Voglio un hot-dog con Aulin dei Queen

E’ che inizia tutto in momenti random, è quello che ti frega.

Mi trovo lì, dopo una giornata di studio intenso passato nella penombra della biblioteca, dove il ragazzo carino con cui studio era in un’altra stanza e non avevo quella familiare sensazione di supporto morale derivata dagli sbuffi comunitari, io su Dante, lui su una tesi della quale mi parla come se io ci dovessi capire veramente qualcosa. A malapena ho capito a che facoltà è iscritto. Però ho notato che ha delle schermate piene di “quei disegnini con delle ondine dentro i piani cartesiani”, “grafici, Barbara” “già! Proprio quelli!”.

Mi trovo lì, con i miei libri in braccio, a ripercorrere la scalinata della biblioteca comunale mentre torno al mio armadietto, ed i miei pensieri iniziano a correre impazziti. Perché è buffo che un po’ mi sia mancata la presenza del ragazzo carino carino. Soprattutto dopo che mi sono presa una sbandata, lieve ma comunque assurda per il soggetto in questione, per uno che spero compia molto in fretta i diciotto. Che diavolo sta succedendo?! Che diavolo mi sta succedendo, è la domanda corretta. Poi infilo la chiave nella toppa dell’armadietto e mi accorgo di essere effettivamente in mezzo a della gente, che parla, e ho un mal di testa atroce dalla sera prima. Recupero tutto il più in fretta possibile.

La sera prima è stata una di quelle serate che non facevo da anni; bugia, da dicembre si susseguono tutte allo stesso ritmo forsennato, ma non me ne sto rendendo conto, forse perché mi sembra di avere diciassette anni. E’ iniziato tutto al pub di sempre, io e Nico, a dividerci una bottiglia di Moscato, mentre parlavamo del ragazzo carino-carino, e contemporaneamente dividevamo il tavolone con cinque sconosciuti impegnati in un “amico del giaguaro”. Poi io dovevo fumare e Nico ha deciso di pagare, perché sapeva che dovevo passare alla cicchetteria a recuperare due libri da una compagna di facoltà – che adesso mi saluta dall’Oman, maledetta. E così usciamo, con lui che continua a chiedermi che intenzioni ho col tipo ed io che continuo a ripetere che non ho davvero delle intenzioni, che vedo cosa succede. Ma non puoi, insomma, dovete parlarne. Ma parlare di cosa? Lui ha detto che non sta succedendo niente, io do per buono il niente, che insomma non lo so cosa sto facendo, figuriamoci se ne ho una vaga idea. E arriviamo alla cicchetteria, di fianco al negozio “troppo etnico” della città, l’unico che c’è, quello che fa i buchi alle orecchie al prezzo più basso ma che in compenso ha degli orecchini di legno di cocco che li paghi a peso d’oro. E finalmente sento la voce della Sere, duecento metri più in là la scorgo, è in compagnia di un’amica. Le vado incontro mentre Nico si nasconde dalla vetrina facendo finta che gli sia arrivato un messaggio, ma me ne accorgo solo quando, fatte le dovute presentazioni, mi giro e lui non c’è. Mah.
Chiacchieriamo, fumando sigarette, fuori dal locale, finché la Sere ci fa “vi bevete qualcosa con noi?” e prima ancora di pensarci le dico di si. E così eccoci, tre ragazze e il mio amico al bancone, a chiedere dei Batida di qualcosa, che non sappiamo nemmeno noi cosa abbiamo ordinato, mentre la barista mi farfuglia qualcosa sull’Americano che ho ordinato, ho solo capito che mi fa la variante “non on the rocks”. Il locale è lento e mentre la biondina si perde a giocare con attaccalanella, Sere ci chiede se vogliamo un Bora Bora. Ma che accidenti è questa roba? E Bora Bora sia: arriva la barista con un pestello pieno di succo di pera mescolato allo zucchero di canna, ci da un cucchiaino da gelato di questo intruglio a testa, e un bicchierino pieno fino all’orlo di Tequila. Buttiamo giù tutto e la serata diventa molto più esilarante. Ci ritroviamo a farci vedere le foto dei ragazzi su cui abbiamo posato lo sguardo, bevendo i nostri Batida e il mio Americano che, per la cronaca, era semplicemente senza ghiaccio – ed è veramente una delle cose più pesanti che io abbia mai bevuto, anche i batida però non scherzavano – e, mentre la Sere continua a esortarmi ad “allevare” il quasi diciottenne, Nico mi indica minaccioso ripetendomi “Non molestare i bambini, e tu non esortarla, cazzo!”. Poi Nico si alza, con una scusa stupida, e ci offre da bere a tutte.
Le ragazze si dirigono a casa, il mio equilibrio inizia ad essere un po’ scarso e la mia parlantina molto più sciolta. E c’è un mio amico al pub di prima.
Ecco qui la cosa diventa in qualche modo esilarante perché è stato proprio il momento del “che diavolo stai facendo” dell’intera serata. Ritorniamo al pub e troviamo il mio amico fuori che fuma, inconfondibile con quei rasta. E li devo scegliere: andare a casa in macchina con Nico o rimanere al pub, facendomi riaccompagnare a piedi dal rasta, col rischio di baciarlo, di nuovo, senza sapere nemmeno il perché? Bhe, indubbiamente la seconda.
Così mi fermo al pub, saluto Nico e comincio a chiacchierare, un sacco, di tutto, col mio amico, e lì vado liscia con altre due birre.
Quando mi riaccompagna a casa continuiamo a chiacchierare dei fatti nostri, e io non lo so perché ma mi sembra un sacco giusto afferrarlo per un braccio e baciarlo. E lo faccio, e lo rifaccio un sacco di volte dal pub a casa mia, mentre nella mia testa continuo a chiedermi “che diavolo stai facendo?”. Poi lo saluto facendo ciao-ciao con la manina e scompaio in casa, perché non lo so davvero cosa diavolo sto facendo.

E quindi ritorno mentalmente al presente, lì assieme al mio corpo che si sta dirigendo alla Rocca. Sono quasi le sette di sera, è buio e freddo, ed inizia a scendere una pioggerellina fine che, mi viene da pensare, non farà esattamente bene al mio mal di gola, che poi quando sarà stato che ho preso freddo? Mi sento uno straccio. Ma poi sto labbro, che pulsa e mi fa male? Che quando l’ho guardato la mattina ho sperato fortissimo che non si vedesse niente e invece è leggermente gonfio e violetto? Sarà mica stato ieri sera? Ma che diavolo stai facendo, da quando hai ricominciato a comportarti come un’adolescente?

Poi finalmente arrivo nel parcheggio, ed effettivamente in testa mi sono passate davvero troppe cose. Tiro fuori le chiavi della macchina di mia madre e vado verso dove ricordo di aver parcheggiato. La macchina non è lì e inizio a premere in maniera convulsa il pulsante di apertura per far lampeggiare le luci che, diavolo, ero strasicura di averla messa lì. Ma non c’è e, già che c’era, ha pure iniziato a piovere sul serio. So che la tascapane nera si bagnerà terribilmente, buffo pensare che quella borsa l’ho comprata in terza superiore che, diamine, è già passato un sacco di tempo e nemmeno me ne sono resa conto. Vago per il parcheggio, sotto l’acqua. Mi mette un po’ di tristezza la pioggia, soprattutto ora, ripensando al fatto che è stata una delle prime volte in cui ho intuito che Lui provava qualcosa per me, quando ormai più di due anni fa mi disse che il suo sogno era di fare l’amore sotto la pioggia con la sua donna e io gli augurai buona fortuna, e lui mi rispose che l’amore, sotto la pioggia, lo voleva fare con me. Sento una fitta fortissima all’altezza del cuore, pensando che alla fine, l’amore sotto la pioggia non l’abbiamo mai fatto, perché puntualmente pioveva quando ci separavano almeno cento chilometri di distanza e sicuramente adesso lo farà con lei, quella nuova. Mi da un sacco tristezza. E mi sento persa perché non trovo la mia macchina e non so assolutamente dove potrei averla messa, mentre sono lì che faccio su e giù per questo maledetto parcheggio, cercando di far sì che si accendano i fari e continua a piovere su di me e sui miei ricordi e tutto quello che riesco a dirmi è “Ma che diavolo stai facendo“.

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