La vera storia di EXODUS – Dei e Re

Ovvero Exodus: Batman e l’attacco delle lamprede killer.
Quando Ridley Scott incontra l’Asylum.

Ma partiamo dall’inizio.

1300 a.C.
Nell’universo fantasy-egizio gli ebrei lavorano come schiavi e costruiscono piramidi a Menfi, con un ritardo di almeno 2200 anni circa.

Mosè è uno dei generali di Sethy I, assieme al figlio di quest’ultimo, Ramesse II, che nel 1300 a.C. aveva 3 anni ma, grazie ai viaggi nel tempo concessi dagli aGLieni, è già un adulto dai tratti americani e gli occhi blu.

L’Impero Hittita minaccia i confini egizi e il faraone decide di andare ad affrontarli a Qadesh, inviando Ramses e Mosè alla guida del suo esercito. La partecipazione di Sethy I alla battaglia di Qadesh, con un’anticipo di 25 anni, è straordinaria.
Sethy richiede ad una sacerdotessa generica un’epatoscopia per sapere come andrà la battaglia:

“Questo fegato non dice un cazzo della battaglia, però dice che un comandante ne salverà un’altro e il salvatore, un giorno, porterà la corona.”
Ramses: “Oh Mosè, se capita lasciami crepare.”
Cambio scena, siamo a Qadesh, una distesa di nulla in mezzo a montagne di niente piena di barboni con armature raffazzonate, armati di lancia, pelta di cuoio e pidocchi, accampati come punkabbestia in piazza Verdi a Bologna, intenti a fare cose e vedere gente.

Ramses: “Mandiamo avanti la DIVISIONE Bastet e teniamo sul lato la divisione Seth”

*facepalm*

Ramses indossa una pratica lorica squamata fantsy in un materiale che presumo essere oro, mentre Mosè è bardato con lo stesso oggetto buffo ma in un qualcosa che potrebbe essere acciaio. Sì, acciaio, nell’età del bronzo. CLARO.
L’esercito egizio, composto unicamente di carri da guerra e cavalleria, carica l’accampamento Hittita. Questi, avvisati dai loro pidocchi, lasciano ogni attività e in meno di mezza inquadratura sono già perfettamente schierati, a dimostrazione che il loro vestiario era tutto un barbatrucco per trarre in inganno gli egizi che iniziano a prenderle. A prenderne tante, e prenderle male.
Ramses viene catapultato via dal suo carro dopo aver fatto le gare con una triga hittita e, ovviamente viene salvato da Mosè dopo qualche inquadratura di sguardi ad effetto, di quelli che preludono a del sesso anale punitivo.
Dopodiché il faraone-non-ancora-faraone viene caricato su un carro e fatto fuggire mentre l’esercito egizio si ritira.

Il rientro a Menfi è trionfale. Il motivo è ignoto dal momento che allora la capitale era Tebe, ma loro vanno a Menfi. Sarà che gli piaceva il clima.
Comunque rientrano in trionfo e Sethy, accortosi che il figlioletto è particolarmente agitato, chiede a Mosè cosa sia accaduto.
“Mosè, lo so che non credi nelle profezie, e lo rispetto, ma noi ci crediamo, e devi rispettarlo. Ramses è scosso.”

Ramses non è scosso in questo film, ha solo un ritardo mentale considerevole. E Mosè è ateo.
No, aspetta, cos-?

“Però hai salvato la vita a mio figlio, lo so che un grazie è poco, ma grazie. Comunque mio figlio è un cazzone inadatto al trono. Dovresti regnare te.”
*brainfart*
“Ma no, non potrei in alcun modo, non sono neanche in linea di successione.”

Cambio scena. Sethy I è sul trono con tutto il concilio attorno.

“Tu,- inizia il faraone rivolgendosi al figlio – mangiaeredità a tradimento che non sei altro, vai a Pitom a parlare col viceré che sta facendo delle cazzate. Vai a vedere cosa sta facendo.”
“Ma fa caldo.”
“Si vabhé, ho capito, anche a sto giro vado io che tu sei un incapace del cazzo e poi io devo fare bella figura con mio Zio.”

Mosè arriva in quel buco merdoso di Pitom, una città di schiavi ebrei che schiaveggiano: scavano inutilmente un’enorme cava, vengono frustati, puzzano e muoiono. Il viceré – anche questo con gli occhi azzurri, incredibile – intanto è chiuso nel suo palazzo a fare falsi in bilancio e inventarsi complotti e scie chimiche. Mosè decide quindi di interrogare i vecchi schiavi anziani del posto e, tra questi, uno gli da appuntamento, di notte, in un bugigattolo in cui conduce segreti incontri di complotto. Mosé, curioso, si presenta all’appuntamento e il vecchio gli rivela il vero:
“Te, te, io ti conosco! Te sei il figlio di una che conosco, che per evitare che ti ammazzassero ti affidò a sua figlia, la quale ti portò al palazzo del faraone e una delle sorelle ti adottò! Ma tu sei ebreo. Tu ci libererai. Lo ha detto Dio!”
Mosè non la prende bene. Lo manda in culo e se ne va.

Al suo ritorno, Sethy è gravemente malato e tira le cuoia per poi essere sepolto nella sua tomb-… no.

No.

No.

NO, ABU SIMBEL NO! Dai!
Con una scena molto poco credibile, che insomma, giunti a questo punto uno potrebbe anche passarci sopra, Ramses sale al trono. Incredibilmente arriva a palazzo la voce secondo la quale Mosè sarebbe ebreo. Il neofaraone, coadiuvato dalla madre Sigourney Weaver in congedo dalla sua lotta contro gli Alien, decide di credere alla diceria e manda Mosé, zia e balia in esilio.

Batm…Mosé parte. Dopo un lungo viaggio giunge in un punto indefinito della costa del Mar Rosso dove trova un pratico guado. Nel Mar Rosso. OCCHEI.

Per altro temo di aver capito che sia arrivato di fronte alla punta sud della Penisola Araba, ma non voglio davvero averne la certezza.

Dopo la traversata giunge in un villaggio di allevatori di capre dove decide di stabilirsi e mettere su famiglia con un pezzo di sgnacchera non idifferente.
“E’ il posto più bello che io abbia mai visto.” sì, certo, adesso si dice così, il posto: un buco di niente in mezzo alla sabbia.

Passano 9 anni.
Mosè alleva capre, ha un figlio che alleva capre e scopre che c’è una montagna su cui nessuno sale perché Dio ha detto no, montagna brutta. Il profeta ateo decide di sfidare Dio e sale sul monte con la sua capra. Più sale, più piove, finché non viene travolto da una frana di fango e massi, precisissimi massi che arrivano uno dopo l’altro tutti sulla sua testa – il che spiega MOLTE cose – fino a che, immerso nel fango, vede finalmente l’arbusto in fiamme e un bambino.
Sì, Dio si manifesta in tutto il suo glorioso aspetto di bambino cencioso – e stronzo.

“Te, te, te…te Mosè sei qua a scopare le capre mentre in Egitto il mio popolo muore. Te, brutto stronzo, li hai abbandonati.”
“Cosa vuoi?!”
“Voglio un generale.”
“Ma io allevo capre.”
“Ma prima eri un generale.”
“Ma io allevo capre! Sono sommerso di fango, probabilmente ho un edema cerebrale che non mi farà passare i prossimi dieci minuti e ho pure una gamba rotta! Cosa vuoi e chi cazzo sei?!”
“Ti ho detto: il mio popolo è schiavo in Egitto, voglio un generale. Secondo te chi cazzo sono?!”
“Ah.”
“Eh.”

Così, per colpa di una grave commozione cerebrale, Mosè molla moglie e figlio e riparte per l’Egitto.

Questo Mosè non fa come quello biblico, che va dal faraone poggiandogli la fava sul tavolo a dirgli “Io sono Mosè, te liberi il mio popolo o subirai l’iradiddio.”, no, Mosè è Il Cavaliere Oscuro di cui il popolo di Israele ha bisogno. Lui si infila nella stalla in modalità stealth nel bel mezzo della notte. Ramses, che era da quelle parti perché aveva finito il Roipnol e non riusciva a dormire, si ritrova improvvisamente una putrella di bronzo dal filo spesso un dito ma affilato come un miracle blade appoggiata alla gola.
“Sono Mosé, te adesso liberi gli ebrei che sono 400 anni che non gli rinnovi il contratto.”
“No.”
“Non mi aspettavo un semplice sì, ma neanche un semplice no. Mi stai dicendo questo?!”
“Sì…?”
“Cioè chiariamoci non voglio che non li fai più lavorare, però almeno pagali!”
“Ma hai un’idea di quanto mi verrebbero a costare?”
“Vaffanculo. Allora li libero io.”

Ssssssono Batman.

Il nostro Cavaliere Oscuro torna dal vecchio che gli aveva rivelato le sue origini ed inizia LA GUERRIGLIA. Rastrella persone, schiavi, li addestra a fabbricare le armi e a combattere, per la libertà di Gotham Israele, la libertà di Israele.
Il programma è semplice: tagliare le risorse dell’Egitto, che essendo uno stato grande come San Marino ed essendo loro migliaia, dovrebbe essere una missione abbastanza semplice.
Primo obbiettivo: gli ULIVETI.
Ora, tra tutte le poche risorse dell’Egitto, quello per cui era storicamente ricordato erano i cereali. L’Egitto era il “Granaio di Roma”, non il suo maggior produttore di olio d’oliva! Però giustamente per la Domenica delle Palme si usa il ramo d’ulivo quindi facciamo due più due e attacchiamo gli uliveti e i depositi di olio, che esplodono rievocando le più belle scene di Apocalypse Now.
Il tutto mentre Ramses e la moglie guardano dalla terrazza.
“Pensi di fare qualcosa per fermarlo.”
“Sono 4 schiavi con le pezze al culo. Naaaaaah.”

Dio ricompare a Mosè.
“Dove sei stato.”
“A guardarti fallire.”
“Le guerre di logoramento richiedono tempo.”
“Di questo passo ti ci vorranno anni.”
“Sono pronto a combattere anche così a lungo.”
“Io no*.”
“Dopo 400 anni di schiavitù tu hai fretta ADESSO?!”
“Sì. Vaffanculo, sta a vedere come si fa una guerra, siediti e aspetta, che io ci ho i superpoteri, Batman dei miei stivali.”

Improvvisamente degli alligatori – mi pare proprio fossero alligatori, ho ricontrollato e riconfermo alligatori, i TIPICI alligatori egiziani del Mississipi – grossi come degli autobus, attaccano una nave di pescatori. Poi si attaccano a vicenda, poi non sono più solo un paio, e non sono nemmeno tanti, sono proprio troppi. E l’acqua del Nilo diventa sangue.
Eh, effettivamente, l’acqua in sangue per miracolo divino era un po’ troppo inverosimile.
L’acqua del Nilo finisce anche nei canali d’irrigazione, riversandosi nelle risaie. Sì, ho detto risaie. Il famoso RISO egizio. Mi sono sorpresa della mancanza di POMODORI.
Dal Nilo escono le rane, le rane muoiono e arrivano le mosche. Improvvisamente gli animali vengono colpiti da ictus casuali e muoiono. Le persone si ricoprono di pustole. Il tutto avviene in dieci risicatissimi minuti di film, circa.
Poi arriva la grandine, chicchi di grandine grossi come meloni.
“Ramses! Intendi fare qualcosa?!”
“Nah.”
Poi arrivano le locuste.
Poi Dio va a trollare Ramses. Letteralmente.
Ramses è da solo nella sua stanzina e sente qualcosa che si muove, al ché sproloquia contro Mosè, dicendogli che qualsiasi cosa faccia l’Egitto resisterà. Dio ne prende atto e torna da Mosè.
“Senti, il faraone non molla un colpo.”
“Ma no, vedrai che adesso cede.”
“No, sono andato a trovarlo, ha detto che ucciderà tutti i figli degli ebrei. Allora sai cosa ti dico? Che io mi prendo tutti i figli dell’Egitto.”
“Ma questa è vendetta!”
“Sì, e allora? Sono Dio e voglio vedere il faraone chiedere pietà. Quindi non rompermi le palle.”

Mosè, che in tutto ciò è comunque il fratello adottivo di Ramses, lo va ad avvisare.
“Senti, questa è una cosa più grande di te e di me, proteggi tuo figlio stanotte quando cala il sole.Succederà qualcosa di terribile.”
“Mi stai minacciando?”
“No, senti, non lo so, so che è in pericolo ok, e adesso ti saluto che ho da fare.”
Mosè va dalla sua piccola combriccola di guerriglieri ad avvertire gli schiavi che sta per succedere qualcosa.
“Dite a tutti che macellino un agnello e segnino le porte e le soglie delle loro case con quel sangue prima di stanotte.”
“Perché?”
“Se funziona dovremmo evitare una grossa inculata. Però non lo so se funziona.”
“BENE. Per fortuna che sei te quello che parla con Dio eh!”

L’oscurità cala e si porta via i primogeniti dalle case non segnate dall’agnello. Tra cui anche il figlio di Ramses.
Che non la prende bene e decide di incontrare Mosé, presentandosi all’appuntamento con la mummia del figlio in braccio.

“Che razza di un Dio stronzo è un dio che ammazza i BAMBINI?!” la scena è toccante, il faraone in lacrime con la mummia in braccio. Mosè decide di spezzare il pathos.
“Non è morto nessun bambino ebreo.”

“ANDATEVENE DA CASA MIA!”
“Come comandi, faraone.”

*Rivedere il video di due righe fa.*

E finalmente partono e si levano dai coglioni. Pero Ramses non è proprio dell’idea di lasciarli andare così, senza fare niente. Quindi decide di rincorrerli coi carri da guerra, e sterminarli.
Appena Mosè si accorge di essere inseguito si trova di fronte ad una scelta:
a) strada libera, semi pianeggiante e leggermente più lunga che aveva già percorso per ben due volte;
b) impraticabile stradino di montagna che non ha mai fatto e del quale non ha idea di dove porti.
Immaginatevelo.
Ovviamente Ramses, che conosce quell’aquila del suo fratellastro, lo insegue coi carri da guerra.

Mosè, dopo essersi perso tra i monti, riceve indicazioni dai folletti della loacker e riesce a trovare la costa del Mar Rosso, ma il guado non c’è più. In un attimo di disperazione lancia la sua spada in acqua e vede una meteora in cielo. Poi si addormenta.
La mattina dopo si risveglia coperto di guano di gabbiano, perché gli uccellacci hanno deciso di fare un rave sopra le loro teste. E il Mar Rosso ha l’acqua stranamente bassa. Sul crinale del monte si intravede l’esercito egizio.
“Ce l’ho! ATTRAVERSIAMO QUA.”
“Ma sei scemo?!”
“No no, dai, fidati. Cazzo vi ho raccontato così tante boiate, avete creduto a tutto! Fidati!”
L’acqua continua a ritirarsi, i quattrocentomila schiavi ebrei iniziano la traversata.

Contemporaneamente i carri di Ramsess, guidati dal faraone in persona, sono lanciati a tutta velocità su uno stradello largo come una smart, su una montagna di choco-pops. E tutti conosciamo bene la stabilità geologica di una montagna di choco-pops.
Il secondo in comando fa letteralmente un fischio a Ramses e a gesti indica prima il bordo della strada, poi la ruota del carro ed infine il tipico gesto del “vai pianino”. Non sto scherzando, questa scena vale tutto il film assieme al “non è morto nessun bambino ebreo”.
Ma Ramses non ci sta, i suoi schiavi sono a metà del Mare e lui li deve prendere, quindi sprona i cavalli.
Com’è prevedibile, a metà colonna la ruota di un carro finisce fuori strada, il carro si imbarca, il cavallo cade dal dirupo e il carro rimane incastrato, creando un meraviglioso tamponamento a catena, con conseguente crollo di tutta la parete di choco-pops. Ma al grido di “boia chi molla” il faraone continua.
Finalmente i 10 carri superstiti arrivano sul fondale marino, Mosè e altri dotati di cavallo tornano indietro per affrontare gli egizi. Quando all’improvviso un cavallo apparso dal nulla compare nella scena intento a scappare da una gigantesca onda.

Quelli si che sono cavalloni.

Il secondo in comando dice a Ramses, di arrendersi e tornare indietro. Ramses non demorde. L’esercito si, quindi girano il culo e se ne vanno, per poi essere investiti dopo duecento metri.
Ritorna lo scambio di sguardi da promessa di stupro anale e Mosè, che tenta di calmare le acque, invita il fratellastro a seguirlo. Entrambi vengono investiti in maniera stronzissima per risvegliarsi, dopo un’ispiegabile scena di un cavallo che galleggia mentre viene sbranato da due o tre squali – Asylum, siete voi? -, sulle rispettive coste.
Qui, la battuta più bella di Ramses, solo, in piedi in mezzo a quello che un tempo era il suo esercito:
“Ramses….il Grande….eh.”

In realtà dopo altre scene divertenti non ci sono, tranne Mosè che fa il sorpresone e invita a cena quattrocentomila persone a casa sua e della moglie, e Dio che gli detta le tavole della legge mentre prepara il thè in una caverna dicendogli:
“Ho notato che non andiamo sempre d’accordo”
“No, direi di no”

Io non so che storia abbiano studiato regista e sceneggiatori, e non so nemmeno che Bibbia abbiano letto. Però gli do 5/5. Perché è talmente trash che fa il giro e diventa a metà tra l’epico e il ridicolo.

*questo dialogo non è stato cambiato

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Eserciti dispersi -idee di idioti ai posti di comando

525 a.C. – Menfi – stanze private di Cambise II

«Re dei Re, giungono notizie da Tebe.» il funzionario, prostrato a terra, parla con le regali piastrelle di palazzo, mentre il Re dei Re si ingozza di prugne caramellate. Cambise II muove scocciato una mano, facendogli cenno di proseguire. Il funzionario, con gli occhi attaccati al pavimento inizia a sudare freddo.Il Re dei Re ripete infastidito il gesto. Il fuzionario è tentato di sbirciare la divina persona del suo Re per sapere cosa fare, ma l’etichetta di palazzo glielo impedisce.
Cambise si pulisce le mani sulla tonaca e scocciato sbatte un piede pantofolato a terra.

«Quindi?» il malcapitato ha un tremito, una goccia di sudore, dalla punta del suo naso adunco, si infrange sul pavimento.
«Si, ecco, abbiamo riportato importanti vittorie, l’Egitto ormai è nostro ma…» la palpebra del sovrano, al suono del “ma”, inizia a pulsare pericolosamente.
«Ma, cosa
«Si, ecco, sire una parte dell’esercito egizio si è asserragliata nell’oasi di Siwa, dove pare che l’acqua e i palmeti da datteri la rendano praticamente immune agli assedi e…ecco, Re dei Re, l’oracolo di Amon, proprio a Siwa, ha profetizzato la vostra morte, dopo che, così ha detto, avete profanato i sacri templi di Menfi.» il silenzio cala nella stanza in una lunga pausa.
«La nostra morte…»
«Si, sire…»
«Quando?»
«Ecco il dispaccio è stato inviato-»
«Non quando è stata predetta! Per quando è stata predetta!»
«Io, si, bhè…»
«Smettila di balbettare come un babbuino. Per quando?» il funzionario guarda spaesato il pavimento, seguendo con lo sguardo le vie di fuga tra le congiunzioni delle lastre.
«A breve, pare.»
«Puttanate! Quanti uomini abbiamo ancora?»
«Ottantamila, vostra maestà.»
«Allora non lasceremo che gli egiziani godano della notizia della nostra morte. Mandate l’ordine di attaccare.»
«Sire, scusate l’ardire ma…il vostro proposito di attaccare il regno di Kush?»
«Ah, si, ce ne stavamo dimenticando. Bhe, sono un manipolo di negri nudi, quanti uomini vuoi che servano ad abbatterli?» il funzionario aggrotta la fronte, spaesato.
«Ma, sire, veramente il regno di Kush non è prop-»
«Idiota! Era una domanda retorica! Trentamila, mandane trentamila, saranno più che sufficienti a smembrare quell’ammasso di barbari che hanno addirittura il coraggio di farsi chiamare “regno”. Trentamila a Kush e cinquantamila a Siwa.»

Tebe, accampamento dell’esercito Persiano

«Generale, è arrivato un dispaccio reale da Menfi.» il messo si avvicina al militare consegnandogli una tavoletta incisa, fa un breve inchino e si mette in disparte. Nella tenda, le alte cariche dell’esercito di Cambise II, stanno attendendo di sapere quali saranno le prossime mosse.
Il generale si accarezza la barba, pensieroso lascia che le sue sopracciglia si aggrottino e che il labbro inferiore si arricci. Il pathos, assieme al caldo e al puzzo di sudore, aumentano all’interno della tenda.
«Quindi? Che notizie?» un uomo interviene, sostenuto da altri che rincarano con le domande. Il generale alza un braccio facendo cenno agli astanti di tacere, poi, solenne, posa la missiva sul tavolo.
«Colleghi, amici, stiamo per sprofondare nella merda.» non sa quanto le sue parole, per buona parte di loro, siano profetiche.
«Quali sono gli ordini?»
«Cinquantamila uomini diretti a Siwa, gli altri nel regno di Kush.»
«Trentamila a Kush?! Ok, i nubiani le hanno sempre prese da questi stronzi di egiziani prima che li conquistassimo, ma porca Iside, è un’idea del cazzo! E Siwa è a novecento chilometri da qui, nel buco del culo di Seth e del suo deserto del cazzo!»
«Già.»

Il Generale, sempre solenne, esce dalla tenda seguito dalle alte cariche, pronto a dare la notizia ai suoi uomini, un misto di persiani, fenici e greci. In pratica gente che si odia.
«Gente! I trentamila alla mia sinistra, andranno a menar le mani contro i nubiani!»
Dall’esercito si levano delle lamentele anonime che suonano più o meno come: “Ma che cazzo! Non abbiamo nemmeno finito con l’Egitto!”, “E’ colpa dei sacerdoti! Abbasso la casta!”
«Lasciatemi finire, gente! Il resto va con…» si guarda intorno e, tra i comandanti, ne indica uno dallo sguardo spento, il suo secondo in comando.  «con lui a Siwa! Ti affido la missione» e mentre l’altra metà dell’accampamento esplode, i trentamila iniziano a sussurrare: “Bhé, poteva andarci peggio eh.” “Eh si, potevamo essere destinati a Siwa pure noi.” «Partiamo domani.»
Il generale rientra in tenda, iniziando a studiare l’itinerario migliore da seguire per dirigersi nel Kush, pregando perché, prima della partenza, il suo secondo, che è lì per uno strano giro di favori familiari, non sia così idiota da approntare il piano senza consigliarsi con lui. Sbagliato.

Il giorno dopo, il nostro valente condottiero, che soprannomineremo Triglia, si sveglia alla buon’ora, radunando all’interno della sua tenda i comandanti dei vari reparti e battaglioni.
«Signori, ho studiato un piano. Non ho chiuso occhio ma sono fiero di me stesso.» gli altri si guardano di sottecchi, sospirando per poi trattenere il fiato, le labbra strette (e pure il culo), nell’ansia della rivelazione. «Gli egiziani, sicuramente si aspettano che utilizziamo la via carovaniera normalmente battuta, quindi saranno pronti ad affrontarci su quel versante ma, se invece noi arrivassimo da un lato che nessuno si aspetta?» un uomo si schiarisce la gola.
«Si, capisco cosa intende, mi scusi l’interruzione ma, ecco, Siwa, è un’oasi che, insomma, per definizione è nel bel mezzo del deserto e…ecco, questa è nel bel mezzo del deserto a novecento chilometri da qui…»
«Lasciatemi finire! La carovaniera prevederebbe il percorso lungo il Mediterraneo, ma noi procederemo attraverso il DESERTO!» gli astanti si fissano, un paio di barbe posticce si staccano, in fondo alla tenda un giovane comandante inizia ad urlare bestemmie in greco, per poi correre fuori dalla tenda ed impalarsi su una lancia. A parte questa reazione isterica: il gelo.
«Si, io, insomma, capisco che piombargli in casa dall’ingresso principale possa essere scomodo, ma il deserto mi pare una stronzata…chi ci guiderà? Cosa berremo? E le tempeste di sabbia?»
«Tranquilli, ci penso io.»

Notoriamente, tranquillo è morto inculato.

Così, i cinquantamila uomini di Cambise II si mettono in marcia sotto il sole cocente del Sahara, nonostante siano gli ultimi mesi invernali. Dopo sette giorni di marce forzate, per un totale di centottanta chilometri macinati, finalmente approdano all’Isola dei Beati, l’oasi di Kharga, dalla quale mossero verso nord, guidati, per una parte del tragitto, da una tribù di Garamanti, berberi del deserto abituati al suo terreno impervio.
E lì, nel “mare di sabbia” i cinquantamila vennero sorpresi da una tempesta che li seppellì. Tutti. Fino al 2000, quando sono stati ritrovati, per caso, da una spedizione di archeologi italiani.

E i trentamila diretti in Nubia?

Eh. Durante il viaggio, tra Napata e Meroe, naufragarono nella merda, letteralmente. La loro impresa finì tra la febbre e la dissenteria, e i pochissimi superstiti si ritirarono sull’isola di Elefantina.

Nessuno, mai, scorderà la sequela di bestemmie a tutti i vari pantheon, che proclamò Cambise II nel privato del suo palazzo. E l’oracolo di Amon rise un sacco, quando tre anni dopo, il Re dei Re morì in circostanze strane, mentre fuggiva dall’Egitto.