Dura lex

Ho finito.

(Il primo round)

Finalmente il 20 novembre sono stata dichiarata. So’ dottoressa.

Sembra che io abbia discusso a tempo di marcetta, battendo il tempo con un “piedino”, si fa per dire, dato il mio numero da fata. La prima cosa che ho fatto è stato lamentarmi del male ai piedi, che hanno continuato a dolere fino a due giorni dopo. Io volevo discutere in anfibi.

Ho passato i primi due giorni a riprendermi dalla sbronza della festa, perché nonostante io sia riuscita a tornare a casa sobria il mio stomaco è rimasto ribaltato per un week-end intero e mi ha fatto patire tutto quello che ho fatto patire io a lui. Ho imitato Sailor Moon, invocando il potere del Cristallo di Luna, e Crystal il Cigno in una perfetta interpretazione dell’Aurora del Nord. Sono pure riuscita ad intrufolarmi nello scavo romano che c’è sotto il bar in cui ho fatto la festa, perché i cocci mi attraggono in maniera compulsiva.

La notte prima, lo ammetto, sono andata a giocare a D&D 3.0 (perché siamo nostalgici).

 

Sia chiaro, sono molto più che felice di aver terminato la scalata a questo primo gradino, è un traguardo che sono felice di aver raggiunto – e l’alloro mi dona, dandomi anche quella lieve fragranza di arrosto.

E’ da ieri che cerco di immatricolarmi alla Magistrale. Cioè, ci provo. La parte più complessa dell’Uni è quella di riuscire a dar la pugna alle segreterie, che ovviamente sono un milione, ognuna controlla solo un pelo del culo ignorando gli altri – e lo controlla due ore a settimana, ovviamente – senza dare nemmeno la disponibilità a passarti il numero dell’altra segreteria alla quale ti rimpallano.

“C’è il numero sul sito.”

Hai idea, brutto ammasso di cellule ruba ossigeno a tradimento, di quanti siano gli stramaledettissimi siti dell’Uni? Un bazzilione di pagine inutili che non dicono nulla, sono solo autocelebrative. I bandi e tutto il resto sono nascosti in delle finestrelle a bordo pagina, caricati in pdf senza nemmeno il titolo completo. Sembrano delle supercazzole.

A dire il vero, tutta l’organizzazione burocratica sembra una supercazzola. Quando ho chiesto se il libretto lo dovevo consegnare o potevo tenermelo, dato che ora c’è solo quello elettronico, un brivido di panico ha scosso la Segreteria Studenti. Avrei portato meno caos se avessi lanciato una decina di molotov. Vabhé.

(non posso specificare quale Uni, il nostro mirabolante “codice etico” me lo vieta)

Fatto sta che forse riesco ad immatricolarmi dopo il colloquio di valutazione alla mia preparazione, perché evidentemente il fatto che io mi sia laureata col massimo dei voti da cinque giorni, proprio in una delle lauree che impongono come prerequisito, non è sufficiente. Ok. Io capisco quei due passaggi in più per quelli che si trasferiscono da un’altro ateneo, ma porco il clero, io sono sempre nello stesso. Hai il mio file di matricola sul pc, perché ti devo portare, stampati, dei documenti  che hai già, visto che io li stampo dal tuo sito?!

 

 

Ho deciso: la prossima corona sarà in foglia di quercia, al valor militare, per aver trionfato sulle segreterie.

Potere del Cristallo di Luna! Vieni a ME!

Potere del Cristallo di Luna! Vieni a ME! *musichetta*

 

 


 

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Terra

AVVISO AI LETTORI:

Questo post è altamente sentimentale.

L'Antico Vaso andava portato in salvo

L’Antico Vaso andava portato in salvo

“Oh che bello, studi archeologia! Avrei tanto voluto farlo anche io da piccolo!”
Questa è la frase tipica che un archeologo in divisa – cioè ricoperto di terra, sudore, macchie del pranzo di almeno una settimana prima e piccone alla mano – o anche non in divisa, si sente dire da qualsiasi persona che lo veda al lavoro o che gli chieda “cosa fai nella vita?”. Poi scopri che lui è all’ultimo anno di giurisprudenza – che per carità d’iddio il diritto che materia arida – col nonno notaio, o che si sta specializzando in cardiochirurgia. Fanculo. Lui mangerà al San Domenico e io continuerò coi kebab dei pakistani. Ok.

A parte il lato monetario però l’archeologia è liberatoria. Non parlerò i tutto il sottofondo culturale di miliardi di cose che devi sapere per essere un bravo archeologo, ma solo dello scavo.

Lo scavo è la parte più dura, fisicamente e mentalmente parlando. Perchè non basta la passione per le anticaglie o i coccetti, non è solo scava scava e tira fuori. C’è tutto un metodo, una burocrazia, la fatica fisica di stare in posizioni improbabili, bestie più o meno carine che saltano fuori a caso, torni che non contano. E soprattutto c’è la terra. Un sacco di terra.

E quella ti deve piacere, perché devi starci nel mezzo per ore e ore. A me piace, stare lì a paciugare con la terra, sentirla morbida e scura che si sfoglia docile sotto la lama della trowel, che fa un profumo tutto suo. Mi ci incazzo anche con la terra, quando mi ritrovo sotto il sole cocente sulla spianata di argilla, con le ginocchia doloranti e il polso pure – si è un’immagine equivoca – perché l’argilla secca non è collaborativa quando la accarezzi con la trowel, e non collabora nemmeno quando ti ci accanisci, che sei lì a tirare il piano bello pulito per un fotopiano, e questa ti salta via a zolle e ti tocca ricominciare. Lì bestemmio potentemente. Non collabora nemmeno se la prendi a picconate, dura come un sasso, la stronza. L’argilla la amo e la odio allo stesso tempo. Quest’anno, nel periodo di pioggia violenta primaverile, l’argilla e l’acqua ci han fatto impazzire. La mattina a svuotare lo scavo che era diventato una meravigliosa piscina, poi immersi nel fango, imbrattati in ogni modo, chiazze di fango in posti che Dio solo sa come ci è arrivata. E una mattina, mentre ero lì bella immersa nella mia fanghiglia, cercando di capire dov’era il limite tra due strati, mi sento i calzini bagnati. Mi guardo i piedi e, ohibò. E tutta quest’acqua? Non avevamo svuotato? Poi mi accorgo poco lontano che c’è una bollicina che ogni tanto gorgoglia. E ce n’è pure un’altra, e un’altra ancora. Aveva piovuto talmente tanto che la falda stava ributtando fuori l’acqua.

Questi imprevisti, il sudore, la fatica, il sole cocente sulle spalle e l’abbronzatura da muratore col sorriso sui lombi, adesso, in questo preciso istante, mi mancano. Mi manca soprattutto l’odore della terra, la sensazione di averla sotto le unghie, dentro le scarpe, a volte finisce pure nelle mutande. Mi mancano le lunghe docce dopo-scavo, che alla seconda e terza passata di bagnoschiuma l’acqua continua ad essere marroncina. Mi manca pure la lotta territoriale con le vespe.

Io sono aracnofobica. Quando vedo un ragno mi immobilizzo e vado in apnea e cerco di indicarlo alla persona più vicina come un’imbecille. Quando lavoro in mezzo alla terra, però, divento un killer. Insetti, rospi, bisce, non ho problemi. Ma i ragni. Quando ne becco uno a portata di braccio – quindi troppo vicino – lo elimino. Non venitemi a dire “ma no, poverini, hanno più paura loro di te”, sticazzi, lo so che hanno più paura loro ma il mio istinto di autoconservazione psicologica decreta “o me o lui” e io opto per me. Però me la sbrigo. Il fastidio indicibile di quando becco qualcuno che strilla come un’aquila ad ogni singola formica, o che esplode in gridolini schifati ad ogni cavalletta o altro insettino. Mi urta. Fa parte dell’essere in mezzo al terriccio, trovarci dentro i lombrichi. Devi amare pure quelli – tranne i ragni.

Poi l’emozione, quando sei lì e pian piano dalla terra emerge un vaso, un osso o un qualche altro manufatto. All’inizio la tentazione di estirparlo per vederlo subito, rigirartelo tra le mani, guardartelo per bene, toccarlo, pulirlo. In realtà è molto più emozionante scoprirlo come vuole il manuale, lentamente, scontornandolo, girandoci attorno. Questione di metterci dieci minuti anziché estirparlo, non di millenni eh. Ma anche quella breve attesa, mentre sei lì a ripulirlo con la trowel e lo guardi prendere forma è una bella soddisfazione.

Poi ci sono i momenti “panico da foto di scavo”. Lo scavo deve essere sempre pulito, sembra un ossimoro, ma deve essere sempre pulito, niente mucchietti di smosso, buchi casuali o altro, si deve seguire una certa logica, la terra si sfoglia e deve essere sempre leggibile. La foto ha anche il problema della luce, se è troppa non si vede niente, devi fare in modo che non ci siano delle ombre, e la lavagnetta con il nome dello scavo, la data, gli strati che ci sono in foto, il quadrato, il settore. Orienta il metrino, orienta la lavagnetta, posiziona in Nord in modo che si veda in foto, controlla che lavagnetta e metrino siano orizzontali, più orinzzontali, ancora un po’ che è un po’ sbilenco. Prima della foto c’è il momento delle acrobazie: tutti impegnati a ritirare il piano del terreno in modo che sia bello liscio e si veda bene tutto. A volte bisogna raschiare a trowel, altre volte basta passare la scopa, dipende dalla terra, da quanto è sporco. Ma non devi lasciare impronte! Allora tutti ad andare in un verso, e adesso? Da dove usciamo? L’angolo come lo facciamo? Cavati le scarpe, così in calzini non lasci l’impronta. A volte ti ritrovi in un angolino, imprigionato in questo scavo tutto pulito, dietro di te il muro della sezione troppo alto per essere scalato e nessuna via d’uscita. Allora ti fai dei numeri da acrobata di circo per riuscire a scomparire prima del momento della foto.

Il rassicurante momento dei sacchetti e dei quadrati. Lo scavo è organizzato a griglia da battaglia navale in quadrati di un metro per un metro. Tu sai che devi scavare un’unità stratigrafica perché sta sopra a questa e quella che le devi liberare, allora inizi. Ti prendi i tuoi sacchettini, fai le acrobazie per raggiungere il quadrato sporcando e pestando il meno possibile e ti metti lì a fare i tuoi sacchettini: questo per la ceramica, questo per il concotto, questo per le ossa, questo per il campione di terra. Un paio di sacchettini di riserva se proprio sei fortunato ed esce un reperto notevole. Io amo questi attimi burocratici, un po’ perché prendo appunti per qualsiasi cosa, un po’ perché lo trovo rassicurante e rilassante.

Il mio attimo di relax preferito è la compilazione della scheda US: in che quadrati era lo strato, antropico o naturale, che tipi di reperti, un disegnino sommario e la descrizione della terra. Sono sempre molto prolissa nella descrizione della terra, mi piace essere precisa, descriverne il colore, la consistenza, se era tutto uniforme o c’erano piccole macchie leggermente diverse e in che modo lo erano.

Mi manca tutto questo. Anche il disagio di non sapere dove andare per fare pipì. Mi manca pure quello.
In pratica non vedo l’ora di sentire il mio voto di laurea, iscrivermi alla magistrale e tornare sul campo il prima possibile. Che lo scavo in Abruzzo a cui partecipo da anni quest’anno l’ho dovuto disertare per potermi laureare. Porco Giuda.

Time to change

Settembre è stato il mese della rivoluzione.

Diciamo che è stata una rivoluzione parziale ma che mi ha fatto bene.

Mi sono tolta un discreto sassolino da una scarpa, l’ho buttato nel lago e sono rimasta a guardare gongolante il tam tam delle onde che si sono dipanate dal punto d’impatto. L’isteria, checché la commentatrice simpatica del post di sotto ne abbia detto, è esplosa regalandomi attimi di puro edonismo.

Forse è vero, mi si lancia un sasso ed alzo il livello dello scontro a DEFCON 1. Per ora ha sempre funzionato senza macerie dal mio lato.

 

A parte i sassi e le atomiche mi sono finalmente iscritta in palestra.

Ebbene sì. Ho tradito il mio dolce divano, il mio soave far nulla, per ammazzarmi di step in palestra cercando di seguire il doppio pedale degli Slayer.

La palestra è un luogo strano. E’ un misto di ragazze magrissime e truccatissime, coi capelli perfetti costantemente in piega – che poi come diavolo facciano a strarci è un mistero – che fanno gli esercizi coi pesetti da un chilo; ragazze tondette che come me sputano i polmoni sul tapis-roulant, immerse in bagni di sudore che nemmeno dentro a una sauna in dieci pigiati stretti ce la si fa; uomini di mezz’età che cercano di non invecchiare troppo in fretta ed infine loro, i miei preferiti, ragazzi più o meno giganteschi che fanno solo petto-spalle-braccia. Il mio preferito è Ciabattino piccolo, perché è simpatico e mi tira sempre in mezzo ai discorsi del loro gruppetto e almeno mi faccio due risate, lui tutto sommato è anche proporzionato. Ciabattino grande invece è un qualcosa di gigantesco. Ha le spalle di un giocatore di football americano, spallacci inclusi. Poi lo sguardo ti scende, che non lo squadri per bene uno così?! Maglietta da basket, pantaloncini Adidas neri con due bande laterali bianche, ultimo bottone slacciato per mostrare meglio il quadricipite…assente. O meglio: le gambe sono perfette, definitissime, ma sembrano le gambe di qualcun’altro. E allora continui a guardare gambe e spalle e pensi: perché ti stai pompando le spalle e le braccia in quel modo…e le gambe no? Hai intenzione forse di passare il resto della tua vita a camminare sulle mani? Non sarebbe meglio avere delle spalle muscolose ma proporzionate a tutto il resto del corpo? Poi scendi ancora e sono lì: le infradito.

Adoro!

Senza contare la meraviglia di essere lì a zompettare sullo step, con quella di fianco che ti parla della sua attività di ricostruzione unghie – rigorosamente in nero – quando, all’improvviso, senti i tipici lamenti da puntata di Dragon Ball.

WHAAAAAAAAAAAAAAAG!
BUM.

Alzi lo sguardo e vedi questo che molla i pesi e inizia a camminare su e giù per la palestra in preda a crisi esistenziali. Poi si irrigidisce tutto, riguarda i pesi e torna a sollevarli più incazzato di prima. E’ bellissimo.

Però, dal momento che sono tondetta e devo perdere peso – che poi sto perdendo solo taglie dei jeans pesando uguale a prima – non faccio solo palestra tre volte a settimana. In quei due giorni di buco ci ho pure infilato in mezzo fit boxe.

Fit boxe è una figata. Stai un’ora a saltellare e a picchiare il sacco a tempo di musica tipo “Blue” degli Eiffel 65. Nonostante i guanti, l’ultima volta mi sono sbucciata una nocca. Stavo pensando al mio ex, lo ammetto, pensare di essere lì a prenderlo a cazzotti mi da sempre le forze di arrivare alla fine dell’ora – alla fine quella relazione è servita a qualcosa, non è stata una totale perdita di tempo! E il signore di fianco a me: “ma non serve che lo picchi davvero il sacco, basta fare il gesto”.

Ma se il sacco non lo picchio non mi sfogo! E poi la soddisfazione di vedere il sacco che dondola sempre di più di settimana in settimana. Fantastico.

Quindi mi sto rimettendo in forma, o meglio, per la prima volta sto abbandonando la mia forma tonda per una forma un po’ meno tonda. Anche perché se no arrivo alla fine del primo giorno di scavo che non riesco ad alzare le braccia sopra la testa e vorrei solo morire.

Sono riuscita a riprendere i contatti con due persone a cui voglio bene.
Il primo totalmente per caso. L’ho incontrato al parco e dopo lunghi momenti di “lo faccio o non lo faccio” , quando è rimasto solo mi sono andata a sedere di fianco a lui e gli ho detto che sì, aveva ragione, non avrei mai dovuto accettare l’ultimatum “o lui o me” del mio ex, che poi non avrebbe fatto altro che chiedermi di rinunciare ad altre cose. Gli ho chiesto scusa e gli ho detto che mi era mancato. E lui ha sorriso e ha risposto che gli ero mancata anche io. Poi abbiamo passato il resto della serata a battibeccare come se non fossero passati due anni dall’ultima volta che ci eravamo rivolti la parola, ma appena qualche ora.

Il secondo l’ho cercato. Mi ha raccontato un po’ di sé, gli ho raccontato un po’ di me. Ci siamo aggiornati su questi anni di silenzio radio un po’ per chat, un po’ grazie a una lunghissima telefonata che è passata dalle nostre storie alla formazione dei mondiali di quest’anno, alla mia passione per il pro bull riding, il suo lavoro, la sua casetta – giuro che appena mi laureo che ho un po’ di tempo la vengo assolutamente a vedere – il mio Dioniso, l’ansia della tesi, il football americano. Di tutto. Non ci conosciamo da tantissimo, se contiamo anche il silenzio radio, ma quando l’ho conosciuto mi ci sono subito affezionata, a istinto – una di quelle cose che dovrei seguire più spesso, fortuna che con Dioniso mi sono fidata e l’ho seguito – e sempre a istinto ho sentito, forse anche con un po’ di arroganza, che ci potevo parlare bene o male di tutto.

Ultimo, ma non meno importante, sto abbandonando il rosso.

Ebbene sì, mi sono fatta bionda.
E sono contentissima.

Sono almeno sei anni che ho i capelli rossi, quando tutte si facevano bionde io ero lì a tingermi i capelli di nero. Quando tutte si facevano nere, ero lì a lottare per i capelli rossi. Adesso che tutte son rosse, che viste da dietro non si distinguono più perché usano tutte lo stesso tono, ho deciso che è il momento di cambiare di nuovo e provare col biondo, che ancora mi mancava.
Non sono ancora pienamente soddisfatta del risultato, il rosso si vede ancora parecchio, ma per la laurea credo che sarò finalmente bionda bionda.
E giusto per aggiungere un luogo comune: posso far finta di essere scema se voglio allontanare qualcuno che proprio non sopporto.

Tornando a Dioniso…finalmente so quando torna.

Tutte queste cose, assieme, rendono questo periodo stranamente felice, nonostante l’ansia da ultimo esame e da tesi. Sì, posso dire che in questo momento, nonostante alti e bassi di malinconia, nonostante gli scherzetti del mio fisico che continua ad accartocciarsi in sfoghi psicosomatici da stress, sono proprio felice.

Dimenticavo.

Italiani! di cielo, di terra e anche di mare! Due giorni fa ho dichiarato guerra ai pidocchi ed ai bruchi che hanno infestato le piante del mio terrazzo! E’ ora di dire BASTA alle foglie delle gerbere traforate come merletti, è ora di dire BASTA alla menta mojito che agonizza sotto la tirannia di orride bestioline delle quali non conosco il nome, è ora di dire BASTA ad altre orride bestioline che saltellano sulla mia salvia facendole ingiallire le foglie. Si fottano gli antiparassitari bio e la convenzione di Ginevra. E’ il momento delle armi chimiche.

Pesci rossi

Gente che in una gara di idiozia riuscirebbe ad arrivare seconda

Corollario: sono tollerante nella misura in cui non mi si rompono le palle.

Tendenzialmente la gente va ben oltre.

Dal momento che sono una personcina che porta poco rancore e mi si vuol far passare per la Stronza di turno, come già anticipato, tale nomea voglio guadagnarmela.

Ho avuto un sacco di tempo per mettere insieme i pezzi di questo post durante l’estate e finalmente è giunto il momento di dare loro corpo e renderli al pubblico ludribio dell’internet e di chi mi ha dato il materiale e le informazioni su cui lavorare.

Colpo basso?
Certo. Mai detto di essere corretta, se mi si fa – stupidamente e inutilmente – incazzare ancora meno.

Ma partiamo dal principio.

Tempo fa scrissi un post generico sulla generica attività di rievocazione dal quale il gruppo di cui facevo parte – che chiamerò “La teuta della Birra”, tanto chi vuole intendere intenderà – si sentì attaccato. La loro coda di paglia non è un mio problema e, sinceramente, non lo sarà mai, ma mi sentii dire dalla Moglie del Birraio e dalla sua Ancella: “non puoi scrivere quelle cose”.
Cosa posso o non posso fare, in uno spazio privato come un blog, lo decido io.

La storia ha inizio tanto tempo fa – per intenderci l’anno scorso ad agosto, se non vado errata, o comunque in estate – quando, parlando con una delle poche persone encefalo dotate all’interno della teuta, proposi una didattica comparativa tra l’abito femminile celtico e quello femminile etrusco – che poi io mi sia sentita addirittura dire “celti ed etruschi non si sono neanche mai incontrati” tra le argomentazioni contro a questa cosa vi lascia capire il livello generale.
Questa cosa non la proposi per chissà quale motivo, semplicemente perché fare divulgazione, nonostante lo sguardo da vacca al pascolo della maggior parte del pubblico, mi piace, inoltre passare un week-end a guardare la gente che passa lo trovo piuttosto noioso. Se devo passare il mio fine settimana seduta su un panchetto come una scema a guardare il panorama vado al mare e mi spiaggio su un lettino a rosolare mentre ascolto i gossip delle vicine di ombrellone.
Alla proposta mi viene risposto “mi fido, fai quello che devi, sarà interessante”, per dirla in breve. Vero, non ho chiesto al capo gruppo, il Birraio, ho chiesto al segretario che comunque è una carica abbastanza in alto – evidentemente solo quando fa comodo al Birraio – ed è anche uno che ci mette del suo, sa le cose e se non le sa si informa.
Mi studio tutto il progetto, creo l’abito, lo indosso – nessuno dice nulla – e faccio anche un po’ di didattiche che mi è parso siano state interessanti per il pubblico. Dico “mi è parso” perché sono stata interrotta con domande specifiche delle volte, quindi se uno non ascolta la domanda non la fa.
Durante l’estate però la Druida interviene.

Ora la Druida è una femmina, il che è più che sufficiente per far colare a picco la credibilità dal momento che la casta druidica era prettamente maschile, e quell’anno non aveva fatto praticamente nessuna uscita. Altri gruppi rievocativi, coi quali ho chiacchierato amabilmente e separatamente, narrano che costei, non so in che anno, durante una didattica al pubblico raccontò che gli etruschi vivevano nelle tane scavate nelle montagne come gli hobbit. Giusto per ricordare il livello della gente di cui sto parlando eh.
Ad ogni modo, lei, dall’alto della sua attività di allevatrice di polli – no, non è un eufemismo o una presa in giro, era proprio la sua attività in quel periodo – mi viene a dire che il mio “peplo”, che un peplo non era e se proprio vuoi farmi pesare che studiavi archeologia lo devi sapere, non è adatto poiché bianco.
Ovviamente non si parla di quel bianco candido a cui siamo abituati, si parla del bianco sporco del lino non sbiancato.
Le feci notare che dopo tutto lo sbattimento per studiarmi il taglio, il tessuto, il modo in cui poteva essere portato e il plausibile colore, in quel particolare periodo le fonti che avevo trovato parlavano di abiti bianchi e mantelli colorati. Fosse stato per me quel vestito avrebbe potuto essere anche color verde pisello, sai che mi frega, ma se loro volevano correttezza storica – cosa che io per prima mi richiedo quando faccio una plausibile ricostruzione, se no mi vesto da Arwen e chi s’è visto s’è visto – l’abito sarebbe rimasto così. Come ho anche detto loro “comodo fare della filologia solo quando vi tira il culo a voi”. Qualcun’altro pure mi ha fatto notare che “quello dell’Ancella, screziato ruggine, non è comunque bianco sporco? Perché il suo va bene e il tuo no?”. La risposta è molto semplice: l’Ancella segue pedissequamente ogni capriccio del Birraio, della Druida e della Moglie del Birraio senza farsi troppe domande, quindi le è concesso un po’ di tutto, anche un montante di morso di cavallo del IX a.C. come ciondolino, tanto “lo sai solo te che è del IX a.C.” – sempre per ricordare il livello.
Una lancia a favore dell’Ancella però, per onestà intellettuale, la spezzerò: quando non c’è la sua padrona, la Moglie, è una che in accampamento lavora e da il massimo. Non è colpa sua, è questione di cattive compagnie.

La questione vestito è stato il primo screzio, poi c’è stato il post sul blog. Forse nel mezzo c’è stato altro, ma non ricordo quindi nel caso non devo avergli dato un gran peso.
Caso strano, però, le fanciulle in battaglia con le tette strizzate nell’armaturina di cuoio da Olimpia, mi han detto, quest’anno non ci sono andate e si sono al massimo travestite da uomini. Ho-ho-ho. Allora se ti stai sbagliando – e lo sai – perché ti incazzi con me? Che me ne sono accorta solo io? A sentire gli altri gruppi non credo proprio.

Per non parlare del metodo meritocratico della Teuta della Birra spiegato dalla druida: “è proprio per questo che è una “meritocrazia” (scusa i termini): perche i nuovi si adoperano alimentano e fannocrescere gli studi e cosi facendo che sopravvivono i vecchi con loro qiesto sistema.”
Tengo a precisare che non ho cambiato una sola virgola.

Insomma, non so se sta gente ha mai letto un dizionario, ma la meritocrazia non è proprio quella. Questo è sempre per far capire il livello della gente di cui parlo…

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Quanta stima per i vostri colleghi…e dire che siete tutti sorrisi quanto vi vedete.

Ooooops!

Ultimamente poi il capo degli Ulfson si è fatto fare uno splendido elmo celtiberico – da reperto, non è che se lo è inventato – e la reazione del Birraio è stata proprio “VI PREGO DITEMI CHE è UN FOTOMONTAGGIO!” reazione prontamente stroncata dal segretario che ne ha fatto notare la correttezza.

Voci dicono, per altro, che alla festa do loro organizzata, le razioni di cibo siano state un po’ ridicole, ma giusto un pochino eh. E che una prima voce messa in giro dalla teuta, alla quale qualcuno mi ha chiesto conferma, i “gruppi celtici quest’anno non li paghiamo, diamo solo i buoni pasto”. Pare che in realtà i gruppi siano stati pagati.
Quanto ancora potrete continuare a stronzeggiare impunemente? Chissà! Alla prossima stronzata!!!

Fate una cosa bella, ma bella davvero: la prossima volta che dite una stronzata, ammazzatevi da soli.

“L’inverno sta arrivando” a Monterenzio

Ebbene, domenica scorsa si è chiuso il weekend di Monterenzio con la festa “I Fuochi di Taranis”.

 

O_O

 

Cos’ho visto.

Non dirò nulla in merito ai gruppi di rievocazione perché non ho notato particolari pecche a parte, per Dio che cosa diavolo erano quei…quei…brocchieri senza umbone? Non so come si chiamassero, ma sono sicura che non avrebbero dovuto esserci e, soprattutto, non avrebbero dovuto avere incisa sul legno una croce celtica dalle linee campite di rosso. No dico, una croce celtica in una rievocazione dell’ avanti Cristo – che non è che vuol dire una roba tipo “Avanti i Savoia” eh, vuol dire prima di Cristo, ovvero niente croci come simbolistica, men che meno croci celtiche.

A parte questo credo di aver assistito a uno degli spettacoli più imbarazzanti che io possa ricordare, e non sto parlando dell’accensione del fuoco del sabato sera, con i bianchi druidi/templari/sciamani indiani che benedicevano il fuoco con la lama della sacra spada – spada a due mani, medioevale, cioè credo più sanmarinese che medioevale, in ogni caso non c’entrava un accidente – con un nome impronunciabile tipo Elendil o robe simil tolkeniane. 

agghiacciande

No, parlo del matrimonio.

La domenica pomeriggio, di punto in bianco, i bravi rievocatori intenti a fare le didattiche sono stati taciuti per lasciare passare il corteo…

*Suspance*

…degli Stark.

E non dico Stark a caso eh, no, erano proprio gli Stark con tanto di stendardo col metalupo ed il motto “The winter is coming“.

Ma perché? Perché?! Non vi basta il Lucca Comics? O qualsiasi altra fiera del fumetto o del videogame o anche solo del cosplay? Perché proprio a una festa celtica? Poi sul serio, tra i libri e tutte le casate che avreste potuto scegliere, proprio gli Stark de Le cronache del ghiaccio e del fuoco?! Ma avete notato la frequenza con cui i personaggi muoiono durante i matrimoni in quella saga?
E come diavolo vi viene in mente di organizzare un matrimonio Stark ad una festa celtica?! E’ come unire le sarde con la Nutella, non sempre “buono” più “buono” da “molto più buono” come risultato.

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Per il resto la festa è stata carina come al solito, anche la scaramuccia del primo week end non era male, un po’ traballante la storiella con cui è stata condita ma non era male. Insomma, non è che Roma si mobilitasse per ogni lanista rapito eh, però era un pretesto non proprio malaccio, diciamo che ho visto di peggio, ecco.

Già che ero là però ne ho approfittato per vedere (finalmente) il Luigi Fantini, il museo. Lo raccomando a tutti quelli che passano di lì che siano interessati all’argomento “archeologia”, fatelo che il museo ha bisogno di rimettersi a posto dopo l’incendio e il biglietto costa davvero una ridicolaggine – 3 eurini – a differenza di quegli strozzini di Ravenna che le chiese te le fanno pagare un rene. Lo ammetto, sono di parte, preferisco le tombe e i vasi ai maledetti mosaici bizantini, forse anche perché me li hanno proposti in tutte le salse e perché non ho mai capito quale razza di follia potesse spingere un uomo a fare un puzzle di tessere colorate, senza incastri. Non me ne vogliano gli storici dell’arte, mosaico e pittura non sono le mie classi artistiche preferite.
Tornando al museo di Monterenzio l’ho trovato molto gradevole anche nell’esposizione, nonostante per ora sia aperta una piccola parte ne vale la pena.

“Che situazione imbarazzante.”

 

Partiamo con gli antefatti.

Ad inizio giugno mi sono trasferita al mare, da sola, nel più totale eremitaggio. Questo perché avevo due esami da preparare. due esami enormi da preparare. In più l’aria di casa è molto più pesante da quando Dioniso è partito, insomma, avevo bisogno di staccare la spina.

Mi ero programmata ‘sti esami tutta contenta pensando “Oh bene bene, mi mancano due esami da sei e due esami da dodici cfu, quindi a giugno ne do uno e uno, poi darò gli ultimi due.” Recupero gli appunti di archeologia iranica, mi faccio tutti i miei appuntini, studio, ripeto, ripeto, ripeto, ripeto. Mi arrendo con gli Arsacidi e con i Sasanidi. Nel frattempo pensavo che, porca Eva, per essere solo sei crediti era veramente un sacco di roba!
Poi ritiro fuori gli appunti di fenicio-punica e ricomincio: leggo, appunto, studio, ripeto, ripeto, ripeto.
Le uniche persone con cui ho parlato, per due settimane, sono state me stessa e la tabaccaia, per fortuna almeno sentivo Dioniso per messaggio perché là, al mare, completamente sola iniziavo a dare forti segni di squilibrio – cioè, più del solito intendo.

Poi torno a casa per potermi godere la partita – unica semi-godibile, aggiungerei – dal momento che al mare la mia tv ha gli stessi pollici del mio cellulare e durante lo spettacolo di apertura riuscivo a vedere solo il culo di J-Lo e neanche per intero. Insomma fila liscio, a parte la mia dannata ansia pre-esame che si trasforma in malessere fisico generalizzato – credo che prima o poi mi farò un tabellone di acciacchi tipo quello del Twister per fare il toto-somatizzazione.

All’improvviso, da lunedì, tutto inizia inspiegabilmente ad andare in vacca. Mia madre mi comunica che è morto lo zio Fredo – che si chiamava Ezio in realtà e non ho ancora capito perché lo chiamassero Fredo, benedetta Romagna. Insomma, non è possibile. Fredo era un’istituzione, un po’ per la persona che era, un po’ perché dopo 102 anni diventi di diritto un’istituzione.

Martedì 18 vado fino a Ravenna a dare questo benedetto esame, ero tipo l’ultima della mattinata, avrei voluto impiccarmi. L’esame va egregiamente, di fatto non avrebbe potuto andare meglio e torno a casa con la mia lode totalmente insperata, calcolando il fatto che metà esame me lo sono inventato ricordandomi parti casuali che ho messo assieme sperando di prenderci. Poi il pomeriggio sono andata a fare un giro alla camera ardente ed è stato orribile. Non me lo aspettavo così. Non era la prima volta che andavo alla camera ardente a vedere un parente, o un amico, ma era lì tutto serio e composto ed era incredibile perché lui era sempre sorridente, anche quando era stanco, non mi ricordo davvero un momento in cui Fredo non sorridesse. E’ stata una sensazione quasi surreale, anzi, senza il quasi.

Mercoledì torno di nuovo a Ravenna, archeologia iranica. Il professore fa l’appello ed io sono la prima – cazzo! Ad un certo punto ero talmente in palla sugli Arsacidi che ho confuso l’est con l’ovest ma per il resto tutto bene. Alla fine anche il prof mi ha chiesto come mai mi sono impigliata proprio su di loro. Decido di essere onesta e glielo dico: pensavo di saperli meglio dei Sasanidi, quindi ho ripassato di più gli ultimi. Poi mi apre il libretto e fa: “ah, ma lei ha dato un esame da dodici crediti ieri.” “Sì.” “Complimenti, 24 crediti in due giorni. Direi che il 28 se lo è più che meritato.”
Cosa?! Ma non era da sei Iranica? Faccia frastornata, ringrazio e me ne vado, poi controllo sul piano di studi. Eh no, era da 12.

Ok: se non mi accorgo di cosa sto facendo, tutto è possibile.

Il pomeriggio andiamo al funerale. Quando sono entrata nella camera era pieno di fiori e il prete stava dicendo il rosario. Ogni volta che sento un prete mi passa la poesia. Trovo che le funzioni in chiesa siano di un’aridità unica. Tutte quelle formule standard che si ripetono e si ripeto al vuoto mentre si pensa ad altro. Mentre diceva l’Ave Maria stavo pensando a quanto sia ridicolo adorare una donna la cui verginità è stata decisa a tavolino da Papa Pio IX nel 1854, ed intanto cercavo di ricordarmela in latino perché la trovo molto più affascinante. Sono rimasta fino all’ultimo momento, fino a che non hanno finito di inchiodare la bara.

Nel complesso comunque ero soddisfatta degli esami, del fatto che comunque adesso ne mancano solo altri due e la tesi – qualcosa di tutto mio sul quale lavorare – e poi potrò passare alla magistrale. Ho passato il fine settimana a giocare a Skyrim come uno zombie. Però il morale non era comunque alto come avrebbe dovuto. Inoltre ora che Dioniso lavora riusciamo a sentirci pochissimo e la mancanza si sente parecchio.

Per tirarmi un po’ su decido di contattare quella che avrebbe dovuto – e che Giove mi sia testimone: lo sarà – la mia relatrice per la tesi e discutere un po’ di cosa fare. Mi da appuntamento per il mercoledì e già dal martedì mi sentivo felice come una bambina che sa che nel regalo di natale ci sarà proprio quello che si aspettava. Vado da lei, aspetto che finisca gli esami e ne esco incazzata e depressa. Dice che non può, che è in ritardissimo e deve scrivere il catalogo di una mostra, potrei farla comunque con lei ma sarebbe una pessima relatrice. Al che io mi chiedo: cosa intende per pessima relatrice? Insomma, vedo che i miei “colleghi” spesso e volentieri hanno relatori che leggono la tesi il giorno prima della discussione, se la leggono. Comunque mi lascia lo spiraglio chiedendomi, se non trovo altro, su cosa mi piacerebbe farla.

Questo post sta diventando chilometrico quindi la finirò in breve.

Insomma, sono giù di morale: sono a piedi con la tesi, Dioniso non c’è e anche lui non se la passa bene, mi sento sola, ho deciso di dare un esame il 3 di luglio e non riuscirò perché ho passato i primi tre giorni a cercare di capire cosa ci fosse scritto nelle prime tre pagine del libro – che porca troia se avessi voluto fare fisica mi sarei iscritta a fisica – e le fotocopie degli altri libri sono da rifare perché mi ha stampato una pagina sì e una no. VAFFANCULO.

Poi stasera vado alla festa celtica di Monterenzio coi miei amici. E’ sempre carina come festa, ho anche trovato uno spillone per capelli che bramavo intensamente da secoli ma non avevo mai comprato perché nel negozio in cui sta fossilizzando da eoni lo vendono a 15 euro, la proprietaria della bancarella quando le ho chiesto tutta incredula “Lo vendi davvero a 2 euro?” mi ha risposto “Certo, a quanto lo dovrei vendere?”, al che le ho spiegato il mio stupore e ha chiuso il discorso con un “Guarda, non farmi commentare, questi ciondoli li vendo a 2euro, in altre bancarelle li ho trovati a 7 o a 10, assurdo.” Poi insomma continuiamo a girare e girare fino a che un mio amico, che fa il rievocatore nella festa, non mi annuncia la notizia che da veramente una svolta alla serata: da quando ti ha vista qui, la morosa del tuo ex si è innervosita un sacco.

Ottimo.

Per altro ero anche passata alla sua bancarella e nemmeno l’avevo vista, come non avevo visto lui finché non mi hanno chiesto dove fosse. Ma quando l’ho vista…ahahahahah.

 

“Bene, ma che splendida adunanza Re Stefano: reali, nobili, signori e…ah. Ahahahah, ma che buffo: perfino la plebe. Mi ha addolorata moltissimo il non ricevere un invito.”
“Non eri gradita!”
“Non ero…! Ah, ahahah, che situazione imbarazzante.”

Qual gioia e gaudio scoprirla nervosa.

L’idea di renderla nervosa con la mia sola presenza ha dato una svolta al mio umore delle ultime due settimane. Poi quando finalmente ho incrociato, tutta gongolante, il suo sguardo e lei si è allontanata ho raggiunto l’apice della soddisfazione.
Ero così felice che il Maestro, all’ennesimo “Non gongoli” di Nicola, ha replicato:

“Ma come, non la vedi? E’ così contenta che sta galleggiando ad un metro da terra su una nera nuvola di male.”

Anche perché, in tutto ciò, se proprio devo essere dipinta come Malefica, tanto vale dargliene una ragione. E si, sto ancora gongolando.

Servizio di comunicazione interna

Annuncio al mondo che questo è un blog, termine che è la contrazione della parola web-log, ovvero “diario in rete”.

Questo blog appartiene direttamente alla categoria del “diario” ciò significa che verte attorno alle mie esperienze, attuali e passate, e a ciò che penso a proposito di svariati argomenti.

In breve: ci scrivo quello che mi pare, coi termini che mi pare, nel totale disinteresse che la cosa possa recare offesa a qualcuno – a meno che quel qualcuno non mi paghi per non scrivere quello che penso, quindi fatevi i conti in tasca prima di dirmi “non puoi scrivere certe cose”.

Se vi sentite presi in causa da qualcosa che ho scritto, pur non avendo fatto nomi e non aver pensato nello specifico di riferirmi a voi – sì, questa volta mi riferisco proprio a VOI – allora avete un problema di coscienza, ciò comporta il fatto che non sia un mio problema.

Se vi infastidisce, semplicemente, non leggete.

 

Momento dissing che tanto so verrà letto:

se vuoi che ti dica in faccia che penso che tu sia una testa di cazzo, caro il mio ex, puoi comodamente fare i tuoi 100 chilometri per sentirtelo dire face-to-face. Sinceramente il tuo reputarmi una bamboccia mi tange esattamente quanto la scoperta di una mosca aptera in Amazzonia, evidente il mio reputarti una testa di minchia però ti fa rosicare abbastanza.
Quando smetterai – credo mai – di essere sempre la povera vittima della situazione, quello che ha sempre ragione ma è incompreso, allora forse sarai abbastanza maturo da ritenere che un dialogo con te possa valerne la pena. Sei stato uno stronzo, lo so io, lo sai tu, lo sa chi ci stava attorno. Ho tutti i diritti di reputarti quel cazzo che mi pare a me, fattene una ragione. I miei sbagli con te li ho già ammessi e tanto mi basta per essere in pace con la mia coscienza.

 

 

 

Detto ciò a breve posto un qualcosa con aggiornamenti veri.
Scusate per questi momenti di nebbia ma sono in fase “isteria da ultimi esami prima della laurea”.

 

Problemi comuni

Teste di cazzo all’arrembaggio.

 

grumpy

No, niente, non è successo nulla a dire il vero, non concretamente.
Anche se magari non si direbbe, leggendo i miei ultimi post – e pure questo direi – è un periodo in cui sono felice, sì. Sono felice perché ho trovato la mia Arianna,che se si è presto rivelato essere il mio Dioniso – perciò d’ora in poi lo chiamerò così.
Dioniso – la scelta del nome è particolarmente divertente ma è meglio saltarla – mi fa sorridere e mi tiene calma, in uno stato di quiescenza quasi zen. Inoltre per la prima volta Anima, il mio migliore amico, si è espresso con un commento positivo: “mi sembra una persona normale, finalmente una persona normale.”
Ecco, forse avevo bisogno di questo.

Comunque, il punto di questo post è questo: si preannuncia un’estate fittissima di felloni a piede libero. Sì, felloni, me lo sento nelle ossa. Sarà un’estate fitta di litigi, gente da evitare – o evirare, volendo – gente con cui litigare ed alla quale cercare di non strappare gli occhi in un attimo di delirio psicopatico.

Ecco.

Non si prospetta una gran estate.

Soprattutto perché Dioniso mi vola via per un anno, va a vivere al freddo in mezzo alle sequoie e il pensiero mi da attimi di claustrofobia mista a odio per il mondo.

La cosa che mi consola è che sarò, se tutto va bene e deve andare bene, impegnata a scrivere la tesi.

Essere consolata dall’idea di impazzire sulla tesi è un qualcosa di paradossale.

Il problema è il seguente: quando le cose si fanno come dico IO allora tutto fila liscio.
Sì, so che questa è una convinzione che hanno in molti, mi giustifico dicendo di essere del Leone, anche se non so se sia sufficiente come giustificazione.
Però davvero, io non metto il becco in questioni che non conosco, non direi mai a un’ingegnere come fare il suo lavoro, quindi quando dico che una cosa va fatta in tal modo è perché ho l’esperienza per farlo, o comunque sono quella con più buonsenso, ecco; spesso mi viene anche chiesto di metterci il becco in certe questioni, anche quando mi viene da dire “fanculo, sto cercando di spiegare a un branco di scimmie sorde, fate come vi pare“.

Tra poco ricomincia la stagione delle rievocazioni. Cristo.

Io ho voglia di rievocare, tantissima. Mi piace stare a fare le didattiche e tutto il resto, però odio in una maniera viscerale il fatto che la maggior parte delle persone che rievocano non abbiano una vaga idea di quello che stanno facendo, soprattutto perché quando poi tento di spiegargli perché alcune cose non possono essere fatte perché c’era una filosofia molto diversa rispetto a quella attuale, loro mi dicono che hanno capito, poi ignorano la cosa. Stanno lì a fare due giorni di camping con addosso vestiti buffi e per lo più scomodi.

Qual’è il senso di tutto ciò? Perché lo fate?

Esiste il Gioco di Ruolo dal Vivo per questo. Ah, sì, i maschietti si vogliono sentire fichi come il Gladiatore, scendendo in battaglia a fare finta di picchiarsi, e le femminucce tante belle Xena, ma con l’arco che se no non è storico – per mettere i puntini sulle i: tu, brutta vacca seminuda con una tutina di cuoio fatta apposta per far risaltare le tette, non dovresti essere lì nemmeno con l’arco, perché la tua presenza in campo non è storica.

Poi mi rompono i coglioni per il colore di un vestito – per altro un colore corretto, scelto dopo mesi di documentazione – ma le ragazze raccomandate in battaglia anche sì.

Oltre questo dovrò sopportare la presenza del mio ex in accampamento. Quella sarà la parte più difficile perché dopo aver riesaminato ogni lamentela idiota che ho fatto finta di non sentire, ogni richiesta assurda che ho tollerato per non avere rotture di balle, ogni capriccio, ogni muso che mi teneva perché gli avevo toccato il suo personale dio in terra – Mussolini – ogni “sieg heil!” tollerato, ogni stracazzo di rinfaccio; ecco, dopo tutto ciò, io vorrei che lui mi desse un motivo, solo un motivo per potergli fare una tirata chilometrica su quanto sia sempre stato una testa di cazzo.

Apro parentesi: stronza anche io, perché nonostante tutti i motivi sopra elencati lo consideravo comunque una testa di cazzo, ci sono stata assieme un’anno e mezzo e mi sono pure fatta mollare. Perché ho sempre pensato “no dai, lo ha detto in un momento un po’ così”, insomma l’ho sempre giustificato.

Conoscendolo, per di più, cercherà di fare l’amicone. Ma no, basta, tolleranza zero. Sono stanca di essere tollerante e diplomatica con le persone, quindi quest’estate chi mi romperà i coglioni riceverà in risposta un “fottesega, non è un mio problema”, mentre lui sarà semplicemente ignorato. Sì ignorarlo mi pare un’ottimo progetto.

Lo so, ne sto parlando, non è così facile ignorare l’idea, ho bisogno di una discreta dose di preparazione psicologico. Fortunatamente ho una discreta faccia di bronzo e, nel caso in cui non dovesse bastare, partirà la tirata chilometrica con tutto quello che vorrei dirgli per concludersi con un liberatorio “vaffanculo tu, il tuo ego e la tua assoluta convinzione che non avrei mai trovato un’altro migliore di te quando in realtà difficilmente potrei trovarne uno peggiore“.

Mi sono rotta il cazzo

Mi sono rotta il cazzo di tutti quei deficienti che tentano di convincermi che le piramidi le hanno costruite gli alieni, che i Maya hanno davvero predetto la fine del mondo ma noi abbiamo sbagliato a interpretare la data, che il rito della mummificazione fosse un tentativo di ibernazione in vista del risveglio e del ritorno su Sirio, che i Maya “sarebbero arrivati in questa dimensione da altri stati di coscienza” – che per altro non significa un cazzo – per poi scomparire, tornando a casa come Ziggy Sturdust. Gente che tanta di convincermi che il Diluvio Universale c’è stato e i fossili di dinosauri sono stati messi lì da Dio per confondere le acque, che esistevano esseri umani giganteschi scesi sulla terra da Nibiru, che Venezia è stata fondata dagli atlantidei scappati quando il continente sprofondò.

Mi sono rotta il cazzo di tutti questi deficienti che prendono per oro colato le parole di Giacobbo, Adam Kadmon e di Graham Hankock – sul quale per altro ho un buffo annedoto di madre: “Sai, sto leggendo un libro di un tizio, un romanzo fantascientifico/storico, è carino.” “Come si chiama il tizio?” “Un certo…Hancock” *mostra il libro* “No mamma, non è un romanzo, lui ci crede.” – che quando rispondo di andarsene affanculo, dopo una serie di argomentazioni valide con tanto di fonti e studiosi con un nome, non come loro che dicono “un’importante scienziato dice che”, un’importante scienziato CHI, per dio?!, mi dicono che ho una mentalità “poco aperta”. Io mi ci sto spaccando il culo a studiare sta roba, ok? Non vado dal tecnico della caldaia a spiegargli come fare il suo lavoro proponendogli cose assurde e lamentandomi che ha una mentalità poco aperta. Quindi se devi dire delle stronzate taci, anziché aprire la bocca e confermarmi la tua testadicazzaggine.

Mi sono rotta il cazzo di chi tenta di convincermi che se mangio una bistecca faccio male, perché gli esseri umani non sono carnivori. E’ vero, siamo onnivori, e se la natura ci avesse voluto mangia-insalata avremmo la dentatura di una mucca e tre stomaci, testa di cazzo, e se oggi hai un cane a casa che ti aspetta scondinzolando devi ringraziare quegli assassini mangia carne che hanno addomesticato i lupi per andare a caccia.

Mi sono rotta il cazzo di chi afferma che i vaccini sono un grande complotto per ammazzarci tutti, che non servono davvero, che ci iniettano i microchip e ci controllano, che quando muori la luce che vedi – che luce?- in realtà è la luce del tavolo chirurgico di una navicella spaziale.

Mi sono rotta il cazzo dei grillini, di casa pound, di forza nuova, delle zecche da centro sociale che tentano di combattere la mafia a colpi di marijuana, degli israeliani e dei palestinesi, dei “forconi”, dei geni che tentano la secessione costruendo la ruspa di Batman da far arrivare in piazza S.Marco, di Padre Pio e Medjugorje, dei testimoni di Geova, degli integralisti islamici, di quelli che si lamentano che non arrivano a fine mese ma la polo di Ralph Laurent è un must, di quelli che accoppiano la cravatta arancione con la giacca marrone, delle balene coi leggings, degli aspiranti suicidi che poi non lo fanno e se lo fanno puntualmente devono gettarsi sotto un treno, di trenitalia, degli stronzi che guidano strafatti, dei manifestanti che lanciano bombe carta e si definiscono pacifici, di un sacco di altre cose e l’elenco è veramente troppo lungo.

Mi sono rotta il cazzo della gente, di questa gente. Io mi chiedo ma cosa cazzo ce ne facciamo di 7 miliardi di persone sulla terra?

Se essere fascista significa non permettere agli idioti di avere una propria opinione, sì, sono fascista. E vaffanculo.

Fottutamente ostile

Davvero, non è facile attirarsi le mie ire.

Però un sacco di gente ci sta riuscendo, anzi, esattamente ci è appena riuscita.

Già mi sembra di essere sufficientemente sfigata, se vogliamo dirla tutta sono anche un po’ troppo sfigata, sinceramente non ho bisogno di cinni* di merda che vengano a sparare sentenze a cazzo di cane giusto per poter aprire la bocca. Facile eh. Un sacco facile. *Bestemmia*

E’ un periodo strano, è uno di quei periodi inclassificabili e relativi, mi sembra appena ieri quando in lacrime, a metà tra la disperazione e il “finalmente mi sono liberata di te” ho capito che basta, era ora di darci un taglio. Paradossalmente, da quello stesso istante, mi pare passato un secolo.

Immersa nei libri sembra che il tempo voli senza mai passare, un giorno prenoto un’esame a due mesi di distanza e il giorno dopo mancano appena dieci giorni al suddetto. Mi sono persa nel risvolto del tempo, un po’ ho guardato dentro il mio abisso, un po’ ho lasciato che qualcuno lo iniziasse a fare con me.

La cosa non è particolarmente apprezzata dagli amici.

Ora, io mi chiedo, non mi conoscete, non avete una stracazzo di vaga idea di come sia potuto accadere – ogni tanto non ne ho idea nemmeno io – e nonostante questo prendete posizione? Nei confronti di COSA esattamente?

Ma perché io devo condividere ossigeno con…ah. Fanculo.

 

 

Ne approfitto per scusarmi di questo lunghissimo, intensissimo periodo di nebbia, sono in un pesantissimo rush di esami e delirio e ho perso le parole. La realtà è che il pesantissimo rush di esami è voluto, così non posso guardare troppo a lungo nell’abisso, che è un po’ scappare ma sto cercando di non pensare nemmeno a questo. Credo che realizzerò chi sono solo durante la sbornia della festa di laurea, tra un sacco di tempo – che poi si rivelerà essere domani, lo so già.

 

*cinno = bambino, dispregiativo che mira all’immaturità del soggetto, al suo essere fastidioso e a un sacco di altre cose insopportabili.