“Cent’anni di solitudine”

“Sto dicendo” disse, “che sei di quelle che confondono il cazzo con l’equinozio”

★★★★★

Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente, consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai.

Questo capolavoro, che si dipana tra i toni incantati e la graffiante desolazione di quel girone infernale che altro non è che il villaggio di Macondo, è la cornice della solitudine nella sua accezione estrema: ogni personaggio, inserito in un microcosmo chiuso di eventi, alla fine realizzano quanto la solitudine sia imperante nelle loro vite, di quanto il sentirsi soli in mezzo alla folla possa essere un sentimento alienante, totale ed assolutamente invincibile.
Ma la solitudine non è il solo fulcro tematico dell’opera.
Dall’inizio del libro, la ripetitività dei nomi dei componenti maschili della famiglia dei Buendia, con la sua infinità di José Arcadio ed Aureliano, crea un’atmosfera allucinata e ripetitiva, scandita, per lo più, dalle componenti femminili della famiglia – soprattutto Ursula Iguaràn, la capostipite di questa stirpe “condannata a cent’anni di solitudine” – che ben riflette l’ineluttabile e pessimistica visione del tempo che ritorna, eterno ed immutabile, di generazione in generazione, con gli stessi errori e gli stessi desolanti finali, in un circolo vizioso pressoché impossibile da spezzare. Questo è uno dei punti meno capiti dai lettori, per le recensioni che ho letto in giro, e che, invece, è il fulcro geniale dell’intera opera: la confusione creata da questo branco di uomini soli, rispondenti sempre agli stessi nomi di generazione in generazione, è l’elemento primo e fortemente voluto che segna la confusione storica in un’intreccio di eventi che non sono davvero da ricollegare ad un preciso personaggio perché non importa chi sia a commettere l’errore, è importante, invece, che l’errore ci sia e che dia al lettore uno strano senso di deja vù.
Sempre in questo leit motiv della ciclicità del tempo, si inquadra l’eterno fare e disfare di tanti personaggi: dal colonnello Buendia, con le sue trentadue guerre fallite, che si chiuderà nel laboratorio di oreficeria a fare e disfare pesciolini d’oro, ad Amaranta, tutta presa dalla missione del ritardare la sua dipartita, facendo e disfacendo il suo sudario.
Su tutti, di una lucidità disarmante, i personaggi di Ursula Iguaràn, unica voce consapevole del disastro a cui ha dato inizio, anche nella sua decrepita, e a tratti delirante, senilità; ed il vecchio zingaro Melquiades, morto di febbri tra le sirti di Singapore e tornato a Macondo, perché della morte non riusciva a sopportare la solitudine, il quale si chiuderà in una stanza a vergare pergamene fino alla sua morte.
Solitudine e tempo che ritorna, tempo che ritorna e solitudine, il tutto in quell’inferno di Macondo, il primo errore, il villaggio fondato dal capostipite José Arcadio Buendia e dalla moglie Ursula, Macondo ha questa strana e particolare facoltà di attrarre a sé ogni Buendìa per poi annientarlo.

Quando sono giunta all’ultima riga, dopo aver chiuso il libro, per un attimo me lo sono tenuto tra le mani a coccolarlo. E’ in assoluto una delle opere più belle, intense e disarmanti che mi sia mai ritrovata tra le mani.
Assolutamente un “must” per ogni buon lettore.
Non è consigliato: è necessario.

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3 thoughts on ““Cent’anni di solitudine”

  1. Ho appena iniziato a leggere il libro, mi sono imbattuto per caso nel tuo sito, cercando su google dove diavolo fossero (e cosa diavolo fossero le sirti di Singapore). Mi riprometto di tornare a scrivere il mio commento, quando avrò letto il libro 😉

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