Reo confesso

Quando i due carabinieri entrano in quell’appartamentino non ci credono. Sembra una scena da film di Tarantino: una donna, bionda, seduta in un angolo che piange, il volto rosso e costipato, un ragazzo seduto al tavolo della cucina li fissa serio, una sigaretta in bocca ed un posacenere pieno di fronte a lui, appoggiato sul tavolo con un pacchetto di sigarette ed una mazzetta da muratore. Dalla testa dell’attrezzo il sangue sgocciola, denso, allargandosi sul finto legno laminato per poi seguire i contorni regolari del portacenere di vetro fumé. Sotto le gambe del ragazzo si apre una pozza di sangue ma non arriva da lui, c’è una sagoma in terra.
All’appuntato viene da vomitare, non per l’odore ferroso del sangue, non per il cadavere in terra, no: per gli occhi del giovane uomo che si trova di fronte, freddi e fissi. Uno dei due porta una mano alla cintura per sbloccare l’arma ma il ragazzo si muove, scrolla la cenere dalla punta della sigaretta, da un’altra boccata intensa e parla.

-Sì, vi ho chiamati io,- fa un breve pausa e sposta lo sguardo negli occhi del carabiniere più anziano – ma prima di fare quello che dovete fare ascoltatemi. Direi che non ci metterò molto ma, anche se fosse, lui non credo abbia molta fretta.- fa un cenno con la testa, indicando il corpo che si trova alle sue spalle. – Ah, mi raccomando, appuntatevi tutto. Ve lo voglio raccontare dall’inizio.- la sigaretta è così corta che inizia a bruciargli le dita, ne prende un’altra dal pacchetto e l’accende con la brace di quella che si accinge a spegnere, ha le mani e la maglia piene di sangue.
– Un giorno mia madre si è portata a casa quello lì e dopo poco è iniziato tutto: lividi, graffi, un labbro spaccato, un polso gonfio. Io le chiedevo “mamma che è successo, è stato lui?” e all’improvviso casa nostra si era trasformata in una giungla pericolosissima piena di trappole: le scale, uno sportello, il pavimento bagnato. Sono vent’anni che vivo con mia madre e casa nostra non era mai stata così pericolosa. – il ragazzo sputa in terra, allunga le gambe e accavalla i piedi, chiusi ancora nelle scarpe antinfortunistica. – Andavo a lavorare da mio padre, gli raccontavo quello che accadeva, e lui preoccupato scuoteva la testa. Ma sì, tanto ci vivo io qui, mica tu papà. Certo. Io e quello lì, che adesso mi sta sporcando le piastrelle della cucina, che viveva nella casa mia e di mia madre, mangiando cose comprate coi soldi del mio stipendio, che andava a bere con gli amici spendendo i soldi del mio stipendio. Sì, lui. Poi una volta l’ho beccato: l’ho visto mentre prendeva a sberle mamma. E vi ho chiamato. L’ho denunciato. L’ho rifatto per altre dieci volte ma non è cambiato niente, lui era ancora qui a fare quello che faceva sempre. E mamma continuava a difenderlo perché non lo fa apposta, ha giurato che non lo farà mai più. – l’ultima frase la dice imitando una voce di donna. Solo in quel momento i due militari si ricordano di quella bionda che, ora, identificano come la madre del ragazzo, se ne ricordano perché dopo tutto quel silenzio riscoppia in lacrime, con dei singhiozzi silenziosi e trattenuti.
– Oggi ho deciso che era il momento di darci un taglio, letteralmente. Le è caduto un piatto. – con la punta della sigaretta indica la madre. – Era al lavello, stava asciugando i piatti e uno le è caduto. Lui ha iniziato a prenderla a pugni e urlarle addosso. Poverino, aveva bevuto tutta la mattina, al bar, coi miei soldi, succede poi che per un piatto rotto lui inizi a pestare mia madre. Allora ho preso in mano il telefono, vi ho chiamati, vi ho detto che stava picchiando mia madre e mi avete detto che sareste arrivati. Gli ho detto di smettere, che avevo chiamato i Carabinieri, che vi avevo chiamati e ha iniziato a urlarmi contro, continuando a picchiare mamma. – alle orecchie dell’appuntato quella frase suona come un’accusa, non riuscirà più a togliersela dalla testa quella frase, quel “vi ho chiamato”.
– A me piace il fai da te, ho un sacco di attrezzi. Sono andato nel ripostiglio, ho preso la mazzetta da cinque chili, sono tornato in cucina, l’ho strappato da sopra a mia madre mentre lei continuava a dirmi di non fargli del male, l’ho sbattuto in terra e ho continuato a sbattergli la mazzetta in testa finché non ho rotto le piastrelle di sotto. – il carabiniere più anziano ha un brivido, gli sale un conato, immaginando quello che ci deve essere al di là del giovane seduto al tavolo, ma lo trattiene.
– Questo è quanto è successo, avete un reo confesso. Ho fatto quello che deve fare un figlio quando sua madre non è in grado di proteggersi da sola, e quando nessun’altro la protegge. Continua a urlarmi contro che sono un assassino. – nella voce del giovane aleggia una nota triste ma è solo un’attimo, ritorna immediatamente alla freddezza. – Vero. – poi spegne la sigaretta ed allunga le braccia mostrando i polsi scoperti ed uniti, macchiati di marroncino, il colore del sangue quando è quasi asciutto. – Io il mio lavoro l’ho fatto, adesso tocca a voi.-

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