Pesci rossi

Gente che in una gara di idiozia riuscirebbe ad arrivare seconda

Corollario: sono tollerante nella misura in cui non mi si rompono le palle.

Tendenzialmente la gente va ben oltre.

Dal momento che sono una personcina che porta poco rancore e mi si vuol far passare per la Stronza di turno, come già anticipato, tale nomea voglio guadagnarmela.

Ho avuto un sacco di tempo per mettere insieme i pezzi di questo post durante l’estate e finalmente è giunto il momento di dare loro corpo e renderli al pubblico ludribio dell’internet e di chi mi ha dato il materiale e le informazioni su cui lavorare.

Colpo basso?
Certo. Mai detto di essere corretta, se mi si fa – stupidamente e inutilmente – incazzare ancora meno.

Ma partiamo dal principio.

Tempo fa scrissi un post generico sulla generica attività di rievocazione dal quale il gruppo di cui facevo parte – che chiamerò “La teuta della Birra”, tanto chi vuole intendere intenderà – si sentì attaccato. La loro coda di paglia non è un mio problema e, sinceramente, non lo sarà mai, ma mi sentii dire dalla Moglie del Birraio e dalla sua Ancella: “non puoi scrivere quelle cose”.
Cosa posso o non posso fare, in uno spazio privato come un blog, lo decido io.

La storia ha inizio tanto tempo fa – per intenderci l’anno scorso ad agosto, se non vado errata, o comunque in estate – quando, parlando con una delle poche persone encefalo dotate all’interno della teuta, proposi una didattica comparativa tra l’abito femminile celtico e quello femminile etrusco – che poi io mi sia sentita addirittura dire “celti ed etruschi non si sono neanche mai incontrati” tra le argomentazioni contro a questa cosa vi lascia capire il livello generale.
Questa cosa non la proposi per chissà quale motivo, semplicemente perché fare divulgazione, nonostante lo sguardo da vacca al pascolo della maggior parte del pubblico, mi piace, inoltre passare un week-end a guardare la gente che passa lo trovo piuttosto noioso. Se devo passare il mio fine settimana seduta su un panchetto come una scema a guardare il panorama vado al mare e mi spiaggio su un lettino a rosolare mentre ascolto i gossip delle vicine di ombrellone.
Alla proposta mi viene risposto “mi fido, fai quello che devi, sarà interessante”, per dirla in breve. Vero, non ho chiesto al capo gruppo, il Birraio, ho chiesto al segretario che comunque è una carica abbastanza in alto – evidentemente solo quando fa comodo al Birraio – ed è anche uno che ci mette del suo, sa le cose e se non le sa si informa.
Mi studio tutto il progetto, creo l’abito, lo indosso – nessuno dice nulla – e faccio anche un po’ di didattiche che mi è parso siano state interessanti per il pubblico. Dico “mi è parso” perché sono stata interrotta con domande specifiche delle volte, quindi se uno non ascolta la domanda non la fa.
Durante l’estate però la Druida interviene.

Ora la Druida è una femmina, il che è più che sufficiente per far colare a picco la credibilità dal momento che la casta druidica era prettamente maschile, e quell’anno non aveva fatto praticamente nessuna uscita. Altri gruppi rievocativi, coi quali ho chiacchierato amabilmente e separatamente, narrano che costei, non so in che anno, durante una didattica al pubblico raccontò che gli etruschi vivevano nelle tane scavate nelle montagne come gli hobbit. Giusto per ricordare il livello della gente di cui sto parlando eh.
Ad ogni modo, lei, dall’alto della sua attività di allevatrice di polli – no, non è un eufemismo o una presa in giro, era proprio la sua attività in quel periodo – mi viene a dire che il mio “peplo”, che un peplo non era e se proprio vuoi farmi pesare che studiavi archeologia lo devi sapere, non è adatto poiché bianco.
Ovviamente non si parla di quel bianco candido a cui siamo abituati, si parla del bianco sporco del lino non sbiancato.
Le feci notare che dopo tutto lo sbattimento per studiarmi il taglio, il tessuto, il modo in cui poteva essere portato e il plausibile colore, in quel particolare periodo le fonti che avevo trovato parlavano di abiti bianchi e mantelli colorati. Fosse stato per me quel vestito avrebbe potuto essere anche color verde pisello, sai che mi frega, ma se loro volevano correttezza storica – cosa che io per prima mi richiedo quando faccio una plausibile ricostruzione, se no mi vesto da Arwen e chi s’è visto s’è visto – l’abito sarebbe rimasto così. Come ho anche detto loro “comodo fare della filologia solo quando vi tira il culo a voi”. Qualcun’altro pure mi ha fatto notare che “quello dell’Ancella, screziato ruggine, non è comunque bianco sporco? Perché il suo va bene e il tuo no?”. La risposta è molto semplice: l’Ancella segue pedissequamente ogni capriccio del Birraio, della Druida e della Moglie del Birraio senza farsi troppe domande, quindi le è concesso un po’ di tutto, anche un montante di morso di cavallo del IX a.C. come ciondolino, tanto “lo sai solo te che è del IX a.C.” – sempre per ricordare il livello.
Una lancia a favore dell’Ancella però, per onestà intellettuale, la spezzerò: quando non c’è la sua padrona, la Moglie, è una che in accampamento lavora e da il massimo. Non è colpa sua, è questione di cattive compagnie.

La questione vestito è stato il primo screzio, poi c’è stato il post sul blog. Forse nel mezzo c’è stato altro, ma non ricordo quindi nel caso non devo avergli dato un gran peso.
Caso strano, però, le fanciulle in battaglia con le tette strizzate nell’armaturina di cuoio da Olimpia, mi han detto, quest’anno non ci sono andate e si sono al massimo travestite da uomini. Ho-ho-ho. Allora se ti stai sbagliando – e lo sai – perché ti incazzi con me? Che me ne sono accorta solo io? A sentire gli altri gruppi non credo proprio.

Per non parlare del metodo meritocratico della Teuta della Birra spiegato dalla druida: “è proprio per questo che è una “meritocrazia” (scusa i termini): perche i nuovi si adoperano alimentano e fannocrescere gli studi e cosi facendo che sopravvivono i vecchi con loro qiesto sistema.”
Tengo a precisare che non ho cambiato una sola virgola.

Insomma, non so se sta gente ha mai letto un dizionario, ma la meritocrazia non è proprio quella. Questo è sempre per far capire il livello della gente di cui parlo…

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Quanta stima per i vostri colleghi…e dire che siete tutti sorrisi quanto vi vedete.

Ooooops!

Ultimamente poi il capo degli Ulfson si è fatto fare uno splendido elmo celtiberico – da reperto, non è che se lo è inventato – e la reazione del Birraio è stata proprio “VI PREGO DITEMI CHE è UN FOTOMONTAGGIO!” reazione prontamente stroncata dal segretario che ne ha fatto notare la correttezza.

Voci dicono, per altro, che alla festa do loro organizzata, le razioni di cibo siano state un po’ ridicole, ma giusto un pochino eh. E che una prima voce messa in giro dalla teuta, alla quale qualcuno mi ha chiesto conferma, i “gruppi celtici quest’anno non li paghiamo, diamo solo i buoni pasto”. Pare che in realtà i gruppi siano stati pagati.
Quanto ancora potrete continuare a stronzeggiare impunemente? Chissà! Alla prossima stronzata!!!

Fate una cosa bella, ma bella davvero: la prossima volta che dite una stronzata, ammazzatevi da soli.

“L’inverno sta arrivando” a Monterenzio

Ebbene, domenica scorsa si è chiuso il weekend di Monterenzio con la festa “I Fuochi di Taranis”.

 

O_O

 

Cos’ho visto.

Non dirò nulla in merito ai gruppi di rievocazione perché non ho notato particolari pecche a parte, per Dio che cosa diavolo erano quei…quei…brocchieri senza umbone? Non so come si chiamassero, ma sono sicura che non avrebbero dovuto esserci e, soprattutto, non avrebbero dovuto avere incisa sul legno una croce celtica dalle linee campite di rosso. No dico, una croce celtica in una rievocazione dell’ avanti Cristo – che non è che vuol dire una roba tipo “Avanti i Savoia” eh, vuol dire prima di Cristo, ovvero niente croci come simbolistica, men che meno croci celtiche.

A parte questo credo di aver assistito a uno degli spettacoli più imbarazzanti che io possa ricordare, e non sto parlando dell’accensione del fuoco del sabato sera, con i bianchi druidi/templari/sciamani indiani che benedicevano il fuoco con la lama della sacra spada – spada a due mani, medioevale, cioè credo più sanmarinese che medioevale, in ogni caso non c’entrava un accidente – con un nome impronunciabile tipo Elendil o robe simil tolkeniane. 

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No, parlo del matrimonio.

La domenica pomeriggio, di punto in bianco, i bravi rievocatori intenti a fare le didattiche sono stati taciuti per lasciare passare il corteo…

*Suspance*

…degli Stark.

E non dico Stark a caso eh, no, erano proprio gli Stark con tanto di stendardo col metalupo ed il motto “The winter is coming“.

Ma perché? Perché?! Non vi basta il Lucca Comics? O qualsiasi altra fiera del fumetto o del videogame o anche solo del cosplay? Perché proprio a una festa celtica? Poi sul serio, tra i libri e tutte le casate che avreste potuto scegliere, proprio gli Stark de Le cronache del ghiaccio e del fuoco?! Ma avete notato la frequenza con cui i personaggi muoiono durante i matrimoni in quella saga?
E come diavolo vi viene in mente di organizzare un matrimonio Stark ad una festa celtica?! E’ come unire le sarde con la Nutella, non sempre “buono” più “buono” da “molto più buono” come risultato.

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Per il resto la festa è stata carina come al solito, anche la scaramuccia del primo week end non era male, un po’ traballante la storiella con cui è stata condita ma non era male. Insomma, non è che Roma si mobilitasse per ogni lanista rapito eh, però era un pretesto non proprio malaccio, diciamo che ho visto di peggio, ecco.

Già che ero là però ne ho approfittato per vedere (finalmente) il Luigi Fantini, il museo. Lo raccomando a tutti quelli che passano di lì che siano interessati all’argomento “archeologia”, fatelo che il museo ha bisogno di rimettersi a posto dopo l’incendio e il biglietto costa davvero una ridicolaggine – 3 eurini – a differenza di quegli strozzini di Ravenna che le chiese te le fanno pagare un rene. Lo ammetto, sono di parte, preferisco le tombe e i vasi ai maledetti mosaici bizantini, forse anche perché me li hanno proposti in tutte le salse e perché non ho mai capito quale razza di follia potesse spingere un uomo a fare un puzzle di tessere colorate, senza incastri. Non me ne vogliano gli storici dell’arte, mosaico e pittura non sono le mie classi artistiche preferite.
Tornando al museo di Monterenzio l’ho trovato molto gradevole anche nell’esposizione, nonostante per ora sia aperta una piccola parte ne vale la pena.

“Che situazione imbarazzante.”

 

Partiamo con gli antefatti.

Ad inizio giugno mi sono trasferita al mare, da sola, nel più totale eremitaggio. Questo perché avevo due esami da preparare. due esami enormi da preparare. In più l’aria di casa è molto più pesante da quando Dioniso è partito, insomma, avevo bisogno di staccare la spina.

Mi ero programmata ‘sti esami tutta contenta pensando “Oh bene bene, mi mancano due esami da sei e due esami da dodici cfu, quindi a giugno ne do uno e uno, poi darò gli ultimi due.” Recupero gli appunti di archeologia iranica, mi faccio tutti i miei appuntini, studio, ripeto, ripeto, ripeto, ripeto. Mi arrendo con gli Arsacidi e con i Sasanidi. Nel frattempo pensavo che, porca Eva, per essere solo sei crediti era veramente un sacco di roba!
Poi ritiro fuori gli appunti di fenicio-punica e ricomincio: leggo, appunto, studio, ripeto, ripeto, ripeto.
Le uniche persone con cui ho parlato, per due settimane, sono state me stessa e la tabaccaia, per fortuna almeno sentivo Dioniso per messaggio perché là, al mare, completamente sola iniziavo a dare forti segni di squilibrio – cioè, più del solito intendo.

Poi torno a casa per potermi godere la partita – unica semi-godibile, aggiungerei – dal momento che al mare la mia tv ha gli stessi pollici del mio cellulare e durante lo spettacolo di apertura riuscivo a vedere solo il culo di J-Lo e neanche per intero. Insomma fila liscio, a parte la mia dannata ansia pre-esame che si trasforma in malessere fisico generalizzato – credo che prima o poi mi farò un tabellone di acciacchi tipo quello del Twister per fare il toto-somatizzazione.

All’improvviso, da lunedì, tutto inizia inspiegabilmente ad andare in vacca. Mia madre mi comunica che è morto lo zio Fredo – che si chiamava Ezio in realtà e non ho ancora capito perché lo chiamassero Fredo, benedetta Romagna. Insomma, non è possibile. Fredo era un’istituzione, un po’ per la persona che era, un po’ perché dopo 102 anni diventi di diritto un’istituzione.

Martedì 18 vado fino a Ravenna a dare questo benedetto esame, ero tipo l’ultima della mattinata, avrei voluto impiccarmi. L’esame va egregiamente, di fatto non avrebbe potuto andare meglio e torno a casa con la mia lode totalmente insperata, calcolando il fatto che metà esame me lo sono inventato ricordandomi parti casuali che ho messo assieme sperando di prenderci. Poi il pomeriggio sono andata a fare un giro alla camera ardente ed è stato orribile. Non me lo aspettavo così. Non era la prima volta che andavo alla camera ardente a vedere un parente, o un amico, ma era lì tutto serio e composto ed era incredibile perché lui era sempre sorridente, anche quando era stanco, non mi ricordo davvero un momento in cui Fredo non sorridesse. E’ stata una sensazione quasi surreale, anzi, senza il quasi.

Mercoledì torno di nuovo a Ravenna, archeologia iranica. Il professore fa l’appello ed io sono la prima – cazzo! Ad un certo punto ero talmente in palla sugli Arsacidi che ho confuso l’est con l’ovest ma per il resto tutto bene. Alla fine anche il prof mi ha chiesto come mai mi sono impigliata proprio su di loro. Decido di essere onesta e glielo dico: pensavo di saperli meglio dei Sasanidi, quindi ho ripassato di più gli ultimi. Poi mi apre il libretto e fa: “ah, ma lei ha dato un esame da dodici crediti ieri.” “Sì.” “Complimenti, 24 crediti in due giorni. Direi che il 28 se lo è più che meritato.”
Cosa?! Ma non era da sei Iranica? Faccia frastornata, ringrazio e me ne vado, poi controllo sul piano di studi. Eh no, era da 12.

Ok: se non mi accorgo di cosa sto facendo, tutto è possibile.

Il pomeriggio andiamo al funerale. Quando sono entrata nella camera era pieno di fiori e il prete stava dicendo il rosario. Ogni volta che sento un prete mi passa la poesia. Trovo che le funzioni in chiesa siano di un’aridità unica. Tutte quelle formule standard che si ripetono e si ripeto al vuoto mentre si pensa ad altro. Mentre diceva l’Ave Maria stavo pensando a quanto sia ridicolo adorare una donna la cui verginità è stata decisa a tavolino da Papa Pio IX nel 1854, ed intanto cercavo di ricordarmela in latino perché la trovo molto più affascinante. Sono rimasta fino all’ultimo momento, fino a che non hanno finito di inchiodare la bara.

Nel complesso comunque ero soddisfatta degli esami, del fatto che comunque adesso ne mancano solo altri due e la tesi – qualcosa di tutto mio sul quale lavorare – e poi potrò passare alla magistrale. Ho passato il fine settimana a giocare a Skyrim come uno zombie. Però il morale non era comunque alto come avrebbe dovuto. Inoltre ora che Dioniso lavora riusciamo a sentirci pochissimo e la mancanza si sente parecchio.

Per tirarmi un po’ su decido di contattare quella che avrebbe dovuto – e che Giove mi sia testimone: lo sarà – la mia relatrice per la tesi e discutere un po’ di cosa fare. Mi da appuntamento per il mercoledì e già dal martedì mi sentivo felice come una bambina che sa che nel regalo di natale ci sarà proprio quello che si aspettava. Vado da lei, aspetto che finisca gli esami e ne esco incazzata e depressa. Dice che non può, che è in ritardissimo e deve scrivere il catalogo di una mostra, potrei farla comunque con lei ma sarebbe una pessima relatrice. Al che io mi chiedo: cosa intende per pessima relatrice? Insomma, vedo che i miei “colleghi” spesso e volentieri hanno relatori che leggono la tesi il giorno prima della discussione, se la leggono. Comunque mi lascia lo spiraglio chiedendomi, se non trovo altro, su cosa mi piacerebbe farla.

Questo post sta diventando chilometrico quindi la finirò in breve.

Insomma, sono giù di morale: sono a piedi con la tesi, Dioniso non c’è e anche lui non se la passa bene, mi sento sola, ho deciso di dare un esame il 3 di luglio e non riuscirò perché ho passato i primi tre giorni a cercare di capire cosa ci fosse scritto nelle prime tre pagine del libro – che porca troia se avessi voluto fare fisica mi sarei iscritta a fisica – e le fotocopie degli altri libri sono da rifare perché mi ha stampato una pagina sì e una no. VAFFANCULO.

Poi stasera vado alla festa celtica di Monterenzio coi miei amici. E’ sempre carina come festa, ho anche trovato uno spillone per capelli che bramavo intensamente da secoli ma non avevo mai comprato perché nel negozio in cui sta fossilizzando da eoni lo vendono a 15 euro, la proprietaria della bancarella quando le ho chiesto tutta incredula “Lo vendi davvero a 2 euro?” mi ha risposto “Certo, a quanto lo dovrei vendere?”, al che le ho spiegato il mio stupore e ha chiuso il discorso con un “Guarda, non farmi commentare, questi ciondoli li vendo a 2euro, in altre bancarelle li ho trovati a 7 o a 10, assurdo.” Poi insomma continuiamo a girare e girare fino a che un mio amico, che fa il rievocatore nella festa, non mi annuncia la notizia che da veramente una svolta alla serata: da quando ti ha vista qui, la morosa del tuo ex si è innervosita un sacco.

Ottimo.

Per altro ero anche passata alla sua bancarella e nemmeno l’avevo vista, come non avevo visto lui finché non mi hanno chiesto dove fosse. Ma quando l’ho vista…ahahahahah.

 

“Bene, ma che splendida adunanza Re Stefano: reali, nobili, signori e…ah. Ahahahah, ma che buffo: perfino la plebe. Mi ha addolorata moltissimo il non ricevere un invito.”
“Non eri gradita!”
“Non ero…! Ah, ahahah, che situazione imbarazzante.”

Qual gioia e gaudio scoprirla nervosa.

L’idea di renderla nervosa con la mia sola presenza ha dato una svolta al mio umore delle ultime due settimane. Poi quando finalmente ho incrociato, tutta gongolante, il suo sguardo e lei si è allontanata ho raggiunto l’apice della soddisfazione.
Ero così felice che il Maestro, all’ennesimo “Non gongoli” di Nicola, ha replicato:

“Ma come, non la vedi? E’ così contenta che sta galleggiando ad un metro da terra su una nera nuvola di male.”

Anche perché, in tutto ciò, se proprio devo essere dipinta come Malefica, tanto vale dargliene una ragione. E si, sto ancora gongolando.

Servizio di comunicazione interna

Annuncio al mondo che questo è un blog, termine che è la contrazione della parola web-log, ovvero “diario in rete”.

Questo blog appartiene direttamente alla categoria del “diario” ciò significa che verte attorno alle mie esperienze, attuali e passate, e a ciò che penso a proposito di svariati argomenti.

In breve: ci scrivo quello che mi pare, coi termini che mi pare, nel totale disinteresse che la cosa possa recare offesa a qualcuno – a meno che quel qualcuno non mi paghi per non scrivere quello che penso, quindi fatevi i conti in tasca prima di dirmi “non puoi scrivere certe cose”.

Se vi sentite presi in causa da qualcosa che ho scritto, pur non avendo fatto nomi e non aver pensato nello specifico di riferirmi a voi – sì, questa volta mi riferisco proprio a VOI – allora avete un problema di coscienza, ciò comporta il fatto che non sia un mio problema.

Se vi infastidisce, semplicemente, non leggete.

 

Momento dissing che tanto so verrà letto:

se vuoi che ti dica in faccia che penso che tu sia una testa di cazzo, caro il mio ex, puoi comodamente fare i tuoi 100 chilometri per sentirtelo dire face-to-face. Sinceramente il tuo reputarmi una bamboccia mi tange esattamente quanto la scoperta di una mosca aptera in Amazzonia, evidente il mio reputarti una testa di minchia però ti fa rosicare abbastanza.
Quando smetterai – credo mai – di essere sempre la povera vittima della situazione, quello che ha sempre ragione ma è incompreso, allora forse sarai abbastanza maturo da ritenere che un dialogo con te possa valerne la pena. Sei stato uno stronzo, lo so io, lo sai tu, lo sa chi ci stava attorno. Ho tutti i diritti di reputarti quel cazzo che mi pare a me, fattene una ragione. I miei sbagli con te li ho già ammessi e tanto mi basta per essere in pace con la mia coscienza.

 

 

 

Detto ciò a breve posto un qualcosa con aggiornamenti veri.
Scusate per questi momenti di nebbia ma sono in fase “isteria da ultimi esami prima della laurea”.

 

Problemi comuni

Teste di cazzo all’arrembaggio.

 

grumpy

No, niente, non è successo nulla a dire il vero, non concretamente.
Anche se magari non si direbbe, leggendo i miei ultimi post – e pure questo direi – è un periodo in cui sono felice, sì. Sono felice perché ho trovato la mia Arianna,che se si è presto rivelato essere il mio Dioniso – perciò d’ora in poi lo chiamerò così.
Dioniso – la scelta del nome è particolarmente divertente ma è meglio saltarla – mi fa sorridere e mi tiene calma, in uno stato di quiescenza quasi zen. Inoltre per la prima volta Anima, il mio migliore amico, si è espresso con un commento positivo: “mi sembra una persona normale, finalmente una persona normale.”
Ecco, forse avevo bisogno di questo.

Comunque, il punto di questo post è questo: si preannuncia un’estate fittissima di felloni a piede libero. Sì, felloni, me lo sento nelle ossa. Sarà un’estate fitta di litigi, gente da evitare – o evirare, volendo – gente con cui litigare ed alla quale cercare di non strappare gli occhi in un attimo di delirio psicopatico.

Ecco.

Non si prospetta una gran estate.

Soprattutto perché Dioniso mi vola via per un anno, va a vivere al freddo in mezzo alle sequoie e il pensiero mi da attimi di claustrofobia mista a odio per il mondo.

La cosa che mi consola è che sarò, se tutto va bene e deve andare bene, impegnata a scrivere la tesi.

Essere consolata dall’idea di impazzire sulla tesi è un qualcosa di paradossale.

Il problema è il seguente: quando le cose si fanno come dico IO allora tutto fila liscio.
Sì, so che questa è una convinzione che hanno in molti, mi giustifico dicendo di essere del Leone, anche se non so se sia sufficiente come giustificazione.
Però davvero, io non metto il becco in questioni che non conosco, non direi mai a un’ingegnere come fare il suo lavoro, quindi quando dico che una cosa va fatta in tal modo è perché ho l’esperienza per farlo, o comunque sono quella con più buonsenso, ecco; spesso mi viene anche chiesto di metterci il becco in certe questioni, anche quando mi viene da dire “fanculo, sto cercando di spiegare a un branco di scimmie sorde, fate come vi pare“.

Tra poco ricomincia la stagione delle rievocazioni. Cristo.

Io ho voglia di rievocare, tantissima. Mi piace stare a fare le didattiche e tutto il resto, però odio in una maniera viscerale il fatto che la maggior parte delle persone che rievocano non abbiano una vaga idea di quello che stanno facendo, soprattutto perché quando poi tento di spiegargli perché alcune cose non possono essere fatte perché c’era una filosofia molto diversa rispetto a quella attuale, loro mi dicono che hanno capito, poi ignorano la cosa. Stanno lì a fare due giorni di camping con addosso vestiti buffi e per lo più scomodi.

Qual’è il senso di tutto ciò? Perché lo fate?

Esiste il Gioco di Ruolo dal Vivo per questo. Ah, sì, i maschietti si vogliono sentire fichi come il Gladiatore, scendendo in battaglia a fare finta di picchiarsi, e le femminucce tante belle Xena, ma con l’arco che se no non è storico – per mettere i puntini sulle i: tu, brutta vacca seminuda con una tutina di cuoio fatta apposta per far risaltare le tette, non dovresti essere lì nemmeno con l’arco, perché la tua presenza in campo non è storica.

Poi mi rompono i coglioni per il colore di un vestito – per altro un colore corretto, scelto dopo mesi di documentazione – ma le ragazze raccomandate in battaglia anche sì.

Oltre questo dovrò sopportare la presenza del mio ex in accampamento. Quella sarà la parte più difficile perché dopo aver riesaminato ogni lamentela idiota che ho fatto finta di non sentire, ogni richiesta assurda che ho tollerato per non avere rotture di balle, ogni capriccio, ogni muso che mi teneva perché gli avevo toccato il suo personale dio in terra – Mussolini – ogni “sieg heil!” tollerato, ogni stracazzo di rinfaccio; ecco, dopo tutto ciò, io vorrei che lui mi desse un motivo, solo un motivo per potergli fare una tirata chilometrica su quanto sia sempre stato una testa di cazzo.

Apro parentesi: stronza anche io, perché nonostante tutti i motivi sopra elencati lo consideravo comunque una testa di cazzo, ci sono stata assieme un’anno e mezzo e mi sono pure fatta mollare. Perché ho sempre pensato “no dai, lo ha detto in un momento un po’ così”, insomma l’ho sempre giustificato.

Conoscendolo, per di più, cercherà di fare l’amicone. Ma no, basta, tolleranza zero. Sono stanca di essere tollerante e diplomatica con le persone, quindi quest’estate chi mi romperà i coglioni riceverà in risposta un “fottesega, non è un mio problema”, mentre lui sarà semplicemente ignorato. Sì ignorarlo mi pare un’ottimo progetto.

Lo so, ne sto parlando, non è così facile ignorare l’idea, ho bisogno di una discreta dose di preparazione psicologico. Fortunatamente ho una discreta faccia di bronzo e, nel caso in cui non dovesse bastare, partirà la tirata chilometrica con tutto quello che vorrei dirgli per concludersi con un liberatorio “vaffanculo tu, il tuo ego e la tua assoluta convinzione che non avrei mai trovato un’altro migliore di te quando in realtà difficilmente potrei trovarne uno peggiore“.

Mi sono rotta il cazzo

Mi sono rotta il cazzo di tutti quei deficienti che tentano di convincermi che le piramidi le hanno costruite gli alieni, che i Maya hanno davvero predetto la fine del mondo ma noi abbiamo sbagliato a interpretare la data, che il rito della mummificazione fosse un tentativo di ibernazione in vista del risveglio e del ritorno su Sirio, che i Maya “sarebbero arrivati in questa dimensione da altri stati di coscienza” – che per altro non significa un cazzo – per poi scomparire, tornando a casa come Ziggy Sturdust. Gente che tanta di convincermi che il Diluvio Universale c’è stato e i fossili di dinosauri sono stati messi lì da Dio per confondere le acque, che esistevano esseri umani giganteschi scesi sulla terra da Nibiru, che Venezia è stata fondata dagli atlantidei scappati quando il continente sprofondò.

Mi sono rotta il cazzo di tutti questi deficienti che prendono per oro colato le parole di Giacobbo, Adam Kadmon e di Graham Hankock – sul quale per altro ho un buffo annedoto di madre: “Sai, sto leggendo un libro di un tizio, un romanzo fantascientifico/storico, è carino.” “Come si chiama il tizio?” “Un certo…Hancock” *mostra il libro* “No mamma, non è un romanzo, lui ci crede.” – che quando rispondo di andarsene affanculo, dopo una serie di argomentazioni valide con tanto di fonti e studiosi con un nome, non come loro che dicono “un’importante scienziato dice che”, un’importante scienziato CHI, per dio?!, mi dicono che ho una mentalità “poco aperta”. Io mi ci sto spaccando il culo a studiare sta roba, ok? Non vado dal tecnico della caldaia a spiegargli come fare il suo lavoro proponendogli cose assurde e lamentandomi che ha una mentalità poco aperta. Quindi se devi dire delle stronzate taci, anziché aprire la bocca e confermarmi la tua testadicazzaggine.

Mi sono rotta il cazzo di chi tenta di convincermi che se mangio una bistecca faccio male, perché gli esseri umani non sono carnivori. E’ vero, siamo onnivori, e se la natura ci avesse voluto mangia-insalata avremmo la dentatura di una mucca e tre stomaci, testa di cazzo, e se oggi hai un cane a casa che ti aspetta scondinzolando devi ringraziare quegli assassini mangia carne che hanno addomesticato i lupi per andare a caccia.

Mi sono rotta il cazzo di chi afferma che i vaccini sono un grande complotto per ammazzarci tutti, che non servono davvero, che ci iniettano i microchip e ci controllano, che quando muori la luce che vedi – che luce?- in realtà è la luce del tavolo chirurgico di una navicella spaziale.

Mi sono rotta il cazzo dei grillini, di casa pound, di forza nuova, delle zecche da centro sociale che tentano di combattere la mafia a colpi di marijuana, degli israeliani e dei palestinesi, dei “forconi”, dei geni che tentano la secessione costruendo la ruspa di Batman da far arrivare in piazza S.Marco, di Padre Pio e Medjugorje, dei testimoni di Geova, degli integralisti islamici, di quelli che si lamentano che non arrivano a fine mese ma la polo di Ralph Laurent è un must, di quelli che accoppiano la cravatta arancione con la giacca marrone, delle balene coi leggings, degli aspiranti suicidi che poi non lo fanno e se lo fanno puntualmente devono gettarsi sotto un treno, di trenitalia, degli stronzi che guidano strafatti, dei manifestanti che lanciano bombe carta e si definiscono pacifici, di un sacco di altre cose e l’elenco è veramente troppo lungo.

Mi sono rotta il cazzo della gente, di questa gente. Io mi chiedo ma cosa cazzo ce ne facciamo di 7 miliardi di persone sulla terra?

Se essere fascista significa non permettere agli idioti di avere una propria opinione, sì, sono fascista. E vaffanculo.

Fottutamente ostile

Davvero, non è facile attirarsi le mie ire.

Però un sacco di gente ci sta riuscendo, anzi, esattamente ci è appena riuscita.

Già mi sembra di essere sufficientemente sfigata, se vogliamo dirla tutta sono anche un po’ troppo sfigata, sinceramente non ho bisogno di cinni* di merda che vengano a sparare sentenze a cazzo di cane giusto per poter aprire la bocca. Facile eh. Un sacco facile. *Bestemmia*

E’ un periodo strano, è uno di quei periodi inclassificabili e relativi, mi sembra appena ieri quando in lacrime, a metà tra la disperazione e il “finalmente mi sono liberata di te” ho capito che basta, era ora di darci un taglio. Paradossalmente, da quello stesso istante, mi pare passato un secolo.

Immersa nei libri sembra che il tempo voli senza mai passare, un giorno prenoto un’esame a due mesi di distanza e il giorno dopo mancano appena dieci giorni al suddetto. Mi sono persa nel risvolto del tempo, un po’ ho guardato dentro il mio abisso, un po’ ho lasciato che qualcuno lo iniziasse a fare con me.

La cosa non è particolarmente apprezzata dagli amici.

Ora, io mi chiedo, non mi conoscete, non avete una stracazzo di vaga idea di come sia potuto accadere – ogni tanto non ne ho idea nemmeno io – e nonostante questo prendete posizione? Nei confronti di COSA esattamente?

Ma perché io devo condividere ossigeno con…ah. Fanculo.

 

 

Ne approfitto per scusarmi di questo lunghissimo, intensissimo periodo di nebbia, sono in un pesantissimo rush di esami e delirio e ho perso le parole. La realtà è che il pesantissimo rush di esami è voluto, così non posso guardare troppo a lungo nell’abisso, che è un po’ scappare ma sto cercando di non pensare nemmeno a questo. Credo che realizzerò chi sono solo durante la sbornia della festa di laurea, tra un sacco di tempo – che poi si rivelerà essere domani, lo so già.

 

*cinno = bambino, dispregiativo che mira all’immaturità del soggetto, al suo essere fastidioso e a un sacco di altre cose insopportabili.

Stai “Karma”.

La boccca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a’ capelli del capo ch’elli avea di retro guasto.

Queste settimane sono state qualcosa di infernale: letteralmente.

Come il Conte Ugolono della Gherardesca vorrei rodere il capo a quasi tutti quelli che mi sono ritrovata di fronte questa settimana, anche se, verosimilmente, mi ritroverei assieme a Filippo Argenti, con gli iracondi, poiché ancora l’Antenora non me la merito.

Ma partiamo dall’inizio…

Attendevo una missiva dell’USL contenente i referti dei miei esami, la dottoressa mi aveva detto che me li avrebbero spediti: ovviamente così non è stato. Nel frattempo stavo preparando gli esami di Geografia Culturale – ovvero “come diventare radical chic parlando di aria fritta”- e di Letteratura italiana – che se fosse un’esame valutato 12cfu, per il quantitativo di roba che c’è da preparare, avrei anche capito, sarebbe stato sensato, ma no, te lo infiliamo obbligatoriamente nel piano di studi e te lo facciamo valere solo 6cfu – il tutto in momento post rimozione di due denti del giudizio nonché durante le ultime settimane prima dello spettacolo teatrale che avrò sabato sera. Appelli: entrambi il 18 marzo. Ottimo.

Lunedì 17

Mi precipito al centro prelievi per ritirare il referto assieme Girlo – che ringrazio per le chiacchiere – apro la busta e, tra gli esami, uno non è valido perché in laboratorio si sono sbagliati.
Bestemmie.
Tornata a casa entro su Almaesami – che Dio ti strafulmini maledetto programmatore che ti sei inventato ‘sta piattaforma malefica! – per controllare gli arari degli appelli e il mio posto in lista. Esami prenotati: Letteratura italiana 18/03/14, ore 9:30, posizione in lista 39; Vicino Oriente Antico 29/04/14.
No, aspetta un secondo! Geografia? Che fine ha fatto Geografia?! Rimosso.
Altre bestemmie.
Lo riprenoto per il 5 maggio, sperando che il professore non elimini anche quell’appello.
La sera mi presento alle prove di teatro annunciando che per le 22.30 sarei scappata, ovviamente arrivo a casa solo all’una.

Martedì 18

Sveglia puntata alle 6.45: ovviamente mi addormento dal momento che, prima di addormentarmi, l’ultima volta che avevo guardato fuori dalla finestra della mia camera il cielo iniziava a schiarire. La Serena, che si doveva presentare all’appello con me, mi telefona sulle 8:30 capendo che mi ero addormentata. Volo giù dal letto, mi vesto col miele – ovvero recuperando cose a caso dall’armadio – e mi teletrasporto sotto casa. Partiamo.
Giungiamo eroicamente a Ravenna dopo aver incontrato qualsiasi cosa sull’autostrada, dai lavori in corso ai camion che si ribaltano. Ce la facciamo, ci presentiamo all’aula dell’appello: cento persone per un’aula da venti. Dopo dieci minuti di attesa arrivano i due professori seguiti da questa arpia di segretaria che strilla: “vi avevo detto NON in aula VI!”. Guardiamo perplessi questa megera isterica: il foglio, scritto a mano, che dovrebbe direzionare gli studenti nelle varie aulee lo hai scritto te! E c’era scritto “aula VI”, “vi avevo detto” a chi?
Cambiamo aula ed il professore inizia l’appello, chiedendo di specificare quale parte dell’esame si presentava, io lo avrei sostenuto intero – era diviso in parte “istituzionale”, che comprende letteratura dal ‘200 al ‘900 compreso, 15 canti dell’Inferno, Dante vita ed opere, e “monografica” che, nel mio caso, comprendeva “Lettera ad Ilaro” dallo Zibaldone del Boccaccio, la voce “Ilaro” dell’Enciclopedia dantesca del Padoan, la “Mirabile Visione” di Pascoli, le proposte di datazione per la redazione delle tre cantiche sempre del Padoan, il commento del mio professore alla “Mirabile Visione”. Ora, presupponendo di essere spostata al giorno successivo, essendo la trentanovesima, mi tranquillizzo. I professori stilano le liste, il mondo mi odia: devo sostenere la parte istituzionale come ultima del pomeriggio e la monografica come prima della mattina dopo.
Bestemmie forti.
Mi invento una visita medica e faccio spostare tutto al giorno dopo, Serena è in programma per il Giovedì.
In tutto ciò si arriva alle 11:30, all’incirca.
Serena ed io ci spostiamo nel tavolino di un bar, facciamo colazione, beviamo il caffè, tiriamo fuori i miei appunti ed inizia il ripassone mentre fumiamo ridicole quantità di tabacco. Verso le 16:00 le propongo di tornare a casa mia così riesco a finire la parafrasi dell’ultimo canto che mi mancava.
In autostrada c’è il delirio, arriviamo a casa mia in 45 minuti, circa, mi svesto, passo in casa e mia madre, che era ammalata, mi chiede di andare a fare la spesa. La guardo, guardo la badante bloccata da tutto il giorno davanti al pomeriggio 5, apro due birre e: “domattina ho l’esame, sto finendo di ripassare, non è il momento adatto.” Mi arriva uno “stronza” sbiascicato tra i denti. Poi si lamenta che “la badante non fa nulla“.
Il ripasso prosegue fino alle 20:00, scendo in casa da camera mia e li trovo tutti a mangiare: ovviamente per me non è stato preparato nulla, andatevene un po’ tutti a fare in culo.
Piango istericamente per una buona mezz’ora, forte di dieci datteri, una banana e un the – tutto quello che ero riuscita a mangiare il giorno prima – e due caffè e un bombolone del giorno stesso sarei tornata al piano di sotto con una mazzetta da 5 chili e avrei sfondato crani perché vaffanculo.
Per fortuna quel santo di Pilù si presenta da me con una pizza al salame piccante e una birra, per poi starmi ad ascoltare mentre ripasso fino all’una. Non credo di poter davvero trovare qualcosa di adeguato per sdebitarmi di quello che ha fatto.

Mercoledì 19

Alle 9 mi presento in dipartimento assieme al resto dei ragazzi in lista per la mattinata, sono così in ansia che picchierei il primo passante se solo mi guardasse male, sono l’ultima della mattina. Passo la mattinata a ripetere, camminare su e giù fuori dall’ufficio della prof con la quale si affronta la prima parte di esame, uscire dal dipartimento a fumare. Tutto ciò in loop.Finalmente entro dalla professoressa.
Tasso: le parlo della vita di lui, della “Gerusalemme liberata”, le cito addirittura l’episodio dopo il quale fu rinchiuso come “furioso” ma mi lascio sfuggire il titolo dell’opera “Aminta” della quale non conosco la trama perché sul libro non c’è.
Leopardi: sono felicissima, l’ho studiato alla morte, è uno dei miei preferiti, tanto che non mi viene in mente un solo titolo di una qualsiasi poesia, giustamente mi vengono in mente quelle di Pascoli.
Foscolo: la professoressa mi permette di recuperare, io lo odio ed ovviamente non l’ho nemmeno riletto, le parlo delle tematiche di ” Le Grazie”, “Dei sepolcri” e “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”. Mi venga un’accidente.
Divina Commedia, Canto VI: il girone dei golosi, la figura di Cerbero, la pena che devono scontare i golosi e Ciacco, del quale specifico che è incerta la sua attribuzione al rimatore dell’Anguillaia ed è più probabile che sia una figura di un fiorentino generico usato da esempio, la profezia dell’esilio, collegamenti alle altre profezie di Farinata, Brunetto Latini e, già che ci sono, ci butto dentro pure Cacciaguida che sta in Paradiso.
Mi da “Discreto” per lo scivolone sull’Aminta e su Leopardi.
Fanculo.
Esco dal suo studio ed entro in quello del prof. Specifico che lo scoglio vero, in tutto ciò, è lui e questo esame l’avevo già tentato due o tre volte prima.
Mi siedo, lo saluto, gli passo il libretto, controlla il nome e il numero di matricola e mi chiede qual’era la mia parte monografica.
“La parte monografica che ho preparato è…”
“Sù, sù, signorina, lei non ha scritto ancora delle monografie, o le ha scritte?” Sgrano gli occhi respingendo l’istinto di sfoderare l’Opinel del 12 dalla borsa “Comunque ho capito cosa intende.”
Muori.
Ha condotto l’esame su questo tenore per tutto il tempo, aggiungendo cose come “suvvia, lei non è più una matricola, dovrebbe ben sapere in che modo difendersi adeguatamente dagli attacchi dei suoi professori”.
No, perché genericamente i suoi colleghi sono meno stronzi.
Conclude con “Signorina, io so che è preparata, si sente, ma dovrebbe imparare a vendere meglio la sua merce. L’esposizione poteva essere migliore, ma dal momento che era preparata le darò un 26.”
Dammi anche un 18 basta che io non ti debba rivedere mai più.
Sorrido, ringrazio e saluto; volo a casa, annuncio il voto e mi attacco a Diablo III perché ho bisogno di fare qualcosa di totalmente brainless. Mentre gioco, imbambolata al pc, mi volano nella testa terzine casuali della Commedia. Voglio tipo morire.
Immancabili le domande: “quando lo dai il prossimo esame? E la tua prof per la tesi quando la senti?”.
Cristoddio.

Venerdì 21

Per contrappasso, giusto per rimanere in tema, assisto alla laurea di una mia amica, sempre assieme alla Serena. Niente da dire, giornata fantastica, a parte il fatto che abbiamo iniziato a bere a mezzogiorno nel giardino del dipartimento di Ravenna e che, arrivati all’autostrada per spostarci verso Bologna, c’era così tanta gente che sembrava il ponte del rientro di fine agosto. Abbiamo bevuto tutto quello che poteva esserci di alcoolico e alle otto di sera mi sembravano le tre della mattina. Sorprendentemente non sono andata in hangover.

Sabato 22

Finalmente riesco ad onorare il mio fioretto: dopo tre anni dalla promessa che mi sono fatta finalmente mi faccio il piercing al labbro, di sotto, nel mezzo. Senza dire nulla a madre mi fiondo verso casa del mio amico Olmer, diretti poi a Forlì, l’appuntamento è per le 17:00.
Arrivati dal tatuatore: il delirio.
Una colonna immane di persone in fila per tatuaggi e piercing, attendiamo fino alle 20:00, cazzeggiando e dicendo boiate, più il momento del foro si avvicina, più realizziamo quello che stiamo per fare. Per un attimo mi pare anche una pessima idea, soprattutto per quello che dirò a mia madre quando mi vedrà come fiera portatrice di un “chiodo”. La cosa migliore che mi viene in mente è una conversazione tipo:

-Cos’hai fatto al labbro?!-
-Chi? Io?-
-Ti sei fatta un piercing?!-
-Ommioddio! Ho un piercing nel labbro? Come diavolo ci è finito?!- e corro sconvolta allo specchio.

Sarebbe stata una scenetta fantastica.
Finalmente giunge il nostro turno e mi sottopongo io per prima alla cosa. Pensavo fosse più doloroso, devo dire la verità, ho sentito male perlopiù quando l’ago ha forato la pelle dal lato esterno, per il resto nulla di terribile: quello è giunto dopo.
Mi alzo dalla sedia, il tatuatore si accerta che non mi giri la testa, vado allo specchio: che figata, in più sto benissimo. Mi giro mentre Olmer si siede e rimango a guardare da fuori quello che ho appena subito: quando l’ago gli esce dal lato esterno del labbro mi si appanna la vista e con la scusa del “vado a prendere il cellulare” mi accascio sui divanetti con un’unico pensiero: “oddio, mi sono appena fatta fare una roba del genere?”
Ci tengo a specificare che ho maneggiato resti umani e un sacco di altre cose macabre che fanno particolarmente senso e non ho mai avuto problemi a guardare ferite gravi o altre amenità, ma vedere sta cosa mi ha ribaltata. Non oso immaginare cosa sia la vista di un piercing alla lingua, al solo pensiero ho i brividi.

Lunedì 24

Finalmente siamo arrivati all’oggi e spero che il mio girone infernale con ciò sia finito. Non è stato tanto traumatico in sé, il week-end è stato una figata, ma manca comunque l’ultima parte ovvero stamattina.
Mi presento a rifare l’esame, al referto era allegato un foglio in cui dicevano di presentarmi con quello e ripeterlo. Lo mostro alla dottoressa che legge il referto, scuote la testa e mormora “incredibile“. Mi da la mia provetta e mi manda diretta al centro prelievi per consegnarla.
Mi accodo allo sportello 3, quello del ritiro, mi ridirezionano allo sportello 1 per la stampa dell’etichetta – un po’ me lo aspettavo – mi metto in coda, passo il referto alla segretaria, le dico cosa mi ha detto la dottoressa e le indico, sottolineo le indico, l’esame da rieffettuare. Lei mi fa segno di aspettare, dopo una breve consultazione con la collega, sempre segretaria, dello sportello a fianco stampa l’etichetta. La leggo, guardo il referto e so già che è l’etichetta sbagliata. Mi riaccodo allo sportello 3, passo tutto, referto compreso. L’infermiera mi fa:
-No, no, il referto non mi serve.-
-No guardi, controlli un secondo perché ho l’impressione che l’etichetta sia sbagliata, ma non essendo sicura perché non è il mio lavoro non vorrei dire una cazzata.- lei afferra il referto, guarda, si cruccia.
-Effettivamente è l’etichetta sbagliata.- prende una penna, scrive sotto l’etichetta e mi rimanda all’1. -Gli ho scritto che etichetta serve.-
Mi risposto allo sportello 1, reinfilo il referto e l’etichetta da cambiare, la segretaria dice alla collega:
-Ah, alla fine era quest’altro, non ci abbiamo preso. Peccato.-

Prego?

-Ma, mi scusi, io prima le ho indicato quale esame dovevo ripetere e lei ha pure fatto finta di capire, mi aveva prenotato un’esame casuale?- questa fa spallucce e mi pinza l’etichetta giusta.
-Consegnalo pure allo sportello 3.-

Puttana. Blocco l’istinto di svellere da terra una delle sedie della sala di attesa per poi rompere il plexiglas che mi separa da lei, saltare ferinamente al di là del buco e azzannarle il collo in stile molto pulp, con tanto di schizzi di sangue ad altissima pressione, per poi lasciarla lì agonizzante e calpestarla in maniera trionfale.
Spero vivamente che non ci sia qualche altro cataclisma in laboratorio, se no potrei davvero azzannare qualcuno la prossima volta che entro al centro prelievi.

Numero 154

Nel cimitero comunale di Imola, il Piratello, di fianco al loculo in cui quattro anni fa seppellimmo mio nonno, c’è una lapide grigia e sporca che un tempo doveva essere sorprendentemente bianca. Dovrebbe essere la numero 154 ma ormai il numero non esiste più.

Qui riposa
ERMELANDO CAVINA
di anni 23
il bombardamento del 7.7.1944
spense la sua giovinezza
unico sostegno ai genitori
cui ora conforto è solo il pianto

La scritta è incisa, un tempo doveva essere sottolineata in nero ma ormai il colore è colato a macchiare il marmo e la sua traccia rimane solo nel nome. Un tempo questo ragazzo, di anni 23, morto nel ’44, aveva anche un volto ma, ormai, la fotografia si è staccata lasciando la traccia ovale nel punto in cui un tempo era stata applicata. Il vasetto portafiori, in marmo anch’esso, è stato spezzato. Una frattura vecchia: è già presente la spessa e caratteristica patina di degrado marmoreo. Rimane solo il porta lume con il traforo a forma di croce.

Tutte le volte che vado a trovare mio nonno, raramente per altro, mi fermo di più di fronte alla sua lapide che di fronte a quella di nonno e mi chiedo sempre: “Da quanto tempo sei stato dimenticato? Da quanto tempo se ne sono andati i tuoi genitori? Possibile che non ci sia nessuno che ti dedichi un pensiero, mai, a te che te ne sei andato in maniera così infame, così inutile, sotto le bombe?” Cavoli, questo ragazzo è morto due anni prima del mio bisnonno Narciso e, nato in una data imprecisa del ’21, era più piccolo di mio nonno di 4 anni e mentre tu ti sei spento più giovane di me lui, nonostante la guerra, nonostante la sua presenza a Montecassino quel giorno, si è spento a 93 anni. Che destino infame. E’ il lampante esempio della frase che ho scelto per il grande tatuaggio che mi farò sulla schiena:

La vita è una questione di fortuna,
la morte è una questione di tempo.

Non gli portano i fiori nemmeno per i Morti, e dire che in quel periodo passano un po’ tutti dai cimiteri, pure le signore anziane che portano i fiori della carità alle tombe vuote. Anche loro si dimenticano di te. Non so se c’è un dopo, sono profondamente scettica in tal senso, ma se così fosse quanto puoi essere triste tu che, di là, guardi il “dolce mondo” e ti vedi completamente dimenticato da esso? Forse sono l’unica che, pur non avendoti mai conosciuto, ti dedica qualche pensiero.

E un fiore.

La prossima settimana ti porto un fiore.

Parlare

E’ una vita che non scrivo qui, almeno, a me sembra una vita.

E’ che piove a dirotto, è che dormo poco e male, è che ho avuto un incontro ravvicinato con l’abisso, il mio abisso personale, quello dentro il quale evito di guardare da mesi. Ci ho guardato dentro, cioè, ho lasciato che altri ci guardassero dentro, confusamente, sabato notte in un blackout totale del quale non mi ricordo niente. Ottimo direi. Il problema è che l’abisso l’ho aperto e adesso è lì, lo so, e mi trascina giù.

Un mio amico mi ha chiesto, la domenica, mentre sembravo una larva abbozzolata com’ero dentro al plaid di lana in fantasia scozzese, se ne volevo parlare. Sì. Lunedì notte mi è venuto a trovare e ho straparlato, davvero, a macchinetta, perché di parlare ne ho bisogno chiusa come sono sullo studio di quell’esame radical chic – non esiste davvero altro modo per definire un qualcosa come la filosofia che sta dietro alla cultura geografica e cartografica – ma ho parlato di altro. Qualsiasi cosa d’altro per non aprire l’abisso. L’ho riassunto brevemente in una frase:

Hai presente quando in ogni istante della giornata ti senti il peggior schifo che abbia mai messo piede su questa terra? Ecco. Sono in quella situazione lì.

Poi basta, discorso chiuso. Chiuso perché è meglio scrivere, perché scrivere è un atto di fede, soprattutto così, pubblicamente, on-line, non sai mai chi sta leggendo cosa. Però c’è uno schermo, c’è un qualcosa che separa irrimediabilmente dall’interlocutore, chiunque esso sia, che non mi permette di vedere quello sguardo misto tra il “mi dispiace” e il “non so che dire”, che non mi tiene impegnata nel mantenere la maschera del cazzodurismo apatico che esplode solo in rabbia e non mi devo preoccupare di vederla tirare delle crepe, di tanto in tanto, e ricacciare indietro le lacrime perché sì.

In realtà il discorso è chiuso anche per un altro, fondamentale, motivo: ho chiuso me stessa nell’abisso e mi ci sono lasciata per mesi e mesi, ignorando me stessa in un modo quasi insistente. Mi sono chiusa in mezzo ai libri, mi sono dedicata agli esami, al teatro, agli amici, ai sabato sera, ai film, ad un triliardo di impegni ai quali faccio fatica a stare dietro, qualsiasi cosa per non avere dei momenti nei quali riflettere approfonditamente su me stessa e adesso mi sto presentando il conto. L’idea di guardarmi dentro mi spaventa, mi viene in mente l’immagine nitida della bocca dei vermi delle sabbie, in Dune, una voragine spalancata ed irta di denti. Un immenso vortice di acqua che ribolle e gorgoglia, trascinando tutto in mezzo alle fauci di Cariddi. Io lo so che devo scendere dentro quell’abisso, quel Maelstrom che ho dentro, che sono, devo armarmi e farlo perché non ho davvero altre soluzioni, non potrò ignorarmi in eterno.

La verità è che ho bisogno di un’Arianna che tenga teso il filo in modo che io non mi perda, perché non è necessario vincere sempre tutte le battaglie da soli, anche se è una cosa per la quale il mio orgoglio lotta strenuamente. Il problema è che, sinceramente, di Arianna non ne vedo molte in giro.