Aita!

Ah, ingrati!

Miserere di me, vi prego con voce flebile, quasi un sussurro strozzato. Ma voi no, ingrati, m’assediate e m’assillate. Miserere, codesto lamento perpetuo che continuo imperterrita a proferire, di notte in notte, miserere.
Vi ho tanto amato, ed in questo insensato sentimento per voi continuo ad affogare. Vi ho tanto curato, seppur il mio amore, di tanto in tanto, finisca col maltrattarvi e consumarvi. Vi ho dato tanto. Tanto tempo, tanta commozione, tanto riso.
E voi, ingrati, mi fissate imperturbabili, colle vostre costole rigide, colle vostre corazze che, se chiuse, vi isolano dal mondo e dal tempo. E non vi importa davvero quanto io abbia speso, di tutto, in voi. Voi state lì, crescete e proliferate, sulle scansie di legno nero, sul comodino ingombro, sulla scrivania ombrosa, sul pavimento gelido ed ora, siete approdati al letto, tra le lenzuola vermiglie. E poco importa, a voi, che io non sappia più, davvero, in quale luogo collocarvi. Vi siete appropriati del mio talamo ed ora so, solo ora capisco davvero che, quello con voi, sarà l’unico matrimonio che, con ogni probabilità, mi verrà concesso. E già so quanto, come mogli, sarete capricciosi ed inferi, capaci di rendervi indispensabili.

Miserere, rendetemi i miei spazi.

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