Casta Diva – Hans Tuzzi

Dopo tanto tempo, torno. Non è un rientro in grande stile, è un po’ in sordina, di nascosto. Torno per una recensione, in realtà. Avrei da scrivere e raccontare, ma sono troppo mentalmente esaurita per parlare di me quindi, per riabituarmi alla scrittura, una recensione sarà più che sufficiente.

Hans Tuzzi. Scelta particolare per uno pseudonimo, un personaggio minore di un romanzo incompiuto. L’autore che vi si nasconde dietro è Adriano Bon, saggista e docente universitario della carissima Alma Mater.

Sinossi (direttamente dal sito dell’editore)

Giugno 1982: risolto da poche settimane il caso del Principe dei gigli, il vicequestore Melis, scortato dall’’agente D’’Aiuto, partecipa ad un convegno organizzato a Napoli dal Ministero. Conclusi i lavori, come rifiutare l’’invito del suo ex questore a passare un fine settimana in villa, sulla Costiera, tra lo splendore del Mediterraneo e le prelibate ricette della cucina partenopea? È un universo un po’’ a sé, appartato, una piccola società dalla mondanità molto particolare: un universo dove non mancano le vecchie glorie ed i mostri sacri di un tempo ormai trascorso, come la Divina cantante e il pianista del secolo. Ma l’’idillio è guastato da un incidente che forse incidente non è, la morte di un turista che forse solo turista non era. Così, mentre il bel D’’Aiuto si ritrova oggetto di un inaspettato e non proprio gradito tentativo di seduzione, Melis, su richiesta del suo ex superiore, si trova costretto a prolungare una vacanza ormai tramutata in indagine.

Non darò stelline, perché non saprei quante darne. Non so nemmeno se mi sia piaciuto o no, cosa che mi fa propendere per il no. Cosa ho letto? Un romanzo? Un giallo? La copertina riporta romanzo, ma è anche un giallo. Cos’è, esattamente?

Non avevo mai letto nulla di questo autore, leggerò altro giusto per togliermi il dubbio. Stilisticamente è quasi impeccabile, ma ricorda tanto Eco. E in questo caso non è un complimento. Più che un romanzo mi è sembrato fosse un esercizio di stile, un’esposizione di conoscenze triviali dell’autore messe in bocca a personaggi totalmente sopra le righe. Tutta gente bene, indubbiamente, tutti personaggi estremamente ricchi ed estremamente colti. Anche un po’ troppo. La trama è un contorno, un contorno povero e banale, a dire il vero, ma davvero non conta quasi nulla ai fini del libro. Non apprezzo particolarmente questo tipo di romanzi, preferisco testi magari più semplici ma dallo svolgimento concreto. Come ho già detto mi è sembrato solo un susseguirsi di banalità e colte trivialità. So per certo che la maggior parte dei miei amici ne coglierebbero quasi tutti i riferimenti, ad eccezione delle parti in greco, ma credo che ne rimarrebbero annoiati a morte,  come me d’altronde. So che la maggioranza dei miei conoscenti, invece, coglierebbero a mala pena la metà dei riferimenti presenti. Sinceramente non saprei a che target indirizzare uno scritto del genere, sicuramente non agli amanti del giallo, sempre molto attenti a cogliere riferimenti ed indizi, che si troverebbero ad aver risolto il caso ancora prima dell’omicidio.
Insomma, questo libro rimane un grosso “mah“. Vedremo se il prossimo, che inizierò stasera, riuscirà a risultare un po’ più coinvolgente.

Le mani sul Vaticano

Tra le mura del Vaticano ormai non è più un segreto: il Papa è in fin di vita. In Curia l’inquietudine sale, perché il conclave imminente si prospetta come un vero e proprio scontro di civiltà. Sul trono di Pietro potrebbe salire il palestinese Gabriel Sader oppure Thomas Simpson, il gesuita appoggiato dai cardinali conservatori e dai vertici israeliani e americani. La Chiesa si trova a un bivio storico. Così, per evitare lo smacco di un Papa arabo, lo schieramento di Simpson dà il via a una misteriosa operazione che ruota attorno al luogo in cui duemila anni fa venne celebrata l’Ultima Cena, e dove per i cristiani tutto ha avuto inizio. Ma sul tavolo delle trattative non ci sono solo le rivendicazioni della Chiesa sul Cenacolo. La sanguinosa guerra tra cardinali è infatti appena cominciata. Luca Ferrari, giovane e brillante monsignore, e Carmen Mendoza, affascinante storica dell’arte, cercheranno di far luce sulle trame occulte, la corruzione e i privilegi acquisiti o venduti a caro prezzo fra le Mura Leonine. Perché proprio alla corte del Papa si nascondono le più scioccanti verità. Carlo Marroni, esperto vaticanista e corrispondente diplomatico, ci conduce dentro le stanze segrete del Vaticano, tra insospettabili meccanismi di potere e delicati equilibri geopolitici in bilico tra finzione e realtà. E se l’elezione del nuovo pontefice potesse davvero cambiare il corso della Storia?

Questa dovrebbe essere la sinossi del libro, sottolineo dovrebbe, perché non è propriamente così.

La sinossi esatta è:

Tra le mura del Vaticano, con l’aggravarsi delle condizioni del Santo Padre, inizia la corsa cardinalizia alle candidature. I papabili sono il francescano palestinese Gabriel Sader ed il gesuita statiunitense Thomas Simpson, la loro corsa alla candidatura potrebbe intaccare gli equilibri politici in terra d’Israele e dare il via ad una lotta intestina tra i due più grossi ordini monastici, cosa che la Chiesa non può permettersi. Tra perenni cambi di visuale e storie abilmente intrecciate, si intravedono i personaggi di Luca Ferrari, monsignore incaricato di spiare le mosse dei porporati pre-conclave, e Carmen Mendoza, affascinante storica dell’arte, la quale intrattiene una relazione platonica con Ferrari, figlia del più grosso banchiere spagnolo, suo malgrado coinvolta nella corsa al soglio di Pietro. Tra corruzione, trame occulte, spie palestinesi ed ambasciatori americani si arriverà finalmente all’elezione del nuovo Papa.

Mi è piaciuto, è un libro in grado di calamitare l’attenzione, non foss’altro che per l’immane difficoltà nel seguire tutte le trame. Sì perché, a tutti gli effetti, risulta difficile percepire i cambi di scena quando tutti si rivolgono alle varie eminenze cardinalizie che si presentano nel libro con la classica formula di “Sua Eminenza”, non si capisce mai quali porporati siano coinvolti nella scena in corso. Per il resto è molto intrigante, i colpi di scena non si risparmiano, alcune parti sono un po’ lasciate a loro stesse, ma la quantità di intrighi è davvero esorbitante e, forse, trovare una risoluzione vera a tutto avrebbe reso il libro estremamente lungo e di difficile lettura, anche perché l’elezione vera e propria è il vero atto risolutivo della trama.
Mi è stato rovinato malamente dalla sinossi sbagliata, Ferrari e Carmen non sono i protagonisti del libro, sono due che si ritrovano immersi fino al collo negli intrighi vaticani, loro malgrado. Si vedono in maniera proporzionale agli altri personaggi, quindi non capisco questa necessità di far vertere la sinossi attorno a loro.

Per il resto lo consiglio, anche se il tipo di scrittura spesso risulta pesante in quanto l’azione è limitata all’intrigo politico, quindi un sacco di chiacchiere tutte imperniate sulla diplomazia curiale, con le stesse forumule come “sarà fatta la volontà del Signore” o “Sono sicuro, vostra Eminenza, che sarà Dio, infine, a guidare la vostra mano  in conclave”. La curiosità per chi, alla fine, sarà eletto bilancia bene, dando la spinta per arrivare fino alla fine.

“Il giardino di cemento”

Questo libro è torbido, arido, morboso, surreale e grottesco.
Per la storia che racconta è straordinariamente vuoto ed apatico.

Non ho apprezzato nulla di questo libro perché non mi ha lasciato nulla.
Non ne ho apprezzato la trama: questi quattro ragazzini che devono fare fronte alla tragedia di essere rimasti orfani, abbandonati a loro stessi, in un turbine atemporale di eventi quasi surreali e terribilmente possibili. Non ne ho apprezzato lo stile: sterile, apatico, con queste frasi elementari e brevi che sono state la parte più pesante del libro. Ecco un libro del genere è pesante, perché la storia in sé è pesante. Trovarlo difficoltoso solo per il modo in cui è scritto, ecco, sa di presa in giro.

I bambini, dopo essere rimasti soli, si creano un loro mondo di vuoto, ognuno per sé stesso. Di tanto in tanto i loro microcosmi collidono per poi riallontanarsi. E’ tutto narrato in prima persona da Jack, l’unico maschio adolescente della famiglia. Non c’è nessuna emozione, nessuna introspezione, solo una quantità di avvenimenti che, semplicemente, accadono. Sono andato qui, ho fatto quella cosa là, poi sono andato in cucina, bla bla bla. Un elenco vuoto di cose che si susseguono, di situazioni grottesche: loro che seppelliscono la mamma in cantina, dentro un baule che riempiono di cemento, Jack e Julie che passano il tempo tra l’odiarsi e l’attrarsi, fino all’incesto. Forse sono morbosa io ma gli eventi non mi hanno sconvolta poi troppo, perché c’erano già, nel sottotesto stavano già accadendo, fin dalle prime pagine.

Sinceramente non lo consiglio, è abbastanza vuoto e non lascia nulla se non un vago senso di assurdo.

Aita!

Ah, ingrati!

Miserere di me, vi prego con voce flebile, quasi un sussurro strozzato. Ma voi no, ingrati, m’assediate e m’assillate. Miserere, codesto lamento perpetuo che continuo imperterrita a proferire, di notte in notte, miserere.
Vi ho tanto amato, ed in questo insensato sentimento per voi continuo ad affogare. Vi ho tanto curato, seppur il mio amore, di tanto in tanto, finisca col maltrattarvi e consumarvi. Vi ho dato tanto. Tanto tempo, tanta commozione, tanto riso.
E voi, ingrati, mi fissate imperturbabili, colle vostre costole rigide, colle vostre corazze che, se chiuse, vi isolano dal mondo e dal tempo. E non vi importa davvero quanto io abbia speso, di tutto, in voi. Voi state lì, crescete e proliferate, sulle scansie di legno nero, sul comodino ingombro, sulla scrivania ombrosa, sul pavimento gelido ed ora, siete approdati al letto, tra le lenzuola vermiglie. E poco importa, a voi, che io non sappia più, davvero, in quale luogo collocarvi. Vi siete appropriati del mio talamo ed ora so, solo ora capisco davvero che, quello con voi, sarà l’unico matrimonio che, con ogni probabilità, mi verrà concesso. E già so quanto, come mogli, sarete capricciosi ed inferi, capaci di rendervi indispensabili.

Miserere, rendetemi i miei spazi.

“Cent’anni di solitudine”

“Sto dicendo” disse, “che sei di quelle che confondono il cazzo con l’equinozio”

★★★★★

Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente, consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai.

Questo capolavoro, che si dipana tra i toni incantati e la graffiante desolazione di quel girone infernale che altro non è che il villaggio di Macondo, è la cornice della solitudine nella sua accezione estrema: ogni personaggio, inserito in un microcosmo chiuso di eventi, alla fine realizzano quanto la solitudine sia imperante nelle loro vite, di quanto il sentirsi soli in mezzo alla folla possa essere un sentimento alienante, totale ed assolutamente invincibile.
Ma la solitudine non è il solo fulcro tematico dell’opera.
Dall’inizio del libro, la ripetitività dei nomi dei componenti maschili della famiglia dei Buendia, con la sua infinità di José Arcadio ed Aureliano, crea un’atmosfera allucinata e ripetitiva, scandita, per lo più, dalle componenti femminili della famiglia – soprattutto Ursula Iguaràn, la capostipite di questa stirpe “condannata a cent’anni di solitudine” – che ben riflette l’ineluttabile e pessimistica visione del tempo che ritorna, eterno ed immutabile, di generazione in generazione, con gli stessi errori e gli stessi desolanti finali, in un circolo vizioso pressoché impossibile da spezzare. Questo è uno dei punti meno capiti dai lettori, per le recensioni che ho letto in giro, e che, invece, è il fulcro geniale dell’intera opera: la confusione creata da questo branco di uomini soli, rispondenti sempre agli stessi nomi di generazione in generazione, è l’elemento primo e fortemente voluto che segna la confusione storica in un’intreccio di eventi che non sono davvero da ricollegare ad un preciso personaggio perché non importa chi sia a commettere l’errore, è importante, invece, che l’errore ci sia e che dia al lettore uno strano senso di deja vù.
Sempre in questo leit motiv della ciclicità del tempo, si inquadra l’eterno fare e disfare di tanti personaggi: dal colonnello Buendia, con le sue trentadue guerre fallite, che si chiuderà nel laboratorio di oreficeria a fare e disfare pesciolini d’oro, ad Amaranta, tutta presa dalla missione del ritardare la sua dipartita, facendo e disfacendo il suo sudario.
Su tutti, di una lucidità disarmante, i personaggi di Ursula Iguaràn, unica voce consapevole del disastro a cui ha dato inizio, anche nella sua decrepita, e a tratti delirante, senilità; ed il vecchio zingaro Melquiades, morto di febbri tra le sirti di Singapore e tornato a Macondo, perché della morte non riusciva a sopportare la solitudine, il quale si chiuderà in una stanza a vergare pergamene fino alla sua morte.
Solitudine e tempo che ritorna, tempo che ritorna e solitudine, il tutto in quell’inferno di Macondo, il primo errore, il villaggio fondato dal capostipite José Arcadio Buendia e dalla moglie Ursula, Macondo ha questa strana e particolare facoltà di attrarre a sé ogni Buendìa per poi annientarlo.

Quando sono giunta all’ultima riga, dopo aver chiuso il libro, per un attimo me lo sono tenuto tra le mani a coccolarlo. E’ in assoluto una delle opere più belle, intense e disarmanti che mi sia mai ritrovata tra le mani.
Assolutamente un “must” per ogni buon lettore.
Non è consigliato: è necessario.

“Il diario perduto di Jane Austen” e “Se potessi tornare indietro”

Temo che siano un po’ scarne come recensioni, ma non sono brava a sdilinquirmi in complimenti.

Questo l’ho finito ieri sera notte e, all’autrice, Syrie James, vanno i miei più vivissimi complimenti.

L’autrice è stata precisissima, nell’introduzione in cui spiega il ritrovamento delle memorie di Jane, sotto le mentite spoglie di “curatrice” dell’edizione postuma. Davvero ben curata la forma, ricca di dettagli ed in uno stile prettamente accademico. E’ stata così brava che ho avuto il dubbio, davvero, che fossero le vere memorie di Jane Austen.
E poi…poi il Romanzo, e se la merita una bella R, tutta maiuscola e tutta sua.
Ammetto di aver letto, della Austen, solo Orgoglio e Pregiudizio, libro che ho amato quasi, sottolineo quasi, quanto Via col Vento – che comunque rimane impareggiabile – però Syrie si è superata con un lavoro da filologa formidabile. Ogni parola, ogni situazione, sembra davvero scritta dalla Austen stessa, con una verosimiglianza, a quello che era il suo stile, magnifica. Ed è questo quello che intendo con “voglio sentirla l’epoca in cui sono immersa”.
E poi, davvero, ma quanto ho pianto?
Nello stile tipico di Jane Austen, l’autrice è riuscita a condensare la maggior parte della gamma di emozioni che attraversano un innamoramento, e poco importa se questa si può considerare quasi fandom. Perché è puntuale, curato, riporta i fatti, evincendoli dalle lettere originali di Jane, con una minuzia certosina, ed aggiungendo eventi del tutto verosimili. Li ha romanzati, certo, ma lo ha fatto magistralmente. C’è una tale intensità, nei sentimenti e nelle situazioni, che li senti, pure dove sono nascosti e lasciati intendere.
Ne ho amato ogni riga, ogni attimo e, nonostante lo stile non sia proprio dei più congeniali al romanzo d’amore di oggi, l’ho trovato perfetto.
Certo, per poter essere apprezzato, un libro del genere, richiede che si ami lo stile e il tema del romanzo d’amore ottocentesco.

Sono giunta a pensare, alla fine, che non c’è vergogna nella verità, ma solo libertà; e che, con il tempo, ogni storia ha il diritto di essere raccontata.

Questa è solo una delle tante frasi che mi hanno colpita, ma è quella che lo ha fatto maggiormente.

9 luglio 2012.
Andrew Stillman, giornalista d’inchiesta di grande successo, novello sposo, come ogni mattina si sveglia di buon’ora, si infila le scarpe da jogging e da il via alla sua routine quotidiana con la solita corsetta lungo il fiume Hudson.
Proprio quella mattina, qualcosa decide di frapporsi tra lui e la sua quotidianità. Andrew viene aggredito alle spalle, tra la folla del primo mattino, e lasciato in una pozza di sangue.
Quando Andrew riprende conoscenza è assolutamente convinto di essere scampato alla morte ma, ben presto, si rende conto che qualcosa stona: il calendario è fermo al 9 maggio. Sessanta giorni prima. Prima del suo assassinio, prima del suo matrimonio. Sessanta giorni. Quelli che dovrà rivivere per scoprire chi è il suo assassino, per cercare di scampare alla morte, per evitare di commettere gli stessi errori.

L’ho letto per curiosità, poiché la trama non mi sembrava nulla di troppo originale – ed effettivamente l’idea di “evento scatenante che innesca un loop temporale” è strausata – quindi non mi aspettavo nulla di ché. E invece…
La realizzazione mi è piaciuta molto, lo stile è abbastanza scorrevole, tranne pochi momenti un po’ lenti. Ma la cosa che più mi ha lasciata piacevolmente colpita é stata la risoluzione finale, di quelle che lasciano un po’ a bocca aperta e gli occhi sgranati.
Qualcuno, sul web, si è lamentato di un finale “monco”. Non l’ho trovato affatto tale, il finale è stato la scelta ottimale per quello che voleva essere il libro.

“I sotterranei della cattedrale” & “La setta degli alchimisti”

Ebbene si, sono particolarmente ispirata oggi.

Non so bene perché io continui ad intestardirmi nel leggere certe cose: i romanzi fanta-storici.

Però lo faccio e mi sale la bile. Quindi via col primo.

Ohssignore. 

Ammetto che in te avevo riposto delle speranze: vane.
Caro Fabio, eri partito bene, con una bella ambientazione di quella Bologna di fine ‘600, ancora avvolta in nell’aura di terrore di fine Controriforma, di caccia alle streghe e della santissima Inquisizione, supportata dalla strapotenza del Vaticano, di fine barocco e pitali svuotati nelle strade – che se non fosse illegale farlo ancora a Bologna lo farebbero, ma tanto ci pensano i punkabbestia, senza passare dal pitale.

Eri partito bene.

Poi?
Poi succede che mi tronchi a metà la storia, che era anche avvincente, con questo Gaspar che giunge a Bologna per recuperare un’alchimista, portarlo di peso in Spagna e curare il re sterile, per fare in modo che la Spagna potesse avere un erede. Saresti andato bene, certo non un capolavoro, ma una cosa piacevole, se avessi proseguito così.
E invece no, me ne fai ricominciare un’altra nella Roma di oggi, così poco caratterizzata che potrebbe essere una qualsiasi altra città, dalla metropoli al paesino: ma perché. E dire che è ben difficile NON caratterizzare una città come Roma, con tutti gli elementi che fornisce, dalla parlata all’architettura. Dai.
E va bene, la seguo la storia di Fosco Noi – ma che diamine di nome è?! – e di un sacco di altri personaggi che hai inserito per far lievitare il numero delle pagine. Si. Ma non sta succedendo nulla.
Nulla.
Pagine su pagine di…niente.
Scorrono anche in fretta eh, perché me ne sono resa conto solo quando ero oltre la metà libro che effettivamente non era successo nulla.

Poi iniziano a piovere morti: si perché, insomma, hai scritto più di mezzo libro, riuscendo a non far succedere niente e mettendoci personaggi casuali a far colore, in qualche modo dovrai sbarazzartene, e che sono morti lo si capisce ancora prima che passi in testa ai personaggi del libro. Anzi, ancora prima che vengano uccisi, quando ti rendi conto che non hanno veramente un motivo per essere presenti, lo sai che finiranno ammazzati.
Bene. Cioè, no, male, malissimo, orrendamente male. Stacco.
Si torna a Bologna ma ormai mi hai fregato l’atmosfera, e te la sei pure fregata da solo perché non riesci a ridarmi quella bella dimensione dell’inizio. Sei tornato ad un passato piatto, dove Bologna puzza di piscio solo perché ha quell’odore lì da sempre, scomparse le suggestioni barocche, tutto. Continui la storia di prima e zac, tagli a metà.
Perché.
Roma oggi: hai ancora poche pagine da imbrattare, forse concordate con l’editore, o forse ti sei solo rotto di scrivere, non lo so, ma mi stai regalando una delle fini più assurde, stringate e tirate via della storia della letteratura. Mi ci hai pure messo un combattimento – ma perché?!- in stile Chuck Norris, ma dico io, ma cosa ti passava per la testa in quel momento? Che cosa?!

Io. Ti. Odio.

Volevo dare due stelle, ma anche no. Ne tolgo una e lo lascio a una stellina sola.
Consigliato: decisamente NO.

Questo è pure peggio.


Partiamo col dire: ATTENZIONE, SPOILER.
Ma mi auguro che nessuno abbia la malaugurata idea di comprarlo. O prenderlo in Biblioteca, o qualsiasi altra cosa. Potete farvi comunque due risate con la recensione.

Partiamo dalla prima considerazione, anzi dalle prime due cose che ho pensato appena il tablet mi ha detto “lettura 100%”:
1) Cos’è ‘sta porcata?!;
2) Questo è uno di quei libri che “accadono” quando gli editori sono ubriachi, tanto.

Partiamo dallo stile perché della trama, sempre che così possa essere definita, ne parlo poi dopo.
Lo stile è piatto, monocorde, sembra un tema svolto alle elementari tipo: “Cosa hai fatto durante l’estate appena trascorsa?” “Sono andato al mare, mi sono divertito tanto.” Insufficiente.
Io non pretendo che quando si scrive un thriller – haha, thriller, certo – storico, uno mi descriva puntualmente qualsiasi cosa, però gradirei, e sottolineo, gradirei fortissimamente che gli elementi di ambientazione siano qualcosa di più di un calamaio, una lanterna ad olio e la data all’inizio del libro.
Chiedo tanto?
Non credo.
Mi piace, quando viene introdotto un personaggio, che sia caratterizzato. Voglio sapere di che colore ha i capelli, almeno, ha dei tratti caratteristici, oltre ad essere un saccente Sherlock de no’artri? Voglio un’età, o almeno qualcosa che mi faccia capire se sto leggendo di un impubere, di un uomo sulla trentina o di una mummia incartapecorita.
Mi dici che si svolge a Urbino nell’università: io nell’università dell’Urbino della fine del ‘700 non ci sono mai stata, ma tu, tu Simoni, che ti sei imbarcato in sta troiata avrai fatto delle ricerche! E allora, com’è fatta? Ha un portone? Un chiostro? E’ di pietra o di fango e sputo? La cupola che è crollata nella chiesa – quale chiesa? io non lo voglio sapere nelle note in fondo, lo voglio sapere subito – di cos’è fatta?
Io, in un romanzo storico, ci voglio camminare nel mezzo, voglio respirare l’aria di quel secolo, immaginarmela bene, non voglio descrizioni sommarie tipo:
“Parigi, 1400, la notte è buia. Nella strada vuota risuona lo scalpiccio degli stivali sui ciottoli.” (e ho già messo troppi elementi specificando stivali, e non genericamente scarpe).
Ma ti chiedo così tanto?
No.
Il libro verrebbe più lungo?
Certo, verrebbe sufficientemente lungo da giustificare il prezzo al quale poi la casa editrice lo vende!
Io voglio delle descrizioni ambientali ragionevoli, dove per “ragionevoli” si intende che dopo le prime 30 pagine io non debba tornare al primo capitolo per controllare se eravamo dove e quando.

Da qua iniziano gli spoiler, dunque non inoltratevi nella lettura se siete ancora convinti di voler aprire questo…questo coso. Perché la trama, solo per la sua assurdità, merita.

I personaggi.

Vitale Federici de Monteferetri: dottorando in filosofia dall’occhio acuto e capacità di ragionamento logico eccezionale, tranne per le cose più elementari.
Faccio un’esempio: i suoi amici lo informano della morte del suo maestro e lui corre alla cattedrale. Una guardia svizzera gli blocca il passo facendo cordone per evitare che i curiosi entrino, lui si presenta ma il gendarme, giustamente, non lo lascia passare. Qualcuno, all’interno della cattedrale lo chiama, la guardia svizzera si sposta e lo lascia entrare.
Uh-là-là, parbleu! Stupore e meraviglia! “Il giovane varcò il portale senza capacitarsi di quell’improvviso mutare di atteggiamento.” cito testuale. Ma dico, sei scemo?

Gli amici di Vitale: in realtà passavano di lì, non si sa cosa facciano, oltre allo stare in taverna, per questo si appassionano alle indagini.

Tal Lucrezia Unqualcosa: pare sia l’amante di Vitale, si capisce che è femmina dal nome che porta, anche lei passava di lì. Scopo ai fini della storia? Nessuno.

Monsignor Albani: il rettore dell’università, frate perché è monsignor, assiste a scenette buffe e muore male. Ah, si, ha una parrucca.

Le guardie svizzere: lo sai che sono guardie svizzere, ma solo perché te lo dice, non sono vestite in modo particolare, o almeno, non lo dice. Hanno delle cinture, massimo punto di descrizione delle guardie. Per il resto potrebbero essere qualsiasi cosa, da un gendarme a un sanculotto, passando per un SS o un soldato dell’armata rossa. O potrebbero essere nude, il che porterebbe quel piccolo tocco di humor alla tragedia. Complimenti.

L’ombroso: è un tizio deforme che vive nei cunicoli sotto la città. Sappiamo che è deforme, non sappiamo in che modo sia deforme, quindi immaginatevelo voi perché a me scoccia scrivere. In fondo, un sacco di gente ha già scritto di omuncoli deformi: scegliete quello che più vi aggrada. Appare dal nulla e scompare nel nulla. Anche lui passava di lì. E’ una delle scelte narrative più patetiche che potevi fare Marcello.

Severino de Pretis: frate, secondo in lizza per la cattedra di filosofia. Sappiamo che è invidioso, rabbioso, soggetto alla dispotica presenza di mamma. Viene eletto capro espiatorio perché Vitale, che rompe le scatole per tutto il tempo all’insegna dello “scopriamo il colpevole, sia fatta giustizia”, non se la sente di formalizzare le accuse.

La trama.

La trama è quanto di più elementare, ed assolutamente inverosimile, che il povero Simoni abbia potuto pensare. Mi spiego:
Il maestro di Vitale viene trovato morto, da un manovale, nella cattedrale a cui è crollata la cupola, motivo per cui il manovale, da solo, si trovava lì. Ha senso che il manovale fosse lì, non ha senso che fosse solo. Io non sono un tecnico ma, da che mi ricordo, nei cantieri, di solito, c’è più di un solo muratore.
Il cadavere ha il cranio spaccato ed è tutto scomposto ma non c’è sangue, solo Vitale se ne accorge.
In realtà non è l’università di Urbino, è la fiera dei cretini.
Quando lo fa notare gli viene risposto “Che sei un medico? No! Torna alla filosofia.”
Ma sul serio?
Sulla mano del cadavere c’è una scritta rossa: Cai Vesidie Basso. Il nostro “geniale” protagonista, dottorando in filosofia presso un’Università gestita da frati, il che lascia presupporre un’ottima conoscenza del latino, si interroga per pagine e pagine su cosa possa mai voler dire, non riuscendo a capire che lingua è.
*Facepalm*
Io il latino non lo so, ma un nome lo riconosco. A lui serve che gli venga detto da Monsignor Albani.
Vitale va a parlare con l’Albani: ti diamo la cattedra di filosofia. La scritta che hai trovato, furbone, dice Caio Vesidieno Basso. Io so tutto ma non ti dico nulla perché l’autore è convinto che questo sia un thriller, gne gne gne.
Vitale va al lapidario romano, trova la lapide di questo Caio, legge l’epigrafe che qualifica il tal Caio come “costruttore del ninfeo”.
La storia inizia a sapere di ridicolo. In maniera inquietante, per altro.
Vitale si reca alla taverna per raccontare agli “amici del bar” quanto ha scoperto. I due, che non hanno nulla da fare, decidono di dargli corda. Beccano il manovale, che era andato a sbronzarsi – giustamente, aggiungerei- e questo gli dice di aver sentito una voce dire “Canto sordo“. Il manovale decide di averne abbastanza di tutte quelle domande, esce dalla taverna, seguito dal protagonista e amici, e viene ucciso da un figuro ammantato. Il figuro cerca di ammazzare Vitale, il quale schiva la pallottola e scappa.
Esequie del Lamberti, i geniali “amici del bar”, in preda alla fifa, hanno ragionato tutta notte su “Canto sordo” e hanno concluso che in realtà doveva essere “Canite surdis“. Google translate mi dice “soffiare per i sordi”, non credo proprio che sia così, purtroppo non ho un dizionario di latino sotto mano e wikipedia è sfornita sull’argomento, ma il libro ce lo traduce come “Cantate per i sordi“, che per essere un latino del ‘500 dovrebbe essere abbastanza corretto, anche se non sono una filologa.
Comunque, sta frasetta, è il motto degli Assorditi di Urbino, un’orgnizzazione di cervelloni che andava di moda nel ‘500 e dovrebbe essere estinta, ha-ha, in sti romanzi la roba estinta non lo è mai, mi chiedo sempre il perché, è quasi una storyception.
La storia si tinge sempre più di ridicolo: i colpevoli gridano il loro motto, come gli appartenenti all’Hydra quando fanno marachelle ai danni dei Vendicatori, per essere sicuri che i Vendicatori lo sappiano.
Bene.
Vitale manda gli amici a indagare e, nel mentre, si reca nel suo studio da professore, ereditato chiavi in mano dal primo morto, per cercare indizi sul ninfeo tra gli appunti del morto. Quello che trova non lo soddisfa: “Le ninfe sono dee delle acque, quasi numi delle linfe. Ma sono dette anche muse, e non a torto. Il moto delle acque, infatti, produce musica“. Sulla scrivania c’è un libro di musica antica aperto sul capitolo che tratta la scala frigia. Dubbi.
Vitale torna dall’Albani per parlargli e lo trova impiccato con una cintura. Panico. Avvisa i gendarmi.
Nel frattempo, i due amici si recano all’ultimo punto di ritrovo noto per gli Assorditi e scoprono, origliando da oltre la porta, che qualcuno cercava un documento addosso al primo cadavere che, per altro, era morto in un altro posto e non nella cattedrale. La conversazione si interrompe perché i gendarmi, si quelli che chiacchieravano, devono correre a vedere il nuovo cadavere.
Vitale ruba un documento: parla del ritrovamento del ninfeo, è incompleto e diretto al Papa che, per altro, non si sa chi sia in quegli anni.
Grazie Wikipedia per colmare il vuoto lasciato da un’autore mediocre.
Vitale va a zonzo e incontra Lucrezia, Severino, di nascosto, li spia con un altro frate per fare in modo di togliergli la cattedra.
Cose a caso per aggiungere un capitolo.
Vitale va dall’architetto a cui è stato dato l’appalto di ricostruzione cupola a chiedere notizie sul ninfeo, già qualcun’altro, scopre, aveva posto al suddetto architetto le stesse domande, ah si, il rettore.
Scoperta del secolo: il rettore sapeva tutto.
Ehccerto, perché di solito i cattivi ammazzano gente a caso!
Si torna di corsa al palazzo, non si sa quale, uno qualsiasi, al palazzo. Ovvio.
Incontro in taverna, di nuovo.
Scopriamo con tanto stupore che Lamberti, il primo morto, e Albani, il secondo morto, – cioè, il terzo in realtà, ma il secondo davvero rilevante – erano andati nei cunicoli sotto Urbino, muniti di mappa per il ninfeo. Sappiamo anche che, nel registro degli Assorditi, gli ultimi due nomi scritti sono quello di Albani e quello del vescovo (non ne ho parlato perché anche lui passava di lì per caso).
Gli Assorditi cercano il ninfeo, il motivo non è chiaro e continuerà a non esserlo.
Con un’abile collegamento logico Vitale ci svela che: Lamberti è morto nei cunicoli, Albani è stato ucciso dal capo delle guardie svizzere.
I tre vanno alla cattedrale, scendono nei cunicoli ed iniziano a cercare la mappa che deve essere rimasta laggiù. Tra le ombre incontrano l’Ombroso: è una specie di Gollum e la mappa l’ha presa lui quindi, anche se è un minorato mentale, gli farà da guida. Raggiunta la mappa arriva, non si sa esattamente come, dato che nessuno conosce le perigliose stradine tranne il mostriciattolo che ci vive, il losco figuro in cappa, il quale spara a l’Ombroso e si rivela essere il sergente delle guardie svizzere. Confusione, dato che le guardie svizzere sono tutte uguali e senza nome, è difficile barcamenarsi.
Nel peggiore stile cinematografico da cliché pessimo, seguono le chiacchiere vane da parte del cattivo, il quale si complimenta con Vitale per il suo acume e gli spiega il perché degli omicidi: il tempio non deve essere ritrovato perché simboleggia un culto pagano.
Eh?
L’Ombroso resuscita dal buio e trascina il gendarme in un canale di scolo. Pacche sulle spalle, batti cinque e i tre recuperano la mappa e si inoltrano nei cunicoli.
Finalmente arrivano davanti al tempio: ha una gradinata che conduce ad un “maestoso ingresso” ai cui lati si sviluppa un doppio ordine di colonne corinzie, culmina in un frontone – spoglio, mi viene da dire, perché questa è la massima descrizione del tempio.
Qui diventa un po’ Tomb Raider, ammetto che è la parte che mi ha fatto sbellicare di più: girano attorno al “maestoso tempio” e sentono rumore d’acqua, trovano dei grossi bottoni in marmo che sembrano semoventi. Connessione logica: acqua – musica – scala frigia. Spingono i blocchi per ricreare la puntatura della scala frigia, l’acqua fa la musichetta e il portone, per magia si apre.
Spunta Lara Croft che spara a tutti e tre e va a recuperare l’antica reliquia, distrugge il tempio perché non è capace di recuperare oggetti senza fare saltare in aria qualcosa e finisce il libro, capisci che è una parodia e sospiri di sollievo.
No, purtroppo non succede. Ma sarebbe stato meraviglioso.
I tre entrano. In uno spazio non ben definito c’è una fontana in marmo che rappresenta le ninfe. Fine. Nulla da recuperare, niente di mistico, a parte la musica che non si sa da dove provenga – e non si saprà perché…bhé le possibilità sono due: o non sapeva come giustificarla, o pensava che il lettore se ne sarebbe dimenticato. Sbagliato. Escono e tornano indietro.
Vitale viene inquisito, spiega tutto al Cardinal legato tra gli scoppi d’ira del Vescovo. Capisci che sono coinvolti un po’ tutti.
Vitale decide di dare la colpa a Severino, perché è un personaggio creato apposta per essere antipatico e perché non ha il coraggio di formalizzare le accuse.
Fine.

Prendi il libro, del cherosene, un barile di latta e lo porti in stazione donandolo ai barboni per scaldarsi nella notte.

Signor Simoni, non so cosa facesse prima di imbrattar carta (igienica), ma comunque, torni a fare quello che faceva prima. Denuncerei volentieri chi le ha dato il Premio Bancarella.

Anzi, no!, ex archeologo, NON torni a fare quello che faceva prima, almeno sono sicura che non la incontrerò, il che mi permetterà di evitare il lancio di un qualcosa generico, davvero pesante e contundente, direttamente sul capo. Faccia il manovale. O allevi polli. Qualsiasi cosa, ma, almeno, lasci stare la penna.

“Confessione di un assassino” – Joseph Roth

E buon Natale.

Allora, dal momento che il blog è stato aperto per scrivere, in generale, quello che mi passa per la testa, e dato che leggo (tanto) e che dei libri che leggo mi piace parlarne, ecco, come regalo di natale, la recensione di un libro che ho finito da poco.

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★★★

Nella notte di Parigi un uomo entra nel locale sotto casa: conosce il russo ma fa finta di non capirlo, fino a quando l’oste non si rivolge ad un’altro uomo, affibbiandogli l’appellativo di “assassino”. Questa è la molla che fa scattare la confessione, una confessione lunga una notte intera, inframmezzata da un’orologio fermo che tutti, di tanto in tanto, sbirciano, e dalla caraffa di acquavite al centro del tavolo.
Il locale è gestito da un russo, fuggito dalla Russia zarista, come gli altri avventori del locale che, nel fondo della notte, a serranda chiusa, si riuniscono attorno all’assassino. Questo libro è stato definito il “romanzo russo” di Joseph Roth e non a torto: dal racconto traspaiono le fredde atmosfere della Russia d’inverno, le paure e le inconfessabili passioni che, violente, spingono l’assassino in quello che è l’abisso più profondo di un uomo. Il racconto è lucido, a tratti surreale e grottesco per la ripetitività di alcune tematiche e di alcune frasi che, in forma di domanda retorica, Golubcik “l’assassino” rivolge agli astanti. E’ anche, a parer mio, il racconto della perdita d’identità: lo sconvolgimento iniziale della scoperta di Golubcik di non essere figlio di suo padre, ma illegittimo figlio del principe Krapotkin, lo porterà in un vortice d’invidia, di pretesa, di odio, nei confronti di quella nobiltà da cui si sente escluso e della quale vorrebbe fare parte, pur sapendo, in cuor suo, di non esserne davvero parte. Ma quello che farà davvero scattare tutti gli eventi decisivi nella vita di Golubcik sarà un personaggio strano, incontrato per caso, e per caso reincontrato durante tutto l’arco della sua vita: tal Lakatos, elegante ometto che fa del zoppicare un’arte, perennemente avvolto da un’irresistibile profumo di violette e individuato da subito come la personificazione del male, un diavolo.
Senza questo incontro la mia vita sarebbe stata completamente diversa. Ma Lakatos mi portò dritto all’inferno. Me lo profumò persino.

Questo romanzo è profondo, a tratti grottesco e oscuro, a tratti capriccioso. Mi sono limitata alle tre stelline per due motivi: le ripetizioni incalzanti che, per quanto possano essere una scelta stilistica di rinforzo ad un concetto e renda la confessione più colloquiale, mal sopporto. O meglio la sopporto fino a un certo punto. Il secondo motivo sono il personaggio di Lakatos e della donna di cui Golubcik si innamora, per una loro comparsata che non ho assolutamente capito. E quando succede un’evento che mi lascia col punto interrogativo, e al quale non trovo una ragione veramente sensata, mi…boh, mi abbassa notevolmente il livello di gradimento.
Consigliatissimo comunque perché vale la pena leggerlo.

E per il resto Buon Natale a tutti, from mother Russia.

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