Piastrelle blu e riunioni di famiglia

E’ un caldo torrido. Lo percepisco da come l’aria bollente sale dal terreno polveroso e pieno di sterpaglie, deformando i palazzi azzurri e desolati che vedo in lontananza. Sembrano un miraggio.
Sono in piedi su una specie di dosso, dietro di me l’ansa del fiume in secca, davanti a me uno scenario quasi post-apocalittico, anche se so che non è avvenuta alcuna apocalisse. E’ semplicemente caldo, è semplicemente estate, è semplicemente che quel luogo che sto guardando in realtà non esiste.

Sono da sola e non so nemmeno come sono vestita. Procedo, ridiscendo la china immergendo i piedi tra la fine sabbia fluviale e l’erba riarsa e giallognola. So che sono diretta verso quei palazzi. Non c’è alcun odore ma immagino che, se ci fosse, sarebbe quello della polvere e del caldo. Guardo il sole che sta tramontando, pochi istanti fa era allo zenit. Mi guardo alle spalle, ritrovo punti a me familiari e riesco ad orientarmi.
Il sole sta tramontando nel posto sbagliato.

Mi avvicino tranquilla, so perché sono lì: c’è una riunione di famiglia. E so anche che devo andare in bagno.

Man mano metto a fuoco le strutture: sono palazzi bassi, a due, massimo tre piani. Alcuni sembrano villini monofamiliari, altri sono più grandi, con ampie scale esterne che collegano le unità in un grande e sgraziato complesso. Sono tutti ricoperti di piastrelle di un blu polveroso quasi tendente all’acquamarina. Per qualche ignoto motivo sono molto divertita, accanto a me percepisco qualcuno ma non so chi sia, so solo che è accanto a me anche se non lo vedo.
Mi avvicino alla prima villetta, la tocco. Come una pellicola fotografica esposta ad un calore eccessivo il muro si deforma, fa le macchie, brucia e diventa polvere.

C’è un sacco di polvere in questo dannato posto e io continuo a dover andare in bagno.

Sorrido pensando ecco cosa succede a risparmiare sui materiali édili e vado oltre, nonostante la gente nessuno sembra fare caso all’edificio che è appena scomparso.
Non so perché abbiamo scelto questo luogo per la riunione di famiglia, non so nemmeno dove sia esattamente questo luogo. E dire che prima sembrava così sensato.
Il posto è pieno di carabinieri in uniforme. Ne conterò una decina, forse più. Ognuno si muove, mostrando le case a donne di colore in abiti colorati e allegri con stampe strane. Una donna in particolare colpisce la mia attenzione: ha le treccine che le sfuggono da quella specie di turbante giallo che ha in testa, porta un abito lungo, verde, e tutto ciò che ha indosso è stampato ad elefantini neri. Devo dire che non mi è molto chiaro il perché i carabinieri stiano facendo questa specie di tour, tanto più che mi pare evidente quanto siano poco sicure quelle abitazioni. Questi però continuano a mostrarle, seri, come se fossero degli agenti immobiliari provetti. Guardo meglio, tutte le volte che finiscono il giro scompaiono per poi riapparire dove tutto era iniziato.
Poi ricominciano.

Qualcuno mi dice che stasera ci sarà Bennato a raccontarci le storie di famiglia, so perfettamente che Bennato non fa assolutamente parte della mia famiglia ma sto pensando troppo intensamente al fatto che devo andare in bagno per questionare l’argomento. D’altronde non so nemmeno chi me lo abbia detto.
In questo posto sono sola, ma non sono sola.
Mi infilo in un palazzo. So che devo raggiungere la terrazza in cima e nel frattempo mi chiedo ma cosa sentiremo stasera di quello che ci racconta Bennato che ci sono i Guns in concerto?, ma vado avanti e risalgo le scale tristi, grigie e polverose che ho davanti.

Ogni tanto sbircio all’interno di un appartamento, ma non sembrano esserci bagni in questo dannato posto e sono sicura di aver fatto più piani di quanti non ce ne fossero. Abbandono l’idea del bagno – cioè no, è sempre lì ma decido di ignorarla – e finalmente arrivo alla terrazza.
Seduti su delle sedie pieghevoli di quel tessuto plastificato tipico delle sdraio ci sono tanti membri della mia famiglia. Guardo meglio le sedie e sì, sembrano proprio quelle delle gelaterie di Cattolica negli anni ’90, con la struttura in metallo verniciato di bianco, con quella vernice plastificata e fastidiosa che si sfoglia, la seduta e lo schienale bianchi a striscie di diverse tonalità di azzurro e blu. Manca solo l’indicazione del nome e del numero del bagno.
A proposito del bagno.
Il bagno dov’è?

Controllo meglio i volti delle persone sedute: c’è mio zio Fredo, che so essere morto, ma è come se avesse vent’anni in meno, anzi, forse anche di più considerando che ne aveva più di cento quando e morto ed io ormai sono più vicina agli –enta che agli –enti. C’è pure mio nonno, ed anche lui ha l’aspetto di un giovincello, di quando io andavo ancora in giro col pannolone. Ridono e si passano un fiasco di vino bianco, sicuramente Albana. Non mi soffermo a guardare chi altro ci sia, probabilmente solo dei morti.
Su una sedia però c’è Bennato. E non è Bennato. Nel senso, è lui ma non è lui, so che è lui ma l’aspetto è diverso, sbagliato, i capelli gli ricadono lunghi sulle spalle e a dire il vero sembra più Battiato.
Probabilmente è entrambi.

C’è molta allegria, molta allegria ingiustificata. Riguardo il sole e non si è spostato di una virgola, eppure saranno passate ore, le ho percepite mentre passavano, sono sicura.
Sento il rumore dei bambini che giocano, sono i figli delle donne di prima. Tanti bambini di colore, sembra la pubblicità di Save the Children ma senza mosche negli occhi.

Devo andare in bagno.

Mi rigiro verso i miei familiari e vedo le loro sagome stagliate contro il sole del tramonto. Mi riguardo dietro e il sole sta tramontando. Ci sono due soli al tramonto in posizione perfettamente speculare. Forse è per quello che fa così dannatamente caldo.
Giro tra le sedie, il vino va a fiumi, Bennato-Battiato tace, sorridendo sardonicamente. Obama passa il vino a mio nonno. Rimango interdetta per un secondo, cosa diavolo ci fa lì Obama, poi ci ripenso e sembra tutto normale.
So che in teoria ci dovrebbe essere un gran casino, vedo la gente che ride ma non sento alcun suono. Però continuo ad avere bisogno di un bagno, quindi torno nell’edificio, rifaccio le scale, torno a infilarmi nei vari appartamenti ma mi ritrovo nuovamente in terrazza. Sfoggio una certa allegria che probabilmente provo davvero, canto canzoni silenziose. Lo faccio ogni volta che passo da quella dannata terrazza mentre cerco il fottutissimo bagno.

Poi un suono mi attira, credo sia l’unico suono che io abbia sentito da quando mi sono ritrovata a questa buffa riunione di famiglia tra questi palazzi fatiscenti ed inesistenti cresciuti come funghi su questa spianata polverosa.

Un gatto bianco con gli occhi blu
un vecchio vaso sulla tv
 nell’aria il fumo delle candele
due gocce rosse, rosse come mele

Mi avvicino perplessa, ma pur sempre allegra. Sgambetto tra le sedie da gelateria come se tutto quello fosse normale mentre sento la mia voce che si unisce a quella degli altri e la pelle che mi tira, tesa in un sorriso, come quando dimentico di farmi la doccia dopo una nuotata in mare.

Ho un filtro contro la gelosia
e una ricetta per l’allegria
legge il destino ma nelle stelle
e poi mi dice solo cose belle
Ma ma ma mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma!
Nel mio futuro che cosa c’è
sarebbe bello se fossi un re
così la bionda americana
o si innamora o la trasformo in rana

 

Mi alzo lentamente. Intontita sposto le coperte, lancio uno sguardo al cellulare ma senza attivare lo schermo. Una fitta al basso ventre mi dice che forse avrei dovuto fare pipì prima di mettermi a riposare. Scappo in bagno mentre continuo a cantare Mamma Maria.
Solo una domanda continua a vagarmi in testa: ma perché proprio i Ricchi e Poveri?

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