto, anche un montante di morso di cavallo del IX a.C. come ciondolino, tanto “lo sai solo te che è del IX a.C.” – sempre per ricordare il livello.
Una lancia a favore dell’Ancella però, per onestà intellettuale, la spezzerò: quando non c’è la sua padrona, la Moglie, è una che in accampamento lavora e da il massimo. Non è colpa sua, è questione di cattive compagnie.

La questione vestito è stato il primo screzio, poi c’è stato il post sul blog. Forse nel mezzo c’è stato altro, ma non ricordo quindi nel caso non devo avergli dato un gran peso.
Caso strano, però, le fanciulle in battaglia con le tette strizzate nell’armaturina di cuoio da Olimpia, mi han detto, quest’anno non ci sono andate e si sono al massimo travestite da uomini. Ho-ho-ho. Allora se ti stai sbagliando – e lo sai – perché ti incazzi con me? Che me ne sono accorta solo io? A sentire gli altri gruppi non credo proprio.

Per non parlare del metodo meritocratico della Teuta della Birra spiegato dalla druida: “è proprio per questo che è una “meritocrazia” (scusa i termini): perche i nuovi si adoperano alimentano e fannocrescere gli studi e cosi facendo che sopravvivono i vecchi con loro qiesto sistema.”
Tengo a precisare che non ho cambiato una sola virgola.

Insomma, non so se sta gente ha mai letto un dizionario, ma la meritocrazia non è proprio quella. Questo è sempre per far capire il livello della gente di cui parlo…

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Quanta stima per i vostri colleghi…e dire che siete tutti sorrisi quanto vi vedete.

Ooooops!

Ultimamente poi il capo degli Ulfson si è fatto fare uno splendido elmo celtiberico – da reperto, non è che se lo è inventato – e la reazione del Birraio è stata proprio “VI PREGO DITEMI CHE è UN FOTOMONTAGGIO!” reazione prontamente stroncata dal segretario che ne ha fatto notare la correttezza.

Voci dicono, per altro, che alla festa do loro organizzata, le razioni di cibo siano state un po’ ridicole, ma giusto un pochino eh. E che una prima voce messa in giro dalla teuta, alla quale qualcuno mi ha chiesto conferma, i “gruppi celtici quest’anno non li paghiamo, diamo solo i buoni pasto”. Pare che in realtà i gruppi siano stati pagati.
Quanto ancora potrete continuare a stronzeggiare impunemente? Chissà! Alla prossima stronzata!!!

Fate una cosa bella, ma bella davvero: la prossima volta che dite una stronzata, ammazzatevi da soli.

“L’inverno sta arrivando” a Monterenzio

Ebbene, domenica scorsa si è chiuso il weekend di Monterenzio con la festa “I Fuochi di Taranis”.

 

O_O

 

Cos’ho visto.

Non dirò nulla in merito ai gruppi di rievocazione perché non ho notato particolari pecche a parte, per Dio che cosa diavolo erano quei…quei…brocchieri senza umbone? Non so come si chiamassero, ma sono sicura che non avrebbero dovuto esserci e, soprattutto, non avrebbero dovuto avere incisa sul legno una croce celtica dalle linee campite di rosso. No dico, una croce celtica in una rievocazione dell’ avanti Cristo – che non è che vuol dire una roba tipo “Avanti i Savoia” eh, vuol dire prima di Cristo, ovvero niente croci come simbolistica, men che meno croci celtiche.

A parte questo credo di aver assistito a uno degli spettacoli più imbarazzanti che io possa ricordare, e non sto parlando dell’accensione del fuoco del sabato sera, con i bianchi druidi/templari/sciamani indiani che benedicevano il fuoco con la lama della sacra spada – spada a due mani, medioevale, cioè credo più sanmarinese che medioevale, in ogni caso non c’entrava un accidente – con un nome impronunciabile tipo Elendil o robe simil tolkeniane. 

agghiacciande

No, parlo del matrimonio.

La domenica pomeriggio, di punto in bianco, i bravi rievocatori intenti a fare le didattiche sono stati taciuti per lasciare passare il corteo…

*Suspance*

…degli Stark.

E non dico Stark a caso eh, no, erano proprio gli Stark con tanto di stendardo col metalupo ed il motto “The winter is coming“.

Ma perché? Perché?! Non vi basta il Lucca Comics? O qualsiasi altra fiera del fumetto o del videogame o anche solo del cosplay? Perché proprio a una festa celtica? Poi sul serio, tra i libri e tutte le casate che avreste potuto scegliere, proprio gli Stark de Le cronache del ghiaccio e del fuoco?! Ma avete notato la frequenza con cui i personaggi muoiono durante i matrimoni in quella saga?
E come diavolo vi viene in mente di organizzare un matrimonio Stark ad una festa celtica?! E’ come unire le sarde con la Nutella, non sempre “buono” più “buono” da “molto più buono” come risultato.

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Per il resto la festa è stata carina come al solito, anche la scaramuccia del primo week end non era male, un po’ traballante la storiella con cui è stata condita ma non era male. Insomma, non è che Roma si mobilitasse per ogni lanista rapito eh, però era un pretesto non proprio malaccio, diciamo che ho visto di peggio, ecco.

Già che ero là però ne ho approfittato per vedere (finalmente) il Luigi Fantini, il museo. Lo raccomando a tutti quelli che passano di lì che siano interessati all’argomento “archeologia”, fatelo che il museo ha bisogno di rimettersi a posto dopo l’incendio e il biglietto costa davvero una ridicolaggine – 3 eurini – a differenza di quegli strozzini di Ravenna che le chiese te le fanno pagare un rene. Lo ammetto, sono di parte, preferisco le tombe e i vasi ai maledetti mosaici bizantini, forse anche perché me li hanno proposti in tutte le salse e perché non ho mai capito quale razza di follia potesse spingere un uomo a fare un puzzle di tessere colorate, senza incastri. Non me ne vogliano gli storici dell’arte, mosaico e pittura non sono le mie classi artistiche preferite.
Tornando al museo di Monterenzio l’ho trovato molto gradevole anche nell’esposizione, nonostante per ora sia aperta una piccola parte ne vale la pena.

Mi sono rotta il cazzo

Mi sono rotta il cazzo di tutti quei deficienti che tentano di convincermi che le piramidi le hanno costruite gli alieni, che i Maya hanno davvero predetto la fine del mondo ma noi abbiamo sbagliato a interpretare la data, che il rito della mummificazione fosse un tentativo di ibernazione in vista del risveglio e del ritorno su Sirio, che i Maya “sarebbero arrivati in questa dimensione da altri stati di coscienza” – che per altro non significa un cazzo – per poi scomparire, tornando a casa come Ziggy Sturdust. Gente che tanta di convincermi che il Diluvio Universale c’è stato e i fossili di dinosauri sono stati messi lì da Dio per confondere le acque, che esistevano esseri umani giganteschi scesi sulla terra da Nibiru, che Venezia è stata fondata dagli atlantidei scappati quando il continente sprofondò.

Mi sono rotta il cazzo di tutti questi deficienti che prendono per oro colato le parole di Giacobbo, Adam Kadmon e di Graham Hankock – sul quale per altro ho un buffo annedoto di madre: “Sai, sto leggendo un libro di un tizio, un romanzo fantascientifico/storico, è carino.” “Come si chiama il tizio?” “Un certo…Hancock” *mostra il libro* “No mamma, non è un romanzo, lui ci crede.” – che quando rispondo di andarsene affanculo, dopo una serie di argomentazioni valide con tanto di fonti e studiosi con un nome, non come loro che dicono “un’importante scienziato dice che”, un’importante scienziato CHI, per dio?!, mi dicono che ho una mentalità “poco aperta”. Io mi ci sto spaccando il culo a studiare sta roba, ok? Non vado dal tecnico della caldaia a spiegargli come fare il suo lavoro proponendogli cose assurde e lamentandomi che ha una mentalità poco aperta. Quindi se devi dire delle stronzate taci, anziché aprire la bocca e confermarmi la tua testadicazzaggine.

Mi sono rotta il cazzo di chi tenta di convincermi che se mangio una bistecca faccio male, perché gli esseri umani non sono carnivori. E’ vero, siamo onnivori, e se la natura ci avesse voluto mangia-insalata avremmo la dentatura di una mucca e tre stomaci, testa di cazzo, e se oggi hai un cane a casa che ti aspetta scondinzolando devi ringraziare quegli assassini mangia carne che hanno addomesticato i lupi per andare a caccia.

Mi sono rotta il cazzo di chi afferma che i vaccini sono un grande complotto per ammazzarci tutti, che non servono davvero, che ci iniettano i microchip e ci controllano, che quando muori la luce che vedi – che luce?- in realtà è la luce del tavolo chirurgico di una navicella spaziale.

Mi sono rotta il cazzo dei grillini, di casa pound, di forza nuova, delle zecche da centro sociale che tentano di combattere la mafia a colpi di marijuana, degli israeliani e dei palestinesi, dei “forconi”, dei geni che tentano la secessione costruendo la ruspa di Batman da far arrivare in piazza S.Marco, di Padre Pio e Medjugorje, dei testimoni di Geova, degli integralisti islamici, di quelli che si lamentano che non arrivano a fine mese ma la polo di Ralph Laurent è un must, di quelli che accoppiano la cravatta arancione con la giacca marrone, delle balene coi leggings, degli aspiranti suicidi che poi non lo fanno e se lo fanno puntualmente devono gettarsi sotto un treno, di trenitalia, degli stronzi che guidano strafatti, dei manifestanti che lanciano bombe carta e si definiscono pacifici, di un sacco di altre cose e l’elenco è veramente troppo lungo.

Mi sono rotta il cazzo della gente, di questa gente. Io mi chiedo ma cosa cazzo ce ne facciamo di 7 miliardi di persone sulla terra?

Se essere fascista significa non permettere agli idioti di avere una propria opinione, sì, sono fascista. E vaffanculo.

Stai “Karma”.

La boccca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a’ capelli del capo ch’elli avea di retro guasto.

Queste settimane sono state qualcosa di infernale: letteralmente.

Come il Conte Ugolono della Gherardesca vorrei rodere il capo a quasi tutti quelli che mi sono ritrovata di fronte questa settimana, anche se, verosimilmente, mi ritroverei assieme a Filippo Argenti, con gli iracondi, poiché ancora l’Antenora non me la merito.

Ma partiamo dall’inizio…

Attendevo una missiva dell’USL contenente i referti dei miei esami, la dottoressa mi aveva detto che me li avrebbero spediti: ovviamente così non è stato. Nel frattempo stavo preparando gli esami di Geografia Culturale – ovvero “come diventare radical chic parlando di aria fritta”- e di Letteratura italiana – che se fosse un’esame valutato 12cfu, per il quantitativo di roba che c’è da preparare, avrei anche capito, sarebbe stato sensato, ma no, te lo infiliamo obbligatoriamente nel piano di studi e te lo facciamo valere solo 6cfu – il tutto in momento post rimozione di due denti del giudizio nonché durante le ultime settimane prima dello spettacolo teatrale che avrò sabato sera. Appelli: entrambi il 18 marzo. Ottimo.

Lunedì 17

Mi precipito al centro prelievi per ritirare il referto assieme Girlo – che ringrazio per le chiacchiere – apro la busta e, tra gli esami, uno non è valido perché in laboratorio si sono sbagliati.
Bestemmie.
Tornata a casa entro su Almaesami – che Dio ti strafulmini maledetto programmatore che ti sei inventato ‘sta piattaforma malefica! – per controllare gli arari degli appelli e il mio posto in lista. Esami prenotati: Letteratura italiana 18/03/14, ore 9:30, posizione in lista 39; Vicino Oriente Antico 29/04/14.
No, aspetta un secondo! Geografia? Che fine ha fatto Geografia?! Rimosso.
Altre bestemmie.
Lo riprenoto per il 5 maggio, sperando che il professore non elimini anche quell’appello.
La sera mi presento alle prove di teatro annunciando che per le 22.30 sarei scappata, ovviamente arrivo a casa solo all’una.

Martedì 18

Sveglia puntata alle 6.45: ovviamente mi addormento dal momento che, prima di addormentarmi, l’ultima volta che avevo guardato fuori dalla finestra della mia camera il cielo iniziava a schiarire. La Serena, che si doveva presentare all’appello con me, mi telefona sulle 8:30 capendo che mi ero addormentata. Volo giù dal letto, mi vesto col miele – ovvero recuperando cose a caso dall’armadio – e mi teletrasporto sotto casa. Partiamo.
Giungiamo eroicamente a Ravenna dopo aver incontrato qualsiasi cosa sull’autostrada, dai lavori in corso ai camion che si ribaltano. Ce la facciamo, ci presentiamo all’aula dell’appello: cento persone per un’aula da venti. Dopo dieci minuti di attesa arrivano i due professori seguiti da questa arpia di segretaria che strilla: “vi avevo detto NON in aula VI!”. Guardiamo perplessi questa megera isterica: il foglio, scritto a mano, che dovrebbe direzionare gli studenti nelle varie aulee lo hai scritto te! E c’era scritto “aula VI”, “vi avevo detto” a chi?
Cambiamo aula ed il professore inizia l’appello, chiedendo di specificare quale parte dell’esame si presentava, io lo avrei sostenuto intero – era diviso in parte “istituzionale”, che comprende letteratura dal ‘200 al ‘900 compreso, 15 canti dell’Inferno, Dante vita ed opere, e “monografica” che, nel mio caso, comprendeva “Lettera ad Ilaro” dallo Zibaldone del Boccaccio, la voce “Ilaro” dell’Enciclopedia dantesca del Padoan, la “Mirabile Visione” di Pascoli, le proposte di datazione per la redazione delle tre cantiche sempre del Padoan, il commento del mio professore alla “Mirabile Visione”. Ora, presupponendo di essere spostata al giorno successivo, essendo la trentanovesima, mi tranquillizzo. I professori stilano le liste, il mondo mi odia: devo sostenere la parte istituzionale come ultima del pomeriggio e la monografica come prima della mattina dopo.
Bestemmie forti.
Mi invento una visita medica e faccio spostare tutto al giorno dopo, Serena è in programma per il Giovedì.
In tutto ciò si arriva alle 11:30, all’incirca.
Serena ed io ci spostiamo nel tavolino di un bar, facciamo colazione, beviamo il caffè, tiriamo fuori i miei appunti ed inizia il ripassone mentre fumiamo ridicole quantità di tabacco. Verso le 16:00 le propongo di tornare a casa mia così riesco a finire la parafrasi dell’ultimo canto che mi mancava.
In autostrada c’è il delirio, arriviamo a casa mia in 45 minuti, circa, mi svesto, passo in casa e mia madre, che era ammalata, mi chiede di andare a fare la spesa. La guardo, guardo la badante bloccata da tutto il giorno davanti al pomeriggio 5, apro due birre e: “domattina ho l’esame, sto finendo di ripassare, non è il momento adatto.” Mi arriva uno “stronza” sbiascicato tra i denti. Poi si lamenta che “la badante non fa nulla“.
Il ripasso prosegue fino alle 20:00, scendo in casa da camera mia e li trovo tutti a mangiare: ovviamente per me non è stato preparato nulla, andatevene un po’ tutti a fare in culo.
Piango istericamente per una buona mezz’ora, forte di dieci datteri, una banana e un the – tutto quello che ero riuscita a mangiare il giorno prima – e due caffè e un bombolone del giorno stesso sarei tornata al piano di sotto con una mazzetta da 5 chili e avrei sfondato crani perché vaffanculo.
Per fortuna quel santo di Pilù si presenta da me con una pizza al salame piccante e una birra, per poi starmi ad ascoltare mentre ripasso fino all’una. Non credo di poter davvero trovare qualcosa di adeguato per sdebitarmi di quello che ha fatto.

Mercoledì 19

Alle 9 mi presento in dipartimento assieme al resto dei ragazzi in lista per la mattinata, sono così in ansia che picchierei il primo passante se solo mi guardasse male, sono l’ultima della mattina. Passo la mattinata a ripetere, camminare su e giù fuori dall’ufficio della prof con la quale si affronta la prima parte di esame, uscire dal dipartimento a fumare. Tutto ciò in loop.Finalmente entro dalla professoressa.
Tasso: le parlo della vita di lui, della “Gerusalemme liberata”, le cito addirittura l’episodio dopo il quale fu rinchiuso come “furioso” ma mi lascio sfuggire il titolo dell’opera “Aminta” della quale non conosco la trama perché sul libro non c’è.
Leopardi: sono felicissima, l’ho studiato alla morte, è uno dei miei preferiti, tanto che non mi viene in mente un solo titolo di una qualsiasi poesia, giustamente mi vengono in mente quelle di Pascoli.
Foscolo: la professoressa mi permette di recuperare, io lo odio ed ovviamente non l’ho nemmeno riletto, le parlo delle tematiche di ” Le Grazie”, “Dei sepolcri” e “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”. Mi venga un’accidente.
Divina Commedia, Canto VI: il girone dei golosi, la figura di Cerbero, la pena che devono scontare i golosi e Ciacco, del quale specifico che è incerta la sua attribuzione al rimatore dell’Anguillaia ed è più probabile che sia una figura di un fiorentino generico usato da esempio, la profezia dell’esilio, collegamenti alle altre profezie di Farinata, Brunetto Latini e, già che ci sono, ci butto dentro pure Cacciaguida che sta in Paradiso.
Mi da “Discreto” per lo scivolone sull’Aminta e su Leopardi.
Fanculo.
Esco dal suo studio ed entro in quello del prof. Specifico che lo scoglio vero, in tutto ciò, è lui e questo esame l’avevo già tentato due o tre volte prima.
Mi siedo, lo saluto, gli passo il libretto, controlla il nome e il numero di matricola e mi chiede qual’era la mia parte monografica.
“La parte monografica che ho preparato è…”
“Sù, sù, signorina, lei non ha scritto ancora delle monografie, o le ha scritte?” Sgrano gli occhi respingendo l’istinto di sfoderare l’Opinel del 12 dalla borsa “Comunque ho capito cosa intende.”
Muori.
Ha condotto l’esame su questo tenore per tutto il tempo, aggiungendo cose come “suvvia, lei non è più una matricola, dovrebbe ben sapere in che modo difendersi adeguatamente dagli attacchi dei suoi professori”.
No, perché genericamente i suoi colleghi sono meno stronzi.
Conclude con “Signorina, io so che è preparata, si sente, ma dovrebbe imparare a vendere meglio la sua merce. L’esposizione poteva essere migliore, ma dal momento che era preparata le darò un 26.”
Dammi anche un 18 basta che io non ti debba rivedere mai più.
Sorrido, ringrazio e saluto; volo a casa, annuncio il voto e mi attacco a Diablo III perché ho bisogno di fare qualcosa di totalmente brainless. Mentre gioco, imbambolata al pc, mi volano nella testa terzine casuali della Commedia. Voglio tipo morire.
Immancabili le domande: “quando lo dai il prossimo esame? E la tua prof per la tesi quando la senti?”.
Cristoddio.

Venerdì 21

Per contrappasso, giusto per rimanere in tema, assisto alla laurea di una mia amica, sempre assieme alla Serena. Niente da dire, giornata fantastica, a parte il fatto che abbiamo iniziato a bere a mezzogiorno nel giardino del dipartimento di Ravenna e che, arrivati all’autostrada per spostarci verso Bologna, c’era così tanta gente che sembrava il ponte del rientro di fine agosto. Abbiamo bevuto tutto quello che poteva esserci di alcoolico e alle otto di sera mi sembravano le tre della mattina. Sorprendentemente non sono andata in hangover.

Sabato 22

Finalmente riesco ad onorare il mio fioretto: dopo tre anni dalla promessa che mi sono fatta finalmente mi faccio il piercing al labbro, di sotto, nel mezzo. Senza dire nulla a madre mi fiondo verso casa del mio amico Olmer, diretti poi a Forlì, l’appuntamento è per le 17:00.
Arrivati dal tatuatore: il delirio.
Una colonna immane di persone in fila per tatuaggi e piercing, attendiamo fino alle 20:00, cazzeggiando e dicendo boiate, più il momento del foro si avvicina, più realizziamo quello che stiamo per fare. Per un attimo mi pare anche una pessima idea, soprattutto per quello che dirò a mia madre quando mi vedrà come fiera portatrice di un “chiodo”. La cosa migliore che mi viene in mente è una conversazione tipo:

-Cos’hai fatto al labbro?!-
-Chi? Io?-
-Ti sei fatta un piercing?!-
-Ommioddio! Ho un piercing nel labbro? Come diavolo ci è finito?!- e corro sconvolta allo specchio.

Sarebbe stata una scenetta fantastica.
Finalmente giunge il nostro turno e mi sottopongo io per prima alla cosa. Pensavo fosse più doloroso, devo dire la verità, ho sentito male perlopiù quando l’ago ha forato la pelle dal lato esterno, per il resto nulla di terribile: quello è giunto dopo.
Mi alzo dalla sedia, il tatuatore si accerta che non mi giri la testa, vado allo specchio: che figata, in più sto benissimo. Mi giro mentre Olmer si siede e rimango a guardare da fuori quello che ho appena subito: quando l’ago gli esce dal lato esterno del labbro mi si appanna la vista e con la scusa del “vado a prendere il cellulare” mi accascio sui divanetti con un’unico pensiero: “oddio, mi sono appena fatta fare una roba del genere?”
Ci tengo a specificare che ho maneggiato resti umani e un sacco di altre cose macabre che fanno particolarmente senso e non ho mai avuto problemi a guardare ferite gravi o altre amenità, ma vedere sta cosa mi ha ribaltata. Non oso immaginare cosa sia la vista di un piercing alla lingua, al solo pensiero ho i brividi.

Lunedì 24

Finalmente siamo arrivati all’oggi e spero che il mio girone infernale con ciò sia finito. Non è stato tanto traumatico in sé, il week-end è stato una figata, ma manca comunque l’ultima parte ovvero stamattina.
Mi presento a rifare l’esame, al referto era allegato un foglio in cui dicevano di presentarmi con quello e ripeterlo. Lo mostro alla dottoressa che legge il referto, scuote la testa e mormora “incredibile“. Mi da la mia provetta e mi manda diretta al centro prelievi per consegnarla.
Mi accodo allo sportello 3, quello del ritiro, mi ridirezionano allo sportello 1 per la stampa dell’etichetta – un po’ me lo aspettavo – mi metto in coda, passo il referto alla segretaria, le dico cosa mi ha detto la dottoressa e le indico, sottolineo le indico, l’esame da rieffettuare. Lei mi fa segno di aspettare, dopo una breve consultazione con la collega, sempre segretaria, dello sportello a fianco stampa l’etichetta. La leggo, guardo il referto e so già che è l’etichetta sbagliata. Mi riaccodo allo sportello 3, passo tutto, referto compreso. L’infermiera mi fa:
-No, no, il referto non mi serve.-
-No guardi, controlli un secondo perché ho l’impressione che l’etichetta sia sbagliata, ma non essendo sicura perché non è il mio lavoro non vorrei dire una cazzata.- lei afferra il referto, guarda, si cruccia.
-Effettivamente è l’etichetta sbagliata.- prende una penna, scrive sotto l’etichetta e mi rimanda all’1. -Gli ho scritto che etichetta serve.-
Mi risposto allo sportello 1, reinfilo il referto e l’etichetta da cambiare, la segretaria dice alla collega:
-Ah, alla fine era quest’altro, non ci abbiamo preso. Peccato.-

Prego?

-Ma, mi scusi, io prima le ho indicato quale esame dovevo ripetere e lei ha pure fatto finta di capire, mi aveva prenotato un’esame casuale?- questa fa spallucce e mi pinza l’etichetta giusta.
-Consegnalo pure allo sportello 3.-

Puttana. Blocco l’istinto di svellere da terra una delle sedie della sala di attesa per poi rompere il plexiglas che mi separa da lei, saltare ferinamente al di là del buco e azzannarle il collo in stile molto pulp, con tanto di schizzi di sangue ad altissima pressione, per poi lasciarla lì agonizzante e calpestarla in maniera trionfale.
Spero vivamente che non ci sia qualche altro cataclisma in laboratorio, se no potrei davvero azzannare qualcuno la prossima volta che entro al centro prelievi.

Tu mi turbi

Sono, quanto, due anni che io e te non ci rivolgiamo la parola?
Che quando ci vediamo in un locale o a una festa io mi irrigidisco e lo scambio di sguardi è una roba tipo:

lemure-cat-oDove io sono il lemure.

Ecco, due anni che non ci parliamo. Due anni sono un lungo silenzio stampa.
Quando ci si vede cerco disperatamente di ignorare la tua presenza, anche se la tentazione di correre verso di te ed entrarti in tackle su una caviglia, oppure arrivare alle tue spalle per spaccarti una sedia sulla schiena, tipo WWE, è fortissima, non lo faccio. Tu entri in una stanza, io esco, io mi sposto verso il posto in cui ti trovi e tu te ne vai. Qualsiasi cosa per mantenere quei 20 metri, minimo, di distanza. Tipo ingiuzione del tribunale, ecco.

Poi no, comunque mi turbi e mi perseguiti. Perché io decido che quel personaggio, in quel gioco di ruolo, è assolutamente il più fico e dal nostro amico in comune scopro che la pensi esattamente nella stessa, identica, maniera. Decido che per fare pace con la mia vagina mi devo assolutamente riguardare Fantaghirò, tutto Fantaghirò, e scopro che tu, maledetto, nello stesso momento decidi di riguardare tutto Fantaghirò ed inizi ad avere un’adorazione per Tarabas. Io posso avere un’adorazione per quel fico di Tarabas! Ma tu, tu che scusa hai?! Io scelgo una frase che diventa un po’ un leit motiv per scoprire che anche tu la ripeti ossessivamente, schiaffandola a metà di qualsiasi discorso, nello stesso periodo in cui lo faccio io.

Abbiamo un link mentale orrendo.

Mi sta bene avere dei link mentali con qualcuno. Col mio migliore amico, per esempio, il neurone condiviso funziona quasi sempre bene. Ma è il mio migliore amico, lo vedo spesso, lo conosco da sette anni ormai. E’ fico avere i pensieri in sharing, si risparmiano un sacco di parole e di fatica.

Ma con te, che non ti parlo da due anni, che se finissi dentro un rovo sarebbe comunque un’esperienza più piacevole del ritrovarmi nello stesso locale, con te no. Fa schifo. Non me ne capacito, mi turba questa cosa, mi turba assai. Anche se è terribilmente infantile vorrei prenderti per le spalle ed iniziare a scuoterti, urlando “Smettila di rubarmi i pensieri, smettila di fare le stesse cose che faccio io! Sei un incubo! Io non voglio avere cose in comune con TE.”

Ecco.

Opinionismi di parte (Old but Gold)

Situazione tragicomica.
Fine del laboratorio teatrale.
Gli attori non fumano, quindi siamo tutti fuori dalla porta del teatrino dell’ospedale a fumare sigarette come se non ci fosse un domani, o noi non avessimo davvero dei pomoni. A voi la scelta.
Il tempo fa schifo: è umido, freddo, c’è una nebbia di quelle che fai cinque metri e non capisci più dove sei perché hai perso tutti i punti di riferimento. Un tunnel spazio-temporale nel quale rimani intrappolato insomma.
E fumiamo.
Siamo in quattro: io, che sono stanca e voglio una birra, Cristiano, l’amico gay il cui nome è tutto un programma e crede un sacco in tutto quello che fa, ma solo quando ne ha voglia, Polly, la regista dallo spirito fanciullesco, che crede un sacco in tutto quello che fa, e fa talmente tanta roba che non ha tempo nemmeno di esistere, ed infine Ambra, la gattona sexy di sinistrissima, bionda, vestita da fattona in mezzo a un raduno di punkabbestia, ma senza cane, che corre dietro a qualsiasi cazzo con due gambe e si lagna che sono tutti stronzi e la vogliono solo scopare, quando lei vuole solo scopare loro – lo scopo della lamentela rimane irrisolto – che si fa i drum perché il tabacco è più buono – o semplicemente perché fa più sinistra – e che tra un tiro e l’altro, tra il resoconto di una scopata e l’altra proclama:

-Oh, dai, venerdì venite in centro sociale, c’è una serata fichissima.-

Già me la immagino la serata fichissima al centro sociale: superi il cancello del cortile e la nebbia è ancora più fitta, solo che non odora di nebbia ma di erba. Gente coi rasta accucciata in terra e ubriachi che cazzeggiano o pisciano contro il muro perché ci sono meno rischi di prendere qualche malattia incurabile rispetto al pisciare nel cesso come qualsiasi comune mortale. Salitina, perché noi siamo politicaly correct e aborriamo le barriere architettoniche. Maniglione antipanico.
All’ingresso il tipo che dovrebbe controllare la tessera del CSA, stampata sul retro del cartoncino sottile dell’Heineken o della Tuborg, flirta con una tipa con mezza testa rasata, altra mezza a rasta, treccine di stoffa e occhio a mezz’asta dalla sclera cremisi – colpa del cloro.
Tutto attorno i divanetti scompagnati anni sessanta: un po’ con fantasia tartan, un po’ a costine di vellutino nocciola usurate dal tempo che non si sa da dove arrivino e soprattutto se qualcuno, non dica abbia lavato la fodera sfoderabile, ma se almeno ci abbia spruzzato sopra l’antiacaro. La fauna: mista, a dire il vero, dal metallaro che non sapeva che cazzo fare, all’anarchico con la maglietta a maniche corte anche se dentro non c’è il riscaldamento, fino all’infiltrato che è stato trascinato lì dagli amici che “c’è una serata fichissima”. Al bancone si avvicendano clienti e gestori che ti danno lattine di Dana Brau a 50 centesimi. Che capisco il low budget ma la Dana Brau fa davvero cagare e piuttosto sto a secco.

Annuisco dando un tiro dalla paglia.
– Ah, tipo?-
La gattona sexy sbatte le ciglia facendo la sexy, inutile considerando che non ho un cazzo e per quanto sia sexy, se lo avessi, sicuramente non lo infilerei dentro di lei.
-E’ una serata impegnata, contro quei porci dei poliziotti che abusano del loro potere di merda.-
-Hum. Ce l’avete sempre un sacco coi poliziotti voi comunisti, com’è sto fatto?- io, che per quanto non sia fascista, checché me ne dicano, non sono nemmeno comunista. E ne vado anche abbastanza fiera.
-Si perché sono delle merde che alle manifestazioni picchiano la gente senza motivo! E anche allo stadio!-
-Mah, guarda Ambra, sinceramente, se io facessi il poliziotto, con uno stipendio del cazzo per stare dietro a una manica di imbecilli che, nel lampante delirio della folla da pecore, da pacifici, appena vedono un casco blu iniziano a insultare, lanciare oggetti e tutto il resto, se a me mi dicono “carica”, vaffanculo, io carico, e ti meno pure.-
-Ma come? Ma ti rendi conto di quello che dici? Tu li giustifichi, cazzo!-
-Io mi metto nei loro panni, perché loro fanno il loro mestiere e voi manifestanti fate il vostro. E non mi venire a parlare della troiata che sono sempre loro che cercano lo scontro: i cortei li ho fatti pure io e in mezzo a una carica o di gente picchiata a cazzo non ne ho mai beccata. Poi non dico che non succeda, può succedere.-
-Non deve succedere e loro se ne approfittano.-
-Neanche voi dovreste sfondare le vetrine dei commercianti per protesta, eppure lo fate.-
-E’ un altro discorso.-
-Me’ cojoni, se io mi trovo una vetrina schiantata esco con la doppietta, e vaffanculo. Perché io sono lì che lavoro e voi siete lì a fare sega da scuola o dalle lezioni e fare cori e danni. Come se le manifestazioni servissero a qualcosa, poi. Non vi caga nessuno, a parte la polizia che deve mantenere l’ordine pubblico, i tg perché fa scena, e voi stessi perché siete pecore e vi chiamate pacifisti di sta fava. Non esiste la ribellione pacifica e voi non siete Ghandi.-
-E la gente allo stadio? Eh? Mi hanno perquisita, nemmeno volevano lasciarmi l’accendino!-
-Eh, la gente allo stadio che lancia i motorini dagli spalti? Ecco io non mi limiterei a picchiarli, li ammazzerei proprio e poi direi “Ops”. Ma porco dio, ma pensi che io allo stadio ci vada a perdere dei soldi perché ci sono dei deficenti molesti che mi interrompono la partita o perché la partita la volgio vedere?-

Pausa. Non sa che ribattere. Cambio discorso.

-E comunque se ne approfittano.-
-Sicuramente, conosci qualcuno che non lo fa?-
-E sono tutti fascisti.- eccola.
-Mah guarda, secondo me non sono tutti fascisti. Tanti fascisti sognano l’antisommossa per picchiare i comunisti, vero. Ma non vuol dire che tutti i poliziotti siano fascisti.-
-Si invece, e sono delle merde, guarda la i Notav, li menano e i Notav sono solo pacifisti.-
-Non stai parlando degli stessi Notav che intendo io vero? Perché si, ci sono i pacifisti, ma quelli che fanno casino? E secondo te, in una carica, stanno lì a chiederti “ma te sei un pacifista” prima di picchiarti? Guarda che una carica è un ‘ndo cojo cojo. Se non la vuoi subire ti fai da parte. E inve no, perché fai parte di quell’animale che si chiama folla, animale stupido per altro, e se uno lancia un sanpietrino lo lanci pure tu, se qualcuno inizia con un coro, lo fai anche tu. A meno che tu non abbia coscienza di te, cosa rara, e te ne tiri fuori perché sei pacifista e inculo ai cori e lo sai che loro sono lì a fare il loro lavoro come tu sei lì a fare il tuo.-
-Questo è sbagliato, i poliziotti sono tutti porci e fascisti!-
-Vedi è per questo che il CSA mi fa cagare, perché sentite solo la vostra voce che ha ragione sempre e comunque. Non siete capaci di gestirvi in cinquanta e vorreste sovvertire lo stato. Io, sinceramente, dei comunisti ne ho piene le palle, e pure dei fascisti, e sai che ti dico che a fascismo e comunismo gli vo’ in culo e porto sei. E ciao.-

Pausa di riflessione. Altre sigarette, gli spettatori Cristiano e Polly seguono il dibattito come una partita a tennis.

-Perché ti stanno sul cazzo i comunisti?-
-Perché si, perché siete sordi e perché il nazionalismo è il grande male del mondo quando voi avete sterminato il doppio della gente nei gulag ma non si deve dire, perché il comunismo è una cazzo di dittatura. Che sia rossa o nera non cambia un cazzo.-
-Ah, ma quello non è comunismo.-

La guardo a bocca spalancata, boccheggio e cerco di interpretare la frase.

-Bhe mi dispiace, ma Ambra ha ragione, quello non è comunismo eh.- Cristiano interviene.

Lo guardo iniziando a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in tutto ciò: o sono io o sono loro, ma è sbagliato.

-Ma porcodio, ma vallo a dire a Stalin che quello non è comunismo, vaglielo a dire pure a Lenin che il loro non è comunismo! Sei in un gulag ancora prima di rendertene conto.-
-No quello non è comunismo, il comunismo è quello espresso dal Manifesto.-
-Si, che applicato, essendo esso stesso inapplicabile, diventa quello dell’Urss, della Cina, di Cuba. Quello è comunismo. Non devi andare a vedere la teoria, devi guardare l’applicazione, altrimenti ha ragione pure quello che dice “ah ma prima Benito ha fatto un sacco di cose buone e i fossi si saltavano per la lunga.”-
-No, non è vero, quello non è comunismo.-

Pausa, getto la cicca. Fanculo la birra.

-Guarda, dopo questa fanculo, sarò io che son fascista allora. E visto che a questo punto sono io che son fascista: buonanotte camerata.- mi avvio nello stradello e scuoto la testa.

Quanto mi piacerebbe prendere tutti gli skin che odiano i froci e vanno a trans, che no alla droga e pippano bamba come se fosse zucchero a velo sul pannettone, tutti i comunisti con l’ipod che bevono Dana Brau sfondandosi di canne perché sono contro il sistema ma senza ipod non sei nessuno, chiuderli dentro una grande arena, armati, e guardarli mentre si scannano. Ne rimarrà solo uno.
Tipo Highlander.

Voglio un hot-dog con Aulin dei Queen

E’ che inizia tutto in momenti random, è quello che ti frega.

Mi trovo lì, dopo una giornata di studio intenso passato nella penombra della biblioteca, dove il ragazzo carino con cui studio era in un’altra stanza e non avevo quella familiare sensazione di supporto morale derivata dagli sbuffi comunitari, io su Dante, lui su una tesi della quale mi parla come se io ci dovessi capire veramente qualcosa. A malapena ho capito a che facoltà è iscritto. Però ho notato che ha delle schermate piene di “quei disegnini con delle ondine dentro i piani cartesiani”, “grafici, Barbara” “già! Proprio quelli!”.

Mi trovo lì, con i miei libri in braccio, a ripercorrere la scalinata della biblioteca comunale mentre torno al mio armadietto, ed i miei pensieri iniziano a correre impazziti. Perché è buffo che un po’ mi sia mancata la presenza del ragazzo carino carino. Soprattutto dopo che mi sono presa una sbandata, lieve ma comunque assurda per il soggetto in questione, per uno che spero compia molto in fretta i diciotto. Che diavolo sta succedendo?! Che diavolo mi sta succedendo, è la domanda corretta. Poi infilo la chiave nella toppa dell’armadietto e mi accorgo di essere effettivamente in mezzo a della gente, che parla, e ho un mal di testa atroce dalla sera prima. Recupero tutto il più in fretta possibile.

La sera prima è stata una di quelle serate che non facevo da anni; bugia, da dicembre si susseguono tutte allo stesso ritmo forsennato, ma non me ne sto rendendo conto, forse perché mi sembra di avere diciassette anni. E’ iniziato tutto al pub di sempre, io e Nico, a dividerci una bottiglia di Moscato, mentre parlavamo del ragazzo carino-carino, e contemporaneamente dividevamo il tavolone con cinque sconosciuti impegnati in un “amico del giaguaro”. Poi io dovevo fumare e Nico ha deciso di pagare, perché sapeva che dovevo passare alla cicchetteria a recuperare due libri da una compagna di facoltà – che adesso mi saluta dall’Oman, maledetta. E così usciamo, con lui che continua a chiedermi che intenzioni ho col tipo ed io che continuo a ripetere che non ho davvero delle intenzioni, che vedo cosa succede. Ma non puoi, insomma, dovete parlarne. Ma parlare di cosa? Lui ha detto che non sta succedendo niente, io do per buono il niente, che insomma non lo so cosa sto facendo, figuriamoci se ne ho una vaga idea. E arriviamo alla cicchetteria, di fianco al negozio “troppo etnico” della città, l’unico che c’è, quello che fa i buchi alle orecchie al prezzo più basso ma che in compenso ha degli orecchini di legno di cocco che li paghi a peso d’oro. E finalmente sento la voce della Sere, duecento metri più in là la scorgo, è in compagnia di un’amica. Le vado incontro mentre Nico si nasconde dalla vetrina facendo finta che gli sia arrivato un messaggio, ma me ne accorgo solo quando, fatte le dovute presentazioni, mi giro e lui non c’è. Mah.
Chiacchieriamo, fumando sigarette, fuori dal locale, finché la Sere ci fa “vi bevete qualcosa con noi?” e prima ancora di pensarci le dico di si. E così eccoci, tre ragazze e il mio amico al bancone, a chiedere dei Batida di qualcosa, che non sappiamo nemmeno noi cosa abbiamo ordinato, mentre la barista mi farfuglia qualcosa sull’Americano che ho ordinato, ho solo capito che mi fa la variante “non on the rocks”. Il locale è lento e mentre la biondina si perde a giocare con attaccalanella, Sere ci chiede se vogliamo un Bora Bora. Ma che accidenti è questa roba? E Bora Bora sia: arriva la barista con un pestello pieno di succo di pera mescolato allo zucchero di canna, ci da un cucchiaino da gelato di questo intruglio a testa, e un bicchierino pieno fino all’orlo di Tequila. Buttiamo giù tutto e la serata diventa molto più esilarante. Ci ritroviamo a farci vedere le foto dei ragazzi su cui abbiamo posato lo sguardo, bevendo i nostri Batida e il mio Americano che, per la cronaca, era semplicemente senza ghiaccio – ed è veramente una delle cose più pesanti che io abbia mai bevuto, anche i batida però non scherzavano – e, mentre la Sere continua a esortarmi ad “allevare” il quasi diciottenne, Nico mi indica minaccioso ripetendomi “Non molestare i bambini, e tu non esortarla, cazzo!”. Poi Nico si alza, con una scusa stupida, e ci offre da bere a tutte.
Le ragazze si dirigono a casa, il mio equilibrio inizia ad essere un po’ scarso e la mia parlantina molto più sciolta. E c’è un mio amico al pub di prima.
Ecco qui la cosa diventa in qualche modo esilarante perché è stato proprio il momento del “che diavolo stai facendo” dell’intera serata. Ritorniamo al pub e troviamo il mio amico fuori che fuma, inconfondibile con quei rasta. E li devo scegliere: andare a casa in macchina con Nico o rimanere al pub, facendomi riaccompagnare a piedi dal rasta, col rischio di baciarlo, di nuovo, senza sapere nemmeno il perché? Bhe, indubbiamente la seconda.
Così mi fermo al pub, saluto Nico e comincio a chiacchierare, un sacco, di tutto, col mio amico, e lì vado liscia con altre due birre.
Quando mi riaccompagna a casa continuiamo a chiacchierare dei fatti nostri, e io non lo so perché ma mi sembra un sacco giusto afferrarlo per un braccio e baciarlo. E lo faccio, e lo rifaccio un sacco di volte dal pub a casa mia, mentre nella mia testa continuo a chiedermi “che diavolo stai facendo?”. Poi lo saluto facendo ciao-ciao con la manina e scompaio in casa, perché non lo so davvero cosa diavolo sto facendo.

E quindi ritorno mentalmente al presente, lì assieme al mio corpo che si sta dirigendo alla Rocca. Sono quasi le sette di sera, è buio e freddo, ed inizia a scendere una pioggerellina fine che, mi viene da pensare, non farà esattamente bene al mio mal di gola, che poi quando sarà stato che ho preso freddo? Mi sento uno straccio. Ma poi sto labbro, che pulsa e mi fa male? Che quando l’ho guardato la mattina ho sperato fortissimo che non si vedesse niente e invece è leggermente gonfio e violetto? Sarà mica stato ieri sera? Ma che diavolo stai facendo, da quando hai ricominciato a comportarti come un’adolescente?

Poi finalmente arrivo nel parcheggio, ed effettivamente in testa mi sono passate davvero troppe cose. Tiro fuori le chiavi della macchina di mia madre e vado verso dove ricordo di aver parcheggiato. La macchina non è lì e inizio a premere in maniera convulsa il pulsante di apertura per far lampeggiare le luci che, diavolo, ero strasicura di averla messa lì. Ma non c’è e, già che c’era, ha pure iniziato a piovere sul serio. So che la tascapane nera si bagnerà terribilmente, buffo pensare che quella borsa l’ho comprata in terza superiore che, diamine, è già passato un sacco di tempo e nemmeno me ne sono resa conto. Vago per il parcheggio, sotto l’acqua. Mi mette un po’ di tristezza la pioggia, soprattutto ora, ripensando al fatto che è stata una delle prime volte in cui ho intuito che Lui provava qualcosa per me, quando ormai più di due anni fa mi disse che il suo sogno era di fare l’amore sotto la pioggia con la sua donna e io gli augurai buona fortuna, e lui mi rispose che l’amore, sotto la pioggia, lo voleva fare con me. Sento una fitta fortissima all’altezza del cuore, pensando che alla fine, l’amore sotto la pioggia non l’abbiamo mai fatto, perché puntualmente pioveva quando ci separavano almeno cento chilometri di distanza e sicuramente adesso lo farà con lei, quella nuova. Mi da un sacco tristezza. E mi sento persa perché non trovo la mia macchina e non so assolutamente dove potrei averla messa, mentre sono lì che faccio su e giù per questo maledetto parcheggio, cercando di far sì che si accendano i fari e continua a piovere su di me e sui miei ricordi e tutto quello che riesco a dirmi è “Ma che diavolo stai facendo“.

Problemi tecnici difficilmente risolvibili

Teoria vorrebbe che, raggiunta l’età adulta, dopo un lungo periodo di prova nel coordinamento occhio-mano ed occhio-piede, una persona, mentre cammina, mantenga lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, poiché il cervello dovrebbe ricordarsi degli eventuali ostacoli intravisti, nel  momento in cui il piede dovrebbe scavalcarli/evitarli, a distanza di un breve lasso di tempo.

Questo nella teoria.

Nella pratica accade che, se non mantengo lo sguardo rivolto alla punta dei miei piedi, io tenda ad inciampare, con conseguenze rovinose, in ogni maletedettissimo intralcio del battuto pavimentale, che sia una buca, uno gnomo da giardino, una radice sporgente, un tremors, un lillipuziano, un basolo sconnesso, un sanpietrino fuori posto, una staccionata, un drago sputafuoco, un unicorno che vomita arcobaleni, una buca dell’asfalto, Perseo che abbatte Medusa. Ecco, se una qualsiasi di queste cose dovesse intralciare il mio cammino, nel caso in cui io tenga fieramente il capo alzato a scorgere l’orizzonte, mi ci scontrerò, perdendo indegnamente contro la forza di gravità che mi trascina in basso.

Per questo – non solo perché sono già sufficientemente alta – porto di rado i tacchi.