Parlare

E’ una vita che non scrivo qui, almeno, a me sembra una vita.

E’ che piove a dirotto, è che dormo poco e male, è che ho avuto un incontro ravvicinato con l’abisso, il mio abisso personale, quello dentro il quale evito di guardare da mesi. Ci ho guardato dentro, cioè, ho lasciato che altri ci guardassero dentro, confusamente, sabato notte in un blackout totale del quale non mi ricordo niente. Ottimo direi. Il problema è che l’abisso l’ho aperto e adesso è lì, lo so, e mi trascina giù.

Un mio amico mi ha chiesto, la domenica, mentre sembravo una larva abbozzolata com’ero dentro al plaid di lana in fantasia scozzese, se ne volevo parlare. Sì. Lunedì notte mi è venuto a trovare e ho straparlato, davvero, a macchinetta, perché di parlare ne ho bisogno chiusa come sono sullo studio di quell’esame radical chic – non esiste davvero altro modo per definire un qualcosa come la filosofia che sta dietro alla cultura geografica e cartografica – ma ho parlato di altro. Qualsiasi cosa d’altro per non aprire l’abisso. L’ho riassunto brevemente in una frase:

Hai presente quando in ogni istante della giornata ti senti il peggior schifo che abbia mai messo piede su questa terra? Ecco. Sono in quella situazione lì.

Poi basta, discorso chiuso. Chiuso perché è meglio scrivere, perché scrivere è un atto di fede, soprattutto così, pubblicamente, on-line, non sai mai chi sta leggendo cosa. Però c’è uno schermo, c’è un qualcosa che separa irrimediabilmente dall’interlocutore, chiunque esso sia, che non mi permette di vedere quello sguardo misto tra il “mi dispiace” e il “non so che dire”, che non mi tiene impegnata nel mantenere la maschera del cazzodurismo apatico che esplode solo in rabbia e non mi devo preoccupare di vederla tirare delle crepe, di tanto in tanto, e ricacciare indietro le lacrime perché sì.

In realtà il discorso è chiuso anche per un altro, fondamentale, motivo: ho chiuso me stessa nell’abisso e mi ci sono lasciata per mesi e mesi, ignorando me stessa in un modo quasi insistente. Mi sono chiusa in mezzo ai libri, mi sono dedicata agli esami, al teatro, agli amici, ai sabato sera, ai film, ad un triliardo di impegni ai quali faccio fatica a stare dietro, qualsiasi cosa per non avere dei momenti nei quali riflettere approfonditamente su me stessa e adesso mi sto presentando il conto. L’idea di guardarmi dentro mi spaventa, mi viene in mente l’immagine nitida della bocca dei vermi delle sabbie, in Dune, una voragine spalancata ed irta di denti. Un immenso vortice di acqua che ribolle e gorgoglia, trascinando tutto in mezzo alle fauci di Cariddi. Io lo so che devo scendere dentro quell’abisso, quel Maelstrom che ho dentro, che sono, devo armarmi e farlo perché non ho davvero altre soluzioni, non potrò ignorarmi in eterno.

La verità è che ho bisogno di un’Arianna che tenga teso il filo in modo che io non mi perda, perché non è necessario vincere sempre tutte le battaglie da soli, anche se è una cosa per la quale il mio orgoglio lotta strenuamente. Il problema è che, sinceramente, di Arianna non ne vedo molte in giro.

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11 thoughts on “Parlare

  1. già, era un po’ che non scrivevi.
    siamo noi a creare quell’abisso e quando ci accorgiamo della sua presenza, siamo noi a doverlo affrontare. abbiamo paura di non riuscire a farlo, forse perché solo dopo esserci entrati potremmo davvero realizzare cosa siamo diventati. forse lo sappiamo ed abbiamo paura di ammetterlo, forse troppo legati a ciò che eravamo prima da riuscire a vederlo, ma è così.

    • Sì l’ho creato coscientemente, mi sono guardata e ho detto “fanculo Ba, hai un sacco di altre cose alle quali potresti pensare.” e mi sono chiusa sotto il mio personale oceano. E adesso non so che cosa sto guardando, devo riordinarmi e non ho la più pallida idea di quale sia il punto di partenza.

      • non è sbagliato chiudersi sotto quell’oceano, è sicuro, è silenzioso ed è tuo. ora sempre in quell’oceano allunga la mano verso una delle correnti che muovono il tuo mondo, tutto quel caos che senti dentro, apri quella mano e fa che siano le cose a scegliere te, fa che quella sia la tua partenza, infine fa che quel caos diventi il tuo equilibrio. 🙂

  2. Benvenuta nell’oblìo.
    Questa situazione, contrariamente a quanto si pensi, è già ben definita.
    Finisce sempre, come sempre ricomincia. Arianna, beh, mi sono morte un sacco di Arianne, finora. Ma fidati, il filo lo tendono così tanto che finisci dopo l’ennesima curva a tenerne un capo spezzato in mano.
    Mentre lei si sbatte il minotauro, in allegria. Un abbraccio.

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