Mi sento un po’ te

Piove piano.
Clac. Faccio scattare l’ombrello arancione evidenziatore.
Ravenna ha sempre questa orrenda abitudine dell’essere scossa dal vento, o almeno lo fa quando ci vado io.
Mi volto verso il solito albero sotto il quale c’è sempre la solita coppietta che amoreggia. Mi da quasi allegria quando la vedo.
Oggi no.
Vedo lei, di spalle, con una manina guantata appoggiata alla corteccia muschiosa del platano. Sempre che sia un platano, non sono una botanica ma credo di si. Avranno sedici, diciassette anni, più o meno.
C’è della pesantezza nell’aria. Quel sentore di tragedia aggravato dal cielo plumbeo.
Non è assolutamente come al solito.
Non riesco a vederla in faccia, lei, con la sua cuffietta morbida di lana grigia, perfettamente in tinta col cappottino un po’ anni ’60 da cui spuntano i leggings neri infilati dentro ai Dr. Martens neri opachi.
Però vedo lui.
Lui sembra il classico nerd. Capelli a spazzola, occhiali, né bello né brutto, ha un piumino blu e i pantaloni della tuta. Anonimo.

Non mi ricordo i suoi lineamenti, ma lo sguardo di un cuore spezzato è qualcosa di inconfondibile.

Mi avvicino per procedere lungo la mia strada, non sento cosa si dicono e sinceramente non mi interessa neanche, mi sento di troppo, spettatrice casuale di un attimo rubato impunemente. Lui è appoggiato al’albero, le mani in tasca e le gambe incrociate, il peso spostato tutto sulla spalla sinistra. Fissa il vuoto, in terra di fronte a lui. Poi lei si avvicina, gli appoggia una manina guantata sulla spalla, due pacche di consolazione e lo abbraccia mentre lui sta immobile.

Lo ha lasciato, così.

Mi sono sentita male io per lui, io che sono empatica come un cucchiaino. Mi ha fatto un sacco tenerezza, appoggiato a quell’albero con lo sguardo di chi non capisce cosa sta succedendo e soprattutto perché.
Li ho superati, me li sono lasciati alle spalle pensando solo “Ecco come abbiamo fatto tutti a diventare un po’ più stronzi. Siamo stati piantati in asso sotto un’albero mentre pioveva.”

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