Sentirsi

me

Dire di me non è mai facile, e lo so bene che sono 24 anni che convivo con me stessa.
Forse è più facile dire di qualcuno guardandolo da fuori. Trovo le autobiografie problematiche, parziali, troppo soggettive – eccerto, direte – in bilico tra l’autocelebrazione e lo sminuirsi a gratis.

Ma, se è il caso, ci provo, e per farlo devo partire dalla nascita: Bologna, 22 agosto 1989, caldo torrido. Dopo una lunga corsa su e giù per i corridoi dell’ospedale, alle 14.30 spaccate decido di venire al mondo: ero già in ritardo ed anche particolarmente inopportuna. Mia madre sapeva già che sarei stata una rompipalle. E così è stato.
Ho passato la mia tenerissima infanzia a giocare all’archeologa dentro una buca che ricordo enorme, probabilmente non lo era, ma io ero ferma nella mia convinzione: questa è un’impronta di T-rex. E ne convinsi tutto l’asilo.

Poi, decisione fatidica, mia madre si convince che Bologna non è salubre e mi trapianta a Imola.

Elementari particolari passate tra pianti e Mini 4WD, tra Final fantasy VII e le mie Barbie nude – non so perché ma le denudavo appena le toglievo dalla scatola. Estati passate a Portoverde – che nessuno saprà dov’è ma tant’è – tra le partite a bocce del nonno e la Scala 40 di mamma e dei vicini di ombrellone, dove ho conosciuto Sbirra-dei-boschi e l’ho resa la mia migliore amica proprio quando, decidendo che la convivenza era ormai insostenibile, ci siamo prese a sberle in spiaggia. Particolare come le uniche amicizie femminili che sono sempre rimaste nell’orbita della mia vita siano le mie compagne di giochi al mare. Sarà per colpa delle superiori.

Arrivano le medie e trovo una classe stupenda: rimpiango ancora la mia sezione F. Peccato che sia durata poco.
Poi le superiori e con esse l’inferno adolescenziale. Si parte dai litigi con Madre sulla scuola da frequentare: basta che sia un liceo. Artistico, dico io. No, dice lei. Così mi ritrovo a frequentare un Scienze Sociali con professori mediocri, mi convinco della superiorità di Baudelaire, odio le mie compagne di classe e soprattutto la prof di diritto. Mi chiudo e mi isolo: sono quella dell’ultimo banco in fondo che legge di nascosto durante le lezioni, quella che se gli altri hanno un problema me lo vengono a dire per poi avere consigli e una sana dose di realismo. Forse è in questo momento che mi sbarazzo delle mezze misure ed inizio a esagerare. Sul tema ragazzi arrivo un po’ in ritardo, e mi viene pure da dire “emmenomale”. All’ultimo anno il liceo mi fa talmente schifo che con un clamoroso “vaffanculo!” mi libero in un baleno di preside, vicepreside, prof e compagne. Ricomincio le serali l’anno dopo: dirigente di comunità. Le materie sono quelle, cambia solo che è un tecnico e mi darà un diploma vero. Supero la maturità, ultima dell’ultimo giorno con esame statale, presentando una tesina su Jim Morrison, perché di demenza senile non ne posso più io, i compagni e i professori.

Decido di iscrivermi a Fisioterapia, poi mi rimangio la decisione e finisco a Beni Culturali coronando il mio sogno: l’archeologia. O almeno approdo al trampolino di lancio per il mio sogno. E qui naufraga la mia prima storia seria, quella che quando lo vedo in giro, ancora oggi, vado in tachicardia, sbianco e scappo. Passo anni a cercare di uscirne senza riuscirci, decido che qualsiasi cosa sarà meglio del mondo reale e per non darmi alla droga mi do a Warcraft e a lunghissime sessioni di D&D, grazie alle quali conosco quelli che sono, ormai da sei anni, i miei migliori amici. Owen e Anima. C’è anche True, ma la conoscerò poi solo più avanti.

Si avanza tra studio, la morte del nonno, un nuovo ragazzo a cui spezzo il cuore e al quale ancora chiedo scusa perché lui mi ha perdonata ma io no, un’altro ragazzo ancora che mi chiede di sposarlo e poi va in crisi perché “hai tirato i remi in barca” quando gli faccio notare che non abbiamo un lavoro e ci separano un centinaio di chilometri. Trovo nuove consolazioni: l’amore per l’etruscologia, per la lettura, per i miei amici – ma questo amore è perenne -, per gli ottimi consigli che so dare ma non so seguire, per gli scavi e i miei cocci e la meraviglia che provo ogni volta che posso accarezzare un reperto e fissarlo nella mia mente in ogni minimo particolare. Si, soprattutto ritrovo l’amore per la meraviglia di un sacco di cose e mi sento di nuovo come a quindici anni.

E siamo arrivati all’oggi, all’ora, qui e adesso. Forse qualche cosa nella cronologia degli eventi è sbagliata ma, in fondo, non è importante.

Recentemente hanno detto di me:
“Non posso vederti piangere, non credevo potesse farmi male vederti piangere, pensavo fossi una stronza, una che non piange mai. E invece sei crollata anche tu. Non credevo fosse possibile”

“Lo so che tanto non molli. Ce lo hai dimostrato in più occasioni: con la giusta dose di ignoranza puoi superare ogni ostacolo. E se non lo superi lo abbatti.”

“Voglio dire, sei la nostra piccola camionista di compagnia, ti vogliamo bene anche per questo. Ma soprattutto perché lo fai con stile e tenti di mascherarlo: come si diceva l’altro giorno: non è solo il contenuto, ma anche la forma, che importa.”

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