Stai “Karma”.

La boccca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a’ capelli del capo ch’elli avea di retro guasto.

Queste settimane sono state qualcosa di infernale: letteralmente.

Come il Conte Ugolono della Gherardesca vorrei rodere il capo a quasi tutti quelli che mi sono ritrovata di fronte questa settimana, anche se, verosimilmente, mi ritroverei assieme a Filippo Argenti, con gli iracondi, poiché ancora l’Antenora non me la merito.

Ma partiamo dall’inizio…

Attendevo una missiva dell’USL contenente i referti dei miei esami, la dottoressa mi aveva detto che me li avrebbero spediti: ovviamente così non è stato. Nel frattempo stavo preparando gli esami di Geografia Culturale – ovvero “come diventare radical chic parlando di aria fritta”- e di Letteratura italiana – che se fosse un’esame valutato 12cfu, per il quantitativo di roba che c’è da preparare, avrei anche capito, sarebbe stato sensato, ma no, te lo infiliamo obbligatoriamente nel piano di studi e te lo facciamo valere solo 6cfu – il tutto in momento post rimozione di due denti del giudizio nonché durante le ultime settimane prima dello spettacolo teatrale che avrò sabato sera. Appelli: entrambi il 18 marzo. Ottimo.

Lunedì 17

Mi precipito al centro prelievi per ritirare il referto assieme Girlo – che ringrazio per le chiacchiere – apro la busta e, tra gli esami, uno non è valido perché in laboratorio si sono sbagliati.
Bestemmie.
Tornata a casa entro su Almaesami – che Dio ti strafulmini maledetto programmatore che ti sei inventato ‘sta piattaforma malefica! – per controllare gli arari degli appelli e il mio posto in lista. Esami prenotati: Letteratura italiana 18/03/14, ore 9:30, posizione in lista 39; Vicino Oriente Antico 29/04/14.
No, aspetta un secondo! Geografia? Che fine ha fatto Geografia?! Rimosso.
Altre bestemmie.
Lo riprenoto per il 5 maggio, sperando che il professore non elimini anche quell’appello.
La sera mi presento alle prove di teatro annunciando che per le 22.30 sarei scappata, ovviamente arrivo a casa solo all’una.

Martedì 18

Sveglia puntata alle 6.45: ovviamente mi addormento dal momento che, prima di addormentarmi, l’ultima volta che avevo guardato fuori dalla finestra della mia camera il cielo iniziava a schiarire. La Serena, che si doveva presentare all’appello con me, mi telefona sulle 8:30 capendo che mi ero addormentata. Volo giù dal letto, mi vesto col miele – ovvero recuperando cose a caso dall’armadio – e mi teletrasporto sotto casa. Partiamo.
Giungiamo eroicamente a Ravenna dopo aver incontrato qualsiasi cosa sull’autostrada, dai lavori in corso ai camion che si ribaltano. Ce la facciamo, ci presentiamo all’aula dell’appello: cento persone per un’aula da venti. Dopo dieci minuti di attesa arrivano i due professori seguiti da questa arpia di segretaria che strilla: “vi avevo detto NON in aula VI!”. Guardiamo perplessi questa megera isterica: il foglio, scritto a mano, che dovrebbe direzionare gli studenti nelle varie aulee lo hai scritto te! E c’era scritto “aula VI”, “vi avevo detto” a chi?
Cambiamo aula ed il professore inizia l’appello, chiedendo di specificare quale parte dell’esame si presentava, io lo avrei sostenuto intero – era diviso in parte “istituzionale”, che comprende letteratura dal ‘200 al ‘900 compreso, 15 canti dell’Inferno, Dante vita ed opere, e “monografica” che, nel mio caso, comprendeva “Lettera ad Ilaro” dallo Zibaldone del Boccaccio, la voce “Ilaro” dell’Enciclopedia dantesca del Padoan, la “Mirabile Visione” di Pascoli, le proposte di datazione per la redazione delle tre cantiche sempre del Padoan, il commento del mio professore alla “Mirabile Visione”. Ora, presupponendo di essere spostata al giorno successivo, essendo la trentanovesima, mi tranquillizzo. I professori stilano le liste, il mondo mi odia: devo sostenere la parte istituzionale come ultima del pomeriggio e la monografica come prima della mattina dopo.
Bestemmie forti.
Mi invento una visita medica e faccio spostare tutto al giorno dopo, Serena è in programma per il Giovedì.
In tutto ciò si arriva alle 11:30, all’incirca.
Serena ed io ci spostiamo nel tavolino di un bar, facciamo colazione, beviamo il caffè, tiriamo fuori i miei appunti ed inizia il ripassone mentre fumiamo ridicole quantità di tabacco. Verso le 16:00 le propongo di tornare a casa mia così riesco a finire la parafrasi dell’ultimo canto che mi mancava.
In autostrada c’è il delirio, arriviamo a casa mia in 45 minuti, circa, mi svesto, passo in casa e mia madre, che era ammalata, mi chiede di andare a fare la spesa. La guardo, guardo la badante bloccata da tutto il giorno davanti al pomeriggio 5, apro due birre e: “domattina ho l’esame, sto finendo di ripassare, non è il momento adatto.” Mi arriva uno “stronza” sbiascicato tra i denti. Poi si lamenta che “la badante non fa nulla“.
Il ripasso prosegue fino alle 20:00, scendo in casa da camera mia e li trovo tutti a mangiare: ovviamente per me non è stato preparato nulla, andatevene un po’ tutti a fare in culo.
Piango istericamente per una buona mezz’ora, forte di dieci datteri, una banana e un the – tutto quello che ero riuscita a mangiare il giorno prima – e due caffè e un bombolone del giorno stesso sarei tornata al piano di sotto con una mazzetta da 5 chili e avrei sfondato crani perché vaffanculo.
Per fortuna quel santo di Pilù si presenta da me con una pizza al salame piccante e una birra, per poi starmi ad ascoltare mentre ripasso fino all’una. Non credo di poter davvero trovare qualcosa di adeguato per sdebitarmi di quello che ha fatto.

Mercoledì 19

Alle 9 mi presento in dipartimento assieme al resto dei ragazzi in lista per la mattinata, sono così in ansia che picchierei il primo passante se solo mi guardasse male, sono l’ultima della mattina. Passo la mattinata a ripetere, camminare su e giù fuori dall’ufficio della prof con la quale si affronta la prima parte di esame, uscire dal dipartimento a fumare. Tutto ciò in loop.Finalmente entro dalla professoressa.
Tasso: le parlo della vita di lui, della “Gerusalemme liberata”, le cito addirittura l’episodio dopo il quale fu rinchiuso come “furioso” ma mi lascio sfuggire il titolo dell’opera “Aminta” della quale non conosco la trama perché sul libro non c’è.
Leopardi: sono felicissima, l’ho studiato alla morte, è uno dei miei preferiti, tanto che non mi viene in mente un solo titolo di una qualsiasi poesia, giustamente mi vengono in mente quelle di Pascoli.
Foscolo: la professoressa mi permette di recuperare, io lo odio ed ovviamente non l’ho nemmeno riletto, le parlo delle tematiche di ” Le Grazie”, “Dei sepolcri” e “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”. Mi venga un’accidente.
Divina Commedia, Canto VI: il girone dei golosi, la figura di Cerbero, la pena che devono scontare i golosi e Ciacco, del quale specifico che è incerta la sua attribuzione al rimatore dell’Anguillaia ed è più probabile che sia una figura di un fiorentino generico usato da esempio, la profezia dell’esilio, collegamenti alle altre profezie di Farinata, Brunetto Latini e, già che ci sono, ci butto dentro pure Cacciaguida che sta in Paradiso.
Mi da “Discreto” per lo scivolone sull’Aminta e su Leopardi.
Fanculo.
Esco dal suo studio ed entro in quello del prof. Specifico che lo scoglio vero, in tutto ciò, è lui e questo esame l’avevo già tentato due o tre volte prima.
Mi siedo, lo saluto, gli passo il libretto, controlla il nome e il numero di matricola e mi chiede qual’era la mia parte monografica.
“La parte monografica che ho preparato è…”
“Sù, sù, signorina, lei non ha scritto ancora delle monografie, o le ha scritte?” Sgrano gli occhi respingendo l’istinto di sfoderare l’Opinel del 12 dalla borsa “Comunque ho capito cosa intende.”
Muori.
Ha condotto l’esame su questo tenore per tutto il tempo, aggiungendo cose come “suvvia, lei non è più una matricola, dovrebbe ben sapere in che modo difendersi adeguatamente dagli attacchi dei suoi professori”.
No, perché genericamente i suoi colleghi sono meno stronzi.
Conclude con “Signorina, io so che è preparata, si sente, ma dovrebbe imparare a vendere meglio la sua merce. L’esposizione poteva essere migliore, ma dal momento che era preparata le darò un 26.”
Dammi anche un 18 basta che io non ti debba rivedere mai più.
Sorrido, ringrazio e saluto; volo a casa, annuncio il voto e mi attacco a Diablo III perché ho bisogno di fare qualcosa di totalmente brainless. Mentre gioco, imbambolata al pc, mi volano nella testa terzine casuali della Commedia. Voglio tipo morire.
Immancabili le domande: “quando lo dai il prossimo esame? E la tua prof per la tesi quando la senti?”.
Cristoddio.

Venerdì 21

Per contrappasso, giusto per rimanere in tema, assisto alla laurea di una mia amica, sempre assieme alla Serena. Niente da dire, giornata fantastica, a parte il fatto che abbiamo iniziato a bere a mezzogiorno nel giardino del dipartimento di Ravenna e che, arrivati all’autostrada per spostarci verso Bologna, c’era così tanta gente che sembrava il ponte del rientro di fine agosto. Abbiamo bevuto tutto quello che poteva esserci di alcoolico e alle otto di sera mi sembravano le tre della mattina. Sorprendentemente non sono andata in hangover.

Sabato 22

Finalmente riesco ad onorare il mio fioretto: dopo tre anni dalla promessa che mi sono fatta finalmente mi faccio il piercing al labbro, di sotto, nel mezzo. Senza dire nulla a madre mi fiondo verso casa del mio amico Olmer, diretti poi a Forlì, l’appuntamento è per le 17:00.
Arrivati dal tatuatore: il delirio.
Una colonna immane di persone in fila per tatuaggi e piercing, attendiamo fino alle 20:00, cazzeggiando e dicendo boiate, più il momento del foro si avvicina, più realizziamo quello che stiamo per fare. Per un attimo mi pare anche una pessima idea, soprattutto per quello che dirò a mia madre quando mi vedrà come fiera portatrice di un “chiodo”. La cosa migliore che mi viene in mente è una conversazione tipo:

-Cos’hai fatto al labbro?!-
-Chi? Io?-
-Ti sei fatta un piercing?!-
-Ommioddio! Ho un piercing nel labbro? Come diavolo ci è finito?!- e corro sconvolta allo specchio.

Sarebbe stata una scenetta fantastica.
Finalmente giunge il nostro turno e mi sottopongo io per prima alla cosa. Pensavo fosse più doloroso, devo dire la verità, ho sentito male perlopiù quando l’ago ha forato la pelle dal lato esterno, per il resto nulla di terribile: quello è giunto dopo.
Mi alzo dalla sedia, il tatuatore si accerta che non mi giri la testa, vado allo specchio: che figata, in più sto benissimo. Mi giro mentre Olmer si siede e rimango a guardare da fuori quello che ho appena subito: quando l’ago gli esce dal lato esterno del labbro mi si appanna la vista e con la scusa del “vado a prendere il cellulare” mi accascio sui divanetti con un’unico pensiero: “oddio, mi sono appena fatta fare una roba del genere?”
Ci tengo a specificare che ho maneggiato resti umani e un sacco di altre cose macabre che fanno particolarmente senso e non ho mai avuto problemi a guardare ferite gravi o altre amenità, ma vedere sta cosa mi ha ribaltata. Non oso immaginare cosa sia la vista di un piercing alla lingua, al solo pensiero ho i brividi.

Lunedì 24

Finalmente siamo arrivati all’oggi e spero che il mio girone infernale con ciò sia finito. Non è stato tanto traumatico in sé, il week-end è stato una figata, ma manca comunque l’ultima parte ovvero stamattina.
Mi presento a rifare l’esame, al referto era allegato un foglio in cui dicevano di presentarmi con quello e ripeterlo. Lo mostro alla dottoressa che legge il referto, scuote la testa e mormora “incredibile“. Mi da la mia provetta e mi manda diretta al centro prelievi per consegnarla.
Mi accodo allo sportello 3, quello del ritiro, mi ridirezionano allo sportello 1 per la stampa dell’etichetta – un po’ me lo aspettavo – mi metto in coda, passo il referto alla segretaria, le dico cosa mi ha detto la dottoressa e le indico, sottolineo le indico, l’esame da rieffettuare. Lei mi fa segno di aspettare, dopo una breve consultazione con la collega, sempre segretaria, dello sportello a fianco stampa l’etichetta. La leggo, guardo il referto e so già che è l’etichetta sbagliata. Mi riaccodo allo sportello 3, passo tutto, referto compreso. L’infermiera mi fa:
-No, no, il referto non mi serve.-
-No guardi, controlli un secondo perché ho l’impressione che l’etichetta sia sbagliata, ma non essendo sicura perché non è il mio lavoro non vorrei dire una cazzata.- lei afferra il referto, guarda, si cruccia.
-Effettivamente è l’etichetta sbagliata.- prende una penna, scrive sotto l’etichetta e mi rimanda all’1. -Gli ho scritto che etichetta serve.-
Mi risposto allo sportello 1, reinfilo il referto e l’etichetta da cambiare, la segretaria dice alla collega:
-Ah, alla fine era quest’altro, non ci abbiamo preso. Peccato.-

Prego?

-Ma, mi scusi, io prima le ho indicato quale esame dovevo ripetere e lei ha pure fatto finta di capire, mi aveva prenotato un’esame casuale?- questa fa spallucce e mi pinza l’etichetta giusta.
-Consegnalo pure allo sportello 3.-

Puttana. Blocco l’istinto di svellere da terra una delle sedie della sala di attesa per poi rompere il plexiglas che mi separa da lei, saltare ferinamente al di là del buco e azzannarle il collo in stile molto pulp, con tanto di schizzi di sangue ad altissima pressione, per poi lasciarla lì agonizzante e calpestarla in maniera trionfale.
Spero vivamente che non ci sia qualche altro cataclisma in laboratorio, se no potrei davvero azzannare qualcuno la prossima volta che entro al centro prelievi.

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8 thoughts on “Stai “Karma”.

  1. Le scene di violenza (giustissima eh) esplosiva che descrivi sono molto vivide. Inizio a pensare che in una vita precedente tu sia stata un Berserkr 😀

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