Piastrelle blu e riunioni di famiglia

E’ un caldo torrido. Lo percepisco da come l’aria bollente sale dal terreno polveroso e pieno di sterpaglie, deformando i palazzi azzurri e desolati che vedo in lontananza. Sembrano un miraggio.
Sono in piedi su una specie di dosso, dietro di me l’ansa del fiume in secca, davanti a me uno scenario quasi post-apocalittico, anche se so che non è avvenuta alcuna apocalisse. E’ semplicemente caldo, è semplicemente estate, è semplicemente che quel luogo che sto guardando in realtà non esiste.

Sono da sola e non so nemmeno come sono vestita. Procedo, ridiscendo la china immergendo i piedi tra la fine sabbia fluviale e l’erba riarsa e giallognola. So che sono diretta verso quei palazzi. Non c’è alcun odore ma immagino che, se ci fosse, sarebbe quello della polvere e del caldo. Guardo il sole che sta tramontando, pochi istanti fa era allo zenit. Mi guardo alle spalle, ritrovo punti a me familiari e riesco ad orientarmi.
Il sole sta tramontando nel posto sbagliato.

Mi avvicino tranquilla, so perché sono lì: c’è una riunione di famiglia. E so anche che devo andare in bagno.

Man mano metto a fuoco le strutture: sono palazzi bassi, a due, massimo tre piani. Alcuni sembrano villini monofamiliari, altri sono più grandi, con ampie scale esterne che collegano le unità in un grande e sgraziato complesso. Sono tutti ricoperti di piastrelle di un blu polveroso quasi tendente all’acquamarina. Per qualche ignoto motivo sono molto divertita, accanto a me percepisco qualcuno ma non so chi sia, so solo che è accanto a me anche se non lo vedo.
Mi avvicino alla prima villetta, la tocco. Come una pellicola fotografica esposta ad un calore eccessivo il muro si deforma, fa le macchie, brucia e diventa polvere.

C’è un sacco di polvere in questo dannato posto e io continuo a dover andare in bagno.

Sorrido pensando ecco cosa succede a risparmiare sui materiali édili e vado oltre, nonostante la gente nessuno sembra fare caso all’edificio che è appena scomparso.
Non so perché abbiamo scelto questo luogo per la riunione di famiglia, non so nemmeno dove sia esattamente questo luogo. E dire che prima sembrava così sensato.
Il posto è pieno di carabinieri in uniforme. Ne conterò una decina, forse più. Ognuno si muove, mostrando le case a donne di colore in abiti colorati e allegri con stampe strane. Una donna in particolare colpisce la mia attenzione: ha le treccine che le sfuggono da quella specie di turbante giallo che ha in testa, porta un abito lungo, verde, e tutto ciò che ha indosso è stampato ad elefantini neri. Devo dire che non mi è molto chiaro il perché i carabinieri stiano facendo questa specie di tour, tanto più che mi pare evidente quanto siano poco sicure quelle abitazioni. Questi però continuano a mostrarle, seri, come se fossero degli agenti immobiliari provetti. Guardo meglio, tutte le volte che finiscono il giro scompaiono per poi riapparire dove tutto era iniziato.
Poi ricominciano.

Qualcuno mi dice che stasera ci sarà Bennato a raccontarci le storie di famiglia, so perfettamente che Bennato non fa assolutamente parte della mia famiglia ma sto pensando troppo intensamente al fatto che devo andare in bagno per questionare l’argomento. D’altronde non so nemmeno chi me lo abbia detto.
In questo posto sono sola, ma non sono sola.
Mi infilo in un palazzo. So che devo raggiungere la terrazza in cima e nel frattempo mi chiedo ma cosa sentiremo stasera di quello che ci racconta Bennato che ci sono i Guns in concerto?, ma vado avanti e risalgo le scale tristi, grigie e polverose che ho davanti.

Ogni tanto sbircio all’interno di un appartamento, ma non sembrano esserci bagni in questo dannato posto e sono sicura di aver fatto più piani di quanti non ce ne fossero. Abbandono l’idea del bagno – cioè no, è sempre lì ma decido di ignorarla – e finalmente arrivo alla terrazza.
Seduti su delle sedie pieghevoli di quel tessuto plastificato tipico delle sdraio ci sono tanti membri della mia famiglia. Guardo meglio le sedie e sì, sembrano proprio quelle delle gelaterie di Cattolica negli anni ’90, con la struttura in metallo verniciato di bianco, con quella vernice plastificata e fastidiosa che si sfoglia, la seduta e lo schienale bianchi a striscie di diverse tonalità di azzurro e blu. Manca solo l’indicazione del nome e del numero del bagno.
A proposito del bagno.
Il bagno dov’è?

Controllo meglio i volti delle persone sedute: c’è mio zio Fredo, che so essere morto, ma è come se avesse vent’anni in meno, anzi, forse anche di più considerando che ne aveva più di cento quando e morto ed io ormai sono più vicina agli –enta che agli –enti. C’è pure mio nonno, ed anche lui ha l’aspetto di un giovincello, di quando io andavo ancora in giro col pannolone. Ridono e si passano un fiasco di vino bianco, sicuramente Albana. Non mi soffermo a guardare chi altro ci sia, probabilmente solo dei morti.
Su una sedia però c’è Bennato. E non è Bennato. Nel senso, è lui ma non è lui, so che è lui ma l’aspetto è diverso, sbagliato, i capelli gli ricadono lunghi sulle spalle e a dire il vero sembra più Battiato.
Probabilmente è entrambi.

C’è molta allegria, molta allegria ingiustificata. Riguardo il sole e non si è spostato di una virgola, eppure saranno passate ore, le ho percepite mentre passavano, sono sicura.
Sento il rumore dei bambini che giocano, sono i figli delle donne di prima. Tanti bambini di colore, sembra la pubblicità di Save the Children ma senza mosche negli occhi.

Devo andare in bagno.

Mi rigiro verso i miei familiari e vedo le loro sagome stagliate contro il sole del tramonto. Mi riguardo dietro e il sole sta tramontando. Ci sono due soli al tramonto in posizione perfettamente speculare. Forse è per quello che fa così dannatamente caldo.
Giro tra le sedie, il vino va a fiumi, Bennato-Battiato tace, sorridendo sardonicamente. Obama passa il vino a mio nonno. Rimango interdetta per un secondo, cosa diavolo ci fa lì Obama, poi ci ripenso e sembra tutto normale.
So che in teoria ci dovrebbe essere un gran casino, vedo la gente che ride ma non sento alcun suono. Però continuo ad avere bisogno di un bagno, quindi torno nell’edificio, rifaccio le scale, torno a infilarmi nei vari appartamenti ma mi ritrovo nuovamente in terrazza. Sfoggio una certa allegria che probabilmente provo davvero, canto canzoni silenziose. Lo faccio ogni volta che passo da quella dannata terrazza mentre cerco il fottutissimo bagno.

Poi un suono mi attira, credo sia l’unico suono che io abbia sentito da quando mi sono ritrovata a questa buffa riunione di famiglia tra questi palazzi fatiscenti ed inesistenti cresciuti come funghi su questa spianata polverosa.

Un gatto bianco con gli occhi blu
un vecchio vaso sulla tv
 nell’aria il fumo delle candele
due gocce rosse, rosse come mele

Mi avvicino perplessa, ma pur sempre allegra. Sgambetto tra le sedie da gelateria come se tutto quello fosse normale mentre sento la mia voce che si unisce a quella degli altri e la pelle che mi tira, tesa in un sorriso, come quando dimentico di farmi la doccia dopo una nuotata in mare.

Ho un filtro contro la gelosia
e una ricetta per l’allegria
legge il destino ma nelle stelle
e poi mi dice solo cose belle
Ma ma ma mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma!
Nel mio futuro che cosa c’è
sarebbe bello se fossi un re
così la bionda americana
o si innamora o la trasformo in rana

 

Mi alzo lentamente. Intontita sposto le coperte, lancio uno sguardo al cellulare ma senza attivare lo schermo. Una fitta al basso ventre mi dice che forse avrei dovuto fare pipì prima di mettermi a riposare. Scappo in bagno mentre continuo a cantare Mamma Maria.
Solo una domanda continua a vagarmi in testa: ma perché proprio i Ricchi e Poveri?

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Dura lex

Ho finito.

(Il primo round)

Finalmente il 20 novembre sono stata dichiarata. So’ dottoressa.

Sembra che io abbia discusso a tempo di marcetta, battendo il tempo con un “piedino”, si fa per dire, dato il mio numero da fata. La prima cosa che ho fatto è stato lamentarmi del male ai piedi, che hanno continuato a dolere fino a due giorni dopo. Io volevo discutere in anfibi.

Ho passato i primi due giorni a riprendermi dalla sbronza della festa, perché nonostante io sia riuscita a tornare a casa sobria il mio stomaco è rimasto ribaltato per un week-end intero e mi ha fatto patire tutto quello che ho fatto patire io a lui. Ho imitato Sailor Moon, invocando il potere del Cristallo di Luna, e Crystal il Cigno in una perfetta interpretazione dell’Aurora del Nord. Sono pure riuscita ad intrufolarmi nello scavo romano che c’è sotto il bar in cui ho fatto la festa, perché i cocci mi attraggono in maniera compulsiva.

La notte prima, lo ammetto, sono andata a giocare a D&D 3.0 (perché siamo nostalgici).

 

Sia chiaro, sono molto più che felice di aver terminato la scalata a questo primo gradino, è un traguardo che sono felice di aver raggiunto – e l’alloro mi dona, dandomi anche quella lieve fragranza di arrosto.

E’ da ieri che cerco di immatricolarmi alla Magistrale. Cioè, ci provo. La parte più complessa dell’Uni è quella di riuscire a dar la pugna alle segreterie, che ovviamente sono un milione, ognuna controlla solo un pelo del culo ignorando gli altri – e lo controlla due ore a settimana, ovviamente – senza dare nemmeno la disponibilità a passarti il numero dell’altra segreteria alla quale ti rimpallano.

“C’è il numero sul sito.”

Hai idea, brutto ammasso di cellule ruba ossigeno a tradimento, di quanti siano gli stramaledettissimi siti dell’Uni? Un bazzilione di pagine inutili che non dicono nulla, sono solo autocelebrative. I bandi e tutto il resto sono nascosti in delle finestrelle a bordo pagina, caricati in pdf senza nemmeno il titolo completo. Sembrano delle supercazzole.

A dire il vero, tutta l’organizzazione burocratica sembra una supercazzola. Quando ho chiesto se il libretto lo dovevo consegnare o potevo tenermelo, dato che ora c’è solo quello elettronico, un brivido di panico ha scosso la Segreteria Studenti. Avrei portato meno caos se avessi lanciato una decina di molotov. Vabhé.

(non posso specificare quale Uni, il nostro mirabolante “codice etico” me lo vieta)

Fatto sta che forse riesco ad immatricolarmi dopo il colloquio di valutazione alla mia preparazione, perché evidentemente il fatto che io mi sia laureata col massimo dei voti da cinque giorni, proprio in una delle lauree che impongono come prerequisito, non è sufficiente. Ok. Io capisco quei due passaggi in più per quelli che si trasferiscono da un’altro ateneo, ma porco il clero, io sono sempre nello stesso. Hai il mio file di matricola sul pc, perché ti devo portare, stampati, dei documenti  che hai già, visto che io li stampo dal tuo sito?!

 

 

Ho deciso: la prossima corona sarà in foglia di quercia, al valor militare, per aver trionfato sulle segreterie.

Potere del Cristallo di Luna! Vieni a ME!

Potere del Cristallo di Luna! Vieni a ME! *musichetta*

 

 


 

Time to change

Settembre è stato il mese della rivoluzione.

Diciamo che è stata una rivoluzione parziale ma che mi ha fatto bene.

Mi sono tolta un discreto sassolino da una scarpa, l’ho buttato nel lago e sono rimasta a guardare gongolante il tam tam delle onde che si sono dipanate dal punto d’impatto. L’isteria, checché la commentatrice simpatica del post di sotto ne abbia detto, è esplosa regalandomi attimi di puro edonismo.

Forse è vero, mi si lancia un sasso ed alzo il livello dello scontro a DEFCON 1. Per ora ha sempre funzionato senza macerie dal mio lato.

 

A parte i sassi e le atomiche mi sono finalmente iscritta in palestra.

Ebbene sì. Ho tradito il mio dolce divano, il mio soave far nulla, per ammazzarmi di step in palestra cercando di seguire il doppio pedale degli Slayer.

La palestra è un luogo strano. E’ un misto di ragazze magrissime e truccatissime, coi capelli perfetti costantemente in piega – che poi come diavolo facciano a strarci è un mistero – che fanno gli esercizi coi pesetti da un chilo; ragazze tondette che come me sputano i polmoni sul tapis-roulant, immerse in bagni di sudore che nemmeno dentro a una sauna in dieci pigiati stretti ce la si fa; uomini di mezz’età che cercano di non invecchiare troppo in fretta ed infine loro, i miei preferiti, ragazzi più o meno giganteschi che fanno solo petto-spalle-braccia. Il mio preferito è Ciabattino piccolo, perché è simpatico e mi tira sempre in mezzo ai discorsi del loro gruppetto e almeno mi faccio due risate, lui tutto sommato è anche proporzionato. Ciabattino grande invece è un qualcosa di gigantesco. Ha le spalle di un giocatore di football americano, spallacci inclusi. Poi lo sguardo ti scende, che non lo squadri per bene uno così?! Maglietta da basket, pantaloncini Adidas neri con due bande laterali bianche, ultimo bottone slacciato per mostrare meglio il quadricipite…assente. O meglio: le gambe sono perfette, definitissime, ma sembrano le gambe di qualcun’altro. E allora continui a guardare gambe e spalle e pensi: perché ti stai pompando le spalle e le braccia in quel modo…e le gambe no? Hai intenzione forse di passare il resto della tua vita a camminare sulle mani? Non sarebbe meglio avere delle spalle muscolose ma proporzionate a tutto il resto del corpo? Poi scendi ancora e sono lì: le infradito.

Adoro!

Senza contare la meraviglia di essere lì a zompettare sullo step, con quella di fianco che ti parla della sua attività di ricostruzione unghie – rigorosamente in nero – quando, all’improvviso, senti i tipici lamenti da puntata di Dragon Ball.

WHAAAAAAAAAAAAAAAG!
BUM.

Alzi lo sguardo e vedi questo che molla i pesi e inizia a camminare su e giù per la palestra in preda a crisi esistenziali. Poi si irrigidisce tutto, riguarda i pesi e torna a sollevarli più incazzato di prima. E’ bellissimo.

Però, dal momento che sono tondetta e devo perdere peso – che poi sto perdendo solo taglie dei jeans pesando uguale a prima – non faccio solo palestra tre volte a settimana. In quei due giorni di buco ci ho pure infilato in mezzo fit boxe.

Fit boxe è una figata. Stai un’ora a saltellare e a picchiare il sacco a tempo di musica tipo “Blue” degli Eiffel 65. Nonostante i guanti, l’ultima volta mi sono sbucciata una nocca. Stavo pensando al mio ex, lo ammetto, pensare di essere lì a prenderlo a cazzotti mi da sempre le forze di arrivare alla fine dell’ora – alla fine quella relazione è servita a qualcosa, non è stata una totale perdita di tempo! E il signore di fianco a me: “ma non serve che lo picchi davvero il sacco, basta fare il gesto”.

Ma se il sacco non lo picchio non mi sfogo! E poi la soddisfazione di vedere il sacco che dondola sempre di più di settimana in settimana. Fantastico.

Quindi mi sto rimettendo in forma, o meglio, per la prima volta sto abbandonando la mia forma tonda per una forma un po’ meno tonda. Anche perché se no arrivo alla fine del primo giorno di scavo che non riesco ad alzare le braccia sopra la testa e vorrei solo morire.

Sono riuscita a riprendere i contatti con due persone a cui voglio bene.
Il primo totalmente per caso. L’ho incontrato al parco e dopo lunghi momenti di “lo faccio o non lo faccio” , quando è rimasto solo mi sono andata a sedere di fianco a lui e gli ho detto che sì, aveva ragione, non avrei mai dovuto accettare l’ultimatum “o lui o me” del mio ex, che poi non avrebbe fatto altro che chiedermi di rinunciare ad altre cose. Gli ho chiesto scusa e gli ho detto che mi era mancato. E lui ha sorriso e ha risposto che gli ero mancata anche io. Poi abbiamo passato il resto della serata a battibeccare come se non fossero passati due anni dall’ultima volta che ci eravamo rivolti la parola, ma appena qualche ora.

Il secondo l’ho cercato. Mi ha raccontato un po’ di sé, gli ho raccontato un po’ di me. Ci siamo aggiornati su questi anni di silenzio radio un po’ per chat, un po’ grazie a una lunghissima telefonata che è passata dalle nostre storie alla formazione dei mondiali di quest’anno, alla mia passione per il pro bull riding, il suo lavoro, la sua casetta – giuro che appena mi laureo che ho un po’ di tempo la vengo assolutamente a vedere – il mio Dioniso, l’ansia della tesi, il football americano. Di tutto. Non ci conosciamo da tantissimo, se contiamo anche il silenzio radio, ma quando l’ho conosciuto mi ci sono subito affezionata, a istinto – una di quelle cose che dovrei seguire più spesso, fortuna che con Dioniso mi sono fidata e l’ho seguito – e sempre a istinto ho sentito, forse anche con un po’ di arroganza, che ci potevo parlare bene o male di tutto.

Ultimo, ma non meno importante, sto abbandonando il rosso.

Ebbene sì, mi sono fatta bionda.
E sono contentissima.

Sono almeno sei anni che ho i capelli rossi, quando tutte si facevano bionde io ero lì a tingermi i capelli di nero. Quando tutte si facevano nere, ero lì a lottare per i capelli rossi. Adesso che tutte son rosse, che viste da dietro non si distinguono più perché usano tutte lo stesso tono, ho deciso che è il momento di cambiare di nuovo e provare col biondo, che ancora mi mancava.
Non sono ancora pienamente soddisfatta del risultato, il rosso si vede ancora parecchio, ma per la laurea credo che sarò finalmente bionda bionda.
E giusto per aggiungere un luogo comune: posso far finta di essere scema se voglio allontanare qualcuno che proprio non sopporto.

Tornando a Dioniso…finalmente so quando torna.

Tutte queste cose, assieme, rendono questo periodo stranamente felice, nonostante l’ansia da ultimo esame e da tesi. Sì, posso dire che in questo momento, nonostante alti e bassi di malinconia, nonostante gli scherzetti del mio fisico che continua ad accartocciarsi in sfoghi psicosomatici da stress, sono proprio felice.

Dimenticavo.

Italiani! di cielo, di terra e anche di mare! Due giorni fa ho dichiarato guerra ai pidocchi ed ai bruchi che hanno infestato le piante del mio terrazzo! E’ ora di dire BASTA alle foglie delle gerbere traforate come merletti, è ora di dire BASTA alla menta mojito che agonizza sotto la tirannia di orride bestioline delle quali non conosco il nome, è ora di dire BASTA ad altre orride bestioline che saltellano sulla mia salvia facendole ingiallire le foglie. Si fottano gli antiparassitari bio e la convenzione di Ginevra. E’ il momento delle armi chimiche.

“L’inverno sta arrivando” a Monterenzio

Ebbene, domenica scorsa si è chiuso il weekend di Monterenzio con la festa “I Fuochi di Taranis”.

 

O_O

 

Cos’ho visto.

Non dirò nulla in merito ai gruppi di rievocazione perché non ho notato particolari pecche a parte, per Dio che cosa diavolo erano quei…quei…brocchieri senza umbone? Non so come si chiamassero, ma sono sicura che non avrebbero dovuto esserci e, soprattutto, non avrebbero dovuto avere incisa sul legno una croce celtica dalle linee campite di rosso. No dico, una croce celtica in una rievocazione dell’ avanti Cristo – che non è che vuol dire una roba tipo “Avanti i Savoia” eh, vuol dire prima di Cristo, ovvero niente croci come simbolistica, men che meno croci celtiche.

A parte questo credo di aver assistito a uno degli spettacoli più imbarazzanti che io possa ricordare, e non sto parlando dell’accensione del fuoco del sabato sera, con i bianchi druidi/templari/sciamani indiani che benedicevano il fuoco con la lama della sacra spada – spada a due mani, medioevale, cioè credo più sanmarinese che medioevale, in ogni caso non c’entrava un accidente – con un nome impronunciabile tipo Elendil o robe simil tolkeniane. 

agghiacciande

No, parlo del matrimonio.

La domenica pomeriggio, di punto in bianco, i bravi rievocatori intenti a fare le didattiche sono stati taciuti per lasciare passare il corteo…

*Suspance*

…degli Stark.

E non dico Stark a caso eh, no, erano proprio gli Stark con tanto di stendardo col metalupo ed il motto “The winter is coming“.

Ma perché? Perché?! Non vi basta il Lucca Comics? O qualsiasi altra fiera del fumetto o del videogame o anche solo del cosplay? Perché proprio a una festa celtica? Poi sul serio, tra i libri e tutte le casate che avreste potuto scegliere, proprio gli Stark de Le cronache del ghiaccio e del fuoco?! Ma avete notato la frequenza con cui i personaggi muoiono durante i matrimoni in quella saga?
E come diavolo vi viene in mente di organizzare un matrimonio Stark ad una festa celtica?! E’ come unire le sarde con la Nutella, non sempre “buono” più “buono” da “molto più buono” come risultato.

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Per il resto la festa è stata carina come al solito, anche la scaramuccia del primo week end non era male, un po’ traballante la storiella con cui è stata condita ma non era male. Insomma, non è che Roma si mobilitasse per ogni lanista rapito eh, però era un pretesto non proprio malaccio, diciamo che ho visto di peggio, ecco.

Già che ero là però ne ho approfittato per vedere (finalmente) il Luigi Fantini, il museo. Lo raccomando a tutti quelli che passano di lì che siano interessati all’argomento “archeologia”, fatelo che il museo ha bisogno di rimettersi a posto dopo l’incendio e il biglietto costa davvero una ridicolaggine – 3 eurini – a differenza di quegli strozzini di Ravenna che le chiese te le fanno pagare un rene. Lo ammetto, sono di parte, preferisco le tombe e i vasi ai maledetti mosaici bizantini, forse anche perché me li hanno proposti in tutte le salse e perché non ho mai capito quale razza di follia potesse spingere un uomo a fare un puzzle di tessere colorate, senza incastri. Non me ne vogliano gli storici dell’arte, mosaico e pittura non sono le mie classi artistiche preferite.
Tornando al museo di Monterenzio l’ho trovato molto gradevole anche nell’esposizione, nonostante per ora sia aperta una piccola parte ne vale la pena.

“Che situazione imbarazzante.”

 

Partiamo con gli antefatti.

Ad inizio giugno mi sono trasferita al mare, da sola, nel più totale eremitaggio. Questo perché avevo due esami da preparare. due esami enormi da preparare. In più l’aria di casa è molto più pesante da quando Dioniso è partito, insomma, avevo bisogno di staccare la spina.

Mi ero programmata ‘sti esami tutta contenta pensando “Oh bene bene, mi mancano due esami da sei e due esami da dodici cfu, quindi a giugno ne do uno e uno, poi darò gli ultimi due.” Recupero gli appunti di archeologia iranica, mi faccio tutti i miei appuntini, studio, ripeto, ripeto, ripeto, ripeto. Mi arrendo con gli Arsacidi e con i Sasanidi. Nel frattempo pensavo che, porca Eva, per essere solo sei crediti era veramente un sacco di roba!
Poi ritiro fuori gli appunti di fenicio-punica e ricomincio: leggo, appunto, studio, ripeto, ripeto, ripeto.
Le uniche persone con cui ho parlato, per due settimane, sono state me stessa e la tabaccaia, per fortuna almeno sentivo Dioniso per messaggio perché là, al mare, completamente sola iniziavo a dare forti segni di squilibrio – cioè, più del solito intendo.

Poi torno a casa per potermi godere la partita – unica semi-godibile, aggiungerei – dal momento che al mare la mia tv ha gli stessi pollici del mio cellulare e durante lo spettacolo di apertura riuscivo a vedere solo il culo di J-Lo e neanche per intero. Insomma fila liscio, a parte la mia dannata ansia pre-esame che si trasforma in malessere fisico generalizzato – credo che prima o poi mi farò un tabellone di acciacchi tipo quello del Twister per fare il toto-somatizzazione.

All’improvviso, da lunedì, tutto inizia inspiegabilmente ad andare in vacca. Mia madre mi comunica che è morto lo zio Fredo – che si chiamava Ezio in realtà e non ho ancora capito perché lo chiamassero Fredo, benedetta Romagna. Insomma, non è possibile. Fredo era un’istituzione, un po’ per la persona che era, un po’ perché dopo 102 anni diventi di diritto un’istituzione.

Martedì 18 vado fino a Ravenna a dare questo benedetto esame, ero tipo l’ultima della mattinata, avrei voluto impiccarmi. L’esame va egregiamente, di fatto non avrebbe potuto andare meglio e torno a casa con la mia lode totalmente insperata, calcolando il fatto che metà esame me lo sono inventato ricordandomi parti casuali che ho messo assieme sperando di prenderci. Poi il pomeriggio sono andata a fare un giro alla camera ardente ed è stato orribile. Non me lo aspettavo così. Non era la prima volta che andavo alla camera ardente a vedere un parente, o un amico, ma era lì tutto serio e composto ed era incredibile perché lui era sempre sorridente, anche quando era stanco, non mi ricordo davvero un momento in cui Fredo non sorridesse. E’ stata una sensazione quasi surreale, anzi, senza il quasi.

Mercoledì torno di nuovo a Ravenna, archeologia iranica. Il professore fa l’appello ed io sono la prima – cazzo! Ad un certo punto ero talmente in palla sugli Arsacidi che ho confuso l’est con l’ovest ma per il resto tutto bene. Alla fine anche il prof mi ha chiesto come mai mi sono impigliata proprio su di loro. Decido di essere onesta e glielo dico: pensavo di saperli meglio dei Sasanidi, quindi ho ripassato di più gli ultimi. Poi mi apre il libretto e fa: “ah, ma lei ha dato un esame da dodici crediti ieri.” “Sì.” “Complimenti, 24 crediti in due giorni. Direi che il 28 se lo è più che meritato.”
Cosa?! Ma non era da sei Iranica? Faccia frastornata, ringrazio e me ne vado, poi controllo sul piano di studi. Eh no, era da 12.

Ok: se non mi accorgo di cosa sto facendo, tutto è possibile.

Il pomeriggio andiamo al funerale. Quando sono entrata nella camera era pieno di fiori e il prete stava dicendo il rosario. Ogni volta che sento un prete mi passa la poesia. Trovo che le funzioni in chiesa siano di un’aridità unica. Tutte quelle formule standard che si ripetono e si ripeto al vuoto mentre si pensa ad altro. Mentre diceva l’Ave Maria stavo pensando a quanto sia ridicolo adorare una donna la cui verginità è stata decisa a tavolino da Papa Pio IX nel 1854, ed intanto cercavo di ricordarmela in latino perché la trovo molto più affascinante. Sono rimasta fino all’ultimo momento, fino a che non hanno finito di inchiodare la bara.

Nel complesso comunque ero soddisfatta degli esami, del fatto che comunque adesso ne mancano solo altri due e la tesi – qualcosa di tutto mio sul quale lavorare – e poi potrò passare alla magistrale. Ho passato il fine settimana a giocare a Skyrim come uno zombie. Però il morale non era comunque alto come avrebbe dovuto. Inoltre ora che Dioniso lavora riusciamo a sentirci pochissimo e la mancanza si sente parecchio.

Per tirarmi un po’ su decido di contattare quella che avrebbe dovuto – e che Giove mi sia testimone: lo sarà – la mia relatrice per la tesi e discutere un po’ di cosa fare. Mi da appuntamento per il mercoledì e già dal martedì mi sentivo felice come una bambina che sa che nel regalo di natale ci sarà proprio quello che si aspettava. Vado da lei, aspetto che finisca gli esami e ne esco incazzata e depressa. Dice che non può, che è in ritardissimo e deve scrivere il catalogo di una mostra, potrei farla comunque con lei ma sarebbe una pessima relatrice. Al che io mi chiedo: cosa intende per pessima relatrice? Insomma, vedo che i miei “colleghi” spesso e volentieri hanno relatori che leggono la tesi il giorno prima della discussione, se la leggono. Comunque mi lascia lo spiraglio chiedendomi, se non trovo altro, su cosa mi piacerebbe farla.

Questo post sta diventando chilometrico quindi la finirò in breve.

Insomma, sono giù di morale: sono a piedi con la tesi, Dioniso non c’è e anche lui non se la passa bene, mi sento sola, ho deciso di dare un esame il 3 di luglio e non riuscirò perché ho passato i primi tre giorni a cercare di capire cosa ci fosse scritto nelle prime tre pagine del libro – che porca troia se avessi voluto fare fisica mi sarei iscritta a fisica – e le fotocopie degli altri libri sono da rifare perché mi ha stampato una pagina sì e una no. VAFFANCULO.

Poi stasera vado alla festa celtica di Monterenzio coi miei amici. E’ sempre carina come festa, ho anche trovato uno spillone per capelli che bramavo intensamente da secoli ma non avevo mai comprato perché nel negozio in cui sta fossilizzando da eoni lo vendono a 15 euro, la proprietaria della bancarella quando le ho chiesto tutta incredula “Lo vendi davvero a 2 euro?” mi ha risposto “Certo, a quanto lo dovrei vendere?”, al che le ho spiegato il mio stupore e ha chiuso il discorso con un “Guarda, non farmi commentare, questi ciondoli li vendo a 2euro, in altre bancarelle li ho trovati a 7 o a 10, assurdo.” Poi insomma continuiamo a girare e girare fino a che un mio amico, che fa il rievocatore nella festa, non mi annuncia la notizia che da veramente una svolta alla serata: da quando ti ha vista qui, la morosa del tuo ex si è innervosita un sacco.

Ottimo.

Per altro ero anche passata alla sua bancarella e nemmeno l’avevo vista, come non avevo visto lui finché non mi hanno chiesto dove fosse. Ma quando l’ho vista…ahahahahah.

 

“Bene, ma che splendida adunanza Re Stefano: reali, nobili, signori e…ah. Ahahahah, ma che buffo: perfino la plebe. Mi ha addolorata moltissimo il non ricevere un invito.”
“Non eri gradita!”
“Non ero…! Ah, ahahah, che situazione imbarazzante.”

Qual gioia e gaudio scoprirla nervosa.

L’idea di renderla nervosa con la mia sola presenza ha dato una svolta al mio umore delle ultime due settimane. Poi quando finalmente ho incrociato, tutta gongolante, il suo sguardo e lei si è allontanata ho raggiunto l’apice della soddisfazione.
Ero così felice che il Maestro, all’ennesimo “Non gongoli” di Nicola, ha replicato:

“Ma come, non la vedi? E’ così contenta che sta galleggiando ad un metro da terra su una nera nuvola di male.”

Anche perché, in tutto ciò, se proprio devo essere dipinta come Malefica, tanto vale dargliene una ragione. E si, sto ancora gongolando.

Stai “Karma”.

La boccca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a’ capelli del capo ch’elli avea di retro guasto.

Queste settimane sono state qualcosa di infernale: letteralmente.

Come il Conte Ugolono della Gherardesca vorrei rodere il capo a quasi tutti quelli che mi sono ritrovata di fronte questa settimana, anche se, verosimilmente, mi ritroverei assieme a Filippo Argenti, con gli iracondi, poiché ancora l’Antenora non me la merito.

Ma partiamo dall’inizio…

Attendevo una missiva dell’USL contenente i referti dei miei esami, la dottoressa mi aveva detto che me li avrebbero spediti: ovviamente così non è stato. Nel frattempo stavo preparando gli esami di Geografia Culturale – ovvero “come diventare radical chic parlando di aria fritta”- e di Letteratura italiana – che se fosse un’esame valutato 12cfu, per il quantitativo di roba che c’è da preparare, avrei anche capito, sarebbe stato sensato, ma no, te lo infiliamo obbligatoriamente nel piano di studi e te lo facciamo valere solo 6cfu – il tutto in momento post rimozione di due denti del giudizio nonché durante le ultime settimane prima dello spettacolo teatrale che avrò sabato sera. Appelli: entrambi il 18 marzo. Ottimo.

Lunedì 17

Mi precipito al centro prelievi per ritirare il referto assieme Girlo – che ringrazio per le chiacchiere – apro la busta e, tra gli esami, uno non è valido perché in laboratorio si sono sbagliati.
Bestemmie.
Tornata a casa entro su Almaesami – che Dio ti strafulmini maledetto programmatore che ti sei inventato ‘sta piattaforma malefica! – per controllare gli arari degli appelli e il mio posto in lista. Esami prenotati: Letteratura italiana 18/03/14, ore 9:30, posizione in lista 39; Vicino Oriente Antico 29/04/14.
No, aspetta un secondo! Geografia? Che fine ha fatto Geografia?! Rimosso.
Altre bestemmie.
Lo riprenoto per il 5 maggio, sperando che il professore non elimini anche quell’appello.
La sera mi presento alle prove di teatro annunciando che per le 22.30 sarei scappata, ovviamente arrivo a casa solo all’una.

Martedì 18

Sveglia puntata alle 6.45: ovviamente mi addormento dal momento che, prima di addormentarmi, l’ultima volta che avevo guardato fuori dalla finestra della mia camera il cielo iniziava a schiarire. La Serena, che si doveva presentare all’appello con me, mi telefona sulle 8:30 capendo che mi ero addormentata. Volo giù dal letto, mi vesto col miele – ovvero recuperando cose a caso dall’armadio – e mi teletrasporto sotto casa. Partiamo.
Giungiamo eroicamente a Ravenna dopo aver incontrato qualsiasi cosa sull’autostrada, dai lavori in corso ai camion che si ribaltano. Ce la facciamo, ci presentiamo all’aula dell’appello: cento persone per un’aula da venti. Dopo dieci minuti di attesa arrivano i due professori seguiti da questa arpia di segretaria che strilla: “vi avevo detto NON in aula VI!”. Guardiamo perplessi questa megera isterica: il foglio, scritto a mano, che dovrebbe direzionare gli studenti nelle varie aulee lo hai scritto te! E c’era scritto “aula VI”, “vi avevo detto” a chi?
Cambiamo aula ed il professore inizia l’appello, chiedendo di specificare quale parte dell’esame si presentava, io lo avrei sostenuto intero – era diviso in parte “istituzionale”, che comprende letteratura dal ‘200 al ‘900 compreso, 15 canti dell’Inferno, Dante vita ed opere, e “monografica” che, nel mio caso, comprendeva “Lettera ad Ilaro” dallo Zibaldone del Boccaccio, la voce “Ilaro” dell’Enciclopedia dantesca del Padoan, la “Mirabile Visione” di Pascoli, le proposte di datazione per la redazione delle tre cantiche sempre del Padoan, il commento del mio professore alla “Mirabile Visione”. Ora, presupponendo di essere spostata al giorno successivo, essendo la trentanovesima, mi tranquillizzo. I professori stilano le liste, il mondo mi odia: devo sostenere la parte istituzionale come ultima del pomeriggio e la monografica come prima della mattina dopo.
Bestemmie forti.
Mi invento una visita medica e faccio spostare tutto al giorno dopo, Serena è in programma per il Giovedì.
In tutto ciò si arriva alle 11:30, all’incirca.
Serena ed io ci spostiamo nel tavolino di un bar, facciamo colazione, beviamo il caffè, tiriamo fuori i miei appunti ed inizia il ripassone mentre fumiamo ridicole quantità di tabacco. Verso le 16:00 le propongo di tornare a casa mia così riesco a finire la parafrasi dell’ultimo canto che mi mancava.
In autostrada c’è il delirio, arriviamo a casa mia in 45 minuti, circa, mi svesto, passo in casa e mia madre, che era ammalata, mi chiede di andare a fare la spesa. La guardo, guardo la badante bloccata da tutto il giorno davanti al pomeriggio 5, apro due birre e: “domattina ho l’esame, sto finendo di ripassare, non è il momento adatto.” Mi arriva uno “stronza” sbiascicato tra i denti. Poi si lamenta che “la badante non fa nulla“.
Il ripasso prosegue fino alle 20:00, scendo in casa da camera mia e li trovo tutti a mangiare: ovviamente per me non è stato preparato nulla, andatevene un po’ tutti a fare in culo.
Piango istericamente per una buona mezz’ora, forte di dieci datteri, una banana e un the – tutto quello che ero riuscita a mangiare il giorno prima – e due caffè e un bombolone del giorno stesso sarei tornata al piano di sotto con una mazzetta da 5 chili e avrei sfondato crani perché vaffanculo.
Per fortuna quel santo di Pilù si presenta da me con una pizza al salame piccante e una birra, per poi starmi ad ascoltare mentre ripasso fino all’una. Non credo di poter davvero trovare qualcosa di adeguato per sdebitarmi di quello che ha fatto.

Mercoledì 19

Alle 9 mi presento in dipartimento assieme al resto dei ragazzi in lista per la mattinata, sono così in ansia che picchierei il primo passante se solo mi guardasse male, sono l’ultima della mattina. Passo la mattinata a ripetere, camminare su e giù fuori dall’ufficio della prof con la quale si affronta la prima parte di esame, uscire dal dipartimento a fumare. Tutto ciò in loop.Finalmente entro dalla professoressa.
Tasso: le parlo della vita di lui, della “Gerusalemme liberata”, le cito addirittura l’episodio dopo il quale fu rinchiuso come “furioso” ma mi lascio sfuggire il titolo dell’opera “Aminta” della quale non conosco la trama perché sul libro non c’è.
Leopardi: sono felicissima, l’ho studiato alla morte, è uno dei miei preferiti, tanto che non mi viene in mente un solo titolo di una qualsiasi poesia, giustamente mi vengono in mente quelle di Pascoli.
Foscolo: la professoressa mi permette di recuperare, io lo odio ed ovviamente non l’ho nemmeno riletto, le parlo delle tematiche di ” Le Grazie”, “Dei sepolcri” e “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”. Mi venga un’accidente.
Divina Commedia, Canto VI: il girone dei golosi, la figura di Cerbero, la pena che devono scontare i golosi e Ciacco, del quale specifico che è incerta la sua attribuzione al rimatore dell’Anguillaia ed è più probabile che sia una figura di un fiorentino generico usato da esempio, la profezia dell’esilio, collegamenti alle altre profezie di Farinata, Brunetto Latini e, già che ci sono, ci butto dentro pure Cacciaguida che sta in Paradiso.
Mi da “Discreto” per lo scivolone sull’Aminta e su Leopardi.
Fanculo.
Esco dal suo studio ed entro in quello del prof. Specifico che lo scoglio vero, in tutto ciò, è lui e questo esame l’avevo già tentato due o tre volte prima.
Mi siedo, lo saluto, gli passo il libretto, controlla il nome e il numero di matricola e mi chiede qual’era la mia parte monografica.
“La parte monografica che ho preparato è…”
“Sù, sù, signorina, lei non ha scritto ancora delle monografie, o le ha scritte?” Sgrano gli occhi respingendo l’istinto di sfoderare l’Opinel del 12 dalla borsa “Comunque ho capito cosa intende.”
Muori.
Ha condotto l’esame su questo tenore per tutto il tempo, aggiungendo cose come “suvvia, lei non è più una matricola, dovrebbe ben sapere in che modo difendersi adeguatamente dagli attacchi dei suoi professori”.
No, perché genericamente i suoi colleghi sono meno stronzi.
Conclude con “Signorina, io so che è preparata, si sente, ma dovrebbe imparare a vendere meglio la sua merce. L’esposizione poteva essere migliore, ma dal momento che era preparata le darò un 26.”
Dammi anche un 18 basta che io non ti debba rivedere mai più.
Sorrido, ringrazio e saluto; volo a casa, annuncio il voto e mi attacco a Diablo III perché ho bisogno di fare qualcosa di totalmente brainless. Mentre gioco, imbambolata al pc, mi volano nella testa terzine casuali della Commedia. Voglio tipo morire.
Immancabili le domande: “quando lo dai il prossimo esame? E la tua prof per la tesi quando la senti?”.
Cristoddio.

Venerdì 21

Per contrappasso, giusto per rimanere in tema, assisto alla laurea di una mia amica, sempre assieme alla Serena. Niente da dire, giornata fantastica, a parte il fatto che abbiamo iniziato a bere a mezzogiorno nel giardino del dipartimento di Ravenna e che, arrivati all’autostrada per spostarci verso Bologna, c’era così tanta gente che sembrava il ponte del rientro di fine agosto. Abbiamo bevuto tutto quello che poteva esserci di alcoolico e alle otto di sera mi sembravano le tre della mattina. Sorprendentemente non sono andata in hangover.

Sabato 22

Finalmente riesco ad onorare il mio fioretto: dopo tre anni dalla promessa che mi sono fatta finalmente mi faccio il piercing al labbro, di sotto, nel mezzo. Senza dire nulla a madre mi fiondo verso casa del mio amico Olmer, diretti poi a Forlì, l’appuntamento è per le 17:00.
Arrivati dal tatuatore: il delirio.
Una colonna immane di persone in fila per tatuaggi e piercing, attendiamo fino alle 20:00, cazzeggiando e dicendo boiate, più il momento del foro si avvicina, più realizziamo quello che stiamo per fare. Per un attimo mi pare anche una pessima idea, soprattutto per quello che dirò a mia madre quando mi vedrà come fiera portatrice di un “chiodo”. La cosa migliore che mi viene in mente è una conversazione tipo:

-Cos’hai fatto al labbro?!-
-Chi? Io?-
-Ti sei fatta un piercing?!-
-Ommioddio! Ho un piercing nel labbro? Come diavolo ci è finito?!- e corro sconvolta allo specchio.

Sarebbe stata una scenetta fantastica.
Finalmente giunge il nostro turno e mi sottopongo io per prima alla cosa. Pensavo fosse più doloroso, devo dire la verità, ho sentito male perlopiù quando l’ago ha forato la pelle dal lato esterno, per il resto nulla di terribile: quello è giunto dopo.
Mi alzo dalla sedia, il tatuatore si accerta che non mi giri la testa, vado allo specchio: che figata, in più sto benissimo. Mi giro mentre Olmer si siede e rimango a guardare da fuori quello che ho appena subito: quando l’ago gli esce dal lato esterno del labbro mi si appanna la vista e con la scusa del “vado a prendere il cellulare” mi accascio sui divanetti con un’unico pensiero: “oddio, mi sono appena fatta fare una roba del genere?”
Ci tengo a specificare che ho maneggiato resti umani e un sacco di altre cose macabre che fanno particolarmente senso e non ho mai avuto problemi a guardare ferite gravi o altre amenità, ma vedere sta cosa mi ha ribaltata. Non oso immaginare cosa sia la vista di un piercing alla lingua, al solo pensiero ho i brividi.

Lunedì 24

Finalmente siamo arrivati all’oggi e spero che il mio girone infernale con ciò sia finito. Non è stato tanto traumatico in sé, il week-end è stato una figata, ma manca comunque l’ultima parte ovvero stamattina.
Mi presento a rifare l’esame, al referto era allegato un foglio in cui dicevano di presentarmi con quello e ripeterlo. Lo mostro alla dottoressa che legge il referto, scuote la testa e mormora “incredibile“. Mi da la mia provetta e mi manda diretta al centro prelievi per consegnarla.
Mi accodo allo sportello 3, quello del ritiro, mi ridirezionano allo sportello 1 per la stampa dell’etichetta – un po’ me lo aspettavo – mi metto in coda, passo il referto alla segretaria, le dico cosa mi ha detto la dottoressa e le indico, sottolineo le indico, l’esame da rieffettuare. Lei mi fa segno di aspettare, dopo una breve consultazione con la collega, sempre segretaria, dello sportello a fianco stampa l’etichetta. La leggo, guardo il referto e so già che è l’etichetta sbagliata. Mi riaccodo allo sportello 3, passo tutto, referto compreso. L’infermiera mi fa:
-No, no, il referto non mi serve.-
-No guardi, controlli un secondo perché ho l’impressione che l’etichetta sia sbagliata, ma non essendo sicura perché non è il mio lavoro non vorrei dire una cazzata.- lei afferra il referto, guarda, si cruccia.
-Effettivamente è l’etichetta sbagliata.- prende una penna, scrive sotto l’etichetta e mi rimanda all’1. -Gli ho scritto che etichetta serve.-
Mi risposto allo sportello 1, reinfilo il referto e l’etichetta da cambiare, la segretaria dice alla collega:
-Ah, alla fine era quest’altro, non ci abbiamo preso. Peccato.-

Prego?

-Ma, mi scusi, io prima le ho indicato quale esame dovevo ripetere e lei ha pure fatto finta di capire, mi aveva prenotato un’esame casuale?- questa fa spallucce e mi pinza l’etichetta giusta.
-Consegnalo pure allo sportello 3.-

Puttana. Blocco l’istinto di svellere da terra una delle sedie della sala di attesa per poi rompere il plexiglas che mi separa da lei, saltare ferinamente al di là del buco e azzannarle il collo in stile molto pulp, con tanto di schizzi di sangue ad altissima pressione, per poi lasciarla lì agonizzante e calpestarla in maniera trionfale.
Spero vivamente che non ci sia qualche altro cataclisma in laboratorio, se no potrei davvero azzannare qualcuno la prossima volta che entro al centro prelievi.

Numero 154

Nel cimitero comunale di Imola, il Piratello, di fianco al loculo in cui quattro anni fa seppellimmo mio nonno, c’è una lapide grigia e sporca che un tempo doveva essere sorprendentemente bianca. Dovrebbe essere la numero 154 ma ormai il numero non esiste più.

Qui riposa
ERMELANDO CAVINA
di anni 23
il bombardamento del 7.7.1944
spense la sua giovinezza
unico sostegno ai genitori
cui ora conforto è solo il pianto

La scritta è incisa, un tempo doveva essere sottolineata in nero ma ormai il colore è colato a macchiare il marmo e la sua traccia rimane solo nel nome. Un tempo questo ragazzo, di anni 23, morto nel ’44, aveva anche un volto ma, ormai, la fotografia si è staccata lasciando la traccia ovale nel punto in cui un tempo era stata applicata. Il vasetto portafiori, in marmo anch’esso, è stato spezzato. Una frattura vecchia: è già presente la spessa e caratteristica patina di degrado marmoreo. Rimane solo il porta lume con il traforo a forma di croce.

Tutte le volte che vado a trovare mio nonno, raramente per altro, mi fermo di più di fronte alla sua lapide che di fronte a quella di nonno e mi chiedo sempre: “Da quanto tempo sei stato dimenticato? Da quanto tempo se ne sono andati i tuoi genitori? Possibile che non ci sia nessuno che ti dedichi un pensiero, mai, a te che te ne sei andato in maniera così infame, così inutile, sotto le bombe?” Cavoli, questo ragazzo è morto due anni prima del mio bisnonno Narciso e, nato in una data imprecisa del ’21, era più piccolo di mio nonno di 4 anni e mentre tu ti sei spento più giovane di me lui, nonostante la guerra, nonostante la sua presenza a Montecassino quel giorno, si è spento a 93 anni. Che destino infame. E’ il lampante esempio della frase che ho scelto per il grande tatuaggio che mi farò sulla schiena:

La vita è una questione di fortuna,
la morte è una questione di tempo.

Non gli portano i fiori nemmeno per i Morti, e dire che in quel periodo passano un po’ tutti dai cimiteri, pure le signore anziane che portano i fiori della carità alle tombe vuote. Anche loro si dimenticano di te. Non so se c’è un dopo, sono profondamente scettica in tal senso, ma se così fosse quanto puoi essere triste tu che, di là, guardi il “dolce mondo” e ti vedi completamente dimenticato da esso? Forse sono l’unica che, pur non avendoti mai conosciuto, ti dedica qualche pensiero.

E un fiore.

La prossima settimana ti porto un fiore.

Ormoni disarmonici

Ho passato la scorsa settimana a piangere ed ingozzarmi, senza sapermi dare una ragione del perché, una ragione valida intendo. Poi mi è venuta in mente, cioè si è proprio palesata dicendomi anche “non posso crederci che tu te ne fossi dimenticata!”.

Allora oggi, per coerenza(?), ho deciso di fare le pulizie in camera mia, passare l’antistatico per la polvere, con scene buffe come:

-Mamma, ma allora, cioè, io dovrei dare la polvere, uso questi due in combinata?- mostro spry antistatico e pannetto giallo morbido. Mi madre mi guarda con uno sguardo misto di compassione, incredulità e mi-stai-prendendo-in-giro-vero?.
-Heeeeeeeeum. Si, perché?-
-Devo pulire camera.-
-Auguri.-

Effettivamente ci ho messo tre ore. Mentre pulivo decido: rimetto in ordine l’armadio e vedo di eliminare cartacce inutili. Ottimo proposito. Do la polvere qua e là, in sottofondo Big Bang Theory e How I met your mother, sposto le mie conchiglie, le mie ossa, pulisco l’orrendo portacandele a forma di drago che mi regalò un mio amico per il diciotto anni e ci trovo dentro il cappellino blu della birra di Natale del nostro primo appuntamento. Cestino. Sono stata molto fiera di me in quel momento, fottutamente fiera di me. Continuo a dare la polvere, sposto tutti i libri che ho sulla cassettiera di fianco alla scrivania, recupero le agende del 2012 e del 2013. Le poso sulla scrivania e passo all’armadio. Il delirio. Tutti i miei vestiti sono appoggiati in fondo, le grucce desolatamente vuote. Comincio a vagliare vestiti puliti e sporchi, caricando una lavatrice, rimetto tutto nelle grucce che rimangono ostinatamente semi-vuote. Passo alla poltrona gonfiabile, aggiungo cose in lavatrice, sistemo i cassetti, apro la seconda anta dell’armadio e ricomincio il lavoro finché non mi ritrovo tra le mani una maglia ignota. E’ bianca e c’è la faccia del “Me gusta” stampata sopra. Ah, bene, hai lasciato qui anche questa. Mi pare che tu l’avessi comprata a Riccione quando accompagnammo al mare tuo fratello, già. La lancio dietro le spalle, cerco le tue mutande che, non per dire ma finché sono maglie o felpe posso anche continuare a sfruttarle come pigiami, svolgono una funzione utile, ma io, di un paio di slip da uomo, non è che me ne faccia gran che, soprattutto perché ho l’impressione che quel vuoto che lascerei lì dove dovrebbe trovare un comodo collocamento il pacco, ecco, rimarrebbe nervosamente lento e fastidioso. Poi, che diamine, vi fate scrivere UOMO sull’elastico per ricordarvelo? Che non è chiaro semplicemente palpandovi il batacchio? Recupero anche quelle e le lancio sul pavimento. Finisco il riordino, recupero i due indumenti e li guardo. Che farne. Un falò sarebbe carino, ma anche se la mia camera ha una metratura discreta il soffitto di due metri potrebbe risentirne e attualmente non ho troppissima voglia di passare al centro sociale per fingermi una punkabbestia. Cestino. Impietosamente cestino, peccato perché il fuoco avrebbe dato molta più soddisfazione.
Poi gli anatemi: le agende, dove io segno ogni respiro che faccio perché ho bisogno di controllo, ho bisogno di sapere dov’ero quel giorni di quell’anno così, nel caso in cui qualcuno mi venga a dire “ma avevi detto che eri di là”, io potrò rispondergli “no, ti avevo detto esattamente dov’ero, questo è il messaggio, questa è l’agenda, ho le prove”. Le sfoglio. Intanto avevo ragione io, ci ho fatto il calcolo: ero io a essere sempre a Modena e non tu a essere sempre qua, vittima del cazzo che non sei altro. Un colpo al cuore quando realizzo che iniziò tutto addirittura nel 2011. Sembra ieri. Prendo le agende e, pagina per pagina, le trasformo in coriandoli.
Dovrei eliminare anche le foto sul pc ma no, elimino solo quelle in cui ci sei tu da solo, e quelle in cui io sono venuta male, perché mi merito il mio stracazzo di momento narcisista in tutto ciò.

Poi il mal di schiena mi stende.

Odio che le mie emozioni, e il mio appetito, siano così intensamente regolate dal mio maledetto ciclo ormonale.

La rosa indiana (ovvero “buon San Valentino”)

Sono in Piazza Navona, il sole splende su Roma e fa un caldo assurdo per essere gennaio, motivo per il quale giro con il cappotto slacciato e il berrettino di lana infilato nella borsa. Sono lì che passeggio e mi dirigo verso Piazza del popolo, per andare a vedere l’obelisco. C’è una quantità di gente impressionante per essere solo gennaio. Sono anche distratta, con un sorriso idiota stampato in faccia perché si, sono nella capitale, fuoriuscita da quel buco nebbioso che è casa mia, per passare quattro splendide giornate a fare maratone incredibili tra i monumenti.Ed ecco, ad un certo punto, che un indiano mi si para davanti. Ha solo una rosa rimasta invenduta.

-Ciao, bela, prendi rosa.-
-No, guarda, grazie, non saprei proprio dove metterla.-
-Dai bela, tieni, prendi rosa.- mi allunga la rosa e io mi metto nella posa da calciatore che giustifica un fallo, mani in alto e palmi aperti.
-No, davvero, grazie ma no.- cerco di dribblarlo ma mi segue.
-Dai bela, io regalo! Bela rosa per bela ragazza, tieni, prendi, regalo.- riesce, non so come, a schiaffarmi in mano la rosa. Io gliela allungo per restituirla.
-No, dai davvero, non so assolutamente dove cavolo metterla. Sei gentile ma no.-
-No, no bela, tranquila, è regalo. Io regalo te.- abbasso la mano, sconfitta, perché non ho voglia di stare ancora a questionare. Mi terrò sta maledetta rosa, che per altro è anche il mio fiore preferito.-Vabhé, grazie allora.- faccio per avviarmi.
-Ora tu paga me, si?-
-Ma cazzo, no! Non la voglio sta cazzo di rosa!- gliela rischiaffo in mano e me ne vado.

La scena si ripresenta un’altra volta in Piazza del popolo, poi di nuovo di fronte al Pantheon. Dalla fontana di Trevi accade una di quelle scene da film, io che cammino tranquilla verso la fontana, un ragazzo che mi fissa e quando gli passo accanto mi sussurra “buonasera”, lo guardo, sorrido e arrossisco affondando dentro al collo del cappotto. Poi torno verso Via dei Condotti e di nuovo l’indiano fatidico, quello con cui sbrocco.

-Ciao bela, io regala rosa, tieni rosa, bela.- lo guardo irritata e sbotto.
-Me’ cojioni, è tutto il giorno che cercate di regalarmi ste cazzo di rose e poi volete anche farvi pagare, mobbasta veramente.- lo dribblo e lo lascio lì con la sua rosa in mano.

 

Ecco, questa scena dell’indiano con la rosa è un’ottima metafora per descrivere tutte le mie relazioni naufragate, gente che mi regala una rosa e poi vuole essere pagata.

Buon San Valentino.

Mi sento un po’ te

Piove piano.
Clac. Faccio scattare l’ombrello arancione evidenziatore.
Ravenna ha sempre questa orrenda abitudine dell’essere scossa dal vento, o almeno lo fa quando ci vado io.
Mi volto verso il solito albero sotto il quale c’è sempre la solita coppietta che amoreggia. Mi da quasi allegria quando la vedo.
Oggi no.
Vedo lei, di spalle, con una manina guantata appoggiata alla corteccia muschiosa del platano. Sempre che sia un platano, non sono una botanica ma credo di si. Avranno sedici, diciassette anni, più o meno.
C’è della pesantezza nell’aria. Quel sentore di tragedia aggravato dal cielo plumbeo.
Non è assolutamente come al solito.
Non riesco a vederla in faccia, lei, con la sua cuffietta morbida di lana grigia, perfettamente in tinta col cappottino un po’ anni ’60 da cui spuntano i leggings neri infilati dentro ai Dr. Martens neri opachi.
Però vedo lui.
Lui sembra il classico nerd. Capelli a spazzola, occhiali, né bello né brutto, ha un piumino blu e i pantaloni della tuta. Anonimo.

Non mi ricordo i suoi lineamenti, ma lo sguardo di un cuore spezzato è qualcosa di inconfondibile.

Mi avvicino per procedere lungo la mia strada, non sento cosa si dicono e sinceramente non mi interessa neanche, mi sento di troppo, spettatrice casuale di un attimo rubato impunemente. Lui è appoggiato al’albero, le mani in tasca e le gambe incrociate, il peso spostato tutto sulla spalla sinistra. Fissa il vuoto, in terra di fronte a lui. Poi lei si avvicina, gli appoggia una manina guantata sulla spalla, due pacche di consolazione e lo abbraccia mentre lui sta immobile.

Lo ha lasciato, così.

Mi sono sentita male io per lui, io che sono empatica come un cucchiaino. Mi ha fatto un sacco tenerezza, appoggiato a quell’albero con lo sguardo di chi non capisce cosa sta succedendo e soprattutto perché.
Li ho superati, me li sono lasciati alle spalle pensando solo “Ecco come abbiamo fatto tutti a diventare un po’ più stronzi. Siamo stati piantati in asso sotto un’albero mentre pioveva.”