The Snare

Ovvero la storia di due dementi e una ragazza depressa.

Titoli di testa: il volto di un angelo di pietra, un coniglio bianco dallo sguardo vitreo in avanzato stato di decomposizione.
Mosche in macro, che gli insetti fanno sempre più o meno schifo.
Vento in sottofondo – è un horror, c’è vento.

Ovvio.

Settembre, andiamo, è tempo di migrare AL MARE!
Alice, una ragazza mora dagli occhi azzurri e sbarrati di chi ha appena visto IT che si scopa il coniglietto pasquale è nella sua inglesissima e noiosissima stanza. Il padre entra e la trova avvolta in un bianco e striminzito asciugamano da doccia, di quelli che in un albergo ad una stella ti fornirebbero comunque come asciugamano da viso, per dire.
“Sembri proprio lei. Come vola il tempo.”
Mormora lui, accarezzando la foto che ritrae una piccola Alice con la madre su di una barocca giostrina con i cavalli.
C’è dell’evidente disagio nella scena, nella stanza, nel padre e nella ragazza, talmente tanto disagio da far rivestire Alice a velocità tutto sommato estremamente moderata.
Alice scappa, lentamente, sia chiaro, ed esce di casa per incontrare Lizzy e Carl.
Lei è l’amica bionda e scema che ride alle non-battute del suo ragazzo ancora più idiota di lei. Lizzy è furba, ha rubato le chiavi della casa al mare dei genitori, impegnati in una vacanza per le nozze d’argento.
Credo che abbiano tipo trent’anni, quindi very trasgry.

Il dialogo in macchina non parte bene, lascia presagire il tenore dell’intero film, lo lascia presagire così bene che a un certo punto ti spiace di non esserti fermato lì:
C: “Cosa sceglieresti tra ingoiare il vomito di un barbone che ha mangiato cipolle e succhiare il cazzo al tuo vecchio?”

Ok.

Il viaggio verso il mare è lento, anche se forse nella testa del regista quelle riprese avrebbero voluto essere intense: verdi colline inglesi, – o irlandesi, whatever – pioggia.

Chi cazzo andrebbe mai al mare a spaccarsi a merda con la pioggia? Sì perché l’obbiettivo è quello: andare nella casa del mare dei genitori, a trent’anni, per spaccarsi di alcool. Che insomma dai, era figo…a quindici anni.

L’appartamento è all’interno di un palazzone anni ’60, isolato. Alice vive male, malissimo. E’ perennemente a disagio, lo sarei anche io se la mia migliore amica fosse Lizzy.
L’ascensore malfunzionante inizia a istillare la paranoia nei nostri tre eroi, volano sguardi d’intesa tra Alice e Lizzy, le cui battute fino ad ora si sono limitate a risatine e “Carl”. Proprio mentre il macho si appresta a cercare di aprire le porte dell’ascensore, Alice interviene: “non aprire”.

Perché.

L’aria che si respira nell’appartamento è pesante, pure a causa dell’hashish di Carl. Dopo la prima nottata di bagordi i 3 rimangono bloccati all’interno del condominio deserto: la tv non funziona, i telefoni non funzionano, i cheerios fanno schifo – evidentemente è un dettaglio importante.
Carl torna dall’ascensore, lo chiama ma l’ascensore non risponde – sto cercando di dare pathos a questa cosa. Come qualsiasi umano normodotato cerca di intraprendere la via delle scale, ma la porta tagliafuoco sembra chiusa a chiave. Anche questa via di fuga è inagibile.
Non è un condominio, è una trappola.
Inizia a sclerare, urlando contro la porta, Alice lo guarda con gli stessi occhi sbarrati di sempre.
Qualcuno li ha chiusi dentro, questa la conclusione del genio con la gommina in bocca.
Il telefono di lui ha le batterie scariche, è senza caricabatterie, Lizzy tenta di chiamare i parenti per farsi soccorrere – addio vacanze trasgry di nascosto dai vecchi. Nessun segnale.
Alice ha lasciato il cellulare in macchina, giustamente è l’unica additata come stronza.

Scene di immotivata isteria: Carl si scaglia contro il parapetto del terrazzo, mentre le due fanciulle cercano di dissuaderlo dal lanciarsi giù – giuro che non ho capito sta scena, non ho capito perché abbiano già iniziato a dare di matto ma grazie regista, hai tentato di creare la classica sensazione di isolamento tipica degli horror, rovinandola con reazioni da tossici in down da eroina.

Alice ha un’agendina nera, ne possiamo scorgere il contenuto: frasi tumblr su quanto si senta sola, sul senso della vita, su quanto sia profondo il suo animo incompreso. Musica inquietante. Alice abbandona il diario per dirigersi verso lo specchio, si guarda e si denuda, così, senza motivo.

L’imbrazzante silenzio che aleggia in cucina è rotto dall’ennesimo litigio sul fatto che “porcaputtana abbiamo fatto le cose di nascosto e nessuno sa che siamo qui”.
Flashback di Alice e del padre che le dice qualcosa, ma non sappiamo cosa perché strategicamente manca l’audio, puro genio, mai visto. Primi piani di Alice – che per ora è la cosa più inquietante del film: lei, la sua agendina nera e le sue frasi tumblr.

Mentre sono tutti seduti sul pavimento del salotto a mangiare cosce di pollo che credo siano all’interno dell’appartamento dai tempi della costruzione del palazzo, Carl da sfoggio di tutta la sua paranoia: “qualcuno ci ha chiusi dentro.”
Alice ribatte: “è una serie di sfortunate coincidenze, non saremmo dovuti essere qui.” – come darle torto?
Lizzy però la prende sul personale: “Stai dando la colpa a me? Eh? E’ così, dai la colpa a me?” – io sono perplessa.

*Immagini random dell’ascensore fermo – fa paura se sei Kubrick, ma tu, non so chi tu sia esattamente ma sono sicura che tu non sia Kubrick, – del camino, del lavello*

Un coltello inizia a roteare da solo sul tagliere, anche lui si sta rompendo i coglioni.
Alice vede cose: una donna vestita di pizzo gattona in corridoio, Carl si scopa Alice mentre della gente a caso stupra Lizzy tra le fresche frasche. Alice viene assalita dalla vecchia in pizzo, si sveglia con la bocca piena di sangue e nel panico avanza lentamente verso il bagno – suspance – nella vasca una Lizzy morta è immersa in un lago di sangue, si stringe le viscere, poi urla.
Carl e Lizzy tentano di calmare Alice urlando, notoriamente urlare nelle orecchie di un sonnambulo è il modo migliore di risolvere la situazione. La ragazza inquietante si è immaginata tutto – io sono sempre più perplessa dallo sconsolante piattume di questo film.

Il giorno successivo – credo – Alice porta a Carl una coscia di pollo la quale campeggia, solitaria, al centro di un piatto bianco. L’avatar incontrastato della tristezza.
Lui nel frattempo parte con una specie di terzo grado, e da sfogo alle sue manie paranoidi pontificando che “quello non era un normale incubo”. Proprio durante questa avvincente conversazione dal cosciotto scotto iniziano a scaturire vermi, quelli bianchi da pesca, le camole delle mosche. Questa volta non è Alice che si immagina le cose, ci sono vermi ovunque, tutto il cibo è marcio ed Alice schiaccia mele contro i mobili – io non sono un asso in cucina ma anche solo guardandole avrei potuto dirti con certezza che no, per la torta di mele non vanno bene.
L’allegro trio si sposta nel pianerottolo del condominio per parlare, come se ci fosse qualcuno a sentirli. La riunione si conclude con un diplomatico “siamo fottuti”.

Per ovviare all’isolamento Carl sbatte con molta poca convinzione un candelabro sul pavimento: lo sforzo dell’attore nel fare finta di colpire il pavimento è notevole, talmente notevole che non capisco se sia un cane lui o se Carl stia tentando attivamente di rompere il linoleum o solo di far vedere che sta cercando di dare una soluzione. Alice invece continua ad essere inutile e scrive cose depresse sul diario ma quando sposta lo sguardo nota una bambina in bianco e nero che è apparsa in corridoio.
Giustamente la cosa più sensata da fare è cercare la suddetta infante, cosa che Alice fa, ma poi in fondo chissene, è meglio l’inquadratura dell’ascensore immobile.
Sì.

L’inquadratura si sposta su altre immagini random: teschi all’interno di un ossario, un corpo sotto un lenzuolo bianco alla fine di un lungo corridoio illuminato dalle candele, Alice che vede una bimba in vestaglia farle cenno di seguirla in un bosco. Poi i bambini diventano tanti e tutti, allegri come pochi, le indicano un albero dal quale pende cappio. Lei lo guarda, sembra felice, ma sempre con lo sguardo sbarrato. Si infila il cappio al collo, i bambini ridono e lei si sorprende quando questi la impiccano.

Che allegrezza. Che gioia.

Carl e Lizzy si svegliano e trovano Alice stesa in cucina: nel suo sonnambulismo la stronza ha aperto il lavandino e bloccato lo scolo, poi è svenuta. Dopo essere stata trascinata a forza nel corridoio si è pure messa a piangere. Carl non riesce a chiudere il rubinetto del lavello, quindi decide di spegnere la generale, rompendo pure quel rubinetto. Un sacco di “fuckin‘” – il film è in lingua originale – mentre Carl le chiede cosa porcaputtana pensasse di fare, ma la povera Alice non ricorda niente. Certo, mica gli può dire “guarda l’ultima cosa che ricordo è un branco di bambini che ridendo mi impicca”.

Carl fa un altro tentativo assurdo: lega un sacco di coperte assieme e le cala dal terrazzo, ovviamente non bastano ad arrivare in terra, quindi le lascia cadere. Così sono senz’acqua, senza cibo e al freddo – o almeno, credo che in Inghilterra sia freddo a settembre. Alice però è una donna pratica: sbrina il freezer e usa l’acqua per farsi il the, che le cinque sono passate da un pezzo, poi si stende davanti all’ascensore – il passatempo di chiunque, aspettare la morte per inedia in un condominio abbandonato in culo a Cristo stendendosi sulla moquette davanti ad un ascensore.
Mentre è lì sente qualcuno piangere disperatamente e con rilevante ed esasperante lentezza va a vedere cosa stia accadendo – questa è una di quelle persone sulle quali non si deve mai contare in caso di pericolo immediato.
Nella camera matrimoniale una ragazza in abito nero piange mentre stringe nel pugno dei gigli bianchi. In un’altra stanza il padre di Alice tenta di cambiare canale con un telecomando non funzionante.
La scelta più matura è nascondersi nell’armadio.
Il padre va dalla ragazzina piangente, cerca di consolarla, è dispiaciuto e zoppica appoggiandosi ad una stampella. Posata la stampella le intima di svestirsi e la picchia, intimandole di toccarsi.
Ora sappiamo perché Alice è inquietante.
Ma quelli non sono suo padre ed lei bambina, sono Carl e una sconosciuta che mettono in scena i suoi ricordi, e tentano di estrarla dall’armadio senza però riuscirci – è noto che le ante degli armadi siano inespugnabili, soprattutto quando qualcuno da dentro li trattiene aggrappandosi al dannato nulla.
Carl intercetta Alice che corre nel corridoio e questa, sconvolta, urla “sta arrivando”.

Piove.
Carl e Alice, dimentichi della scena precedente, recuperano ogni contenitore della casa e tentano di riempirlo con l’acqua piovana, per poi versare tutto nel lavandino. Cercano di bagnare abbastanza anche i vestiti e strizzarli nella vasca, pur di recuperare l’acqua. Lizzy è sul letto a deprimersi, il volto è sconvolto dalle piaghe: la scema continua a truccarsi ma non può struccarsi, probabilmente morirà di avvelenamento o di allergia. Pure i cazzo di cheerios sono finiti, rimane solo della pasta, cruda.

Vorrei aggiungere che questi sono chiusi dentro da un numero indefinito di giorni e nessuno li sta cercando.

Mentre Alice scrive di nuovo le solite frasi sul senso della vita, Carl ribalta mezza cucina in cerca di acqua. La ragazza ha intelligentemente nascosto il suo bicchiere sotto il letto. E’ incredibile come in sto cazzo di posto, a settembre, non piova.

 

DIO E’ MORTO! *musica*

 

Pur di mangiare qualcosa Carl addenta il pollo di, credo, un mese prima, coi vermi e tutto, per poi vomitare e cagare l’anima. L’agonia sul cesso è molto dettagliata.
Forse andare in terrazza e cercare di assimilare l’umidità dell’aria è la scelta migliore.
Mi hanno detto che sarei potuto diventare qualsiasi cosa, così sono diventato una pianta.
Mentre Alice scopre qualcosa nascosto sotto l’orrenda carta da parati di una delle camere da letto, Carl assale sessualmente una svenuta Lizzy. Non si sa con quali forze lo faccia, visto che prima stava vegetando in terrazza in attesa di morire disidratato.
Alice, ignara – o disinteressata, non saprei – continua a strappare la carta da parati: il muro è inciso con un conto dei giorni e frasi sconnesse “brutta troia”, “ci sta guardando”, “nessuna speranza”. Proprio in quel momento però Lizzy si riprende ed urla: Alice accorre, tenta di salvarla, ma Carl la assale e cerca di scoparsi pure lei – no davvero, ripeto, lui stava facendo il cactus in terrazza fino a cinque minuti prima.
Lizzy si riprende, arranca fino al mobile della tv ed afferra qualcosa per poi gettarsi sul suo fidanzato. Il trio si dispone a panino, lui in mezzo. Le due, assieme, uccidono Carl, strangolandolo con un cavo scart.

Dopo aver ingoiato un ragno Alice decide che Carl era un uomo di merda, mangiava di merda, fumava la peggio roba ma hey, non c’è un cazzo da mangiare, c’è solo Carl.

“Grab me a Dish!”
“No!”

Sono le uniche due battute da una ventina di minuti a sta parte, in sottofondo Alice macella Carl con un coltello elettrico per il pane, Lizzy piange ma le porta direttamente una casseruola che, cazzo, mica vorrai mangiarlo crudo!

Mentre Alice vegeta, Carl le urla contro. Ovviamente il poveraccio è ancora steso nel punto dell’abbattimento – e della macellazione – quindi Alice decide di scappare in bagno, lì viene sopraffatta da una crisi di panico, quindi esce correndo.
“C’è qualcosa tutto attorno a noi e non ci lascerà andare finché non saremo morti, non siamo i primi”.
Lizzy è sconvolta dalle parole farneticanti dell’amica, ma incede coraggiosamente verso la carta da parati, coraggiosamente e lentamente, molto, molto, molto lentamente.

“Questo è l’inferno”

La scritta è incisa nel muro, tra bestemmie e disegnini. Decide di aprire il cassetto del comodino, – per non ho capito quale motivo – e la testa del padre di Alice la fissa con sguardo vitreo da lì dentro. Dopo qualche attimo decide di afferrare l’agendina dell’amica: è piena di disegni osceni di cose che scopano, suore con la testa di porco, gente, donne in croce.
E’ colpa di Alice.
La ragazza interviene, pregandola di fidarsi di lei: non è facile farlo quando a chiedertelo è una tipa con la pelle grigia e gli occhi a palla che si è appena mangiata il tuo ex ragazzo morto.

L’aria in casa è immobile, ormai le ragazze sono diventate un tutt’uno con i loro pigiami. Non c’è acqua, ma ci sono un sacco di candele in ‘sto appartamento ed Alice decide di accenderle tutte per chiedere allo spirito che infesta la casa cosa questo voglia da loro. In questo momento Alice viene sostituita da Gollum, please, please, give me back my precious!
“Cosa vuoi da noi?”
“Sottomissione.”

MA SOTTOMISSIONE A CHI, A CHE COSA, ME SO MAGNATA ER RAGAZZO DELL’AMICA MIA.

Alice incede nell’ossario, i teschi la fissano dalle loro orbite vuote, il riflesso delle candele è su di lei, ma non sui teschi, facendomi percepire che il regista non ha nemmeno pensato alle luci. Comunque in questa lunga agonia la ragazza arriva dalla vecchia stronza in abito di pizzo che le afferra il volto. E’ palesemente la stessa Alice con il trucco per invecchiarla. La ragazza scappa, ossessionata da varie visioni  e proprio mentre la vecchia sta per raggiungerla riesce a chiudersi nell’ascensore.

Le due ragazze sono ancora nell’appartamento, nessuno verrà a salvarle.
Alice afferra una scarpa lucida col tacco e sfonda il cranio di una Lizzy già morente. Il procedimento è incredibilmente lungo, anche perché lei ha la forza di un chihuahua che non mangia da mesi e le scarpe non sono tipicamente della durezza adeguata a sfondare una scatola cranica.
Però ci riesce, e quando lo fa l’acqua torna a scorrere ed i telefoni a suonare.
Proprio per questo Alice decide di mettere tutte le stoviglie nel microonde, costruendo una specie di stoppino con i canovacci che porta direttamente ai cadaveri dei due amici cosparsi di liquido infiammabile. Avvia il microonde.

L’ascensore funziona, è stata una bella vacanza, tutto sommato poteva andare peggio.

Zoppicante, Alice esce dal condominio e alla velocità di uno zombie scompare tra gli arbusti del giardino.

Alice si trucca, il padre la aspetta, dopodiché la raggiunge in camera e presumo che venga rimesso in scena l’incesto.

Ultima foto dell’appartamento maledetto: tutto è pulito, splendido e perfettamente in ordine.

Porca puttana che film di merda.
L’idea non sarebbe neanche male se non fosse tutto buttato lì, a caso. Lunghi silenzi inframmezzati da gente che vomita.

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