Piastrelle blu e riunioni di famiglia

E’ un caldo torrido. Lo percepisco da come l’aria bollente sale dal terreno polveroso e pieno di sterpaglie, deformando i palazzi azzurri e desolati che vedo in lontananza. Sembrano un miraggio.
Sono in piedi su una specie di dosso, dietro di me l’ansa del fiume in secca, davanti a me uno scenario quasi post-apocalittico, anche se so che non è avvenuta alcuna apocalisse. E’ semplicemente caldo, è semplicemente estate, è semplicemente che quel luogo che sto guardando in realtà non esiste.

Sono da sola e non so nemmeno come sono vestita. Procedo, ridiscendo la china immergendo i piedi tra la fine sabbia fluviale e l’erba riarsa e giallognola. So che sono diretta verso quei palazzi. Non c’è alcun odore ma immagino che, se ci fosse, sarebbe quello della polvere e del caldo. Guardo il sole che sta tramontando, pochi istanti fa era allo zenit. Mi guardo alle spalle, ritrovo punti a me familiari e riesco ad orientarmi.
Il sole sta tramontando nel posto sbagliato.

Mi avvicino tranquilla, so perché sono lì: c’è una riunione di famiglia. E so anche che devo andare in bagno.

Man mano metto a fuoco le strutture: sono palazzi bassi, a due, massimo tre piani. Alcuni sembrano villini monofamiliari, altri sono più grandi, con ampie scale esterne che collegano le unità in un grande e sgraziato complesso. Sono tutti ricoperti di piastrelle di un blu polveroso quasi tendente all’acquamarina. Per qualche ignoto motivo sono molto divertita, accanto a me percepisco qualcuno ma non so chi sia, so solo che è accanto a me anche se non lo vedo.
Mi avvicino alla prima villetta, la tocco. Come una pellicola fotografica esposta ad un calore eccessivo il muro si deforma, fa le macchie, brucia e diventa polvere.

C’è un sacco di polvere in questo dannato posto e io continuo a dover andare in bagno.

Sorrido pensando ecco cosa succede a risparmiare sui materiali édili e vado oltre, nonostante la gente nessuno sembra fare caso all’edificio che è appena scomparso.
Non so perché abbiamo scelto questo luogo per la riunione di famiglia, non so nemmeno dove sia esattamente questo luogo. E dire che prima sembrava così sensato.
Il posto è pieno di carabinieri in uniforme. Ne conterò una decina, forse più. Ognuno si muove, mostrando le case a donne di colore in abiti colorati e allegri con stampe strane. Una donna in particolare colpisce la mia attenzione: ha le treccine che le sfuggono da quella specie di turbante giallo che ha in testa, porta un abito lungo, verde, e tutto ciò che ha indosso è stampato ad elefantini neri. Devo dire che non mi è molto chiaro il perché i carabinieri stiano facendo questa specie di tour, tanto più che mi pare evidente quanto siano poco sicure quelle abitazioni. Questi però continuano a mostrarle, seri, come se fossero degli agenti immobiliari provetti. Guardo meglio, tutte le volte che finiscono il giro scompaiono per poi riapparire dove tutto era iniziato.
Poi ricominciano.

Qualcuno mi dice che stasera ci sarà Bennato a raccontarci le storie di famiglia, so perfettamente che Bennato non fa assolutamente parte della mia famiglia ma sto pensando troppo intensamente al fatto che devo andare in bagno per questionare l’argomento. D’altronde non so nemmeno chi me lo abbia detto.
In questo posto sono sola, ma non sono sola.
Mi infilo in un palazzo. So che devo raggiungere la terrazza in cima e nel frattempo mi chiedo ma cosa sentiremo stasera di quello che ci racconta Bennato che ci sono i Guns in concerto?, ma vado avanti e risalgo le scale tristi, grigie e polverose che ho davanti.

Ogni tanto sbircio all’interno di un appartamento, ma non sembrano esserci bagni in questo dannato posto e sono sicura di aver fatto più piani di quanti non ce ne fossero. Abbandono l’idea del bagno – cioè no, è sempre lì ma decido di ignorarla – e finalmente arrivo alla terrazza.
Seduti su delle sedie pieghevoli di quel tessuto plastificato tipico delle sdraio ci sono tanti membri della mia famiglia. Guardo meglio le sedie e sì, sembrano proprio quelle delle gelaterie di Cattolica negli anni ’90, con la struttura in metallo verniciato di bianco, con quella vernice plastificata e fastidiosa che si sfoglia, la seduta e lo schienale bianchi a striscie di diverse tonalità di azzurro e blu. Manca solo l’indicazione del nome e del numero del bagno.
A proposito del bagno.
Il bagno dov’è?

Controllo meglio i volti delle persone sedute: c’è mio zio Fredo, che so essere morto, ma è come se avesse vent’anni in meno, anzi, forse anche di più considerando che ne aveva più di cento quando e morto ed io ormai sono più vicina agli –enta che agli –enti. C’è pure mio nonno, ed anche lui ha l’aspetto di un giovincello, di quando io andavo ancora in giro col pannolone. Ridono e si passano un fiasco di vino bianco, sicuramente Albana. Non mi soffermo a guardare chi altro ci sia, probabilmente solo dei morti.
Su una sedia però c’è Bennato. E non è Bennato. Nel senso, è lui ma non è lui, so che è lui ma l’aspetto è diverso, sbagliato, i capelli gli ricadono lunghi sulle spalle e a dire il vero sembra più Battiato.
Probabilmente è entrambi.

C’è molta allegria, molta allegria ingiustificata. Riguardo il sole e non si è spostato di una virgola, eppure saranno passate ore, le ho percepite mentre passavano, sono sicura.
Sento il rumore dei bambini che giocano, sono i figli delle donne di prima. Tanti bambini di colore, sembra la pubblicità di Save the Children ma senza mosche negli occhi.

Devo andare in bagno.

Mi rigiro verso i miei familiari e vedo le loro sagome stagliate contro il sole del tramonto. Mi riguardo dietro e il sole sta tramontando. Ci sono due soli al tramonto in posizione perfettamente speculare. Forse è per quello che fa così dannatamente caldo.
Giro tra le sedie, il vino va a fiumi, Bennato-Battiato tace, sorridendo sardonicamente. Obama passa il vino a mio nonno. Rimango interdetta per un secondo, cosa diavolo ci fa lì Obama, poi ci ripenso e sembra tutto normale.
So che in teoria ci dovrebbe essere un gran casino, vedo la gente che ride ma non sento alcun suono. Però continuo ad avere bisogno di un bagno, quindi torno nell’edificio, rifaccio le scale, torno a infilarmi nei vari appartamenti ma mi ritrovo nuovamente in terrazza. Sfoggio una certa allegria che probabilmente provo davvero, canto canzoni silenziose. Lo faccio ogni volta che passo da quella dannata terrazza mentre cerco il fottutissimo bagno.

Poi un suono mi attira, credo sia l’unico suono che io abbia sentito da quando mi sono ritrovata a questa buffa riunione di famiglia tra questi palazzi fatiscenti ed inesistenti cresciuti come funghi su questa spianata polverosa.

Un gatto bianco con gli occhi blu
un vecchio vaso sulla tv
 nell’aria il fumo delle candele
due gocce rosse, rosse come mele

Mi avvicino perplessa, ma pur sempre allegra. Sgambetto tra le sedie da gelateria come se tutto quello fosse normale mentre sento la mia voce che si unisce a quella degli altri e la pelle che mi tira, tesa in un sorriso, come quando dimentico di farmi la doccia dopo una nuotata in mare.

Ho un filtro contro la gelosia
e una ricetta per l’allegria
legge il destino ma nelle stelle
e poi mi dice solo cose belle
Ma ma ma mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma!
Nel mio futuro che cosa c’è
sarebbe bello se fossi un re
così la bionda americana
o si innamora o la trasformo in rana

 

Mi alzo lentamente. Intontita sposto le coperte, lancio uno sguardo al cellulare ma senza attivare lo schermo. Una fitta al basso ventre mi dice che forse avrei dovuto fare pipì prima di mettermi a riposare. Scappo in bagno mentre continuo a cantare Mamma Maria.
Solo una domanda continua a vagarmi in testa: ma perché proprio i Ricchi e Poveri?

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Terra

AVVISO AI LETTORI:

Questo post è altamente sentimentale.

L'Antico Vaso andava portato in salvo

L’Antico Vaso andava portato in salvo

“Oh che bello, studi archeologia! Avrei tanto voluto farlo anche io da piccolo!”
Questa è la frase tipica che un archeologo in divisa – cioè ricoperto di terra, sudore, macchie del pranzo di almeno una settimana prima e piccone alla mano – o anche non in divisa, si sente dire da qualsiasi persona che lo veda al lavoro o che gli chieda “cosa fai nella vita?”. Poi scopri che lui è all’ultimo anno di giurisprudenza – che per carità d’iddio il diritto che materia arida – col nonno notaio, o che si sta specializzando in cardiochirurgia. Fanculo. Lui mangerà al San Domenico e io continuerò coi kebab dei pakistani. Ok.

A parte il lato monetario però l’archeologia è liberatoria. Non parlerò i tutto il sottofondo culturale di miliardi di cose che devi sapere per essere un bravo archeologo, ma solo dello scavo.

Lo scavo è la parte più dura, fisicamente e mentalmente parlando. Perchè non basta la passione per le anticaglie o i coccetti, non è solo scava scava e tira fuori. C’è tutto un metodo, una burocrazia, la fatica fisica di stare in posizioni improbabili, bestie più o meno carine che saltano fuori a caso, torni che non contano. E soprattutto c’è la terra. Un sacco di terra.

E quella ti deve piacere, perché devi starci nel mezzo per ore e ore. A me piace, stare lì a paciugare con la terra, sentirla morbida e scura che si sfoglia docile sotto la lama della trowel, che fa un profumo tutto suo. Mi ci incazzo anche con la terra, quando mi ritrovo sotto il sole cocente sulla spianata di argilla, con le ginocchia doloranti e il polso pure – si è un’immagine equivoca – perché l’argilla secca non è collaborativa quando la accarezzi con la trowel, e non collabora nemmeno quando ti ci accanisci, che sei lì a tirare il piano bello pulito per un fotopiano, e questa ti salta via a zolle e ti tocca ricominciare. Lì bestemmio potentemente. Non collabora nemmeno se la prendi a picconate, dura come un sasso, la stronza. L’argilla la amo e la odio allo stesso tempo. Quest’anno, nel periodo di pioggia violenta primaverile, l’argilla e l’acqua ci han fatto impazzire. La mattina a svuotare lo scavo che era diventato una meravigliosa piscina, poi immersi nel fango, imbrattati in ogni modo, chiazze di fango in posti che Dio solo sa come ci è arrivata. E una mattina, mentre ero lì bella immersa nella mia fanghiglia, cercando di capire dov’era il limite tra due strati, mi sento i calzini bagnati. Mi guardo i piedi e, ohibò. E tutta quest’acqua? Non avevamo svuotato? Poi mi accorgo poco lontano che c’è una bollicina che ogni tanto gorgoglia. E ce n’è pure un’altra, e un’altra ancora. Aveva piovuto talmente tanto che la falda stava ributtando fuori l’acqua.

Questi imprevisti, il sudore, la fatica, il sole cocente sulle spalle e l’abbronzatura da muratore col sorriso sui lombi, adesso, in questo preciso istante, mi mancano. Mi manca soprattutto l’odore della terra, la sensazione di averla sotto le unghie, dentro le scarpe, a volte finisce pure nelle mutande. Mi mancano le lunghe docce dopo-scavo, che alla seconda e terza passata di bagnoschiuma l’acqua continua ad essere marroncina. Mi manca pure la lotta territoriale con le vespe.

Io sono aracnofobica. Quando vedo un ragno mi immobilizzo e vado in apnea e cerco di indicarlo alla persona più vicina come un’imbecille. Quando lavoro in mezzo alla terra, però, divento un killer. Insetti, rospi, bisce, non ho problemi. Ma i ragni. Quando ne becco uno a portata di braccio – quindi troppo vicino – lo elimino. Non venitemi a dire “ma no, poverini, hanno più paura loro di te”, sticazzi, lo so che hanno più paura loro ma il mio istinto di autoconservazione psicologica decreta “o me o lui” e io opto per me. Però me la sbrigo. Il fastidio indicibile di quando becco qualcuno che strilla come un’aquila ad ogni singola formica, o che esplode in gridolini schifati ad ogni cavalletta o altro insettino. Mi urta. Fa parte dell’essere in mezzo al terriccio, trovarci dentro i lombrichi. Devi amare pure quelli – tranne i ragni.

Poi l’emozione, quando sei lì e pian piano dalla terra emerge un vaso, un osso o un qualche altro manufatto. All’inizio la tentazione di estirparlo per vederlo subito, rigirartelo tra le mani, guardartelo per bene, toccarlo, pulirlo. In realtà è molto più emozionante scoprirlo come vuole il manuale, lentamente, scontornandolo, girandoci attorno. Questione di metterci dieci minuti anziché estirparlo, non di millenni eh. Ma anche quella breve attesa, mentre sei lì a ripulirlo con la trowel e lo guardi prendere forma è una bella soddisfazione.

Poi ci sono i momenti “panico da foto di scavo”. Lo scavo deve essere sempre pulito, sembra un ossimoro, ma deve essere sempre pulito, niente mucchietti di smosso, buchi casuali o altro, si deve seguire una certa logica, la terra si sfoglia e deve essere sempre leggibile. La foto ha anche il problema della luce, se è troppa non si vede niente, devi fare in modo che non ci siano delle ombre, e la lavagnetta con il nome dello scavo, la data, gli strati che ci sono in foto, il quadrato, il settore. Orienta il metrino, orienta la lavagnetta, posiziona in Nord in modo che si veda in foto, controlla che lavagnetta e metrino siano orizzontali, più orinzzontali, ancora un po’ che è un po’ sbilenco. Prima della foto c’è il momento delle acrobazie: tutti impegnati a ritirare il piano del terreno in modo che sia bello liscio e si veda bene tutto. A volte bisogna raschiare a trowel, altre volte basta passare la scopa, dipende dalla terra, da quanto è sporco. Ma non devi lasciare impronte! Allora tutti ad andare in un verso, e adesso? Da dove usciamo? L’angolo come lo facciamo? Cavati le scarpe, così in calzini non lasci l’impronta. A volte ti ritrovi in un angolino, imprigionato in questo scavo tutto pulito, dietro di te il muro della sezione troppo alto per essere scalato e nessuna via d’uscita. Allora ti fai dei numeri da acrobata di circo per riuscire a scomparire prima del momento della foto.

Il rassicurante momento dei sacchetti e dei quadrati. Lo scavo è organizzato a griglia da battaglia navale in quadrati di un metro per un metro. Tu sai che devi scavare un’unità stratigrafica perché sta sopra a questa e quella che le devi liberare, allora inizi. Ti prendi i tuoi sacchettini, fai le acrobazie per raggiungere il quadrato sporcando e pestando il meno possibile e ti metti lì a fare i tuoi sacchettini: questo per la ceramica, questo per il concotto, questo per le ossa, questo per il campione di terra. Un paio di sacchettini di riserva se proprio sei fortunato ed esce un reperto notevole. Io amo questi attimi burocratici, un po’ perché prendo appunti per qualsiasi cosa, un po’ perché lo trovo rassicurante e rilassante.

Il mio attimo di relax preferito è la compilazione della scheda US: in che quadrati era lo strato, antropico o naturale, che tipi di reperti, un disegnino sommario e la descrizione della terra. Sono sempre molto prolissa nella descrizione della terra, mi piace essere precisa, descriverne il colore, la consistenza, se era tutto uniforme o c’erano piccole macchie leggermente diverse e in che modo lo erano.

Mi manca tutto questo. Anche il disagio di non sapere dove andare per fare pipì. Mi manca pure quello.
In pratica non vedo l’ora di sentire il mio voto di laurea, iscrivermi alla magistrale e tornare sul campo il prima possibile. Che lo scavo in Abruzzo a cui partecipo da anni quest’anno l’ho dovuto disertare per potermi laureare. Porco Giuda.

“Che situazione imbarazzante.”

 

Partiamo con gli antefatti.

Ad inizio giugno mi sono trasferita al mare, da sola, nel più totale eremitaggio. Questo perché avevo due esami da preparare. due esami enormi da preparare. In più l’aria di casa è molto più pesante da quando Dioniso è partito, insomma, avevo bisogno di staccare la spina.

Mi ero programmata ‘sti esami tutta contenta pensando “Oh bene bene, mi mancano due esami da sei e due esami da dodici cfu, quindi a giugno ne do uno e uno, poi darò gli ultimi due.” Recupero gli appunti di archeologia iranica, mi faccio tutti i miei appuntini, studio, ripeto, ripeto, ripeto, ripeto. Mi arrendo con gli Arsacidi e con i Sasanidi. Nel frattempo pensavo che, porca Eva, per essere solo sei crediti era veramente un sacco di roba!
Poi ritiro fuori gli appunti di fenicio-punica e ricomincio: leggo, appunto, studio, ripeto, ripeto, ripeto.
Le uniche persone con cui ho parlato, per due settimane, sono state me stessa e la tabaccaia, per fortuna almeno sentivo Dioniso per messaggio perché là, al mare, completamente sola iniziavo a dare forti segni di squilibrio – cioè, più del solito intendo.

Poi torno a casa per potermi godere la partita – unica semi-godibile, aggiungerei – dal momento che al mare la mia tv ha gli stessi pollici del mio cellulare e durante lo spettacolo di apertura riuscivo a vedere solo il culo di J-Lo e neanche per intero. Insomma fila liscio, a parte la mia dannata ansia pre-esame che si trasforma in malessere fisico generalizzato – credo che prima o poi mi farò un tabellone di acciacchi tipo quello del Twister per fare il toto-somatizzazione.

All’improvviso, da lunedì, tutto inizia inspiegabilmente ad andare in vacca. Mia madre mi comunica che è morto lo zio Fredo – che si chiamava Ezio in realtà e non ho ancora capito perché lo chiamassero Fredo, benedetta Romagna. Insomma, non è possibile. Fredo era un’istituzione, un po’ per la persona che era, un po’ perché dopo 102 anni diventi di diritto un’istituzione.

Martedì 18 vado fino a Ravenna a dare questo benedetto esame, ero tipo l’ultima della mattinata, avrei voluto impiccarmi. L’esame va egregiamente, di fatto non avrebbe potuto andare meglio e torno a casa con la mia lode totalmente insperata, calcolando il fatto che metà esame me lo sono inventato ricordandomi parti casuali che ho messo assieme sperando di prenderci. Poi il pomeriggio sono andata a fare un giro alla camera ardente ed è stato orribile. Non me lo aspettavo così. Non era la prima volta che andavo alla camera ardente a vedere un parente, o un amico, ma era lì tutto serio e composto ed era incredibile perché lui era sempre sorridente, anche quando era stanco, non mi ricordo davvero un momento in cui Fredo non sorridesse. E’ stata una sensazione quasi surreale, anzi, senza il quasi.

Mercoledì torno di nuovo a Ravenna, archeologia iranica. Il professore fa l’appello ed io sono la prima – cazzo! Ad un certo punto ero talmente in palla sugli Arsacidi che ho confuso l’est con l’ovest ma per il resto tutto bene. Alla fine anche il prof mi ha chiesto come mai mi sono impigliata proprio su di loro. Decido di essere onesta e glielo dico: pensavo di saperli meglio dei Sasanidi, quindi ho ripassato di più gli ultimi. Poi mi apre il libretto e fa: “ah, ma lei ha dato un esame da dodici crediti ieri.” “Sì.” “Complimenti, 24 crediti in due giorni. Direi che il 28 se lo è più che meritato.”
Cosa?! Ma non era da sei Iranica? Faccia frastornata, ringrazio e me ne vado, poi controllo sul piano di studi. Eh no, era da 12.

Ok: se non mi accorgo di cosa sto facendo, tutto è possibile.

Il pomeriggio andiamo al funerale. Quando sono entrata nella camera era pieno di fiori e il prete stava dicendo il rosario. Ogni volta che sento un prete mi passa la poesia. Trovo che le funzioni in chiesa siano di un’aridità unica. Tutte quelle formule standard che si ripetono e si ripeto al vuoto mentre si pensa ad altro. Mentre diceva l’Ave Maria stavo pensando a quanto sia ridicolo adorare una donna la cui verginità è stata decisa a tavolino da Papa Pio IX nel 1854, ed intanto cercavo di ricordarmela in latino perché la trovo molto più affascinante. Sono rimasta fino all’ultimo momento, fino a che non hanno finito di inchiodare la bara.

Nel complesso comunque ero soddisfatta degli esami, del fatto che comunque adesso ne mancano solo altri due e la tesi – qualcosa di tutto mio sul quale lavorare – e poi potrò passare alla magistrale. Ho passato il fine settimana a giocare a Skyrim come uno zombie. Però il morale non era comunque alto come avrebbe dovuto. Inoltre ora che Dioniso lavora riusciamo a sentirci pochissimo e la mancanza si sente parecchio.

Per tirarmi un po’ su decido di contattare quella che avrebbe dovuto – e che Giove mi sia testimone: lo sarà – la mia relatrice per la tesi e discutere un po’ di cosa fare. Mi da appuntamento per il mercoledì e già dal martedì mi sentivo felice come una bambina che sa che nel regalo di natale ci sarà proprio quello che si aspettava. Vado da lei, aspetto che finisca gli esami e ne esco incazzata e depressa. Dice che non può, che è in ritardissimo e deve scrivere il catalogo di una mostra, potrei farla comunque con lei ma sarebbe una pessima relatrice. Al che io mi chiedo: cosa intende per pessima relatrice? Insomma, vedo che i miei “colleghi” spesso e volentieri hanno relatori che leggono la tesi il giorno prima della discussione, se la leggono. Comunque mi lascia lo spiraglio chiedendomi, se non trovo altro, su cosa mi piacerebbe farla.

Questo post sta diventando chilometrico quindi la finirò in breve.

Insomma, sono giù di morale: sono a piedi con la tesi, Dioniso non c’è e anche lui non se la passa bene, mi sento sola, ho deciso di dare un esame il 3 di luglio e non riuscirò perché ho passato i primi tre giorni a cercare di capire cosa ci fosse scritto nelle prime tre pagine del libro – che porca troia se avessi voluto fare fisica mi sarei iscritta a fisica – e le fotocopie degli altri libri sono da rifare perché mi ha stampato una pagina sì e una no. VAFFANCULO.

Poi stasera vado alla festa celtica di Monterenzio coi miei amici. E’ sempre carina come festa, ho anche trovato uno spillone per capelli che bramavo intensamente da secoli ma non avevo mai comprato perché nel negozio in cui sta fossilizzando da eoni lo vendono a 15 euro, la proprietaria della bancarella quando le ho chiesto tutta incredula “Lo vendi davvero a 2 euro?” mi ha risposto “Certo, a quanto lo dovrei vendere?”, al che le ho spiegato il mio stupore e ha chiuso il discorso con un “Guarda, non farmi commentare, questi ciondoli li vendo a 2euro, in altre bancarelle li ho trovati a 7 o a 10, assurdo.” Poi insomma continuiamo a girare e girare fino a che un mio amico, che fa il rievocatore nella festa, non mi annuncia la notizia che da veramente una svolta alla serata: da quando ti ha vista qui, la morosa del tuo ex si è innervosita un sacco.

Ottimo.

Per altro ero anche passata alla sua bancarella e nemmeno l’avevo vista, come non avevo visto lui finché non mi hanno chiesto dove fosse. Ma quando l’ho vista…ahahahahah.

 

“Bene, ma che splendida adunanza Re Stefano: reali, nobili, signori e…ah. Ahahahah, ma che buffo: perfino la plebe. Mi ha addolorata moltissimo il non ricevere un invito.”
“Non eri gradita!”
“Non ero…! Ah, ahahah, che situazione imbarazzante.”

Qual gioia e gaudio scoprirla nervosa.

L’idea di renderla nervosa con la mia sola presenza ha dato una svolta al mio umore delle ultime due settimane. Poi quando finalmente ho incrociato, tutta gongolante, il suo sguardo e lei si è allontanata ho raggiunto l’apice della soddisfazione.
Ero così felice che il Maestro, all’ennesimo “Non gongoli” di Nicola, ha replicato:

“Ma come, non la vedi? E’ così contenta che sta galleggiando ad un metro da terra su una nera nuvola di male.”

Anche perché, in tutto ciò, se proprio devo essere dipinta come Malefica, tanto vale dargliene una ragione. E si, sto ancora gongolando.

Problemi comuni

Teste di cazzo all’arrembaggio.

 

grumpy

No, niente, non è successo nulla a dire il vero, non concretamente.
Anche se magari non si direbbe, leggendo i miei ultimi post – e pure questo direi – è un periodo in cui sono felice, sì. Sono felice perché ho trovato la mia Arianna,che se si è presto rivelato essere il mio Dioniso – perciò d’ora in poi lo chiamerò così.
Dioniso – la scelta del nome è particolarmente divertente ma è meglio saltarla – mi fa sorridere e mi tiene calma, in uno stato di quiescenza quasi zen. Inoltre per la prima volta Anima, il mio migliore amico, si è espresso con un commento positivo: “mi sembra una persona normale, finalmente una persona normale.”
Ecco, forse avevo bisogno di questo.

Comunque, il punto di questo post è questo: si preannuncia un’estate fittissima di felloni a piede libero. Sì, felloni, me lo sento nelle ossa. Sarà un’estate fitta di litigi, gente da evitare – o evirare, volendo – gente con cui litigare ed alla quale cercare di non strappare gli occhi in un attimo di delirio psicopatico.

Ecco.

Non si prospetta una gran estate.

Soprattutto perché Dioniso mi vola via per un anno, va a vivere al freddo in mezzo alle sequoie e il pensiero mi da attimi di claustrofobia mista a odio per il mondo.

La cosa che mi consola è che sarò, se tutto va bene e deve andare bene, impegnata a scrivere la tesi.

Essere consolata dall’idea di impazzire sulla tesi è un qualcosa di paradossale.

Il problema è il seguente: quando le cose si fanno come dico IO allora tutto fila liscio.
Sì, so che questa è una convinzione che hanno in molti, mi giustifico dicendo di essere del Leone, anche se non so se sia sufficiente come giustificazione.
Però davvero, io non metto il becco in questioni che non conosco, non direi mai a un’ingegnere come fare il suo lavoro, quindi quando dico che una cosa va fatta in tal modo è perché ho l’esperienza per farlo, o comunque sono quella con più buonsenso, ecco; spesso mi viene anche chiesto di metterci il becco in certe questioni, anche quando mi viene da dire “fanculo, sto cercando di spiegare a un branco di scimmie sorde, fate come vi pare“.

Tra poco ricomincia la stagione delle rievocazioni. Cristo.

Io ho voglia di rievocare, tantissima. Mi piace stare a fare le didattiche e tutto il resto, però odio in una maniera viscerale il fatto che la maggior parte delle persone che rievocano non abbiano una vaga idea di quello che stanno facendo, soprattutto perché quando poi tento di spiegargli perché alcune cose non possono essere fatte perché c’era una filosofia molto diversa rispetto a quella attuale, loro mi dicono che hanno capito, poi ignorano la cosa. Stanno lì a fare due giorni di camping con addosso vestiti buffi e per lo più scomodi.

Qual’è il senso di tutto ciò? Perché lo fate?

Esiste il Gioco di Ruolo dal Vivo per questo. Ah, sì, i maschietti si vogliono sentire fichi come il Gladiatore, scendendo in battaglia a fare finta di picchiarsi, e le femminucce tante belle Xena, ma con l’arco che se no non è storico – per mettere i puntini sulle i: tu, brutta vacca seminuda con una tutina di cuoio fatta apposta per far risaltare le tette, non dovresti essere lì nemmeno con l’arco, perché la tua presenza in campo non è storica.

Poi mi rompono i coglioni per il colore di un vestito – per altro un colore corretto, scelto dopo mesi di documentazione – ma le ragazze raccomandate in battaglia anche sì.

Oltre questo dovrò sopportare la presenza del mio ex in accampamento. Quella sarà la parte più difficile perché dopo aver riesaminato ogni lamentela idiota che ho fatto finta di non sentire, ogni richiesta assurda che ho tollerato per non avere rotture di balle, ogni capriccio, ogni muso che mi teneva perché gli avevo toccato il suo personale dio in terra – Mussolini – ogni “sieg heil!” tollerato, ogni stracazzo di rinfaccio; ecco, dopo tutto ciò, io vorrei che lui mi desse un motivo, solo un motivo per potergli fare una tirata chilometrica su quanto sia sempre stato una testa di cazzo.

Apro parentesi: stronza anche io, perché nonostante tutti i motivi sopra elencati lo consideravo comunque una testa di cazzo, ci sono stata assieme un’anno e mezzo e mi sono pure fatta mollare. Perché ho sempre pensato “no dai, lo ha detto in un momento un po’ così”, insomma l’ho sempre giustificato.

Conoscendolo, per di più, cercherà di fare l’amicone. Ma no, basta, tolleranza zero. Sono stanca di essere tollerante e diplomatica con le persone, quindi quest’estate chi mi romperà i coglioni riceverà in risposta un “fottesega, non è un mio problema”, mentre lui sarà semplicemente ignorato. Sì ignorarlo mi pare un’ottimo progetto.

Lo so, ne sto parlando, non è così facile ignorare l’idea, ho bisogno di una discreta dose di preparazione psicologico. Fortunatamente ho una discreta faccia di bronzo e, nel caso in cui non dovesse bastare, partirà la tirata chilometrica con tutto quello che vorrei dirgli per concludersi con un liberatorio “vaffanculo tu, il tuo ego e la tua assoluta convinzione che non avrei mai trovato un’altro migliore di te quando in realtà difficilmente potrei trovarne uno peggiore“.

Mi sono rotta il cazzo

Mi sono rotta il cazzo di tutti quei deficienti che tentano di convincermi che le piramidi le hanno costruite gli alieni, che i Maya hanno davvero predetto la fine del mondo ma noi abbiamo sbagliato a interpretare la data, che il rito della mummificazione fosse un tentativo di ibernazione in vista del risveglio e del ritorno su Sirio, che i Maya “sarebbero arrivati in questa dimensione da altri stati di coscienza” – che per altro non significa un cazzo – per poi scomparire, tornando a casa come Ziggy Sturdust. Gente che tanta di convincermi che il Diluvio Universale c’è stato e i fossili di dinosauri sono stati messi lì da Dio per confondere le acque, che esistevano esseri umani giganteschi scesi sulla terra da Nibiru, che Venezia è stata fondata dagli atlantidei scappati quando il continente sprofondò.

Mi sono rotta il cazzo di tutti questi deficienti che prendono per oro colato le parole di Giacobbo, Adam Kadmon e di Graham Hankock – sul quale per altro ho un buffo annedoto di madre: “Sai, sto leggendo un libro di un tizio, un romanzo fantascientifico/storico, è carino.” “Come si chiama il tizio?” “Un certo…Hancock” *mostra il libro* “No mamma, non è un romanzo, lui ci crede.” – che quando rispondo di andarsene affanculo, dopo una serie di argomentazioni valide con tanto di fonti e studiosi con un nome, non come loro che dicono “un’importante scienziato dice che”, un’importante scienziato CHI, per dio?!, mi dicono che ho una mentalità “poco aperta”. Io mi ci sto spaccando il culo a studiare sta roba, ok? Non vado dal tecnico della caldaia a spiegargli come fare il suo lavoro proponendogli cose assurde e lamentandomi che ha una mentalità poco aperta. Quindi se devi dire delle stronzate taci, anziché aprire la bocca e confermarmi la tua testadicazzaggine.

Mi sono rotta il cazzo di chi tenta di convincermi che se mangio una bistecca faccio male, perché gli esseri umani non sono carnivori. E’ vero, siamo onnivori, e se la natura ci avesse voluto mangia-insalata avremmo la dentatura di una mucca e tre stomaci, testa di cazzo, e se oggi hai un cane a casa che ti aspetta scondinzolando devi ringraziare quegli assassini mangia carne che hanno addomesticato i lupi per andare a caccia.

Mi sono rotta il cazzo di chi afferma che i vaccini sono un grande complotto per ammazzarci tutti, che non servono davvero, che ci iniettano i microchip e ci controllano, che quando muori la luce che vedi – che luce?- in realtà è la luce del tavolo chirurgico di una navicella spaziale.

Mi sono rotta il cazzo dei grillini, di casa pound, di forza nuova, delle zecche da centro sociale che tentano di combattere la mafia a colpi di marijuana, degli israeliani e dei palestinesi, dei “forconi”, dei geni che tentano la secessione costruendo la ruspa di Batman da far arrivare in piazza S.Marco, di Padre Pio e Medjugorje, dei testimoni di Geova, degli integralisti islamici, di quelli che si lamentano che non arrivano a fine mese ma la polo di Ralph Laurent è un must, di quelli che accoppiano la cravatta arancione con la giacca marrone, delle balene coi leggings, degli aspiranti suicidi che poi non lo fanno e se lo fanno puntualmente devono gettarsi sotto un treno, di trenitalia, degli stronzi che guidano strafatti, dei manifestanti che lanciano bombe carta e si definiscono pacifici, di un sacco di altre cose e l’elenco è veramente troppo lungo.

Mi sono rotta il cazzo della gente, di questa gente. Io mi chiedo ma cosa cazzo ce ne facciamo di 7 miliardi di persone sulla terra?

Se essere fascista significa non permettere agli idioti di avere una propria opinione, sì, sono fascista. E vaffanculo.

Fottutamente ostile

Davvero, non è facile attirarsi le mie ire.

Però un sacco di gente ci sta riuscendo, anzi, esattamente ci è appena riuscita.

Già mi sembra di essere sufficientemente sfigata, se vogliamo dirla tutta sono anche un po’ troppo sfigata, sinceramente non ho bisogno di cinni* di merda che vengano a sparare sentenze a cazzo di cane giusto per poter aprire la bocca. Facile eh. Un sacco facile. *Bestemmia*

E’ un periodo strano, è uno di quei periodi inclassificabili e relativi, mi sembra appena ieri quando in lacrime, a metà tra la disperazione e il “finalmente mi sono liberata di te” ho capito che basta, era ora di darci un taglio. Paradossalmente, da quello stesso istante, mi pare passato un secolo.

Immersa nei libri sembra che il tempo voli senza mai passare, un giorno prenoto un’esame a due mesi di distanza e il giorno dopo mancano appena dieci giorni al suddetto. Mi sono persa nel risvolto del tempo, un po’ ho guardato dentro il mio abisso, un po’ ho lasciato che qualcuno lo iniziasse a fare con me.

La cosa non è particolarmente apprezzata dagli amici.

Ora, io mi chiedo, non mi conoscete, non avete una stracazzo di vaga idea di come sia potuto accadere – ogni tanto non ne ho idea nemmeno io – e nonostante questo prendete posizione? Nei confronti di COSA esattamente?

Ma perché io devo condividere ossigeno con…ah. Fanculo.

 

 

Ne approfitto per scusarmi di questo lunghissimo, intensissimo periodo di nebbia, sono in un pesantissimo rush di esami e delirio e ho perso le parole. La realtà è che il pesantissimo rush di esami è voluto, così non posso guardare troppo a lungo nell’abisso, che è un po’ scappare ma sto cercando di non pensare nemmeno a questo. Credo che realizzerò chi sono solo durante la sbornia della festa di laurea, tra un sacco di tempo – che poi si rivelerà essere domani, lo so già.

 

*cinno = bambino, dispregiativo che mira all’immaturità del soggetto, al suo essere fastidioso e a un sacco di altre cose insopportabili.

Parlare

E’ una vita che non scrivo qui, almeno, a me sembra una vita.

E’ che piove a dirotto, è che dormo poco e male, è che ho avuto un incontro ravvicinato con l’abisso, il mio abisso personale, quello dentro il quale evito di guardare da mesi. Ci ho guardato dentro, cioè, ho lasciato che altri ci guardassero dentro, confusamente, sabato notte in un blackout totale del quale non mi ricordo niente. Ottimo direi. Il problema è che l’abisso l’ho aperto e adesso è lì, lo so, e mi trascina giù.

Un mio amico mi ha chiesto, la domenica, mentre sembravo una larva abbozzolata com’ero dentro al plaid di lana in fantasia scozzese, se ne volevo parlare. Sì. Lunedì notte mi è venuto a trovare e ho straparlato, davvero, a macchinetta, perché di parlare ne ho bisogno chiusa come sono sullo studio di quell’esame radical chic – non esiste davvero altro modo per definire un qualcosa come la filosofia che sta dietro alla cultura geografica e cartografica – ma ho parlato di altro. Qualsiasi cosa d’altro per non aprire l’abisso. L’ho riassunto brevemente in una frase:

Hai presente quando in ogni istante della giornata ti senti il peggior schifo che abbia mai messo piede su questa terra? Ecco. Sono in quella situazione lì.

Poi basta, discorso chiuso. Chiuso perché è meglio scrivere, perché scrivere è un atto di fede, soprattutto così, pubblicamente, on-line, non sai mai chi sta leggendo cosa. Però c’è uno schermo, c’è un qualcosa che separa irrimediabilmente dall’interlocutore, chiunque esso sia, che non mi permette di vedere quello sguardo misto tra il “mi dispiace” e il “non so che dire”, che non mi tiene impegnata nel mantenere la maschera del cazzodurismo apatico che esplode solo in rabbia e non mi devo preoccupare di vederla tirare delle crepe, di tanto in tanto, e ricacciare indietro le lacrime perché sì.

In realtà il discorso è chiuso anche per un altro, fondamentale, motivo: ho chiuso me stessa nell’abisso e mi ci sono lasciata per mesi e mesi, ignorando me stessa in un modo quasi insistente. Mi sono chiusa in mezzo ai libri, mi sono dedicata agli esami, al teatro, agli amici, ai sabato sera, ai film, ad un triliardo di impegni ai quali faccio fatica a stare dietro, qualsiasi cosa per non avere dei momenti nei quali riflettere approfonditamente su me stessa e adesso mi sto presentando il conto. L’idea di guardarmi dentro mi spaventa, mi viene in mente l’immagine nitida della bocca dei vermi delle sabbie, in Dune, una voragine spalancata ed irta di denti. Un immenso vortice di acqua che ribolle e gorgoglia, trascinando tutto in mezzo alle fauci di Cariddi. Io lo so che devo scendere dentro quell’abisso, quel Maelstrom che ho dentro, che sono, devo armarmi e farlo perché non ho davvero altre soluzioni, non potrò ignorarmi in eterno.

La verità è che ho bisogno di un’Arianna che tenga teso il filo in modo che io non mi perda, perché non è necessario vincere sempre tutte le battaglie da soli, anche se è una cosa per la quale il mio orgoglio lotta strenuamente. Il problema è che, sinceramente, di Arianna non ne vedo molte in giro.

Lo stress è potente in te, giovane panda-van.

Ho dovuto pensarci bene a questo post, ci ho pensato due giorni, indecisa tra il dedicarti il mio tempo e scrivere di te oppure ignorarti e basta.

E invece no, perché di tempo, nella mia testa, ne occupi un sacco, ne occupi troppo ed io di tempo per te non ne ho e non ne vorrei nemmeno avere.

Ma partiamo dall’inizio.

L’inizio è stato il pomeriggio di San Valentino, ed è tutto partito da un evento scatenante che non ha nulla a che fare con gli innamorati.
Ero sul letto, con le mie dispense di “Geografia del superfluo” sulle ginocchia, mentre tentavo di dare un senso a frasi come:

Il rapporto con il mare è stato essenziale soprattutto per quelle civiltà che si sono trovare a fare da diaframma tra gli imperi continentali (Assiri, Babilonesi, Lidi, Persiani) e gli sbocchi marittimi, come fenici e greci, e a questo riguardo lo spazio-movimento mediterraneo ha preservato un certo grado di ‘elasticità’ per il tramite di istituzioni di lungo periodo, come i port of trade.

Che lo so, magari uno che studia sociologia può darmi dell’idiota perché ho dovuto rileggerla quindici volte prima di capire cosa stesse cercando di dirmi – senza dimenticarci del fatto che, comunque, sto paragrafo è scritto a cazzo. E niente, ero lì a cercare di dare un senso a tutto ciò e, per lo stress, mi è venuto da piangere. Perché non è possibile dover interpretare un testo che devo portare all’esame, che mi spiega un concetto idiota in quattro lunghissime pagine riassumibili in due righe, un testo in cui si usano termini come “odeporico”, oppure termini buttati a caso come “ekklesia”, dove devo cercare di capire se ne devo sfruttare il senso greco o quello medioevale. Mi è venuto da piangere e lanciare oggetti.

Quindi ho deciso che dovevo staccare la spina e sono andata su Facebook. Sbagliato.
Sbagliato perché mi ci sono trovata dieci notifiche tutte Sue, e quelle dieci notifiche, per quanto astratte e virtuali, comunque hanno avuto un potere calamitante su di me che ho passato il tempo a chiedermi “ma che cazzo vuoi? ma perché sei ancora qua a sbirciare quello che faccio?” e ho deciso di andare a sbirciare la sua pagina. Non lo faccio mai, perché non ne ho mai motivo e non mi interessa nemmeno, ma quel pomeriggio l’ho fatto.
Io lo so che sta con un’altra, lo so, me lo ha detto che si sono messi assieme, ma nella mia mente era una cosa così, priva di fondamento, uno status su facebook, nulla più. Non c’era nemmeno una foto quando ha ufficializzato la cosa con “gnocca-negli-stivali“. E invece l’altro giorno c’era. Era lì. Loro due che si baciano, immortalati in uno scatto color seppia. Ed è stato in quel momento che la cosa è diventata reale, perché prima, nella mia testa, era solo un’idea, non si era ancora concretizzata in una realtà. Ma quando si è concretizzata è stata inaspettata la mia reazione. Come quando mi aveva confermato che era finita, ed ero stata invasa dal sollievo: inaspettato.
Invece no, niente sollievo. Una morsa allo stomaco, qualcuno che mi ha afferrato i polmoni e li ha stritolati, qualcosa che graffiava il fondo della mia gola, impietosamente, e la sensazione pungente di un miliardo di spilli a pungolarmi gli occhi. E allora ho iniziato a singhiozzare, anche perché dovrò resistere due giorni, se non tre, in rievocazione con Lui a fine maggio in Francia, non potrò scappare da nessuna parte, potrò al massimo ignorarlo.
Poi mi si è riempita la testa di domande: ma con tutte le promesse che mi ha fatto – e che puntualmente non ha mantenuto – riuscirà mai a non portarsela veramente appresso in rievocazione? Ma se dopo così poco tempo mi hai già rimpiazzata, dopo avermi chiesto di sposarti – di sposarlo, Cristo, non è una cosa che si chiede così, a casaccio, per noia! – allora io, davvero, quanto mai potevo contare?
Mi sono raggomitolata su me stessa e ho urlato in un cuscino, che poi, che altro potevo fare?
Io odio che questo fatto, questa idea che si è fatta reale, abbia un potere tale su di me, è una cosa che non sopporto, e non so come fare a liberarmene se non urlare forte e buttare tutto fuori e lasciarmi andare alla rabbia cercando di essere più stronza possibile ogni volta che si fa vivo.

E lo stress che mi provocano questi due esami si mescola assieme a quello della realizzazione dell’idea.
Per non pensare all’idea realizzata mi butto tra i libri, poi stacco dai libri e mi tuffo in una pinta di birra e nelle stronzate che si dicono da alticci. Ma quando poi finiscono, pinta e stronzate, mi ritrovo a pensare che non ho tempo, cazzo!, non ho tempo per niente. Mi si affanna il respiro e mi aumenta il battito cardiaco e mi do’ dell’imbecille da sola per aver buttato via tre ore, durante le quali avrei dovuto studiare perché non c’è tempo. Non c’è tempo. E mi ritrovo china sui libri alle quattro della mattina, a non capire quello che sto leggendo finché non crollo.

Credo di essere sui limiti di un’esaurimento nervoso. O forse ne sono già in balia.

Tu mi turbi

Sono, quanto, due anni che io e te non ci rivolgiamo la parola?
Che quando ci vediamo in un locale o a una festa io mi irrigidisco e lo scambio di sguardi è una roba tipo:

lemure-cat-oDove io sono il lemure.

Ecco, due anni che non ci parliamo. Due anni sono un lungo silenzio stampa.
Quando ci si vede cerco disperatamente di ignorare la tua presenza, anche se la tentazione di correre verso di te ed entrarti in tackle su una caviglia, oppure arrivare alle tue spalle per spaccarti una sedia sulla schiena, tipo WWE, è fortissima, non lo faccio. Tu entri in una stanza, io esco, io mi sposto verso il posto in cui ti trovi e tu te ne vai. Qualsiasi cosa per mantenere quei 20 metri, minimo, di distanza. Tipo ingiuzione del tribunale, ecco.

Poi no, comunque mi turbi e mi perseguiti. Perché io decido che quel personaggio, in quel gioco di ruolo, è assolutamente il più fico e dal nostro amico in comune scopro che la pensi esattamente nella stessa, identica, maniera. Decido che per fare pace con la mia vagina mi devo assolutamente riguardare Fantaghirò, tutto Fantaghirò, e scopro che tu, maledetto, nello stesso momento decidi di riguardare tutto Fantaghirò ed inizi ad avere un’adorazione per Tarabas. Io posso avere un’adorazione per quel fico di Tarabas! Ma tu, tu che scusa hai?! Io scelgo una frase che diventa un po’ un leit motiv per scoprire che anche tu la ripeti ossessivamente, schiaffandola a metà di qualsiasi discorso, nello stesso periodo in cui lo faccio io.

Abbiamo un link mentale orrendo.

Mi sta bene avere dei link mentali con qualcuno. Col mio migliore amico, per esempio, il neurone condiviso funziona quasi sempre bene. Ma è il mio migliore amico, lo vedo spesso, lo conosco da sette anni ormai. E’ fico avere i pensieri in sharing, si risparmiano un sacco di parole e di fatica.

Ma con te, che non ti parlo da due anni, che se finissi dentro un rovo sarebbe comunque un’esperienza più piacevole del ritrovarmi nello stesso locale, con te no. Fa schifo. Non me ne capacito, mi turba questa cosa, mi turba assai. Anche se è terribilmente infantile vorrei prenderti per le spalle ed iniziare a scuoterti, urlando “Smettila di rubarmi i pensieri, smettila di fare le stesse cose che faccio io! Sei un incubo! Io non voglio avere cose in comune con TE.”

Ecco.

Voglio un hot-dog con Aulin dei Queen

E’ che inizia tutto in momenti random, è quello che ti frega.

Mi trovo lì, dopo una giornata di studio intenso passato nella penombra della biblioteca, dove il ragazzo carino con cui studio era in un’altra stanza e non avevo quella familiare sensazione di supporto morale derivata dagli sbuffi comunitari, io su Dante, lui su una tesi della quale mi parla come se io ci dovessi capire veramente qualcosa. A malapena ho capito a che facoltà è iscritto. Però ho notato che ha delle schermate piene di “quei disegnini con delle ondine dentro i piani cartesiani”, “grafici, Barbara” “già! Proprio quelli!”.

Mi trovo lì, con i miei libri in braccio, a ripercorrere la scalinata della biblioteca comunale mentre torno al mio armadietto, ed i miei pensieri iniziano a correre impazziti. Perché è buffo che un po’ mi sia mancata la presenza del ragazzo carino carino. Soprattutto dopo che mi sono presa una sbandata, lieve ma comunque assurda per il soggetto in questione, per uno che spero compia molto in fretta i diciotto. Che diavolo sta succedendo?! Che diavolo mi sta succedendo, è la domanda corretta. Poi infilo la chiave nella toppa dell’armadietto e mi accorgo di essere effettivamente in mezzo a della gente, che parla, e ho un mal di testa atroce dalla sera prima. Recupero tutto il più in fretta possibile.

La sera prima è stata una di quelle serate che non facevo da anni; bugia, da dicembre si susseguono tutte allo stesso ritmo forsennato, ma non me ne sto rendendo conto, forse perché mi sembra di avere diciassette anni. E’ iniziato tutto al pub di sempre, io e Nico, a dividerci una bottiglia di Moscato, mentre parlavamo del ragazzo carino-carino, e contemporaneamente dividevamo il tavolone con cinque sconosciuti impegnati in un “amico del giaguaro”. Poi io dovevo fumare e Nico ha deciso di pagare, perché sapeva che dovevo passare alla cicchetteria a recuperare due libri da una compagna di facoltà – che adesso mi saluta dall’Oman, maledetta. E così usciamo, con lui che continua a chiedermi che intenzioni ho col tipo ed io che continuo a ripetere che non ho davvero delle intenzioni, che vedo cosa succede. Ma non puoi, insomma, dovete parlarne. Ma parlare di cosa? Lui ha detto che non sta succedendo niente, io do per buono il niente, che insomma non lo so cosa sto facendo, figuriamoci se ne ho una vaga idea. E arriviamo alla cicchetteria, di fianco al negozio “troppo etnico” della città, l’unico che c’è, quello che fa i buchi alle orecchie al prezzo più basso ma che in compenso ha degli orecchini di legno di cocco che li paghi a peso d’oro. E finalmente sento la voce della Sere, duecento metri più in là la scorgo, è in compagnia di un’amica. Le vado incontro mentre Nico si nasconde dalla vetrina facendo finta che gli sia arrivato un messaggio, ma me ne accorgo solo quando, fatte le dovute presentazioni, mi giro e lui non c’è. Mah.
Chiacchieriamo, fumando sigarette, fuori dal locale, finché la Sere ci fa “vi bevete qualcosa con noi?” e prima ancora di pensarci le dico di si. E così eccoci, tre ragazze e il mio amico al bancone, a chiedere dei Batida di qualcosa, che non sappiamo nemmeno noi cosa abbiamo ordinato, mentre la barista mi farfuglia qualcosa sull’Americano che ho ordinato, ho solo capito che mi fa la variante “non on the rocks”. Il locale è lento e mentre la biondina si perde a giocare con attaccalanella, Sere ci chiede se vogliamo un Bora Bora. Ma che accidenti è questa roba? E Bora Bora sia: arriva la barista con un pestello pieno di succo di pera mescolato allo zucchero di canna, ci da un cucchiaino da gelato di questo intruglio a testa, e un bicchierino pieno fino all’orlo di Tequila. Buttiamo giù tutto e la serata diventa molto più esilarante. Ci ritroviamo a farci vedere le foto dei ragazzi su cui abbiamo posato lo sguardo, bevendo i nostri Batida e il mio Americano che, per la cronaca, era semplicemente senza ghiaccio – ed è veramente una delle cose più pesanti che io abbia mai bevuto, anche i batida però non scherzavano – e, mentre la Sere continua a esortarmi ad “allevare” il quasi diciottenne, Nico mi indica minaccioso ripetendomi “Non molestare i bambini, e tu non esortarla, cazzo!”. Poi Nico si alza, con una scusa stupida, e ci offre da bere a tutte.
Le ragazze si dirigono a casa, il mio equilibrio inizia ad essere un po’ scarso e la mia parlantina molto più sciolta. E c’è un mio amico al pub di prima.
Ecco qui la cosa diventa in qualche modo esilarante perché è stato proprio il momento del “che diavolo stai facendo” dell’intera serata. Ritorniamo al pub e troviamo il mio amico fuori che fuma, inconfondibile con quei rasta. E li devo scegliere: andare a casa in macchina con Nico o rimanere al pub, facendomi riaccompagnare a piedi dal rasta, col rischio di baciarlo, di nuovo, senza sapere nemmeno il perché? Bhe, indubbiamente la seconda.
Così mi fermo al pub, saluto Nico e comincio a chiacchierare, un sacco, di tutto, col mio amico, e lì vado liscia con altre due birre.
Quando mi riaccompagna a casa continuiamo a chiacchierare dei fatti nostri, e io non lo so perché ma mi sembra un sacco giusto afferrarlo per un braccio e baciarlo. E lo faccio, e lo rifaccio un sacco di volte dal pub a casa mia, mentre nella mia testa continuo a chiedermi “che diavolo stai facendo?”. Poi lo saluto facendo ciao-ciao con la manina e scompaio in casa, perché non lo so davvero cosa diavolo sto facendo.

E quindi ritorno mentalmente al presente, lì assieme al mio corpo che si sta dirigendo alla Rocca. Sono quasi le sette di sera, è buio e freddo, ed inizia a scendere una pioggerellina fine che, mi viene da pensare, non farà esattamente bene al mio mal di gola, che poi quando sarà stato che ho preso freddo? Mi sento uno straccio. Ma poi sto labbro, che pulsa e mi fa male? Che quando l’ho guardato la mattina ho sperato fortissimo che non si vedesse niente e invece è leggermente gonfio e violetto? Sarà mica stato ieri sera? Ma che diavolo stai facendo, da quando hai ricominciato a comportarti come un’adolescente?

Poi finalmente arrivo nel parcheggio, ed effettivamente in testa mi sono passate davvero troppe cose. Tiro fuori le chiavi della macchina di mia madre e vado verso dove ricordo di aver parcheggiato. La macchina non è lì e inizio a premere in maniera convulsa il pulsante di apertura per far lampeggiare le luci che, diavolo, ero strasicura di averla messa lì. Ma non c’è e, già che c’era, ha pure iniziato a piovere sul serio. So che la tascapane nera si bagnerà terribilmente, buffo pensare che quella borsa l’ho comprata in terza superiore che, diamine, è già passato un sacco di tempo e nemmeno me ne sono resa conto. Vago per il parcheggio, sotto l’acqua. Mi mette un po’ di tristezza la pioggia, soprattutto ora, ripensando al fatto che è stata una delle prime volte in cui ho intuito che Lui provava qualcosa per me, quando ormai più di due anni fa mi disse che il suo sogno era di fare l’amore sotto la pioggia con la sua donna e io gli augurai buona fortuna, e lui mi rispose che l’amore, sotto la pioggia, lo voleva fare con me. Sento una fitta fortissima all’altezza del cuore, pensando che alla fine, l’amore sotto la pioggia non l’abbiamo mai fatto, perché puntualmente pioveva quando ci separavano almeno cento chilometri di distanza e sicuramente adesso lo farà con lei, quella nuova. Mi da un sacco tristezza. E mi sento persa perché non trovo la mia macchina e non so assolutamente dove potrei averla messa, mentre sono lì che faccio su e giù per questo maledetto parcheggio, cercando di far sì che si accendano i fari e continua a piovere su di me e sui miei ricordi e tutto quello che riesco a dirmi è “Ma che diavolo stai facendo“.