Eserciti dispersi -idee di idioti ai posti di comando

525 a.C. – Menfi – stanze private di Cambise II

«Re dei Re, giungono notizie da Tebe.» il funzionario, prostrato a terra, parla con le regali piastrelle di palazzo, mentre il Re dei Re si ingozza di prugne caramellate. Cambise II muove scocciato una mano, facendogli cenno di proseguire. Il funzionario, con gli occhi attaccati al pavimento inizia a sudare freddo.Il Re dei Re ripete infastidito il gesto. Il fuzionario è tentato di sbirciare la divina persona del suo Re per sapere cosa fare, ma l’etichetta di palazzo glielo impedisce.
Cambise si pulisce le mani sulla tonaca e scocciato sbatte un piede pantofolato a terra.

«Quindi?» il malcapitato ha un tremito, una goccia di sudore, dalla punta del suo naso adunco, si infrange sul pavimento.
«Si, ecco, abbiamo riportato importanti vittorie, l’Egitto ormai è nostro ma…» la palpebra del sovrano, al suono del “ma”, inizia a pulsare pericolosamente.
«Ma, cosa
«Si, ecco, sire una parte dell’esercito egizio si è asserragliata nell’oasi di Siwa, dove pare che l’acqua e i palmeti da datteri la rendano praticamente immune agli assedi e…ecco, Re dei Re, l’oracolo di Amon, proprio a Siwa, ha profetizzato la vostra morte, dopo che, così ha detto, avete profanato i sacri templi di Menfi.» il silenzio cala nella stanza in una lunga pausa.
«La nostra morte…»
«Si, sire…»
«Quando?»
«Ecco il dispaccio è stato inviato-»
«Non quando è stata predetta! Per quando è stata predetta!»
«Io, si, bhè…»
«Smettila di balbettare come un babbuino. Per quando?» il funzionario guarda spaesato il pavimento, seguendo con lo sguardo le vie di fuga tra le congiunzioni delle lastre.
«A breve, pare.»
«Puttanate! Quanti uomini abbiamo ancora?»
«Ottantamila, vostra maestà.»
«Allora non lasceremo che gli egiziani godano della notizia della nostra morte. Mandate l’ordine di attaccare.»
«Sire, scusate l’ardire ma…il vostro proposito di attaccare il regno di Kush?»
«Ah, si, ce ne stavamo dimenticando. Bhe, sono un manipolo di negri nudi, quanti uomini vuoi che servano ad abbatterli?» il funzionario aggrotta la fronte, spaesato.
«Ma, sire, veramente il regno di Kush non è prop-»
«Idiota! Era una domanda retorica! Trentamila, mandane trentamila, saranno più che sufficienti a smembrare quell’ammasso di barbari che hanno addirittura il coraggio di farsi chiamare “regno”. Trentamila a Kush e cinquantamila a Siwa.»

Tebe, accampamento dell’esercito Persiano

«Generale, è arrivato un dispaccio reale da Menfi.» il messo si avvicina al militare consegnandogli una tavoletta incisa, fa un breve inchino e si mette in disparte. Nella tenda, le alte cariche dell’esercito di Cambise II, stanno attendendo di sapere quali saranno le prossime mosse.
Il generale si accarezza la barba, pensieroso lascia che le sue sopracciglia si aggrottino e che il labbro inferiore si arricci. Il pathos, assieme al caldo e al puzzo di sudore, aumentano all’interno della tenda.
«Quindi? Che notizie?» un uomo interviene, sostenuto da altri che rincarano con le domande. Il generale alza un braccio facendo cenno agli astanti di tacere, poi, solenne, posa la missiva sul tavolo.
«Colleghi, amici, stiamo per sprofondare nella merda.» non sa quanto le sue parole, per buona parte di loro, siano profetiche.
«Quali sono gli ordini?»
«Cinquantamila uomini diretti a Siwa, gli altri nel regno di Kush.»
«Trentamila a Kush?! Ok, i nubiani le hanno sempre prese da questi stronzi di egiziani prima che li conquistassimo, ma porca Iside, è un’idea del cazzo! E Siwa è a novecento chilometri da qui, nel buco del culo di Seth e del suo deserto del cazzo!»
«Già.»

Il Generale, sempre solenne, esce dalla tenda seguito dalle alte cariche, pronto a dare la notizia ai suoi uomini, un misto di persiani, fenici e greci. In pratica gente che si odia.
«Gente! I trentamila alla mia sinistra, andranno a menar le mani contro i nubiani!»
Dall’esercito si levano delle lamentele anonime che suonano più o meno come: “Ma che cazzo! Non abbiamo nemmeno finito con l’Egitto!”, “E’ colpa dei sacerdoti! Abbasso la casta!”
«Lasciatemi finire, gente! Il resto va con…» si guarda intorno e, tra i comandanti, ne indica uno dallo sguardo spento, il suo secondo in comando.  «con lui a Siwa! Ti affido la missione» e mentre l’altra metà dell’accampamento esplode, i trentamila iniziano a sussurrare: “Bhé, poteva andarci peggio eh.” “Eh si, potevamo essere destinati a Siwa pure noi.” «Partiamo domani.»
Il generale rientra in tenda, iniziando a studiare l’itinerario migliore da seguire per dirigersi nel Kush, pregando perché, prima della partenza, il suo secondo, che è lì per uno strano giro di favori familiari, non sia così idiota da approntare il piano senza consigliarsi con lui. Sbagliato.

Il giorno dopo, il nostro valente condottiero, che soprannomineremo Triglia, si sveglia alla buon’ora, radunando all’interno della sua tenda i comandanti dei vari reparti e battaglioni.
«Signori, ho studiato un piano. Non ho chiuso occhio ma sono fiero di me stesso.» gli altri si guardano di sottecchi, sospirando per poi trattenere il fiato, le labbra strette (e pure il culo), nell’ansia della rivelazione. «Gli egiziani, sicuramente si aspettano che utilizziamo la via carovaniera normalmente battuta, quindi saranno pronti ad affrontarci su quel versante ma, se invece noi arrivassimo da un lato che nessuno si aspetta?» un uomo si schiarisce la gola.
«Si, capisco cosa intende, mi scusi l’interruzione ma, ecco, Siwa, è un’oasi che, insomma, per definizione è nel bel mezzo del deserto e…ecco, questa è nel bel mezzo del deserto a novecento chilometri da qui…»
«Lasciatemi finire! La carovaniera prevederebbe il percorso lungo il Mediterraneo, ma noi procederemo attraverso il DESERTO!» gli astanti si fissano, un paio di barbe posticce si staccano, in fondo alla tenda un giovane comandante inizia ad urlare bestemmie in greco, per poi correre fuori dalla tenda ed impalarsi su una lancia. A parte questa reazione isterica: il gelo.
«Si, io, insomma, capisco che piombargli in casa dall’ingresso principale possa essere scomodo, ma il deserto mi pare una stronzata…chi ci guiderà? Cosa berremo? E le tempeste di sabbia?»
«Tranquilli, ci penso io.»

Notoriamente, tranquillo è morto inculato.

Così, i cinquantamila uomini di Cambise II si mettono in marcia sotto il sole cocente del Sahara, nonostante siano gli ultimi mesi invernali. Dopo sette giorni di marce forzate, per un totale di centottanta chilometri macinati, finalmente approdano all’Isola dei Beati, l’oasi di Kharga, dalla quale mossero verso nord, guidati, per una parte del tragitto, da una tribù di Garamanti, berberi del deserto abituati al suo terreno impervio.
E lì, nel “mare di sabbia” i cinquantamila vennero sorpresi da una tempesta che li seppellì. Tutti. Fino al 2000, quando sono stati ritrovati, per caso, da una spedizione di archeologi italiani.

E i trentamila diretti in Nubia?

Eh. Durante il viaggio, tra Napata e Meroe, naufragarono nella merda, letteralmente. La loro impresa finì tra la febbre e la dissenteria, e i pochissimi superstiti si ritirarono sull’isola di Elefantina.

Nessuno, mai, scorderà la sequela di bestemmie a tutti i vari pantheon, che proclamò Cambise II nel privato del suo palazzo. E l’oracolo di Amon rise un sacco, quando tre anni dopo, il Re dei Re morì in circostanze strane, mentre fuggiva dall’Egitto.

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