Terra

AVVISO AI LETTORI:

Questo post è altamente sentimentale.

L'Antico Vaso andava portato in salvo

L’Antico Vaso andava portato in salvo

“Oh che bello, studi archeologia! Avrei tanto voluto farlo anche io da piccolo!”
Questa è la frase tipica che un archeologo in divisa – cioè ricoperto di terra, sudore, macchie del pranzo di almeno una settimana prima e piccone alla mano – o anche non in divisa, si sente dire da qualsiasi persona che lo veda al lavoro o che gli chieda “cosa fai nella vita?”. Poi scopri che lui è all’ultimo anno di giurisprudenza – che per carità d’iddio il diritto che materia arida – col nonno notaio, o che si sta specializzando in cardiochirurgia. Fanculo. Lui mangerà al San Domenico e io continuerò coi kebab dei pakistani. Ok.

A parte il lato monetario però l’archeologia è liberatoria. Non parlerò i tutto il sottofondo culturale di miliardi di cose che devi sapere per essere un bravo archeologo, ma solo dello scavo.

Lo scavo è la parte più dura, fisicamente e mentalmente parlando. Perchè non basta la passione per le anticaglie o i coccetti, non è solo scava scava e tira fuori. C’è tutto un metodo, una burocrazia, la fatica fisica di stare in posizioni improbabili, bestie più o meno carine che saltano fuori a caso, torni che non contano. E soprattutto c’è la terra. Un sacco di terra.

E quella ti deve piacere, perché devi starci nel mezzo per ore e ore. A me piace, stare lì a paciugare con la terra, sentirla morbida e scura che si sfoglia docile sotto la lama della trowel, che fa un profumo tutto suo. Mi ci incazzo anche con la terra, quando mi ritrovo sotto il sole cocente sulla spianata di argilla, con le ginocchia doloranti e il polso pure – si è un’immagine equivoca – perché l’argilla secca non è collaborativa quando la accarezzi con la trowel, e non collabora nemmeno quando ti ci accanisci, che sei lì a tirare il piano bello pulito per un fotopiano, e questa ti salta via a zolle e ti tocca ricominciare. Lì bestemmio potentemente. Non collabora nemmeno se la prendi a picconate, dura come un sasso, la stronza. L’argilla la amo e la odio allo stesso tempo. Quest’anno, nel periodo di pioggia violenta primaverile, l’argilla e l’acqua ci han fatto impazzire. La mattina a svuotare lo scavo che era diventato una meravigliosa piscina, poi immersi nel fango, imbrattati in ogni modo, chiazze di fango in posti che Dio solo sa come ci è arrivata. E una mattina, mentre ero lì bella immersa nella mia fanghiglia, cercando di capire dov’era il limite tra due strati, mi sento i calzini bagnati. Mi guardo i piedi e, ohibò. E tutta quest’acqua? Non avevamo svuotato? Poi mi accorgo poco lontano che c’è una bollicina che ogni tanto gorgoglia. E ce n’è pure un’altra, e un’altra ancora. Aveva piovuto talmente tanto che la falda stava ributtando fuori l’acqua.

Questi imprevisti, il sudore, la fatica, il sole cocente sulle spalle e l’abbronzatura da muratore col sorriso sui lombi, adesso, in questo preciso istante, mi mancano. Mi manca soprattutto l’odore della terra, la sensazione di averla sotto le unghie, dentro le scarpe, a volte finisce pure nelle mutande. Mi mancano le lunghe docce dopo-scavo, che alla seconda e terza passata di bagnoschiuma l’acqua continua ad essere marroncina. Mi manca pure la lotta territoriale con le vespe.

Io sono aracnofobica. Quando vedo un ragno mi immobilizzo e vado in apnea e cerco di indicarlo alla persona più vicina come un’imbecille. Quando lavoro in mezzo alla terra, però, divento un killer. Insetti, rospi, bisce, non ho problemi. Ma i ragni. Quando ne becco uno a portata di braccio – quindi troppo vicino – lo elimino. Non venitemi a dire “ma no, poverini, hanno più paura loro di te”, sticazzi, lo so che hanno più paura loro ma il mio istinto di autoconservazione psicologica decreta “o me o lui” e io opto per me. Però me la sbrigo. Il fastidio indicibile di quando becco qualcuno che strilla come un’aquila ad ogni singola formica, o che esplode in gridolini schifati ad ogni cavalletta o altro insettino. Mi urta. Fa parte dell’essere in mezzo al terriccio, trovarci dentro i lombrichi. Devi amare pure quelli – tranne i ragni.

Poi l’emozione, quando sei lì e pian piano dalla terra emerge un vaso, un osso o un qualche altro manufatto. All’inizio la tentazione di estirparlo per vederlo subito, rigirartelo tra le mani, guardartelo per bene, toccarlo, pulirlo. In realtà è molto più emozionante scoprirlo come vuole il manuale, lentamente, scontornandolo, girandoci attorno. Questione di metterci dieci minuti anziché estirparlo, non di millenni eh. Ma anche quella breve attesa, mentre sei lì a ripulirlo con la trowel e lo guardi prendere forma è una bella soddisfazione.

Poi ci sono i momenti “panico da foto di scavo”. Lo scavo deve essere sempre pulito, sembra un ossimoro, ma deve essere sempre pulito, niente mucchietti di smosso, buchi casuali o altro, si deve seguire una certa logica, la terra si sfoglia e deve essere sempre leggibile. La foto ha anche il problema della luce, se è troppa non si vede niente, devi fare in modo che non ci siano delle ombre, e la lavagnetta con il nome dello scavo, la data, gli strati che ci sono in foto, il quadrato, il settore. Orienta il metrino, orienta la lavagnetta, posiziona in Nord in modo che si veda in foto, controlla che lavagnetta e metrino siano orizzontali, più orinzzontali, ancora un po’ che è un po’ sbilenco. Prima della foto c’è il momento delle acrobazie: tutti impegnati a ritirare il piano del terreno in modo che sia bello liscio e si veda bene tutto. A volte bisogna raschiare a trowel, altre volte basta passare la scopa, dipende dalla terra, da quanto è sporco. Ma non devi lasciare impronte! Allora tutti ad andare in un verso, e adesso? Da dove usciamo? L’angolo come lo facciamo? Cavati le scarpe, così in calzini non lasci l’impronta. A volte ti ritrovi in un angolino, imprigionato in questo scavo tutto pulito, dietro di te il muro della sezione troppo alto per essere scalato e nessuna via d’uscita. Allora ti fai dei numeri da acrobata di circo per riuscire a scomparire prima del momento della foto.

Il rassicurante momento dei sacchetti e dei quadrati. Lo scavo è organizzato a griglia da battaglia navale in quadrati di un metro per un metro. Tu sai che devi scavare un’unità stratigrafica perché sta sopra a questa e quella che le devi liberare, allora inizi. Ti prendi i tuoi sacchettini, fai le acrobazie per raggiungere il quadrato sporcando e pestando il meno possibile e ti metti lì a fare i tuoi sacchettini: questo per la ceramica, questo per il concotto, questo per le ossa, questo per il campione di terra. Un paio di sacchettini di riserva se proprio sei fortunato ed esce un reperto notevole. Io amo questi attimi burocratici, un po’ perché prendo appunti per qualsiasi cosa, un po’ perché lo trovo rassicurante e rilassante.

Il mio attimo di relax preferito è la compilazione della scheda US: in che quadrati era lo strato, antropico o naturale, che tipi di reperti, un disegnino sommario e la descrizione della terra. Sono sempre molto prolissa nella descrizione della terra, mi piace essere precisa, descriverne il colore, la consistenza, se era tutto uniforme o c’erano piccole macchie leggermente diverse e in che modo lo erano.

Mi manca tutto questo. Anche il disagio di non sapere dove andare per fare pipì. Mi manca pure quello.
In pratica non vedo l’ora di sentire il mio voto di laurea, iscrivermi alla magistrale e tornare sul campo il prima possibile. Che lo scavo in Abruzzo a cui partecipo da anni quest’anno l’ho dovuto disertare per potermi laureare. Porco Giuda.

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3 thoughts on “Terra

  1. Credimi, io d’archeologia proprio non me ne intendo, ma come tutti, se possiamo generalizzare, mi ha sicuramente affascinato. Tu me n’hai dato un pezzettino, anche se a modo tuo, l’hai descritta e a me sembrava d’essere con te. Non so se puoi ritenerti fortunata di questo, dico di stare con te mentre lavori, però ti auguro con tutto il cuore che tu possa continuare e perseguire questo tuo sogno, questo tuo lavoro.
    Anche io, alla fine, sto lottando per questo.

    • Questo è uno dei commenti più belli che io abbia ricevuto. 🙂
      E posso dire che sì, posso ritenermi fortunata perché vuol dire che sono riuscita a trasmettere proprio ciò che volevo.
      Spero allora che anche tu possa raggiungere il tuo sogno e un grosso in bocca al lupo ad entrambe direi 😉

  2. La passione per il lavoro -letteralmente- sporco. Che bella cosa 🙂 (d’ora in poi guarderò ai reperti nei musei con un occhio differente).

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