Piastrelle blu e riunioni di famiglia

E’ un caldo torrido. Lo percepisco da come l’aria bollente sale dal terreno polveroso e pieno di sterpaglie, deformando i palazzi azzurri e desolati che vedo in lontananza. Sembrano un miraggio.
Sono in piedi su una specie di dosso, dietro di me l’ansa del fiume in secca, davanti a me uno scenario quasi post-apocalittico, anche se so che non è avvenuta alcuna apocalisse. E’ semplicemente caldo, è semplicemente estate, è semplicemente che quel luogo che sto guardando in realtà non esiste.

Sono da sola e non so nemmeno come sono vestita. Procedo, ridiscendo la china immergendo i piedi tra la fine sabbia fluviale e l’erba riarsa e giallognola. So che sono diretta verso quei palazzi. Non c’è alcun odore ma immagino che, se ci fosse, sarebbe quello della polvere e del caldo. Guardo il sole che sta tramontando, pochi istanti fa era allo zenit. Mi guardo alle spalle, ritrovo punti a me familiari e riesco ad orientarmi.
Il sole sta tramontando nel posto sbagliato.

Mi avvicino tranquilla, so perché sono lì: c’è una riunione di famiglia. E so anche che devo andare in bagno.

Man mano metto a fuoco le strutture: sono palazzi bassi, a due, massimo tre piani. Alcuni sembrano villini monofamiliari, altri sono più grandi, con ampie scale esterne che collegano le unità in un grande e sgraziato complesso. Sono tutti ricoperti di piastrelle di un blu polveroso quasi tendente all’acquamarina. Per qualche ignoto motivo sono molto divertita, accanto a me percepisco qualcuno ma non so chi sia, so solo che è accanto a me anche se non lo vedo.
Mi avvicino alla prima villetta, la tocco. Come una pellicola fotografica esposta ad un calore eccessivo il muro si deforma, fa le macchie, brucia e diventa polvere.

C’è un sacco di polvere in questo dannato posto e io continuo a dover andare in bagno.

Sorrido pensando ecco cosa succede a risparmiare sui materiali édili e vado oltre, nonostante la gente nessuno sembra fare caso all’edificio che è appena scomparso.
Non so perché abbiamo scelto questo luogo per la riunione di famiglia, non so nemmeno dove sia esattamente questo luogo. E dire che prima sembrava così sensato.
Il posto è pieno di carabinieri in uniforme. Ne conterò una decina, forse più. Ognuno si muove, mostrando le case a donne di colore in abiti colorati e allegri con stampe strane. Una donna in particolare colpisce la mia attenzione: ha le treccine che le sfuggono da quella specie di turbante giallo che ha in testa, porta un abito lungo, verde, e tutto ciò che ha indosso è stampato ad elefantini neri. Devo dire che non mi è molto chiaro il perché i carabinieri stiano facendo questa specie di tour, tanto più che mi pare evidente quanto siano poco sicure quelle abitazioni. Questi però continuano a mostrarle, seri, come se fossero degli agenti immobiliari provetti. Guardo meglio, tutte le volte che finiscono il giro scompaiono per poi riapparire dove tutto era iniziato.
Poi ricominciano.

Qualcuno mi dice che stasera ci sarà Bennato a raccontarci le storie di famiglia, so perfettamente che Bennato non fa assolutamente parte della mia famiglia ma sto pensando troppo intensamente al fatto che devo andare in bagno per questionare l’argomento. D’altronde non so nemmeno chi me lo abbia detto.
In questo posto sono sola, ma non sono sola.
Mi infilo in un palazzo. So che devo raggiungere la terrazza in cima e nel frattempo mi chiedo ma cosa sentiremo stasera di quello che ci racconta Bennato che ci sono i Guns in concerto?, ma vado avanti e risalgo le scale tristi, grigie e polverose che ho davanti.

Ogni tanto sbircio all’interno di un appartamento, ma non sembrano esserci bagni in questo dannato posto e sono sicura di aver fatto più piani di quanti non ce ne fossero. Abbandono l’idea del bagno – cioè no, è sempre lì ma decido di ignorarla – e finalmente arrivo alla terrazza.
Seduti su delle sedie pieghevoli di quel tessuto plastificato tipico delle sdraio ci sono tanti membri della mia famiglia. Guardo meglio le sedie e sì, sembrano proprio quelle delle gelaterie di Cattolica negli anni ’90, con la struttura in metallo verniciato di bianco, con quella vernice plastificata e fastidiosa che si sfoglia, la seduta e lo schienale bianchi a striscie di diverse tonalità di azzurro e blu. Manca solo l’indicazione del nome e del numero del bagno.
A proposito del bagno.
Il bagno dov’è?

Controllo meglio i volti delle persone sedute: c’è mio zio Fredo, che so essere morto, ma è come se avesse vent’anni in meno, anzi, forse anche di più considerando che ne aveva più di cento quando e morto ed io ormai sono più vicina agli –enta che agli –enti. C’è pure mio nonno, ed anche lui ha l’aspetto di un giovincello, di quando io andavo ancora in giro col pannolone. Ridono e si passano un fiasco di vino bianco, sicuramente Albana. Non mi soffermo a guardare chi altro ci sia, probabilmente solo dei morti.
Su una sedia però c’è Bennato. E non è Bennato. Nel senso, è lui ma non è lui, so che è lui ma l’aspetto è diverso, sbagliato, i capelli gli ricadono lunghi sulle spalle e a dire il vero sembra più Battiato.
Probabilmente è entrambi.

C’è molta allegria, molta allegria ingiustificata. Riguardo il sole e non si è spostato di una virgola, eppure saranno passate ore, le ho percepite mentre passavano, sono sicura.
Sento il rumore dei bambini che giocano, sono i figli delle donne di prima. Tanti bambini di colore, sembra la pubblicità di Save the Children ma senza mosche negli occhi.

Devo andare in bagno.

Mi rigiro verso i miei familiari e vedo le loro sagome stagliate contro il sole del tramonto. Mi riguardo dietro e il sole sta tramontando. Ci sono due soli al tramonto in posizione perfettamente speculare. Forse è per quello che fa così dannatamente caldo.
Giro tra le sedie, il vino va a fiumi, Bennato-Battiato tace, sorridendo sardonicamente. Obama passa il vino a mio nonno. Rimango interdetta per un secondo, cosa diavolo ci fa lì Obama, poi ci ripenso e sembra tutto normale.
So che in teoria ci dovrebbe essere un gran casino, vedo la gente che ride ma non sento alcun suono. Però continuo ad avere bisogno di un bagno, quindi torno nell’edificio, rifaccio le scale, torno a infilarmi nei vari appartamenti ma mi ritrovo nuovamente in terrazza. Sfoggio una certa allegria che probabilmente provo davvero, canto canzoni silenziose. Lo faccio ogni volta che passo da quella dannata terrazza mentre cerco il fottutissimo bagno.

Poi un suono mi attira, credo sia l’unico suono che io abbia sentito da quando mi sono ritrovata a questa buffa riunione di famiglia tra questi palazzi fatiscenti ed inesistenti cresciuti come funghi su questa spianata polverosa.

Un gatto bianco con gli occhi blu
un vecchio vaso sulla tv
 nell’aria il fumo delle candele
due gocce rosse, rosse come mele

Mi avvicino perplessa, ma pur sempre allegra. Sgambetto tra le sedie da gelateria come se tutto quello fosse normale mentre sento la mia voce che si unisce a quella degli altri e la pelle che mi tira, tesa in un sorriso, come quando dimentico di farmi la doccia dopo una nuotata in mare.

Ho un filtro contro la gelosia
e una ricetta per l’allegria
legge il destino ma nelle stelle
e poi mi dice solo cose belle
Ma ma ma mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma!
Nel mio futuro che cosa c’è
sarebbe bello se fossi un re
così la bionda americana
o si innamora o la trasformo in rana

 

Mi alzo lentamente. Intontita sposto le coperte, lancio uno sguardo al cellulare ma senza attivare lo schermo. Una fitta al basso ventre mi dice che forse avrei dovuto fare pipì prima di mettermi a riposare. Scappo in bagno mentre continuo a cantare Mamma Maria.
Solo una domanda continua a vagarmi in testa: ma perché proprio i Ricchi e Poveri?

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Minareti e Sahlep

Ebbene, son qui. Ma facciamo due passi indietro, a quando stavo andando là.
“Là” dove?
Là a Costantinopoli. E vi consiglio vivamente di chiamarla così, se no il mio medico greco si incazza.

Il viaggione mi è stato regalato dai miei amici per celebrare la conquista della coroncina d’alloro, quindi siamo partiti in quattro – Nicola, Owen, Cerbero ed io – il pomeriggio del 5 dicembre.
I giorni prima della partenza sono stati esilaranti. Cerbero e Owen continuavano a lamentarsi del fatto che 8 chili di bagaglio a mano fossero pochissimi, perché loro dovevano stare comodi, io continuavo a chiedermi cosa dovessero farsene di 8 chili di roba per stare via 4 giorni. Il risultato è stato che la mia valigia pesava 4 chili, quella di Nicola 6, quella di Owen esattamente 8, mentre Cerbero aveva preso la valigia grande da stivare, all’interno della quale avevo buttato la mia valigia da palestra per avere dl posto in più per i souvenir.

 

GIORNO 1 – 5 dicembre

Non avevo mai preso l’aereo. La prima frase che ho pronunciato, mentre guardavo quell’aereoplanino da sotto è stata “Hey. Ma è minuscolo.”
In effetti era tipo un bus con le ali, il ché non mi ha dato una grossa sicurezza. Sì perché quando ero piccola Madre mi portava all’areoporto di Bologna a guardare gli aerei decollare ed atterrare, la domanda standard era: “e se cade?”. Ero una mocciosetta ottimista.
Il viaggio, dentro a quel bus alato, è stato perfettamente tranquillo. A parte il fastidio del decollo, in cui mi sembrava di avere lo stomaco buffamente incastrato tra i metatarsi, il resto è stato un misto di caldo soffocante, pisolini e Owen che non stava zitto. Prendere l’aereo per la prima volta ed atterrare addirittura in un altro continente è stato assolutamente emozionante. Perché qua le prime volte devono essere delle cose fatte in grande.

E per essere sicuri di fare le cose in grande ci siamo persi appena usciti dall’areoporto, dopo un’ora e mezza di check out.

In Turchia c’è un grave difetto: mancano i cartelli. Il che significa che ti devi muovere un po’ indovinando, probabilmente sarebbe più facile utilizzare una bussola, rispetto alle indicazioni invisibili. Trovare l’autobus che ci avrebbe portati a Taksim è stato il delirio. Anche scoprire che la fermata Taksim era a dieci minuti da Taksim è stato un delirio. Fortunatamente io sono una di quelle persone che quando partono devono avere un programma mentale quindi, dopo aver scoperto la destinazione del viaggione sono immediatamente andata a comprare una guida per farmi un’idea degli itinerari, anzi, di cosa visitare. Gli itinerari, non avendo una minima idea di dove fosse il nostro alloggio, erano un po’ troppo oltre le mie capacità divinatorie.

Comunque, scesi dal bus – SPOSTA QUEL BUS! – cartina alla mano cerchiamo di individuare la strada per la torre di Galata. Sulla cartina Piazza Taksim era segnata come rotonda, con delle strade che le passano attorno. Ovviamente non è così – che Dio ti fulmini, maledetto cane di un cartografo. Owen spara una direzione casuale, Nicola studia la cartina e indica una strada. Ci aveva preso Owen. Sinceramente non ho ancora capito l’orientamento della nostra fermata ma tant’è. Giunti a Taksim abbandoniamo l’idea di capire quale strada percorrere basandoci sullo stupido disegno e ci affidiamo ai passanti. La cosa meravigliosa dei turchi è che non ti rispondono nel dialetto tipico del posto un “non sono di qui” e, anche se non sono autoctoni, cercano comunque di darti una mano. Taksim è una piazza di cemento con una fontana da un lato, attorniata da palazzi pieni di luci e baracchine di Kebab. Ma finalmente ci infiliamo giù per Istiklal Caddesi, praticamente correndo perché il ragazzo che doveva darci le chiavi dell’appartamento aveva fretta. Che poi, mi chiedo, che fretta hai, stronzo? Se ti abbiamo detto che atterriamo alle 17.30 è ovvio che alle 17.30 non possiamo essere a Galata. Se no ci teletrasportavamo ed era tutto meno faticoso.

L’altro scoglio insormontabile della guida erano i “tempi di percorrenza”. Sulla guida dava il tragitto Taksim-torre di Galata a 2 minuti di cammino, tra le altre cose sono andata a ricercare dove fosse scritto ma adesso non lo trovo, giuro però che c’era. Chiediamo ai passanti: più di mezz’ora.

E qui altra cosa buffa: l’unico che non sa l’inglese, Nicola, è stato l’unico che ha parlato con tutti alla ricerca di informazioni.

Corriamo giù per la strada principale, ignorando qualsiasi cosa, fino alla torre di Galata, dove il proprietario dell’appartamento ci ha dato buca per un altro cliente. Decidiamo di andare a mangiare, con valigie e tutto, al primo kebabbaro. E qui nasce il primo amore: l’ayran. Per me e Cerbero è stato la bevanda base ad ogni pasto, assieme al the, e vi assicuro che gli hobbit fanno meno colazioni, pranzi e cene di noi.
Dopo un’ora, finalmente, arriva il tizio ed accediamo all’appartamento. Sei piani di scale strettissime a chiocciola. Fuck. Il tutto è controbilanciato dal possesso della terrazza del palazzo con vista sulla Moschea di Süleymaniye, alias “SU LE MANI!”. Problema: l’appartamento non era quello che ci aveva indicato negli accordi.
Pro: era in una posizione molto più vantaggiosa.
Contro: aveva decisamente meno letti.

E non è stato l’unico contro, ma ci arriveremo poi.

La sera usciamo a fare un giro per Istiklal Caddesi. Mai vista una strada così vitale. Gente ovunque, luci, ragazzi seduti agli angoli della strada a suonare e cantare, con capannelli di altra gente attorno intenta a ballare deanze allacciate in perfetta sincronia. Continuiamo a girare in questa baraonda di suoni con Owen che vuole il dolce e troviamo Potato’s.
Potato’s somiglia ad un fast food qualsiasi di via Indipendenza, in realtà è quello che possiamo considerare l’Altero del Waffle e della patata ripiena, chiunque conosca un minimo Bologna sa cosa intendo. Potato’s è stato la nostra certezza per tutti i giorni di permanenza, o almeno lo è stato il suo waffle. Questo waffle. Prezzo: 10 TL, circa 3,60 euro.

 

waffle

 

Lo ammetto, siamo tutti ingrassati. Però diavolo, come fai a non ingrassare quando hai kebab e pasticcini ad ogni angolo?!

Dopo questo infarto impiattato siamo andati a fare la doccia e a dormire con una crisi glicemica in corso. Per altro, nel momento doccia, Nicola ha passato il tempo ad urlare bestemmie per colpa dell’acqua fredda, all’ultimo si è accorto che i rubinetti sono montati al contrario. Owen, che ha fatto la doccia subito dopo, ha iniziato ad intonare dal bagno uno sfottò molto delicato:
“Oh, che meraviglia fare la doccia con l’acqua calda Nicola, è bellissimo.”
Finché non gli abbiamo chiuso l’acqua calda. Per simpatia.

 

GIORNO 2 – 6 dicembre

Per me è stato l’inizio della tragedia.
Quale tragedia?
Lo spiego dopo.

Visto che siamo fuchi fichi estremamente in forma decidiamo di fare tutto a piedi. E ci perdiamo. Di nuovo.
In una qualche maniera non ben definita riusciamo a non vedere il ponte Galata, che non è un ponticello, è un ponte enorme che attraversa lo stretto del Corno d’oro. Chiediamo ai passanti.
Il ponte si rivela essere un curioso punto di vista sulla vita di Costantinopoli, su tutto un lato ci sono dei pescatori in batteria intenti a recuperare pesciolini e gabbiani inquietanti che cercano di rubare i pesci dagli ami. A metà del ponte inizia la mia sofferenza. Era dalla mattina in appartamento che percepivo una buffa sensazione ad un piede, dopo una camminata piuttosto breve mi sembrava di avere un ciottolo rotondo, tipo quelli che si usano qua in Italia per pavimentare le piazze in modo particolarmente scomodo le piazze, incastrato tra la pelle e il muscolo.
Arrivati dall’altro lato decidiamo di fare le colazioni.

La prima fermata è ad un banchetto itinerante – Istanbul è piena di ‘sti banchetti, vendono pane, cozze, marroni arrosto, the, caffè, sahlep, insomma qualsiasi cosa a prezzi ridicoli – di panini-ciambella (prezzo: 1 TL), ricoperti di semi di sesamo si chiamano simit, gli altri semidolci non ne ho idea ma erano buonissimi. Dei mattoni in formato pane, senza berci dietro niente erano una sfida da buttare giù ma…erano così buoni! Per non farci mancare niente ci siamo seduti ai tavolini di un ristorante-bar 200 metri più in la. Sfogliando il menù non avevamo idea di cosa prendere, l’unica cosa comprensibile erano il thé e le omelette, però c’era una cosa che ci incuriosiva: honey cream.
Il cameriere non masticava benissimo l’inglese, quindi quando gli ho chiesto cosa fosse ha risposto “honey cream”, e sticazzi per scoprire cosa fosse lo abbiamo preso tutti.

Infarto in stick. Ho sentito le coronarie chiudersi alla sola vista del piatto.

Honey cream non è altro che un panetto di crema di burro immerso in due dita di miele, servito con panini caldi.

Dopo quest’ennesima flebo di colesterolo e trigliceridi andiamo finalmente alla Moschea Nuova.
Ho sviluppato un amore profondo per le moschee, lo ammetto. Tutta la ritualistica del capo coperto ed i piedi scalzi ha un fascino decisamente maggiore a quello di una chiesa qualsiasi, inoltre l’atmosfera dentro è completamente diversa. Queste moschee sono luminose, colorate ed essendo l’Islam una religione iconoclasta la totale assenza di Cristi, santi trafitti, martiri, sante coi loro piatti negli occhi e quant’altro, l’atmosfera è molto meno inquietante rispetto a quelle delle chiese cristiane. In generale adoro stare seduta nelle grandi cattedrali gotiche, con la loro aria cupa e tutti i mostri terribili che si arrampicano sulle facciate, però l’atmosfera è un po’ più macabra. Le moschee che abbiamo visto invece sono ariose, ampie e tuttavia ordinate e con strutture riconoscibili, tutte sempre orientate col mihrab verso la Mecca.
Oltre ad essere stata assaltata da una “tigre coi bengala” all’ingresso della moschea, mentre mi rimettevo le scarpe all’uscita alzo lo sguardo e vedo…

*suspance*

…un mio compagno di università. E’ incredibile quanto sia piccolo il mondo. Tra tutti i posti in cui avrei potuto incontrarlo non mi sarei mai aspettata di vederlo a Bisanzio.

Torniamo alle tigri coi bengala.
I gatti di Istanbul sono le bestie più invadenti che io abbia mai visto, in particolare quello alla moschea aveva deciso che la mia borsa era di sua proprietà e lui ci avrebbe dormito sopra. Poi sono grassi. Non ho mai visto dei gatti randagi così grassi. Quindi si sono meritati l’appellativo di “tigri del bengala”. Da quelle all’immagine di una tigre che corre su due zampe illuminandosi la strada con due bengala in mano, tipo Lara Croft, il passo è stato molto breve. Comunque anche i cani non scherzano.

Mentre qualsiasi persona normale si tiene i bazar per l’ultimo giorno di viaggio, noi siamo andati immediatamente al Bazar delle Spezie e al Gran Bazar. I prezzi sono pompatissimi ma contrattare è divertentissimo, poi hanno molta più scelta rispetto ai negozi che si trovano fuori. Insomma, abbiamo fatto la spesa comprando un po’ di tutto, e sono assolutamente fiera delle mie pashmine di seta e cachemire comprate a cifre ridicole (circa 10/15 euro), ed una collana in argento indiano BELLISSIMA pagata 15 euro – ne avevo vista una simile ad una bancarella qua in Italia, prezzo: 85 euro. Insomma, devo tornare a Istanbul per rifarmi l’armadio.

Usciti dal bazar torniamo a mangiare Kebab. E’ praticamente impossibile mangiare qualcosa che non sia Kebab, ne ho mangiato talmente tanto che non lo rimangerò finché non torno là.

Poi decidiamo di avviarci verso la moschea di “SU LE MANI!”. In quel momento stavo davvero, davvero, davvero malissimo.

Ogni moschea visitata era uno stupore gigantesco. Dentro sono davvero magiche. Nella zona retrostante la moschea sono presenti le tombe di alcuni Sultani, Solimano compreso, nonché quella della moglie favorita Roxelana – che non è, come vorrebbe una leggenda, la bella senese Margherita Marsili da Siena, bensì Alexandra Anastasia Lisowska, sulla quale farò un post appena ne avrò voglia perché ha una storiella che vale la pena di essere letta.
E proprio fuori dalla Moschea di SU LE MANI! ho assaggiato per la prima volta il Sahlep, del quale in fondo vi allego la ricetta perché non è veramente descrivibile, è qualcosa che va oltre. Sappiate solo che c’entra la cannella e c’entra pure il latte.
A questo punto ci si pone il problema: dato che io non cammino, come torniamo a casa? Bus? Metro? Tramvia? Optiamo per il bus. Mentre siamo lì che raggiungiamo la fermata notiamo un cartello col simbolo della metro: M. 250 m ed una freccia.
In Turchia hanno dei 250 metri molto lunghi, difatti l’ingresso della metro è ad almeno un paio di chilometri dal cartello.

Ottomani.

Tra bestemmie masticate ed improperi vari giungiamo finalmente a casa. Mi dirigo in bagno per lavarmi le mani e…

“Ragazzi, mi avete chiuso l’acqua?”
“No.”
“Allora abbiamo un problema.”

Effettivamente avevamo un problema di proporzioni bibliche: niente acqua. Il che significa niente doccia. Ed il no acqua-no doccia si è protratto fino all’ultimo giorno di permanenza.

Giorno 3 – 7 dicembre

Non ho mai patito così tanto caldo durante la notte come in quell’appartamento.
La notte prima io e Nicola ci eravamo studiati quale fosse il metodo più efficace per arrivare al Museo Archeologico – non potevo mica non andare al museo archeologico, eh.
In ritardo di circa un’ora sulla tabella di marcia, perché Owen mi aveva spento la sveglia perché tanto lui “ci mette solo 5 minuti a vestirsi”, prendiamo il tram e arriviamo fino alle porte del museo.
La sezione inerente al Vicino Oriente, per quanto piccola, è stata quella che in proporzione ha rubato più tempo, con Owen dotato di audioguida che consultava solo per sentire se gli stavo raccontando delle cazzate o no, ho pure fatto da guida perché ci si sono accollate due signore italiane che seguivano il nostro gruppetto mentre spiegavo la funzione degli ushabti, il perché di tutte quelle statue di Gudea di Lagash, la funzione dei Lamassu nei grandi palazzi assiri e l’architettura della Porta di Ishtar a Babilonia, della quale erano presenti alcune parti della decorazione.
Ho quindi scoperto un’altra cosa che mi da soddisfazione: fare la guida in museo.
Purtroppo non erano visitabili alcune sezioni del museo, tra le quali quella contenente il Sarcofago di Alessandro, ma ciò significa solo che, “ahimé”, tocca tornare là.
Il museo ha ovviamente portato via la maggior parte della giornata. I monumenti chiudono molto presto a Istanbul, di solito sulle 16, quindi abbiamo deciso di zoppicare fino a Santa Sofia. Non siamo riusciti a visitarla perché siamo arrivati che avevano appena chiuso gli ingressi, altro motivo in più per tornare a Costantinopoli.

Dopo ciò, Owen ha spinto come una scimmia per andare sulle mura. Io in quel momento volevo solo morire. E invece ci siamo infilati in tram, nell’orario di punta del rientro a casa, verso le mura. Ovviamente sulle mura non ci si poteva salire ma almeno sono riuscita a scoprire il nome del Sahlep.

Ritornati finalmente a casa abbiamo scoperto che la compagnia idrica era venuta a cambiare le batterie di un aggeggio che serve a dare la pressione nei tubi o, insomma, qualcosa del genere, ma dell’acqua non vi era ancora traccia. Mi ha lasciata un po’ sconvolta il fatto che lavorassero anche la domenica e, soprattutto, che il proprietario dell’appartamento li avesse chiamati a mezzanotte circa. Lavorano a qualsiasi ora del giorno, addirittura i fruttivendoli erano operativi alle due della mattina. Cose mai viste.

Giorno 4 – 8 dicembre

Ultimo giorno di permanenza nel baluardo dell’Impero. Ultimo giorno di waffle.
Purtroppo quel giorno Santa Sofia era chiusa al pubblico ed avrebbe riaperto solo il giorno dopo, quando noi saremmo stati in aereo per il rientro. Tristezza a palate.
Però la Moschea Blu era aperta.

A parte la magnificenza della piazza antistante la moschea, piazza che apre la vista sui due luoghi di culto più importanti di Bisanzio, la Moschea Blu ha avuto su di me lo stesso effetto di Notre Dame de Paris: una fulminante sindrome di Stendhal che mi ha lasciata a bocca aperta per una buona mezz’ora, con tanto di lacrimoni di commozione e sincero stupore.

L’interno della Moschea è qualcosa di indescrivibile a parole, tutto, dalle gigantesche colonne in marmo alle decorazioni blu delle piastrelle, da un senso di opulenta magnificenza. Quando venne eretta fece scalpore all’interno della comunità islamica difatti, a causa dei suoi sei minareti, venne vista come una sfida alla sacra Al-Masjid al-Haram, all’interno della quale viene custodita la Ka’aba, che di minareti ne ha ben otto – e non sette come dice wikipedia, porca vacca basta contarli in una qualsiasi foto.
Adoro l’architettura delle moschee, con i minareti slanciati verso il cielo ma la pianta larga e massiccia che si tiene ancorata al terreno. Poi l’interno, nonostante i turisti, trasmette proprio un senso di pace.
Usciti dalla Moschea abbiamo attraversato l’ex Ippodromo di Costantinopoli, proprio quello della rivolta di Nika della quale racconterò in un altro post. In realtà non rimane molto, a parte una le rovine di una curva, ma sono visibili tre monumenti inerenti la spina dell’ippodromo: l’Obelisco di Teodosio, un obelisco dell’epoca di Tuthmosis III e gemello dell’obelisco del Laterano a Roma, furono fatti rimuovere entrambi da Costanzo II per i suoi ventennalia e, mentre l’obelisco del Laterano arrivò direttamente a Roma, quello che oggi si trova a Istanbul fece tappa ad Alessandria, fino a che Teodosio non lo fece portare a Costantinopoli nel 388; la colonna Serpentina, che faceva parte di un antico tripode bronzeo dedicato all’Apollo Delfico, costruito in commemorazione della vittoria greca sui persiani durante la Battaglia di Platea, nel 2022 compirà 2500 anni; ed infine la Colonna di Costantino Porfirogenito, questa è una colonna in muratura che originariamente doveva essere rivestita di lastre bronzee ma, oggi, è completamente spoglia e rovinata, al tempo dell’impero Ottomano i membri del corpo dei Giannizzeri la scalavano fino in cima come prova di coraggio.
Subito oltre i resti della curva siamo scesi nella Cisterna Basilica: in realtà non fu mai una chiesa, “basilica” credo che stia ad indicare semplicemente il fatto che fu fatta costruire dal Basileus, ovvero l’Imperatore.

L’interno è estremamente suggestivo.

Per finire in bellezza la giornata siamo andati a visitare il Topkapi. L’ingresso al palazzo reale ottomano costicchia parecchio, ma vale la pena pagare sia per il palazzo che per l’harem, nonostante la maggior parte di quest’ultimo fosse coperto per il restauro.
La tesoreria è uno schiaffo alla povertà. Credo di non avere mai visto tanto oro, diamanti, rubini e smeraldi tutti assieme. Adesso non mi ricordo esattamente il nome del gioiello piumato che si applica al turbante però:

Ecco, uno schiaffo alla povertà. E non solo nella tesoreria. All’interno dell’armeria ci sono dei fucili del ‘700 (credo), completamente ricoperti di lapislazzuli e corallo rosso: ti ammazzano a colpi di ricchezza.

Però la parte più divertente è stata quella delle Reliquie. Mi sono divertita tantissimo là dentro quando siamo arrivati di fronte alla teca col “vero” Bastone di Mosé. Questa gente ci crede un po’ troppo. Poi era pieno di mini reliquiari con i peli della barba di Maometto. Per altro, all’interno di quel padiglione, c’era in sottofondo una litania costante in arabo, la voce di un tizio che recitava delle sure del Corano. Pensavamo tutti che fosse registrato e invece no, c’è proprio un poveraccio che passa le sue giornate a leggere ad alta voce il Corano, con di fianco uno schermo che segue i passi tradotti in inglese. Spero che abbia almeno l’accesso assicurato al Paradiso!
Sempre a proposito delle reliquie: nel padiglione ci sono le sacre vesti del Profeta. Queste sono contenute all’interno di uno scrigno d’argento di forma cubica. Quando l’ho raccontato ad un mio amico abbiamo stabilito che sono le sacre vestigia di un cavaliere d’argento, ed abbiamo intonato la sigla dei “Cavalieri di Maometto” sulle note di Pegasus Fantasy.

Siamo usciti dal palazzo all’ora di chiusura e siamo tornati “stranamente” a mangiare e bere del thé per poi tornare nuovamente a casa. Dove l’acqua era tornata in funzione: MIRACOLO! Sono sicura che sia stata la nostra visita al Bastone di Mosé a far tornare l’acqua, anche perché la compagnia idrica non aveva risolto niente.

La sera siamo andati a mangiare la Waffle per l’ultima volta, per poi infilarci in un localino di nicchia a fumare il narghilé. Appena entrati c’erano dei turchi con chitarre e tamburi che cantavano “L’Italiano” masticando tre quarti della canzone. Siamo rimasti imbambolati dalla stanchezza a bere thé, ascoltarli cantare e fumare fino alle 2, poi siamo ritornati a casa a chiudere le valigie.

Il giorno successivo al rientro sono andata dal medico che mi ha prescritto i raggi perché era convinto che mi fossi rotta un piede. In realtà avevo “solo” una tallonite molto ostile, ho ricominciato a camminare in maniera decente da qualche giorno. Perché se io parto per un viaggio, sia mai che io non tiri ad ammazzarmi. Ecco.

Sahlep

Fare il sahlep è una cazzata, ma riesce per forza diverso da quello originale perché si usa una farina di orchidea che, oltre a costare bazzilioni, qui in Italia è introvabile.

Quindi:

  • 3 cucchiai di farina di riso (io ho provato con quella)
  • 1 litro di latte
  • 3 cucchiai di zucchero
  • una bacca di vaniglia
  • cannella

Si mescola tutto tranne la cannella, si porta ad ebollizione finché non si addensa un po’, si spegne il fuoco, si toglie la bacca e si serve bollente con una spolverata di cannella sopra. Il meglio sarebbe addirittura la cannella in bastoncini da grattugiare direttamente perché è più profumata.