The Temple

Quando ti accorgi di esserti dimenticato la fine del film, ma non hai i soldi per rifare il montaggio.

Giappone, un bosco, notte.
Due poliziotti guardano le foglie. Forse hanno trovato qualcosa.

Titoli di testa inquietanti che mostrano gente scomparsa.

Ospedale. Bambini ombra che corrono.
L’investigatore attende un interprete per riuscire ad interrogare una creatura che giace, bendata e incellophanata, su una sedia a rotelle. Praticamente è una coscia di pollo maltrattata e rinchiusa dentro quei sacchettini di condimento pronto.
Sguardi preoccupati, qualche domanda, il pollo biascica qualcosa e l’interprete superfigo capisce che in realtà è un tacchino. Americano e ansimante.
Iniziano le indagini serie. Qualcuno fa partire un video.

Kate prova la videocamera nuova. Ci tiene molto a farci sapere che partirà col suo migliore amico, Chris, che ha davvero tanto bisogno di viaggiare perché il fratello è morto in un incidente, e che non può partire col fidanzato perché è stronzo. Il punto, però, è che non è un viaggio turistico e basta: lei sta scrivendo una tesi sulla Teologia e deve andare a vedere dei templi Shintoisti.

All’arrivo in Giappone James, il fidanzato stronzo di Kate, accoglie i due e stronzeggia, come farà per tutta la pellicola, perché Chris è un bel ragazzo e non un cesso a pedali come si era immaginato, l’amicizia tra uomo e donna non esiste e blablabla. James che fa battutine acide da sindrome premestruale all’amico-in-friend-zone.

Partono verso luoghi random non ben specificati, ma sticazzi è scritto tutto strano e a chi guarda il film non interessa davvero.

I tre visitano un negozio di cianfrusaglie e si imbattono in un diario rovinato che parla di un tempio sperso su un monte casuale delle migliaia di montagne del Giappone, vegliato da una kitsune.
Devono avere quel libro e devono andare in quel tempio.
E lo vogliono ancora di più quando, dopo averlo mostrato alla proprietaria, quella li caccia in malo modo e chiude direttamente il negozio.

Abbattuti i nostri eroi si dividono. Kate rimane a dormire, i maschietti si infilano in un locale dove James trova da far del buono con una giapponesina compiacente. Chris però è triste nel vedere Lo Stronzo mettere le corna alla sua adorata Kate, talmente triste che torna nel negozio di cianfrusaglie e ritrova il libro. Mezzo ubriaco lo compra da un bambinetto che compare improvvisamente alle sue spalle, dal niente. D’altronde sono giapponesi, nascono ninja.

Armati di buone intenzioni e tanta igenuità, per non dire altro, i tre partono alla volta del Tempio.
La gente del villaggio ai piedi della montagna è strana, guardinga, anziana e diffidente. Mentre cercano un luogo in cui dormire uno degli autoctoni chiede loro:

“Perché siete venuti nel mio villaggio.”
“Per visitare il tempio.”
“Hitoshi andò al tempio, ebbe delle visioni e tornò a casa con gli occhi in mano.”

Sottotitolo: l e v a t e v i  d a l  c a z z o.

Chris però non è un cento pieno e non capisce cosa significhi “gli occhi in mano”. E’ talmente tardo che il vecchio è pure costretto ad afferrare due mandarini.
“Non capisco.”
Vai Chris, tu si che sei forte.

Alla locanda nella quale pernottano, Chris incontra nuovamente il bambino inquietante e non gli suona affatto strano che quel dannato marmocchio sia lì, loro ci hanno solo messo un’intera giornata di macchina ad arrivare. Seita è un bambino dolce, sorridente e disponibile, quindi si offre di accompagnarli al tempio che vogliono visitare nonostante CHIUNQUE ne abbia sentito parlare sia fuggito strappandosi i capelli. Ma non c’è solo il bimbetto, c’è anche Hitoshi, quello degli occhi in mano, che racconta a Chris come anni prima fossero scomparsi un sacco di bambini attorno al tempio e di come il monaco che ci viveva fosse stato ammazzato dalla folla dopo essere stato giudicato colpevole di aver ammazzato gli infanti.

L’indomani mattina l’allegro party si inerpica sul monte e giunge ad una ex cava di pietra. James, a cui non frega un cazzo dei templi, di Chris, di Seita o della sua donna, tenta di pestare i piedi per perdersi là dentro e far finire il film molto prima, ma il regista non ascolta il suggerimento.
Riprendono il cammino e trovano la statua della kitsune raffigurata anche sul diario e tutti eccitati corrono al tempio. Seita, con un paio di colpi di tosse, li informa di aver dimenticato il gatto nella pentola a pressione e…dileguossi.

Mentre Kate fa foto ai sassi, Chris guarda intensamente il pavimento e, proprio quando distoglie lo sguardo, una mano lo afferra e lo trascina nel pavimento. Non è chiara l’entità dei danni, perché Chris alterna momenti da paralitico con piccoli sprint che finiscono in ruzzoloni rovinosi e potenzialmente letali, ma James scende a salvarlo. Ed è una bella scena, loro due che si guardano in questo pozzo buio sotto il pavimento, circondati da ossa e teschi umani. Che loro inspiegabilmente non vedono, o se li vedono…li ignorano fortissimo?
Comunque il problema è che Chris non può muoversi, Kate è incinta e non sa come dirlo a James, James è stronzo e ricevuta la notizia della dolce attesa molla tutto lì e armato di torcia si incammina verso il villaggio perché non l’ha presa affatto bene.
Un porcellino è andato al mercato.

Rimasti soli, Chris e Kate si chiudono nel tempio a dormire. James gira, gira, gira in un bosco che non conosce nemmeno di giorno figurarsi di notte, manda a fanculo la statua della kitsune e gira, gira, gira e torna dalla statua che…si anima. La statua si anima nella forma di una donna dalla testa di volpe bifronte (no, non bicefala, proprio bifronte) che assomiglia un po’ ai mostri dei Power Rangers. E la cosa inizia a inseguirlo e proprio quando ormai lo ha preso…Kate si sveglia sentendo urlare James.
“Ha bisogno di me!” proclama teatralmente lasciando da solo l’invalido Chris.
Quest’ultimo tenta il primo sprint e stramazza per le scale.
Kate corre, corre, corre e va e in un attimo è qua, proprio qua.
Davanti alla ragazza si apre l’ingresso della cava di pietra. La voce di una donna in lacrime – fitto così in giappone di tizie che a mezzanotte piangono in miniera – le fa dimenticare totalmente James e il buon senso, quindi si infila nella miniera potenzialmente sconfinata e labirinitica, armata solo di una torcia e della sua grandissima stupidità.
Infatti si perde. Trova James in piedi che la guarda male e sanguina. Prima ancora di chiedergli come sta, Kate scappa urlando in direzioni random fino a che non raggiunge un vicolo cieco nel quale si accascia, urla “Ohmmioddio non c’è alcuna via d’uscita!”, e si dispera ignorando i trenta bivi e trivi che si è lasciata alle spalle. For no fucking reason.

Chris piange e quando davanti a lui spawna un monaco davvero lento, si arrampica su per quei due gradini e si richiude dentro il tempio. Sotto il suo sguardo orripilato una torma di bambini fuoriesce dal pavimento (il mio stesso sguardo nel vedere torme di bambini fuoriuscire da luoghi anche più consoni, tipo la porta di un asilo). I bambini non hanno gli occhi, ma hanno orrendi denti affilatissimi e lo assaltano come le iene con Scar alla fine del Re Leone.

Ospedale. L’investigatore continua a chiedere al tacchino dove sia Kate, perché tanto lo sanno che James lo ha ammazzato lui.
Flashback di Chris che uccide con una pietra James.
Seita si dondola in corridoio.
Chris sbrocca e riprende all’improvviso la sua totale mobilità. Si lancia dalla sedia a rotelle come un tuffatore alle olimpiadi e con un colpo perfetto pianta una biro nel collo del povero interprete e fugge di corsa fuori dalla porta.

T I T O L I    D I    C O D A

Sono abbastanza sicura che manchi un pezzo di film, ma anche a riguardarlo non lo trovo.

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La vera storia di EXODUS – Dei e Re

Ovvero Exodus: Batman e l’attacco delle lamprede killer.
Quando Ridley Scott incontra l’Asylum.

Ma partiamo dall’inizio.

1300 a.C.
Nell’universo fantasy-egizio gli ebrei lavorano come schiavi e costruiscono piramidi a Menfi, con un ritardo di almeno 2200 anni circa.

Mosè è uno dei generali di Sethy I, assieme al figlio di quest’ultimo, Ramesse II, che nel 1300 a.C. aveva 3 anni ma, grazie ai viaggi nel tempo concessi dagli aGLieni, è già un adulto dai tratti americani e gli occhi blu.

L’Impero Hittita minaccia i confini egizi e il faraone decide di andare ad affrontarli a Qadesh, inviando Ramses e Mosè alla guida del suo esercito. La partecipazione di Sethy I alla battaglia di Qadesh, con un’anticipo di 25 anni, è straordinaria.
Sethy richiede ad una sacerdotessa generica un’epatoscopia per sapere come andrà la battaglia:

“Questo fegato non dice un cazzo della battaglia, però dice che un comandante ne salverà un’altro e il salvatore, un giorno, porterà la corona.”
Ramses: “Oh Mosè, se capita lasciami crepare.”
Cambio scena, siamo a Qadesh, una distesa di nulla in mezzo a montagne di niente piena di barboni con armature raffazzonate, armati di lancia, pelta di cuoio e pidocchi, accampati come punkabbestia in piazza Verdi a Bologna, intenti a fare cose e vedere gente.

Ramses: “Mandiamo avanti la DIVISIONE Bastet e teniamo sul lato la divisione Seth”

*facepalm*

Ramses indossa una pratica lorica squamata fantsy in un materiale che presumo essere oro, mentre Mosè è bardato con lo stesso oggetto buffo ma in un qualcosa che potrebbe essere acciaio. Sì, acciaio, nell’età del bronzo. CLARO.
L’esercito egizio, composto unicamente di carri da guerra e cavalleria, carica l’accampamento Hittita. Questi, avvisati dai loro pidocchi, lasciano ogni attività e in meno di mezza inquadratura sono già perfettamente schierati, a dimostrazione che il loro vestiario era tutto un barbatrucco per trarre in inganno gli egizi che iniziano a prenderle. A prenderne tante, e prenderle male.
Ramses viene catapultato via dal suo carro dopo aver fatto le gare con una triga hittita e, ovviamente viene salvato da Mosè dopo qualche inquadratura di sguardi ad effetto, di quelli che preludono a del sesso anale punitivo.
Dopodiché il faraone-non-ancora-faraone viene caricato su un carro e fatto fuggire mentre l’esercito egizio si ritira.

Il rientro a Menfi è trionfale. Il motivo è ignoto dal momento che allora la capitale era Tebe, ma loro vanno a Menfi. Sarà che gli piaceva il clima.
Comunque rientrano in trionfo e Sethy, accortosi che il figlioletto è particolarmente agitato, chiede a Mosè cosa sia accaduto.
“Mosè, lo so che non credi nelle profezie, e lo rispetto, ma noi ci crediamo, e devi rispettarlo. Ramses è scosso.”

Ramses non è scosso in questo film, ha solo un ritardo mentale considerevole. E Mosè è ateo.
No, aspetta, cos-?

“Però hai salvato la vita a mio figlio, lo so che un grazie è poco, ma grazie. Comunque mio figlio è un cazzone inadatto al trono. Dovresti regnare te.”
*brainfart*
“Ma no, non potrei in alcun modo, non sono neanche in linea di successione.”

Cambio scena. Sethy I è sul trono con tutto il concilio attorno.

“Tu,- inizia il faraone rivolgendosi al figlio – mangiaeredità a tradimento che non sei altro, vai a Pitom a parlare col viceré che sta facendo delle cazzate. Vai a vedere cosa sta facendo.”
“Ma fa caldo.”
“Si vabhé, ho capito, anche a sto giro vado io che tu sei un incapace del cazzo e poi io devo fare bella figura con mio Zio.”

Mosè arriva in quel buco merdoso di Pitom, una città di schiavi ebrei che schiaveggiano: scavano inutilmente un’enorme cava, vengono frustati, puzzano e muoiono. Il viceré – anche questo con gli occhi azzurri, incredibile – intanto è chiuso nel suo palazzo a fare falsi in bilancio e inventarsi complotti e scie chimiche. Mosè decide quindi di interrogare i vecchi schiavi anziani del posto e, tra questi, uno gli da appuntamento, di notte, in un bugigattolo in cui conduce segreti incontri di complotto. Mosé, curioso, si presenta all’appuntamento e il vecchio gli rivela il vero:
“Te, te, io ti conosco! Te sei il figlio di una che conosco, che per evitare che ti ammazzassero ti affidò a sua figlia, la quale ti portò al palazzo del faraone e una delle sorelle ti adottò! Ma tu sei ebreo. Tu ci libererai. Lo ha detto Dio!”
Mosè non la prende bene. Lo manda in culo e se ne va.

Al suo ritorno, Sethy è gravemente malato e tira le cuoia per poi essere sepolto nella sua tomb-… no.

No.

No.

NO, ABU SIMBEL NO! Dai!
Con una scena molto poco credibile, che insomma, giunti a questo punto uno potrebbe anche passarci sopra, Ramses sale al trono. Incredibilmente arriva a palazzo la voce secondo la quale Mosè sarebbe ebreo. Il neofaraone, coadiuvato dalla madre Sigourney Weaver in congedo dalla sua lotta contro gli Alien, decide di credere alla diceria e manda Mosé, zia e balia in esilio.

Batm…Mosé parte. Dopo un lungo viaggio giunge in un punto indefinito della costa del Mar Rosso dove trova un pratico guado. Nel Mar Rosso. OCCHEI.

Per altro temo di aver capito che sia arrivato di fronte alla punta sud della Penisola Araba, ma non voglio davvero averne la certezza.

Dopo la traversata giunge in un villaggio di allevatori di capre dove decide di stabilirsi e mettere su famiglia con un pezzo di sgnacchera non idifferente.
“E’ il posto più bello che io abbia mai visto.” sì, certo, adesso si dice così, il posto: un buco di niente in mezzo alla sabbia.

Passano 9 anni.
Mosè alleva capre, ha un figlio che alleva capre e scopre che c’è una montagna su cui nessuno sale perché Dio ha detto no, montagna brutta. Il profeta ateo decide di sfidare Dio e sale sul monte con la sua capra. Più sale, più piove, finché non viene travolto da una frana di fango e massi, precisissimi massi che arrivano uno dopo l’altro tutti sulla sua testa – il che spiega MOLTE cose – fino a che, immerso nel fango, vede finalmente l’arbusto in fiamme e un bambino.
Sì, Dio si manifesta in tutto il suo glorioso aspetto di bambino cencioso – e stronzo.

“Te, te, te…te Mosè sei qua a scopare le capre mentre in Egitto il mio popolo muore. Te, brutto stronzo, li hai abbandonati.”
“Cosa vuoi?!”
“Voglio un generale.”
“Ma io allevo capre.”
“Ma prima eri un generale.”
“Ma io allevo capre! Sono sommerso di fango, probabilmente ho un edema cerebrale che non mi farà passare i prossimi dieci minuti e ho pure una gamba rotta! Cosa vuoi e chi cazzo sei?!”
“Ti ho detto: il mio popolo è schiavo in Egitto, voglio un generale. Secondo te chi cazzo sono?!”
“Ah.”
“Eh.”

Così, per colpa di una grave commozione cerebrale, Mosè molla moglie e figlio e riparte per l’Egitto.

Questo Mosè non fa come quello biblico, che va dal faraone poggiandogli la fava sul tavolo a dirgli “Io sono Mosè, te liberi il mio popolo o subirai l’iradiddio.”, no, Mosè è Il Cavaliere Oscuro di cui il popolo di Israele ha bisogno. Lui si infila nella stalla in modalità stealth nel bel mezzo della notte. Ramses, che era da quelle parti perché aveva finito il Roipnol e non riusciva a dormire, si ritrova improvvisamente una putrella di bronzo dal filo spesso un dito ma affilato come un miracle blade appoggiata alla gola.
“Sono Mosé, te adesso liberi gli ebrei che sono 400 anni che non gli rinnovi il contratto.”
“No.”
“Non mi aspettavo un semplice sì, ma neanche un semplice no. Mi stai dicendo questo?!”
“Sì…?”
“Cioè chiariamoci non voglio che non li fai più lavorare, però almeno pagali!”
“Ma hai un’idea di quanto mi verrebbero a costare?”
“Vaffanculo. Allora li libero io.”

Ssssssono Batman.

Il nostro Cavaliere Oscuro torna dal vecchio che gli aveva rivelato le sue origini ed inizia LA GUERRIGLIA. Rastrella persone, schiavi, li addestra a fabbricare le armi e a combattere, per la libertà di Gotham Israele, la libertà di Israele.
Il programma è semplice: tagliare le risorse dell’Egitto, che essendo uno stato grande come San Marino ed essendo loro migliaia, dovrebbe essere una missione abbastanza semplice.
Primo obbiettivo: gli ULIVETI.
Ora, tra tutte le poche risorse dell’Egitto, quello per cui era storicamente ricordato erano i cereali. L’Egitto era il “Granaio di Roma”, non il suo maggior produttore di olio d’oliva! Però giustamente per la Domenica delle Palme si usa il ramo d’ulivo quindi facciamo due più due e attacchiamo gli uliveti e i depositi di olio, che esplodono rievocando le più belle scene di Apocalypse Now.
Il tutto mentre Ramses e la moglie guardano dalla terrazza.
“Pensi di fare qualcosa per fermarlo.”
“Sono 4 schiavi con le pezze al culo. Naaaaaah.”

Dio ricompare a Mosè.
“Dove sei stato.”
“A guardarti fallire.”
“Le guerre di logoramento richiedono tempo.”
“Di questo passo ti ci vorranno anni.”
“Sono pronto a combattere anche così a lungo.”
“Io no*.”
“Dopo 400 anni di schiavitù tu hai fretta ADESSO?!”
“Sì. Vaffanculo, sta a vedere come si fa una guerra, siediti e aspetta, che io ci ho i superpoteri, Batman dei miei stivali.”

Improvvisamente degli alligatori – mi pare proprio fossero alligatori, ho ricontrollato e riconfermo alligatori, i TIPICI alligatori egiziani del Mississipi – grossi come degli autobus, attaccano una nave di pescatori. Poi si attaccano a vicenda, poi non sono più solo un paio, e non sono nemmeno tanti, sono proprio troppi. E l’acqua del Nilo diventa sangue.
Eh, effettivamente, l’acqua in sangue per miracolo divino era un po’ troppo inverosimile.
L’acqua del Nilo finisce anche nei canali d’irrigazione, riversandosi nelle risaie. Sì, ho detto risaie. Il famoso RISO egizio. Mi sono sorpresa della mancanza di POMODORI.
Dal Nilo escono le rane, le rane muoiono e arrivano le mosche. Improvvisamente gli animali vengono colpiti da ictus casuali e muoiono. Le persone si ricoprono di pustole. Il tutto avviene in dieci risicatissimi minuti di film, circa.
Poi arriva la grandine, chicchi di grandine grossi come meloni.
“Ramses! Intendi fare qualcosa?!”
“Nah.”
Poi arrivano le locuste.
Poi Dio va a trollare Ramses. Letteralmente.
Ramses è da solo nella sua stanzina e sente qualcosa che si muove, al ché sproloquia contro Mosè, dicendogli che qualsiasi cosa faccia l’Egitto resisterà. Dio ne prende atto e torna da Mosè.
“Senti, il faraone non molla un colpo.”
“Ma no, vedrai che adesso cede.”
“No, sono andato a trovarlo, ha detto che ucciderà tutti i figli degli ebrei. Allora sai cosa ti dico? Che io mi prendo tutti i figli dell’Egitto.”
“Ma questa è vendetta!”
“Sì, e allora? Sono Dio e voglio vedere il faraone chiedere pietà. Quindi non rompermi le palle.”

Mosè, che in tutto ciò è comunque il fratello adottivo di Ramses, lo va ad avvisare.
“Senti, questa è una cosa più grande di te e di me, proteggi tuo figlio stanotte quando cala il sole.Succederà qualcosa di terribile.”
“Mi stai minacciando?”
“No, senti, non lo so, so che è in pericolo ok, e adesso ti saluto che ho da fare.”
Mosè va dalla sua piccola combriccola di guerriglieri ad avvertire gli schiavi che sta per succedere qualcosa.
“Dite a tutti che macellino un agnello e segnino le porte e le soglie delle loro case con quel sangue prima di stanotte.”
“Perché?”
“Se funziona dovremmo evitare una grossa inculata. Però non lo so se funziona.”
“BENE. Per fortuna che sei te quello che parla con Dio eh!”

L’oscurità cala e si porta via i primogeniti dalle case non segnate dall’agnello. Tra cui anche il figlio di Ramses.
Che non la prende bene e decide di incontrare Mosé, presentandosi all’appuntamento con la mummia del figlio in braccio.

“Che razza di un Dio stronzo è un dio che ammazza i BAMBINI?!” la scena è toccante, il faraone in lacrime con la mummia in braccio. Mosè decide di spezzare il pathos.
“Non è morto nessun bambino ebreo.”

“ANDATEVENE DA CASA MIA!”
“Come comandi, faraone.”

*Rivedere il video di due righe fa.*

E finalmente partono e si levano dai coglioni. Pero Ramses non è proprio dell’idea di lasciarli andare così, senza fare niente. Quindi decide di rincorrerli coi carri da guerra, e sterminarli.
Appena Mosè si accorge di essere inseguito si trova di fronte ad una scelta:
a) strada libera, semi pianeggiante e leggermente più lunga che aveva già percorso per ben due volte;
b) impraticabile stradino di montagna che non ha mai fatto e del quale non ha idea di dove porti.
Immaginatevelo.
Ovviamente Ramses, che conosce quell’aquila del suo fratellastro, lo insegue coi carri da guerra.

Mosè, dopo essersi perso tra i monti, riceve indicazioni dai folletti della loacker e riesce a trovare la costa del Mar Rosso, ma il guado non c’è più. In un attimo di disperazione lancia la sua spada in acqua e vede una meteora in cielo. Poi si addormenta.
La mattina dopo si risveglia coperto di guano di gabbiano, perché gli uccellacci hanno deciso di fare un rave sopra le loro teste. E il Mar Rosso ha l’acqua stranamente bassa. Sul crinale del monte si intravede l’esercito egizio.
“Ce l’ho! ATTRAVERSIAMO QUA.”
“Ma sei scemo?!”
“No no, dai, fidati. Cazzo vi ho raccontato così tante boiate, avete creduto a tutto! Fidati!”
L’acqua continua a ritirarsi, i quattrocentomila schiavi ebrei iniziano la traversata.

Contemporaneamente i carri di Ramsess, guidati dal faraone in persona, sono lanciati a tutta velocità su uno stradello largo come una smart, su una montagna di choco-pops. E tutti conosciamo bene la stabilità geologica di una montagna di choco-pops.
Il secondo in comando fa letteralmente un fischio a Ramses e a gesti indica prima il bordo della strada, poi la ruota del carro ed infine il tipico gesto del “vai pianino”. Non sto scherzando, questa scena vale tutto il film assieme al “non è morto nessun bambino ebreo”.
Ma Ramses non ci sta, i suoi schiavi sono a metà del Mare e lui li deve prendere, quindi sprona i cavalli.
Com’è prevedibile, a metà colonna la ruota di un carro finisce fuori strada, il carro si imbarca, il cavallo cade dal dirupo e il carro rimane incastrato, creando un meraviglioso tamponamento a catena, con conseguente crollo di tutta la parete di choco-pops. Ma al grido di “boia chi molla” il faraone continua.
Finalmente i 10 carri superstiti arrivano sul fondale marino, Mosè e altri dotati di cavallo tornano indietro per affrontare gli egizi. Quando all’improvviso un cavallo apparso dal nulla compare nella scena intento a scappare da una gigantesca onda.

Quelli si che sono cavalloni.

Il secondo in comando dice a Ramses, di arrendersi e tornare indietro. Ramses non demorde. L’esercito si, quindi girano il culo e se ne vanno, per poi essere investiti dopo duecento metri.
Ritorna lo scambio di sguardi da promessa di stupro anale e Mosè, che tenta di calmare le acque, invita il fratellastro a seguirlo. Entrambi vengono investiti in maniera stronzissima per risvegliarsi, dopo un’ispiegabile scena di un cavallo che galleggia mentre viene sbranato da due o tre squali – Asylum, siete voi? -, sulle rispettive coste.
Qui, la battuta più bella di Ramses, solo, in piedi in mezzo a quello che un tempo era il suo esercito:
“Ramses….il Grande….eh.”

In realtà dopo altre scene divertenti non ci sono, tranne Mosè che fa il sorpresone e invita a cena quattrocentomila persone a casa sua e della moglie, e Dio che gli detta le tavole della legge mentre prepara il thè in una caverna dicendogli:
“Ho notato che non andiamo sempre d’accordo”
“No, direi di no”

Io non so che storia abbiano studiato regista e sceneggiatori, e non so nemmeno che Bibbia abbiano letto. Però gli do 5/5. Perché è talmente trash che fa il giro e diventa a metà tra l’epico e il ridicolo.

*questo dialogo non è stato cambiato

“Il giardino di cemento”

Questo libro è torbido, arido, morboso, surreale e grottesco.
Per la storia che racconta è straordinariamente vuoto ed apatico.

Non ho apprezzato nulla di questo libro perché non mi ha lasciato nulla.
Non ne ho apprezzato la trama: questi quattro ragazzini che devono fare fronte alla tragedia di essere rimasti orfani, abbandonati a loro stessi, in un turbine atemporale di eventi quasi surreali e terribilmente possibili. Non ne ho apprezzato lo stile: sterile, apatico, con queste frasi elementari e brevi che sono state la parte più pesante del libro. Ecco un libro del genere è pesante, perché la storia in sé è pesante. Trovarlo difficoltoso solo per il modo in cui è scritto, ecco, sa di presa in giro.

I bambini, dopo essere rimasti soli, si creano un loro mondo di vuoto, ognuno per sé stesso. Di tanto in tanto i loro microcosmi collidono per poi riallontanarsi. E’ tutto narrato in prima persona da Jack, l’unico maschio adolescente della famiglia. Non c’è nessuna emozione, nessuna introspezione, solo una quantità di avvenimenti che, semplicemente, accadono. Sono andato qui, ho fatto quella cosa là, poi sono andato in cucina, bla bla bla. Un elenco vuoto di cose che si susseguono, di situazioni grottesche: loro che seppelliscono la mamma in cantina, dentro un baule che riempiono di cemento, Jack e Julie che passano il tempo tra l’odiarsi e l’attrarsi, fino all’incesto. Forse sono morbosa io ma gli eventi non mi hanno sconvolta poi troppo, perché c’erano già, nel sottotesto stavano già accadendo, fin dalle prime pagine.

Sinceramente non lo consiglio, è abbastanza vuoto e non lascia nulla se non un vago senso di assurdo.