Stelle cadenti

10 Agosto 1999

E’ la notte di San Lorenzo, la festa delle stelle cadenti, la festa del patrono di quel piccolo villaggetto greco, incastrato non si sa perché sulla costa dell’Adriatico tra Cattolica e Riccione, una frazione di Misano Adriatico. Davanti alla chiesa bassa e bianca, dai contorni morbidi ed i muri spessi, con i suoi portoni eternamente serrati stranaente spalancati in occasione della festa, è tutto un vociare. Tutti i villeggianti sono lì, tra le bancarelle della pesca del tappo e il gioco delle freccette. Poco più in là le graticole dei bagnini storici, Renzo e Oscar, sfrigolano senza sosta da ore, mentre quintali di sarde vengono cotte per la folla, l’odore del pesce che si spande nell’aria.
Roberta è una bimbetta grassottella, coi capelli rossicci e crespi che la nonna le costringe sempre in code strettissime, la pelle del viso talmente tirata da farle sempre assumere un’espressione stupita, con le sopracciglia alte, ad arco, e gli occhi spalancati. E’ lì con il nonno, lui non la sta badando davvero, perché il quella piccola perla di paesino non ce n’è davvero bisogno, tutti si conoscono da anni, da quando quella frazione di Misano Adriatico è stata costruita e tutti hanno comprato gli appartamenti a prezzi stracciati. E’ lì che parla con i compagni delle bocce, ed intanto continua a dare le 500 lire a sua nipote per pescare i tappi: non è questione di vizio, è che Roberta ha la manina fortunata, con 1500 lire, nove tappini pescati, la bimba si è già portata a casa tre bottiglie di vino rosso, due di bianco ed un prosciutto. Altri tre tappini per lei che, tutta concentrata, stringe gli occhi e lascia volare la manina sui tappi di plastica, muovendo le dita nell’aria in maniera febbrile, come a saggiare la fortuna. Fa avanti e indietro un paio di volte, sopra tutti quei tappi, poi ne punta uno e la sua mano grassottella vola ad estrarlo, per poi passare rapidamente ad altri due ai lati opposti del tavolone. Li passa all’uomo dietro al banchetto, ridendo, sicura di aver vinto qualcos’altro, e infatti è così. Due salami. L’uomo glieli passa, facendo calare una delle sue grosse mani sulla testa di Roberta e scompigliandole i capelli, come se davvero ce ne fosse bisogno. Roberta esulta, saltella, corre attorno al nonno sventolando i salami in aria. Per questa sera ha vinto abbastanza, è soddisfatta, ci saranno anche i prossimi anni per vincere ancora.
La vicina di ombrellone si china davanti alla bimba, ha un’espressione preoccupata, ha perso il braccialetto d’oro. Quella donna è piena di rughe, il collo molle da tartaruga è sempre attorniato da un filo di perle, i capelli rossi sono sempre perfettamente in piega, anche quando gioca a Scala 40 in spiaggia, col vento che trascina via i teli da mare, non si muovono mai. Puzza di lacca come la nonna di Roberta, i capelli monoblocco come quelli dei pupazzetti della playmobile. Nonostante l’età – o forse a causa dell’età, Roberta non ne è sicura, i trucchi non sono ancora nel suo spettro di interesse, non quanto le pistole da cowboy per lo meno – è sempre truccata: un filo di eyeliner, un filo di mascara, un sacco di rossetto rosso fiammante attorniato da un filo di matita leggermente più scura.  Roberta la ascolta mentre questa le descrive il braccialetto, sì perché la bimba ormai è famosa in quella fetta di spiaggia, ha lo sguardo da gazza ladra, indipendentemente dalle condizioni ambientali se c’è qualcosa che luccica lei lo trova, che sia sul fondo della piscina, sul fondo del mare, o in piazza Cristoforo Colombo lei trova le cose. Ascolta attenta: è un bracciale d’oro con delle pietre belle, lucide e nere. Annuisce più volte accennando di aver capito, si fa dire quando la signora si è accorta di averlo perso e quale tragitto ha fatto, poi parte. Si infila nella folla, scrutando in mezzo ai piedi della gente, arriva dalle graticole dei bagnini, li saluta, cerca e cammina, cammina e cerca. Si ferma a raccogliere un anello: è d’oro e la pietra nera che vi è incastonata ha una lunga crepa nel mezzo, “da nonna” pensa intascandolo. E’ una di quelle serate fruttuose, piene di gente che tira fuori il portafogli e banconote che cadono accidentalmente, come le 20.000 lire che trova quando è già arrivata vicino alla sala giochi gremita. Poi le viene in mente dove può aver perso il bracciale quella signora anziana coi capelli sempre in piega. Roberta si mette a correre, un po’ impacciata e col fiatone già dopo pochi metri, supera l’altra gelateria, quella coi tavolini di plastica blu decorati al centro dalla stampa di ancore coi nodi marinai, sorpassa il piazzale Colombo, una distesa di niente in mezzo a quel paesino tutto portici, che attraversarla a mezzogiorno di ritorno dalla spiaggia è sempre un’agonia, cinquanta metri di asfalto rovente senza nessuna copertura, avanza il pi velocemente possibile oltre quel locale sempre chiuso che le fa paura e non sa perché, che quando è aperto a notte fonda c’è sembre della gente poco raccomandabile, secondo lei. Alla fine arriva alla gelateria più vicina a casa sua, dove c’è il barista Nello, un signore grassottello che sorride sempre. Entra di corsa, ignorando il bancone dei gelati, saluta il barista e la moglie, si arrampica su uno sgabello e chiede un bicchiere d’acqua del rubinetto, che le 20.000 lire non le vuole spendere subito, è un po’ avara Roberta. Beve, recupera un po’ di fiato, e con un gran sorriso chiede al barista se ha visto un bracciale d’oro con delle pietre belle, lucide e nere che lo deve ridare alla Piera, la signora dai capelli perfetti, che lo ha perso. Nello dice di sì, l’ha trovato tra i tavoli, gli fa un gran sorriso e glielo passa, dicendole di stare attenta. Le da una pacca sulla testa e con un gran sorriso torna a fare il suo lavoro, mentre la bimba riparte verso la chiesa, ma questa volta con molta più calma, rigirandosi tra le dita quel braccciale che tanto bello non è nemmeno.
Quando arriva alla chiesa suo nonno è sempre lì, le sue vincite dentro una sportina di plastica bianca, bella resistente. Cerca la Piera e le rende il bracciale, tutta sorridente. E’ una bella serata, di quelle dove sono tutti contenti, di quelle che i bagnini, spente le graticole, passano con le damigiane di Albana dolce ed i vassoi di ciambella. Anche Roberta si becca la ciambella, quella con la nutella che le piace di più e, visto che comunque è la festa del patrono, si becca pure due dita di Albana nel bicchierino di plastica, poco importa che abbia dieci anni, siamo in Romagna e il vino fa bene al cuore. Poi ridendo si sciama tutti in spiaggia, con la musica alta, le casse dei bagnini passano un misto di canzoni anni ’90 e di liscio marchiato Casadei. Roberta si riunisce agli altri bimbi, tutti amici suoi, quelli che conosce da quando sono nati, quelli di cui ha le foto in branco, col pannolone e il berretto da pescatore seduti all’ombra di un ombrellone, sulla sabbia, il corpo paffuto con le pieghe ai polsi e la pancia in fuori tutto bianco, coperto da strati e strati di Nivea protezione 50.
Ecco i primi tre botti d’inizio, i fuochi artificiali scoppiano nel cielo in fiori coloratissimi: rossi, verdi, viola, bianchi. Quelli preferiti di Roberta sono quelli che fanno la pioggerellina, che sembrano stelle cadenti, con le punte rosse che si lasciano dietro queste scie di scintilline bianchissime e svaniscono piano piano, lasciando per un po’ il fantasma della loro immagine che continua ad allargarsi e allungarsi.
E’ la serata più bella dell’anno e Roberta è convinta che sarà così per sempre, tutti gli anni a venire, sempre così.

10 Agosto 2013

Roberta ha 24 anni e continua ad essere grassottella, i suoi capelli hanno preso una forma un po’ meno indefinita, adesso sono ricci. E’ stesa su una sdraio assieme alle sue amiche di sempre, le uniche che sono rimaste una presenza fissa, almeno un mese all’anno, in quel villaggetto greco incastrato tra Riccione e Cattolica, una frazione di Misano Adriatico.
E’ la festa del patrono e la chiesa, quando ci è passata davanti per infilarsi in spiaggia di nascosto dai bagnini storici Renzo e Oscar, era chiusa come sempre. In lontananza, dalle casse del ristorante della spiaggia, proviene la musica della radio, che passa i soliti tormentoni. Roberta e le sue amiche sono lì a per guardare le stelle cadenti e intanto parlando di ragazzi e di università, di acciacchi, di che fine avranno fatto alcuni loro amici che per quell’anno al mare ancora non si sono fatti vedere. “Che non lo sai? Ha una malattia autoimmune, tipo Lupus, e adesso è in cura, non se la passa bene.” e sono tutte molto giù di morale. Parlano della vecchia guardia di quel paesino, che ai loro tempi, quando erano adolescenti loro – come se di anni ne avessero cinquanta e non quasi venticinque – non si sarebbero mai sognati di farsi ingabbiare, strafatti, per 500 grammi di cocaina nascosti in casa, beccati dai carabinieri di Bologna in una retata; che i loro ferragosto non li finivano alle dieci di sera a vomitare, completamente ubriachi, sullo spiazzo di cemento del campo da beach volley, dove una volta c’era la rimessa per il windsurf, per poi farsi portar via in ambulanza in coma etilico; che loro, le ragazze, non facevano la raccolta delle figurine dei ragazzi della spiaggia per vedere chi era riuscita a portarsene a letto di più, che a loro non interessava e sinceramente pensare di andare a letto con uno che si era fatto cambiare il pannolone davanti a loro gli faceva anche un po’ senso.
Poi a tutte e tre viene in mente quanto era bello quando c’era la festa del patrono, che per una di loro era un po’ una festa di compleanno perché gli anni li compie l’undici di agosto ed era l’unica notte che, da piccola, poteva tirare tardi fin dopo mezzanotte, e si trovavano tutti a casa sua dopo i fuochi d’artificio e l’Albana a guardare un film su italia 1, che tutti gli anni era sempre lo stesso ma nessuna ricorda che film fosse, ma si ricordano l’anno in cui le regalarono l’album dei Blue, quello dove cantavano “A chi mi dice” in italiano e c’era la canzone “Bubblin”.
Poi tacciono tutte e tre, lo sguardo fisso su quel manto nero punteggiato di stelle, mentre cercano una scia per poter esprimere un desiderio e pensano quanto era bello divertirsi con così poco e quanto sia triste che quei tempi, che dovevano sembrare infiniti ed immutabili non ci siano più. Roberta pensa che il nonno non c’è più, che l’anello che aveva trovato quella sera, dopo averlo regalato alla nonna, ormai era finito nel porta cotone assieme a un sacco di altre cianfrusaglie, inutilizzato, le viene in mente che anche la Piera, la signora dai capelli perfetti, non c’è più mentre Renzo, il bagnino del suo lato di spiaggia, ultimamente è sempre fermo al bar, con la pancia gonfia e la pelle tirata come un tamburo, sempre ubriaco anche di prima mattina. Ogettivamente è peggiorato tutto.
Ma di stelle non ce ne sono un gran ché quella sera, in quegli anni la data dello sciame delle leonidi si è spostata di due giorni.
Neanche quella è rimasta uguale.

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One thought on “Stelle cadenti

  1. Bellissimo, davvero. E quanti ricordi. E quante sensazioni analoghe ho provato, leggendo.
    E’ cambiato tutto pian piano, ma noi ce ne siamo resi conto solo dopo, all’improvviso.

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