ARQ – Un film senza capo né coda.

Come passa il tempo quando ci si diverte.

Futuro distopico, per quanto dell’ambientazione non sia dato sapere un cazzo.
Renton è un ingegnere, Hannah è la sua ex fidanzata. I due si svegliano alle 06.16 del mattino nel letto di lui, vestiti. Dopo un minuto entrano dei tizi con le maschere antigas sul volto e li trascinano verso la cantina, ma l’ingegnere si appende a una parete e sfugge alla presa di uno di loro ed inizia una collutazione.
Nero.

Renton si sveglia con accanto Hannah, sono le 06.16 e sa che tra un minuto tre personaggi con delle maschere antigas sfonderanno la porta per trascinarlo da qualche parte. In effetti la cosa accade, ma questa volta si lascia trascinare in cantina senza opporre resistenza. Lì legano entrambi a due sedie con delle fascette da elettricista, i rapitori dicono due battute che potrebbe aver scritto il mio cane e se ne vanno lasciandoli soli. Pare che i tizi in maschera vogliano le “azioni” di Renton.
Renton si libera i polsi, è sicuro che gli intrusi non si accontenteranno di così poco: in realtà sono lì per l’ARQ, il tubo buffo che ha fulminato il quarto appartenente alla banda. Renton lo ha progettato e rubato alla Torus, la superdittamondialecattivissima – che non si sa perché sia poi così supercattivissima e non lo si saprà mai – che un anno prima lo ha inseguito nella sua fuga e gli ha rapito la fidanzata, Hannah, appunto.
Accadono cose dimenticabili, Hannah frigna e per colpa sua i due vengono beccati a scappare, qualcuno spara all’ingegnere.

Renton si sveglia consapevole di essere morto, che è una frase un po’ paradossale ma tant’è. Accanto a lui dorme Hannah, ed esattamente come prima sono le 06.16.

Potrei andare avanti ancora per molto, ovvero per 88 lunghissimi ed inutili minuti, ma succede sempre la stessa cosa. Per un motivo ignoto il tizio che si è fulminato con l’ARQ, che in realtà sarebbe un generatore di elettricità inesauribile che sfrutta, credo, il moto perpetuo, ha innescato un loop temporale di 3 ore esatte. Inizialmente solo Renton ricorda che succede, poi lo ricorda anche Hannah, poi uno dei tizi mascherati e così via. Bene o male muoiono sempre tutti. Lei fa parte della banda ma Renton è stupido e cerca sempre di salvarla, uno dei componenti fa parte della Torus e cerca di incularli ogni volta.

Spoilerone: finisce con il tempo che si riavvia di nuovo.

Questo film è una lenta e ripetitiva agonia.

 

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La vera storia di ALIEN: Covenant

Ovvero: Ridley Scott scopre Fassbender e il pessimo Fanservice

Fassbender apre gli occhi. E’ figo e sa di esserlo, tutto strizzato nella sua tutina bianco latte perfettamente coordinata alla spoglia e minimalista stanza bianco latte. Un uomo con la faccia da stronzo, Wayland, quel Wayland, gli rivela con molta poca enfasi di essere suo padre. La risposta del sintetico è solo:
“Ma se tu sei il mio creatore, chi ha creato te?”
“Non lo so, per questo tu mi aiuterai a scoprirlo.”

Oddio, no, ti prego Ridley, mi è bastata la prima epifania biblica che hai avuto.

Wayland gli ordina di alzarsi ma non lo fa come una persona normale.
Ambula.”
Ambula.

Sul. Serio.

Fassbender ambula, lo fa, guarda il David attorno al quale è stata costruita la stanza e si sceglie il nome. David. Davide che abbatte Golia, chi sia questo Golia poi è tutto da percepire durante il film. Simbolismi, a caso.
“Suona per me. Wagner, scegli tu.” e David suona.
L’ingresso degli déi nel Valhalla.
Di nuovo simbolismi casuali, rendiamo Alien, ovvero un horror fantascientifico megafigo, quello che non è mai stato. Facciamolo! E facciamolo MALE!

10 anni dopo gli eventi di Prometheus l’astronave colonica Covenant è diretta verso il pianeta Origae-6. Fassbender è il sintetico alla guida della nave da crociera, il computer di bordo, Mater, lo informa che la corrente sta finendo, le batterie sono scariche quindi bisogna spiegare le vele solari. E qui scatta il main event che da l’avvio al film. Walter-bender spiega le vele, maestose vele dorate con cavi d’acciaio grossi come un braccio a tenerle ancorate, diversi chilometri quadrati di vele. Poi l’inaspettato.

Una tempesta di neutrini.

Neutrini.

Le vele vanno a sfascio, la corrente pure, gli allarmi iniziano a suonare ovunque come le trombe dell’apocalisse e Walter è costretto a risvegliare prematuramente l’equipaggio attivo della Covenant. Il capitano interpretato da James Franco muore, grigliato come un arrosticino senza che ci sia veramente un motivo perché questo accada. A volte, semplicemente, talune cose accadono. Daniels, sua moglie ed apparentemente “protagonista” del film, si dispera per un paio di scene totalmente dimenticabili.
Il grado di Capitano passa quindi ad Oram, un tizio privo di carisma, ascendente e qualsivoglia tipo di intelligenza.
C’è da riparare la nave, sono morte 49 persone, capitano incluso, io sono fedele ai limiti del fanatismo, motivo per cui ero solo il secondo al comando, ma sticazzi dei funerali. C’è da riparare la nave. Si fa quello che si deve fare.
Daniels e Walter vanno nel magazzino a controllare i macchinari di terraformazione e proprio in questo frangente la fanciulla ci fa scoprire come il suo amato marito appena morto l’abbia convinta a partire per un mondo ignoto: promettendole un cottage vista lago.
Evidentemente in Michigan avevano finito lo spazio.

Alcuni membri dell’equipaggio saltellano nello spazio, roteando attorno alla nave senza alcun tipo di restrizione. Ci sono cavi ovunque ma nessuno serve a tenersi ancoratied evitare di andare alla deriva nel nulla. Recuperano la vela, la riallacciano, e mentre rientrano uno di loro intercetta una registrazione radio dalla difficile interpretazione. Di certo c’è solo che uno dei fantasmi di Paranormal Activity gli compare nel casco.
L’equipaggio viene riunito: c’è un mistero da dipanare.
Ad un attento esame di cui Enrico Papi sarebbe molto poco fiero – non la indovinano con una – salta fuori che è qualcuno che canta “Take me home country roads”.
Certo, chi, disperso nello spazio profondo, non canterebbe quella canzone per chiedere aiuto.
Oram, il nuovo capitano, decide che bisogna localizzare il luogo di partenza della trasmissione. Scoprono un pianetino perfettamente abitabile che casualmente gli era sfuggito quando hanno trovato Origae, per il quale mancano ancora 7 anni di viaggio in ipersonno. E’ deciso, si va a vedere la fonte della registrazione.
“Ma abbiamo investito anni di ricerche nello scovare Origae!”
“Sticazzi, questo è a un tiro di schioppo.”

Praticamente l’intero equipaggio, tranne tre persone, si imbarca. Sfidano una tempesta ionica subito dopo il loro ingresso in atmosfera ed approdano sul nuovo pianeta. Dimenticatevi le tutone bianche coi respiratori che non fanno capire un cazzo dei dialoghi, loro sono vestiti come turisti di Avventure nel Mondo. In un momento ignoto hanno analizzato l’aria, e l’aria è respirabile. Scendono tutti e la pilota bionda viene incaricata di rimanere alla nave per effettuare le riparazioni dopo l’attraversamento del temporale.
“Mi raccomando, rispetta gli standard di sicurezza, le porte della nave devono rimanere chiuse.”
“Ma veramente io pensavo di arieggiare un po’.”

Il gruppo procede su Isla Nublar. – Non state nell’erba alta! – L’ambiente è desolato e desolante: erba alta, cielo plumbeo, spighe di grano grosse come pannocchie. Non si sa da dove sia arrivato, e a dire il vero non frega un cazzo a nessuno, è inequivocabilmente grano, lo riconoscono tutti.
Il gruppo si divide: due stronzi rimangono a giocare con le scatoline di plastica e il fango, gli altri seguono su per il monte la traccia di un atterraggio poco riuscito. Proprio qui accade l’improbabile: uno dei due raccoglitori di campioni si allontana per “recarsi alla toilette”, si accende una sigaretta ed urta dei funghi tondi.
Funghi tondi che rilasciano spore nere.
Spore che nere che si compongono nell’aria assumendo la forma di una freccina, penetrano nel suo orecchio e si infilano sotto pelle.

Dove sono i miei facehugger?

Gli altri procedono e finalmente qualcuno si accorge che, piante a parte, non sembra esserci alcun tipo di essere vivente. Localizzano la Jaggernaut e decidono di entrare. Un altro membro dell’equipaggio individua i funghi e per essere sicuro di cosa cazzo siano decide di toccarli.
Perché chiunque toccherebbe un fungo ignoto su un pianeta sconosciuto.
Daniels e Walter fanno gli asociali di merda, si separano e trovano la targhetta di Dr. E. Shaw, la scienziata di Prometheus, mentre gli altri procedono fino alla sala di controllo e fanno partire la registrazione. Che è esattamente la stessa di prima. Una scena inutile. All’urlo di:

TANA PER TE!

l’interesse per l’astronave scema.
La scienziata del Ris li sta richiamando con una certa nota isterica nella voce: il coglione che è andato a cagare sui funghi si sente male. Attimi concitati di rientro verso l’astronave durante i quali le tempistiche, e le distanze, risultano molto poco chiare.
Lui sputa sangue, fatica a reggersi in piedi e vomita addosso all’altra tipa. La bionda rimasta alla nave li dirige verso l’infermeria come se fosse la pista di atterraggio di una portaerei.
“Non toccate nulla!”
Ovviamente toccano tutto il toccabile prima di raggiungere la meta. Lei nel dubbio però li chiude dentro, una delle poche idee sagge della pellicola, ed inizia ad urlare istericamente via radio.
Poi il dramma.
E non dico il dramma nel senso buono, intendo che la scena è talmente ridicola da essere drammatica.
La bionda torna verso l’infermeria: dalla colonna vertebrale dello sfigato con le convulsioni sta uscendo qualcosa. Quella rimasta chiusa dentro inizia giustamente ad urlare “APRI QUESTA CAZZO DI PORTA”, la bionda va a recuperare un fucile.
Dalla schiena del tizio sgorga una specie di placenta contenente un piccolo proto-alien bianchiccio e affamato che si libera dell’involucro e si acquatta in terra pronto a sbranare qualsiasi cosa si muova.

In questo film possono più le pozze di sangue in terra che gli alien.

La tipa bloccata dentro, in un tentativo idiota di fare qualcosa, scivola sul sangue, l’alien salta, si becca un sano pestone dato con una scarpa antinfortunistica ma non demorde e le strappa la faccia a morsi. Severo ma giusto.
Torna in gioco la bionda, il genio totale della situazione: nell’infermeria ci sono due cadaveri e uno schifo albino che mastica rumorosamente. La cosa ideale è aprire la porta.
Eccerto.
La apre e succede quello che ovviamente sarebbe successo aprendo la cazzo di porta! Alien attacca, lei tenta di colpirlo ma lo liscia, striscia fuori dall’infermeria e tenta di richiudere la stracazzo di porta. Però ci lascia il piede in mezzo, così questa non si chiude e lei è costretta a scappare zoppicando come il pirata Gamba di Legno e sparando a casaccio.
Poi l’astronave esplode.
Esplode gloriosamente, direi, proprio quando il resto dell’equipaggio arriva. Giusto in tempo per vedere una sagoma umana barcollare sulla rampa e cadere esanime avvolta dalle fiamme.

Morte ingloriosa del primo Alien.


Il genio che trastulla i funghi subisce la stessa sorte del fumatore, ma questa volta Alien decide di uscirgli dalla bocca che giustamente è più comoda e non diventi idiota a scavarla coi denti. L’anguillone bianco appena si rende conto di essere al mondo punta Daniels e la attacca facendo svariate morti collaterali che nessuno si incula mentre agita la coda. Qualcuno gli ha detto che è la protagonista del film, è giusto darle un minimo di rilevanza nella trama, se no poi chi li sente i sindicati?
Walter si frappone e Alien gli estirpa una mano. Una flashbomb viene fatta esplodere in cielo e mette in fuga un povero dolce Alien terrorizzato.
Ma. Quando. Mai.
Dalla vegetazione spunta un elfo con una lunga cappa grigia. “Seguitemi a Gran Burrone.” Non sapendo cosa diavolo fare i pochissimi sopravvissuti seguono l’elfo che li conduce ad una enorme piazza piena di gente morta.
Già qui due domande io avrei iniziato a farmele, ma farsi domande non è il motivo per il quale sono stati arruolati come equipaggio.
Proseguono in questa buffa necropoli postatomica e si chiudono dentro ad un palazzo di pietra, il tempio degli Ingegneri che grazie a questo film di merda sono diventati totalmente irrilevanti.
All’esterno infuria la tempesta, dentro non prende. Devono impegnarsi molto per ricontattare la Covenant, sulla quale comunque il resto dell’equipaggio è in vena di scelte idiote, tipo avvicinarsi pericolosamente alla tempesta.
Qui ho iniziato a confondermi a causa delle lunghe scene di Fassbender che, nella migliore tradizione iniziata da Assassin’s Creed, se la mena con sé stesso interpretando due persone diverse.
David si mette a raccontare all’equipaggio superstite di come lui e la signorina Shaw siano arrivati sul pianeta a bordo del ciambellone e di come il patogeno che stavano trasportando si fosse liberato nell’aria, mentre il ciambellone si schiantava in montagna uccidendo la dottoressa.
Mentre gli altri cercano di comunicare con la nave madre installando un’antenna sulle scale, David porta fuori Walter e gli mostra la targhetta commemorativa che ha fatto per Elisabeth. Lei è stata tanto cara da averlo riparato una volta arrivati sul pianeta.
Per nessuna ragione al mondo, guardando il cumulo di cadaveri della piazza, parte a recitare Shelley.
Io sono Ozymandias, il re dei re.
Sul sonetto parte un flashback: David sullo Jaggernaut arriva sopra la piazza e sgancia migliaia di alien-bombe, spargendo il patogeno ovunque. Ma questo ovviamente non lo dice. Sbaglia però l’attribuzione del sonetto, cosa che evidentemente è fondamentale ai fini della trama.
Daniels è poco convinta, David le sembra strano. Giustamente dobbiamo metterci almeno un personaggio che non sia un totale imbecille. Chiede a Walter di parlare con l’elfo dei boschi:
“Andrò a parlargli, come un fratello.”
In modo molto risoluto Walter va a cercare David, si scambiano menate filosofiche sui sentimenti degli androidi e David insegna a Walter a suonare il flauto.
Una lunga, inutile scena in cui Fassbender si insegna a suonare il flauto.
Dopodiché, fortissimamente deluso dalla totale mancanza di ritmica di Walter, lo disattiva strappandogli qualcosa dal collo.

L’altra donna dell’equipaggio si chiude in uno stanzino per disinfettarsi le ferite che si era medicata mentre correva tra i boschi, credo, non è chiaro. E lo fa con una tecnologia avanzatissima: la tintura di iodio.
Ebbene sì.
Qualcosa però la turba: una radio gracchia in sottofondo. Una radio bianchiccia che le strappa la faccia a morsi, again. Mentre il proto-alien è lì che mastica rumorosamente, again, arriva David.
Il sintetico si ferma sulla soglia e guarda il coso con ammirazione. Alle sue spalle spunta Oram con un fucile.
Qui ha inizio una delle sequenze di eventi più ridicole della storia del cinema: David guarda il coso, il coso guarda David. Si fissano in silenzio fino a che non compare il puntatore verde del laser sul petto dell’alieno ed Oram intima un poco convinto “spostati”.
“Ssh, non gli sparare, stiamo comunicando.”
Ma da quando. Probabilmente Alien stava tentando di capire cosa ci fosse di sbagliato in quel corpo inorganico semovente. Fatto sta che Oram spara e uccide il coso.

Morte ingloriosa del secondo Alien.


David ha una crisi isterica a causa della morte della creatura ma decide comunque di rivelare ciò che sta succedendo al capitano.
“Seguimi”.
Oram non ha dubbi, è talmente idiota che segue l’androide nella sua camera da scienziato pazzo e continua a seguirlo come un decerebrato mentre l’altro gli mostra pezzi di Alien, pezzi di gente imbalsamata, e gli spiega come abbia incrociato i vari tipi di xenomorfo fino alla sua migliore e definitiva creazione, racchiusa in una specie di grotta.
Una grotta piena di uova.
“Eccole, le mie creazioni.” Oram tentenna sulla soglia ma è evidentemente attratto da quelle uova bavose, manco fossero gattini carini che inseguono i laser.
“Avvicinati, su, non è pericoloso.”
Questa è una di quelle cose a cui potresti credere, se chi le dice non ti avesse appena mostrato come ha creato quei cosi che si sono appena mangiati uno dei tuoi compagni di sventura.
Se fosse un film sensato Oram lancerebbe una granata, anzi, ne lancerebbe una decina per poi scappare urlando in preda a una crisi di nervi. Invece non è un film sensato, quindi lui semplicemente si avvicina, ne tocca una e ci guarda dentro.
Finalmente i miei facehugger!
Qualche minuto dopo si risveglia con David che gli lancia dei sassetti e muore miseramente con lo sterno sfondato da Alien, l’alien serio questa volta.

Daniels non si fa i cazzi suoi e David la becca mentre sta spulciando i macabri disegni anatomici dell’androide. In dieci anni da solo su un pianeta uno si deve tenere impegnato in qualche modo, no?
“Daniels, ricordami, cosa si diceva della gatta?”
E con questa entrata in scena patetica inizia a sbatacchiarla contro le pareti come uno straccio per la polvere, per poi stenderla su un tavolo e baciarla – no, non sto scherzando, noto che ultimamente vanno molto di moda questi baci a cazzo di cane.
Ma Walter interviene: abbello c’ho dieci anni in meno di te, che te credi che non m’han messo dei dispositivi di sicurezza in più?
Fassbender vs. Fassbender. Se menano e proprio sul colpo di grazia avviene un chiamatissimo cambio scena tattico.

Per motivi inspiegabili un facehugger è scappato da un uovo ed assalta gli ultimi due sopravvissuti che stavano cercando invano Oram. Agguanta Machete e con l’eiaculazione più veloce del west gli schiaffa un Alien nello stomaco, non prima che l’altro però tenti di aprirlo e faccia colare l’acido in faccia al povero uomo morto che cammina. L’Alien uscito da Oram ammazza quello sano, che se non ricordo male era nero quindi è sopravvissuto già abastanza. L’incubatrice vivente scappa, recupera Daniels, Fassbender li raggiunge e tutti assieme corrono verso il Cowboy che dalla Covenant aveva preso in prestito un cargo per andarli a salvare.
Un’astronave di 2000 coloni in ipersonno che ha solo un’astronave da 10 posti adatta a trasportare la gente. Ok.
Alien li raggiunge, si appiccica come una tellina allo scafo e Daniels, in una sequenza improbabilissima, lo chiude dentro ai denti della gru e lo fa esplodere in una potente colata di acido.

Morte ingloriosa del terzo Alien.


Rientrati sulla nave Machete viene portato in infermeria, Daniels va a dormire, Fassbender guida.
Mater fa scattare tutti gli allarmi della fottuta astronave:
“Il Capitano Daniels in infermeria. Allarme. Presente una forma di vita sconosciuta a bordo.”
C’è sempre, in questi casi, lo stronzo in doccia con la musica alta. Infatti ce ne sono addirittura due. Che ovviamente non finiscono bene, anche se per un attimo ho pensato che Alien volesse unirsi alla festa, visto dove appare la sua coda e dove la punta.
Le scene delle morti sono splatter, roba da “Non aprite quella porta” con un sacco di sangue e budella.
Daniels, il Cowboy e Fassbender organizzano la controffensiva, lo portano nel magazzino. Il suo sangue è acido e scioglierebbe lo scafo quindi l’unica soluzione è:

spararlo fuori decomprimendo il magazzino.

Hai ammazzato tre Alien come quaglie in volo e l’unica soluzione che trovi sull’astronave è la stessa che usi da trent’anni, con l’aggravante che il mio povero, dolce, amatissimo Alien non è nemmeno furbo.
Avant-garde.
Altre scene opinabili, il portellone che si apre, roba che vola fuori, Alien che vola fuori.

Morte ingloriosa del quarto alien.


E’ il caso di abbandonare quel luogo di merda e non pensarci più, sono rimasti due membri dell’equipaggio e Fassbender. E’ ora di andare su Origae-6 senza ulteriori fermate in autogrill. Daniels si mette il pigiamino bianco da spermatozoo. Nonostante abbia visto il marito sfrigolare come una braciola proprio dentro uno dei lettini va a nanna placida. E quando sta per inoltrarsi nel sonno ferma Fassbender.
“Promettimi che mi aiuterai col cottage quando arriveremo.”
Sguardo perso con scritta lampeggiante di passaggio: “quale cottage.”
“Il…il cottage di cui…” panico. Walter non è Walter, è David che ha ammazzato Walter, gli ha fottuto i vestiti e si è tagliato una mano.
Ma non mi dire.
Daniels va a nanna, David chiede a Mater della musica, Wagner, l’Ingresso degli dèi nel Valhalla. Si dirige al deposito dei coloni, estrae il cassettino degli embrioni e vomita due Facehugger chiusi in un portachiavi di resina.

Nella sala si sentono solo gli ansiti di chi si è trattenuto dal lasciare la sala perché ormai aveva già pagato 8 cazzo di euro e comunque Ridley Scott non lo trovi certo al bancone del bar in attesa di essere preso a sberle.

The Snare

Ovvero la storia di due dementi e una ragazza depressa.

Titoli di testa: il volto di un angelo di pietra, un coniglio bianco dallo sguardo vitreo in avanzato stato di decomposizione.
Mosche in macro, che gli insetti fanno sempre più o meno schifo.
Vento in sottofondo – è un horror, c’è vento.

Ovvio.

Settembre, andiamo, è tempo di migrare AL MARE!
Alice, una ragazza mora dagli occhi azzurri e sbarrati di chi ha appena visto IT che si scopa il coniglietto pasquale è nella sua inglesissima e noiosissima stanza. Il padre entra e la trova avvolta in un bianco e striminzito asciugamano da doccia, di quelli che in un albergo ad una stella ti fornirebbero comunque come asciugamano da viso, per dire.
“Sembri proprio lei. Come vola il tempo.”
Mormora lui, accarezzando la foto che ritrae una piccola Alice con la madre su di una barocca giostrina con i cavalli.
C’è dell’evidente disagio nella scena, nella stanza, nel padre e nella ragazza, talmente tanto disagio da far rivestire Alice a velocità tutto sommato estremamente moderata.
Alice scappa, lentamente, sia chiaro, ed esce di casa per incontrare Lizzy e Carl.
Lei è l’amica bionda e scema che ride alle non-battute del suo ragazzo ancora più idiota di lei. Lizzy è furba, ha rubato le chiavi della casa al mare dei genitori, impegnati in una vacanza per le nozze d’argento.
Credo che abbiano tipo trent’anni, quindi very trasgry.

Il dialogo in macchina non parte bene, lascia presagire il tenore dell’intero film, lo lascia presagire così bene che a un certo punto ti spiace di non esserti fermato lì:
C: “Cosa sceglieresti tra ingoiare il vomito di un barbone che ha mangiato cipolle e succhiare il cazzo al tuo vecchio?”

Ok.

Il viaggio verso il mare è lento, anche se forse nella testa del regista quelle riprese avrebbero voluto essere intense: verdi colline inglesi, – o irlandesi, whatever – pioggia.

Chi cazzo andrebbe mai al mare a spaccarsi a merda con la pioggia? Sì perché l’obbiettivo è quello: andare nella casa del mare dei genitori, a trent’anni, per spaccarsi di alcool. Che insomma dai, era figo…a quindici anni.

L’appartamento è all’interno di un palazzone anni ’60, isolato. Alice vive male, malissimo. E’ perennemente a disagio, lo sarei anche io se la mia migliore amica fosse Lizzy.
L’ascensore malfunzionante inizia a istillare la paranoia nei nostri tre eroi, volano sguardi d’intesa tra Alice e Lizzy, le cui battute fino ad ora si sono limitate a risatine e “Carl”. Proprio mentre il macho si appresta a cercare di aprire le porte dell’ascensore, Alice interviene: “non aprire”.

Perché.

L’aria che si respira nell’appartamento è pesante, pure a causa dell’hashish di Carl. Dopo la prima nottata di bagordi i 3 rimangono bloccati all’interno del condominio deserto: la tv non funziona, i telefoni non funzionano, i cheerios fanno schifo – evidentemente è un dettaglio importante.
Carl torna dall’ascensore, lo chiama ma l’ascensore non risponde – sto cercando di dare pathos a questa cosa. Come qualsiasi umano normodotato cerca di intraprendere la via delle scale, ma la porta tagliafuoco sembra chiusa a chiave. Anche questa via di fuga è inagibile.
Non è un condominio, è una trappola.
Inizia a sclerare, urlando contro la porta, Alice lo guarda con gli stessi occhi sbarrati di sempre.
Qualcuno li ha chiusi dentro, questa la conclusione del genio con la gommina in bocca.
Il telefono di lui ha le batterie scariche, è senza caricabatterie, Lizzy tenta di chiamare i parenti per farsi soccorrere – addio vacanze trasgry di nascosto dai vecchi. Nessun segnale.
Alice ha lasciato il cellulare in macchina, giustamente è l’unica additata come stronza.

Scene di immotivata isteria: Carl si scaglia contro il parapetto del terrazzo, mentre le due fanciulle cercano di dissuaderlo dal lanciarsi giù – giuro che non ho capito sta scena, non ho capito perché abbiano già iniziato a dare di matto ma grazie regista, hai tentato di creare la classica sensazione di isolamento tipica degli horror, rovinandola con reazioni da tossici in down da eroina.

Alice ha un’agendina nera, ne possiamo scorgere il contenuto: frasi tumblr su quanto si senta sola, sul senso della vita, su quanto sia profondo il suo animo incompreso. Musica inquietante. Alice abbandona il diario per dirigersi verso lo specchio, si guarda e si denuda, così, senza motivo.

L’imbrazzante silenzio che aleggia in cucina è rotto dall’ennesimo litigio sul fatto che “porcaputtana abbiamo fatto le cose di nascosto e nessuno sa che siamo qui”.
Flashback di Alice e del padre che le dice qualcosa, ma non sappiamo cosa perché strategicamente manca l’audio, puro genio, mai visto. Primi piani di Alice – che per ora è la cosa più inquietante del film: lei, la sua agendina nera e le sue frasi tumblr.

Mentre sono tutti seduti sul pavimento del salotto a mangiare cosce di pollo che credo siano all’interno dell’appartamento dai tempi della costruzione del palazzo, Carl da sfoggio di tutta la sua paranoia: “qualcuno ci ha chiusi dentro.”
Alice ribatte: “è una serie di sfortunate coincidenze, non saremmo dovuti essere qui.” – come darle torto?
Lizzy però la prende sul personale: “Stai dando la colpa a me? Eh? E’ così, dai la colpa a me?” – io sono perplessa.

*Immagini random dell’ascensore fermo – fa paura se sei Kubrick, ma tu, non so chi tu sia esattamente ma sono sicura che tu non sia Kubrick, – del camino, del lavello*

Un coltello inizia a roteare da solo sul tagliere, anche lui si sta rompendo i coglioni.
Alice vede cose: una donna vestita di pizzo gattona in corridoio, Carl si scopa Alice mentre della gente a caso stupra Lizzy tra le fresche frasche. Alice viene assalita dalla vecchia in pizzo, si sveglia con la bocca piena di sangue e nel panico avanza lentamente verso il bagno – suspance – nella vasca una Lizzy morta è immersa in un lago di sangue, si stringe le viscere, poi urla.
Carl e Lizzy tentano di calmare Alice urlando, notoriamente urlare nelle orecchie di un sonnambulo è il modo migliore di risolvere la situazione. La ragazza inquietante si è immaginata tutto – io sono sempre più perplessa dallo sconsolante piattume di questo film.

Il giorno successivo – credo – Alice porta a Carl una coscia di pollo la quale campeggia, solitaria, al centro di un piatto bianco. L’avatar incontrastato della tristezza.
Lui nel frattempo parte con una specie di terzo grado, e da sfogo alle sue manie paranoidi pontificando che “quello non era un normale incubo”. Proprio durante questa avvincente conversazione dal cosciotto scotto iniziano a scaturire vermi, quelli bianchi da pesca, le camole delle mosche. Questa volta non è Alice che si immagina le cose, ci sono vermi ovunque, tutto il cibo è marcio ed Alice schiaccia mele contro i mobili – io non sono un asso in cucina ma anche solo guardandole avrei potuto dirti con certezza che no, per la torta di mele non vanno bene.
L’allegro trio si sposta nel pianerottolo del condominio per parlare, come se ci fosse qualcuno a sentirli. La riunione si conclude con un diplomatico “siamo fottuti”.

Per ovviare all’isolamento Carl sbatte con molta poca convinzione un candelabro sul pavimento: lo sforzo dell’attore nel fare finta di colpire il pavimento è notevole, talmente notevole che non capisco se sia un cane lui o se Carl stia tentando attivamente di rompere il linoleum o solo di far vedere che sta cercando di dare una soluzione. Alice invece continua ad essere inutile e scrive cose depresse sul diario ma quando sposta lo sguardo nota una bambina in bianco e nero che è apparsa in corridoio.
Giustamente la cosa più sensata da fare è cercare la suddetta infante, cosa che Alice fa, ma poi in fondo chissene, è meglio l’inquadratura dell’ascensore immobile.
Sì.

L’inquadratura si sposta su altre immagini random: teschi all’interno di un ossario, un corpo sotto un lenzuolo bianco alla fine di un lungo corridoio illuminato dalle candele, Alice che vede una bimba in vestaglia farle cenno di seguirla in un bosco. Poi i bambini diventano tanti e tutti, allegri come pochi, le indicano un albero dal quale pende cappio. Lei lo guarda, sembra felice, ma sempre con lo sguardo sbarrato. Si infila il cappio al collo, i bambini ridono e lei si sorprende quando questi la impiccano.

Che allegrezza. Che gioia.

Carl e Lizzy si svegliano e trovano Alice stesa in cucina: nel suo sonnambulismo la stronza ha aperto il lavandino e bloccato lo scolo, poi è svenuta. Dopo essere stata trascinata a forza nel corridoio si è pure messa a piangere. Carl non riesce a chiudere il rubinetto del lavello, quindi decide di spegnere la generale, rompendo pure quel rubinetto. Un sacco di “fuckin‘” – il film è in lingua originale – mentre Carl le chiede cosa porcaputtana pensasse di fare, ma la povera Alice non ricorda niente. Certo, mica gli può dire “guarda l’ultima cosa che ricordo è un branco di bambini che ridendo mi impicca”.

Carl fa un altro tentativo assurdo: lega un sacco di coperte assieme e le cala dal terrazzo, ovviamente non bastano ad arrivare in terra, quindi le lascia cadere. Così sono senz’acqua, senza cibo e al freddo – o almeno, credo che in Inghilterra sia freddo a settembre. Alice però è una donna pratica: sbrina il freezer e usa l’acqua per farsi il the, che le cinque sono passate da un pezzo, poi si stende davanti all’ascensore – il passatempo di chiunque, aspettare la morte per inedia in un condominio abbandonato in culo a Cristo stendendosi sulla moquette davanti ad un ascensore.
Mentre è lì sente qualcuno piangere disperatamente e con rilevante ed esasperante lentezza va a vedere cosa stia accadendo – questa è una di quelle persone sulle quali non si deve mai contare in caso di pericolo immediato.
Nella camera matrimoniale una ragazza in abito nero piange mentre stringe nel pugno dei gigli bianchi. In un’altra stanza il padre di Alice tenta di cambiare canale con un telecomando non funzionante.
La scelta più matura è nascondersi nell’armadio.
Il padre va dalla ragazzina piangente, cerca di consolarla, è dispiaciuto e zoppica appoggiandosi ad una stampella. Posata la stampella le intima di svestirsi e la picchia, intimandole di toccarsi.
Ora sappiamo perché Alice è inquietante.
Ma quelli non sono suo padre ed lei bambina, sono Carl e una sconosciuta che mettono in scena i suoi ricordi, e tentano di estrarla dall’armadio senza però riuscirci – è noto che le ante degli armadi siano inespugnabili, soprattutto quando qualcuno da dentro li trattiene aggrappandosi al dannato nulla.
Carl intercetta Alice che corre nel corridoio e questa, sconvolta, urla “sta arrivando”.

Piove.
Carl e Alice, dimentichi della scena precedente, recuperano ogni contenitore della casa e tentano di riempirlo con l’acqua piovana, per poi versare tutto nel lavandino. Cercano di bagnare abbastanza anche i vestiti e strizzarli nella vasca, pur di recuperare l’acqua. Lizzy è sul letto a deprimersi, il volto è sconvolto dalle piaghe: la scema continua a truccarsi ma non può struccarsi, probabilmente morirà di avvelenamento o di allergia. Pure i cazzo di cheerios sono finiti, rimane solo della pasta, cruda.

Vorrei aggiungere che questi sono chiusi dentro da un numero indefinito di giorni e nessuno li sta cercando.

Mentre Alice scrive di nuovo le solite frasi sul senso della vita, Carl ribalta mezza cucina in cerca di acqua. La ragazza ha intelligentemente nascosto il suo bicchiere sotto il letto. E’ incredibile come in sto cazzo di posto, a settembre, non piova.

 

DIO E’ MORTO! *musica*

 

Pur di mangiare qualcosa Carl addenta il pollo di, credo, un mese prima, coi vermi e tutto, per poi vomitare e cagare l’anima. L’agonia sul cesso è molto dettagliata.
Forse andare in terrazza e cercare di assimilare l’umidità dell’aria è la scelta migliore.
Mi hanno detto che sarei potuto diventare qualsiasi cosa, così sono diventato una pianta.
Mentre Alice scopre qualcosa nascosto sotto l’orrenda carta da parati di una delle camere da letto, Carl assale sessualmente una svenuta Lizzy. Non si sa con quali forze lo faccia, visto che prima stava vegetando in terrazza in attesa di morire disidratato.
Alice, ignara – o disinteressata, non saprei – continua a strappare la carta da parati: il muro è inciso con un conto dei giorni e frasi sconnesse “brutta troia”, “ci sta guardando”, “nessuna speranza”. Proprio in quel momento però Lizzy si riprende ed urla: Alice accorre, tenta di salvarla, ma Carl la assale e cerca di scoparsi pure lei – no davvero, ripeto, lui stava facendo il cactus in terrazza fino a cinque minuti prima.
Lizzy si riprende, arranca fino al mobile della tv ed afferra qualcosa per poi gettarsi sul suo fidanzato. Il trio si dispone a panino, lui in mezzo. Le due, assieme, uccidono Carl, strangolandolo con un cavo scart.

Dopo aver ingoiato un ragno Alice decide che Carl era un uomo di merda, mangiava di merda, fumava la peggio roba ma hey, non c’è un cazzo da mangiare, c’è solo Carl.

“Grab me a Dish!”
“No!”

Sono le uniche due battute da una ventina di minuti a sta parte, in sottofondo Alice macella Carl con un coltello elettrico per il pane, Lizzy piange ma le porta direttamente una casseruola che, cazzo, mica vorrai mangiarlo crudo!

Mentre Alice vegeta, Carl le urla contro. Ovviamente il poveraccio è ancora steso nel punto dell’abbattimento – e della macellazione – quindi Alice decide di scappare in bagno, lì viene sopraffatta da una crisi di panico, quindi esce correndo.
“C’è qualcosa tutto attorno a noi e non ci lascerà andare finché non saremo morti, non siamo i primi”.
Lizzy è sconvolta dalle parole farneticanti dell’amica, ma incede coraggiosamente verso la carta da parati, coraggiosamente e lentamente, molto, molto, molto lentamente.

“Questo è l’inferno”

La scritta è incisa nel muro, tra bestemmie e disegnini. Decide di aprire il cassetto del comodino, – per non ho capito quale motivo – e la testa del padre di Alice la fissa con sguardo vitreo da lì dentro. Dopo qualche attimo decide di afferrare l’agendina dell’amica: è piena di disegni osceni di cose che scopano, suore con la testa di porco, gente, donne in croce.
E’ colpa di Alice.
La ragazza interviene, pregandola di fidarsi di lei: non è facile farlo quando a chiedertelo è una tipa con la pelle grigia e gli occhi a palla che si è appena mangiata il tuo ex ragazzo morto.

L’aria in casa è immobile, ormai le ragazze sono diventate un tutt’uno con i loro pigiami. Non c’è acqua, ma ci sono un sacco di candele in ‘sto appartamento ed Alice decide di accenderle tutte per chiedere allo spirito che infesta la casa cosa questo voglia da loro. In questo momento Alice viene sostituita da Gollum, please, please, give me back my precious!
“Cosa vuoi da noi?”
“Sottomissione.”

MA SOTTOMISSIONE A CHI, A CHE COSA, ME SO MAGNATA ER RAGAZZO DELL’AMICA MIA.

Alice incede nell’ossario, i teschi la fissano dalle loro orbite vuote, il riflesso delle candele è su di lei, ma non sui teschi, facendomi percepire che il regista non ha nemmeno pensato alle luci. Comunque in questa lunga agonia la ragazza arriva dalla vecchia stronza in abito di pizzo che le afferra il volto. E’ palesemente la stessa Alice con il trucco per invecchiarla. La ragazza scappa, ossessionata da varie visioni  e proprio mentre la vecchia sta per raggiungerla riesce a chiudersi nell’ascensore.

Le due ragazze sono ancora nell’appartamento, nessuno verrà a salvarle.
Alice afferra una scarpa lucida col tacco e sfonda il cranio di una Lizzy già morente. Il procedimento è incredibilmente lungo, anche perché lei ha la forza di un chihuahua che non mangia da mesi e le scarpe non sono tipicamente della durezza adeguata a sfondare una scatola cranica.
Però ci riesce, e quando lo fa l’acqua torna a scorrere ed i telefoni a suonare.
Proprio per questo Alice decide di mettere tutte le stoviglie nel microonde, costruendo una specie di stoppino con i canovacci che porta direttamente ai cadaveri dei due amici cosparsi di liquido infiammabile. Avvia il microonde.

L’ascensore funziona, è stata una bella vacanza, tutto sommato poteva andare peggio.

Zoppicante, Alice esce dal condominio e alla velocità di uno zombie scompare tra gli arbusti del giardino.

Alice si trucca, il padre la aspetta, dopodiché la raggiunge in camera e presumo che venga rimesso in scena l’incesto.

Ultima foto dell’appartamento maledetto: tutto è pulito, splendido e perfettamente in ordine.

Porca puttana che film di merda.
L’idea non sarebbe neanche male se non fosse tutto buttato lì, a caso. Lunghi silenzi inframmezzati da gente che vomita.

La vera storia di EXODUS – Dei e Re

Ovvero Exodus: Batman e l’attacco delle lamprede killer.
Quando Ridley Scott incontra l’Asylum.

Ma partiamo dall’inizio.

1300 a.C.
Nell’universo fantasy-egizio gli ebrei lavorano come schiavi e costruiscono piramidi a Menfi, con un ritardo di almeno 2200 anni circa.

Mosè è uno dei generali di Sethy I, assieme al figlio di quest’ultimo, Ramesse II, che nel 1300 a.C. aveva 3 anni ma, grazie ai viaggi nel tempo concessi dagli aGLieni, è già un adulto dai tratti americani e gli occhi blu.

L’Impero Hittita minaccia i confini egizi e il faraone decide di andare ad affrontarli a Qadesh, inviando Ramses e Mosè alla guida del suo esercito. La partecipazione di Sethy I alla battaglia di Qadesh, con un’anticipo di 25 anni, è straordinaria.
Sethy richiede ad una sacerdotessa generica un’epatoscopia per sapere come andrà la battaglia:

“Questo fegato non dice un cazzo della battaglia, però dice che un comandante ne salverà un’altro e il salvatore, un giorno, porterà la corona.”
Ramses: “Oh Mosè, se capita lasciami crepare.”
Cambio scena, siamo a Qadesh, una distesa di nulla in mezzo a montagne di niente piena di barboni con armature raffazzonate, armati di lancia, pelta di cuoio e pidocchi, accampati come punkabbestia in piazza Verdi a Bologna, intenti a fare cose e vedere gente.

Ramses: “Mandiamo avanti la DIVISIONE Bastet e teniamo sul lato la divisione Seth”

*facepalm*

Ramses indossa una pratica lorica squamata fantsy in un materiale che presumo essere oro, mentre Mosè è bardato con lo stesso oggetto buffo ma in un qualcosa che potrebbe essere acciaio. Sì, acciaio, nell’età del bronzo. CLARO.
L’esercito egizio, composto unicamente di carri da guerra e cavalleria, carica l’accampamento Hittita. Questi, avvisati dai loro pidocchi, lasciano ogni attività e in meno di mezza inquadratura sono già perfettamente schierati, a dimostrazione che il loro vestiario era tutto un barbatrucco per trarre in inganno gli egizi che iniziano a prenderle. A prenderne tante, e prenderle male.
Ramses viene catapultato via dal suo carro dopo aver fatto le gare con una triga hittita e, ovviamente viene salvato da Mosè dopo qualche inquadratura di sguardi ad effetto, di quelli che preludono a del sesso anale punitivo.
Dopodiché il faraone-non-ancora-faraone viene caricato su un carro e fatto fuggire mentre l’esercito egizio si ritira.

Il rientro a Menfi è trionfale. Il motivo è ignoto dal momento che allora la capitale era Tebe, ma loro vanno a Menfi. Sarà che gli piaceva il clima.
Comunque rientrano in trionfo e Sethy, accortosi che il figlioletto è particolarmente agitato, chiede a Mosè cosa sia accaduto.
“Mosè, lo so che non credi nelle profezie, e lo rispetto, ma noi ci crediamo, e devi rispettarlo. Ramses è scosso.”

Ramses non è scosso in questo film, ha solo un ritardo mentale considerevole. E Mosè è ateo.
No, aspetta, cos-?

“Però hai salvato la vita a mio figlio, lo so che un grazie è poco, ma grazie. Comunque mio figlio è un cazzone inadatto al trono. Dovresti regnare te.”
*brainfart*
“Ma no, non potrei in alcun modo, non sono neanche in linea di successione.”

Cambio scena. Sethy I è sul trono con tutto il concilio attorno.

“Tu,- inizia il faraone rivolgendosi al figlio – mangiaeredità a tradimento che non sei altro, vai a Pitom a parlare col viceré che sta facendo delle cazzate. Vai a vedere cosa sta facendo.”
“Ma fa caldo.”
“Si vabhé, ho capito, anche a sto giro vado io che tu sei un incapace del cazzo e poi io devo fare bella figura con mio Zio.”

Mosè arriva in quel buco merdoso di Pitom, una città di schiavi ebrei che schiaveggiano: scavano inutilmente un’enorme cava, vengono frustati, puzzano e muoiono. Il viceré – anche questo con gli occhi azzurri, incredibile – intanto è chiuso nel suo palazzo a fare falsi in bilancio e inventarsi complotti e scie chimiche. Mosè decide quindi di interrogare i vecchi schiavi anziani del posto e, tra questi, uno gli da appuntamento, di notte, in un bugigattolo in cui conduce segreti incontri di complotto. Mosé, curioso, si presenta all’appuntamento e il vecchio gli rivela il vero:
“Te, te, io ti conosco! Te sei il figlio di una che conosco, che per evitare che ti ammazzassero ti affidò a sua figlia, la quale ti portò al palazzo del faraone e una delle sorelle ti adottò! Ma tu sei ebreo. Tu ci libererai. Lo ha detto Dio!”
Mosè non la prende bene. Lo manda in culo e se ne va.

Al suo ritorno, Sethy è gravemente malato e tira le cuoia per poi essere sepolto nella sua tomb-… no.

No.

No.

NO, ABU SIMBEL NO! Dai!
Con una scena molto poco credibile, che insomma, giunti a questo punto uno potrebbe anche passarci sopra, Ramses sale al trono. Incredibilmente arriva a palazzo la voce secondo la quale Mosè sarebbe ebreo. Il neofaraone, coadiuvato dalla madre Sigourney Weaver in congedo dalla sua lotta contro gli Alien, decide di credere alla diceria e manda Mosé, zia e balia in esilio.

Batm…Mosé parte. Dopo un lungo viaggio giunge in un punto indefinito della costa del Mar Rosso dove trova un pratico guado. Nel Mar Rosso. OCCHEI.

Per altro temo di aver capito che sia arrivato di fronte alla punta sud della Penisola Araba, ma non voglio davvero averne la certezza.

Dopo la traversata giunge in un villaggio di allevatori di capre dove decide di stabilirsi e mettere su famiglia con un pezzo di sgnacchera non idifferente.
“E’ il posto più bello che io abbia mai visto.” sì, certo, adesso si dice così, il posto: un buco di niente in mezzo alla sabbia.

Passano 9 anni.
Mosè alleva capre, ha un figlio che alleva capre e scopre che c’è una montagna su cui nessuno sale perché Dio ha detto no, montagna brutta. Il profeta ateo decide di sfidare Dio e sale sul monte con la sua capra. Più sale, più piove, finché non viene travolto da una frana di fango e massi, precisissimi massi che arrivano uno dopo l’altro tutti sulla sua testa – il che spiega MOLTE cose – fino a che, immerso nel fango, vede finalmente l’arbusto in fiamme e un bambino.
Sì, Dio si manifesta in tutto il suo glorioso aspetto di bambino cencioso – e stronzo.

“Te, te, te…te Mosè sei qua a scopare le capre mentre in Egitto il mio popolo muore. Te, brutto stronzo, li hai abbandonati.”
“Cosa vuoi?!”
“Voglio un generale.”
“Ma io allevo capre.”
“Ma prima eri un generale.”
“Ma io allevo capre! Sono sommerso di fango, probabilmente ho un edema cerebrale che non mi farà passare i prossimi dieci minuti e ho pure una gamba rotta! Cosa vuoi e chi cazzo sei?!”
“Ti ho detto: il mio popolo è schiavo in Egitto, voglio un generale. Secondo te chi cazzo sono?!”
“Ah.”
“Eh.”

Così, per colpa di una grave commozione cerebrale, Mosè molla moglie e figlio e riparte per l’Egitto.

Questo Mosè non fa come quello biblico, che va dal faraone poggiandogli la fava sul tavolo a dirgli “Io sono Mosè, te liberi il mio popolo o subirai l’iradiddio.”, no, Mosè è Il Cavaliere Oscuro di cui il popolo di Israele ha bisogno. Lui si infila nella stalla in modalità stealth nel bel mezzo della notte. Ramses, che era da quelle parti perché aveva finito il Roipnol e non riusciva a dormire, si ritrova improvvisamente una putrella di bronzo dal filo spesso un dito ma affilato come un miracle blade appoggiata alla gola.
“Sono Mosé, te adesso liberi gli ebrei che sono 400 anni che non gli rinnovi il contratto.”
“No.”
“Non mi aspettavo un semplice sì, ma neanche un semplice no. Mi stai dicendo questo?!”
“Sì…?”
“Cioè chiariamoci non voglio che non li fai più lavorare, però almeno pagali!”
“Ma hai un’idea di quanto mi verrebbero a costare?”
“Vaffanculo. Allora li libero io.”

Ssssssono Batman.

Il nostro Cavaliere Oscuro torna dal vecchio che gli aveva rivelato le sue origini ed inizia LA GUERRIGLIA. Rastrella persone, schiavi, li addestra a fabbricare le armi e a combattere, per la libertà di Gotham Israele, la libertà di Israele.
Il programma è semplice: tagliare le risorse dell’Egitto, che essendo uno stato grande come San Marino ed essendo loro migliaia, dovrebbe essere una missione abbastanza semplice.
Primo obbiettivo: gli ULIVETI.
Ora, tra tutte le poche risorse dell’Egitto, quello per cui era storicamente ricordato erano i cereali. L’Egitto era il “Granaio di Roma”, non il suo maggior produttore di olio d’oliva! Però giustamente per la Domenica delle Palme si usa il ramo d’ulivo quindi facciamo due più due e attacchiamo gli uliveti e i depositi di olio, che esplodono rievocando le più belle scene di Apocalypse Now.
Il tutto mentre Ramses e la moglie guardano dalla terrazza.
“Pensi di fare qualcosa per fermarlo.”
“Sono 4 schiavi con le pezze al culo. Naaaaaah.”

Dio ricompare a Mosè.
“Dove sei stato.”
“A guardarti fallire.”
“Le guerre di logoramento richiedono tempo.”
“Di questo passo ti ci vorranno anni.”
“Sono pronto a combattere anche così a lungo.”
“Io no*.”
“Dopo 400 anni di schiavitù tu hai fretta ADESSO?!”
“Sì. Vaffanculo, sta a vedere come si fa una guerra, siediti e aspetta, che io ci ho i superpoteri, Batman dei miei stivali.”

Improvvisamente degli alligatori – mi pare proprio fossero alligatori, ho ricontrollato e riconfermo alligatori, i TIPICI alligatori egiziani del Mississipi – grossi come degli autobus, attaccano una nave di pescatori. Poi si attaccano a vicenda, poi non sono più solo un paio, e non sono nemmeno tanti, sono proprio troppi. E l’acqua del Nilo diventa sangue.
Eh, effettivamente, l’acqua in sangue per miracolo divino era un po’ troppo inverosimile.
L’acqua del Nilo finisce anche nei canali d’irrigazione, riversandosi nelle risaie. Sì, ho detto risaie. Il famoso RISO egizio. Mi sono sorpresa della mancanza di POMODORI.
Dal Nilo escono le rane, le rane muoiono e arrivano le mosche. Improvvisamente gli animali vengono colpiti da ictus casuali e muoiono. Le persone si ricoprono di pustole. Il tutto avviene in dieci risicatissimi minuti di film, circa.
Poi arriva la grandine, chicchi di grandine grossi come meloni.
“Ramses! Intendi fare qualcosa?!”
“Nah.”
Poi arrivano le locuste.
Poi Dio va a trollare Ramses. Letteralmente.
Ramses è da solo nella sua stanzina e sente qualcosa che si muove, al ché sproloquia contro Mosè, dicendogli che qualsiasi cosa faccia l’Egitto resisterà. Dio ne prende atto e torna da Mosè.
“Senti, il faraone non molla un colpo.”
“Ma no, vedrai che adesso cede.”
“No, sono andato a trovarlo, ha detto che ucciderà tutti i figli degli ebrei. Allora sai cosa ti dico? Che io mi prendo tutti i figli dell’Egitto.”
“Ma questa è vendetta!”
“Sì, e allora? Sono Dio e voglio vedere il faraone chiedere pietà. Quindi non rompermi le palle.”

Mosè, che in tutto ciò è comunque il fratello adottivo di Ramses, lo va ad avvisare.
“Senti, questa è una cosa più grande di te e di me, proteggi tuo figlio stanotte quando cala il sole.Succederà qualcosa di terribile.”
“Mi stai minacciando?”
“No, senti, non lo so, so che è in pericolo ok, e adesso ti saluto che ho da fare.”
Mosè va dalla sua piccola combriccola di guerriglieri ad avvertire gli schiavi che sta per succedere qualcosa.
“Dite a tutti che macellino un agnello e segnino le porte e le soglie delle loro case con quel sangue prima di stanotte.”
“Perché?”
“Se funziona dovremmo evitare una grossa inculata. Però non lo so se funziona.”
“BENE. Per fortuna che sei te quello che parla con Dio eh!”

L’oscurità cala e si porta via i primogeniti dalle case non segnate dall’agnello. Tra cui anche il figlio di Ramses.
Che non la prende bene e decide di incontrare Mosé, presentandosi all’appuntamento con la mummia del figlio in braccio.

“Che razza di un Dio stronzo è un dio che ammazza i BAMBINI?!” la scena è toccante, il faraone in lacrime con la mummia in braccio. Mosè decide di spezzare il pathos.
“Non è morto nessun bambino ebreo.”

“ANDATEVENE DA CASA MIA!”
“Come comandi, faraone.”

*Rivedere il video di due righe fa.*

E finalmente partono e si levano dai coglioni. Pero Ramses non è proprio dell’idea di lasciarli andare così, senza fare niente. Quindi decide di rincorrerli coi carri da guerra, e sterminarli.
Appena Mosè si accorge di essere inseguito si trova di fronte ad una scelta:
a) strada libera, semi pianeggiante e leggermente più lunga che aveva già percorso per ben due volte;
b) impraticabile stradino di montagna che non ha mai fatto e del quale non ha idea di dove porti.
Immaginatevelo.
Ovviamente Ramses, che conosce quell’aquila del suo fratellastro, lo insegue coi carri da guerra.

Mosè, dopo essersi perso tra i monti, riceve indicazioni dai folletti della loacker e riesce a trovare la costa del Mar Rosso, ma il guado non c’è più. In un attimo di disperazione lancia la sua spada in acqua e vede una meteora in cielo. Poi si addormenta.
La mattina dopo si risveglia coperto di guano di gabbiano, perché gli uccellacci hanno deciso di fare un rave sopra le loro teste. E il Mar Rosso ha l’acqua stranamente bassa. Sul crinale del monte si intravede l’esercito egizio.
“Ce l’ho! ATTRAVERSIAMO QUA.”
“Ma sei scemo?!”
“No no, dai, fidati. Cazzo vi ho raccontato così tante boiate, avete creduto a tutto! Fidati!”
L’acqua continua a ritirarsi, i quattrocentomila schiavi ebrei iniziano la traversata.

Contemporaneamente i carri di Ramsess, guidati dal faraone in persona, sono lanciati a tutta velocità su uno stradello largo come una smart, su una montagna di choco-pops. E tutti conosciamo bene la stabilità geologica di una montagna di choco-pops.
Il secondo in comando fa letteralmente un fischio a Ramses e a gesti indica prima il bordo della strada, poi la ruota del carro ed infine il tipico gesto del “vai pianino”. Non sto scherzando, questa scena vale tutto il film assieme al “non è morto nessun bambino ebreo”.
Ma Ramses non ci sta, i suoi schiavi sono a metà del Mare e lui li deve prendere, quindi sprona i cavalli.
Com’è prevedibile, a metà colonna la ruota di un carro finisce fuori strada, il carro si imbarca, il cavallo cade dal dirupo e il carro rimane incastrato, creando un meraviglioso tamponamento a catena, con conseguente crollo di tutta la parete di choco-pops. Ma al grido di “boia chi molla” il faraone continua.
Finalmente i 10 carri superstiti arrivano sul fondale marino, Mosè e altri dotati di cavallo tornano indietro per affrontare gli egizi. Quando all’improvviso un cavallo apparso dal nulla compare nella scena intento a scappare da una gigantesca onda.

Quelli si che sono cavalloni.

Il secondo in comando dice a Ramses, di arrendersi e tornare indietro. Ramses non demorde. L’esercito si, quindi girano il culo e se ne vanno, per poi essere investiti dopo duecento metri.
Ritorna lo scambio di sguardi da promessa di stupro anale e Mosè, che tenta di calmare le acque, invita il fratellastro a seguirlo. Entrambi vengono investiti in maniera stronzissima per risvegliarsi, dopo un’ispiegabile scena di un cavallo che galleggia mentre viene sbranato da due o tre squali – Asylum, siete voi? -, sulle rispettive coste.
Qui, la battuta più bella di Ramses, solo, in piedi in mezzo a quello che un tempo era il suo esercito:
“Ramses….il Grande….eh.”

In realtà dopo altre scene divertenti non ci sono, tranne Mosè che fa il sorpresone e invita a cena quattrocentomila persone a casa sua e della moglie, e Dio che gli detta le tavole della legge mentre prepara il thè in una caverna dicendogli:
“Ho notato che non andiamo sempre d’accordo”
“No, direi di no”

Io non so che storia abbiano studiato regista e sceneggiatori, e non so nemmeno che Bibbia abbiano letto. Però gli do 5/5. Perché è talmente trash che fa il giro e diventa a metà tra l’epico e il ridicolo.

*questo dialogo non è stato cambiato