Voglio che tu sappia.

Io voglio che tu lo sappia.

Tu chi?

Bella domanda, non ne ho idea, è un “tu” che un giorno sarà, probabilmente. Anzi, prima che arrivi proprio quel “tu”, sarà un “voi” di prove e bei momenti, di fallimenti, pianti e rabbia.

Ma, lo stesso, voglio che tu lo sappia.

Voglio che tu sappia che, anche se con te sembro algida se ci rivediamo dopo una settimana o più, perché salto in braccio agli amici e faccio casino, e tu sai che sarai l’ultimo ad essere salutato con un sorriso accennato ed un abbraccio lungo, non è perché sei l’ultima ruota del carro. E’ perché sei il primo che vorrei salutare e non voglio interruzioni in un momento che dovrebbe essere solo nostro, dove chiudo il mondo fuori e mi godo la presenza. E saluto gli altri perché la gente, anche gli amici, sa essere inopportuna come non mai, quindi svolgo le incombenze per ottenere quell’attimo tutto mio, tutto nostro. Che anche se sembro algida, dentro mi scuote tutta una baraonda di emozioni. Che le emozioni me le vivo nella tragica intensità di Medea, dall’amore alla rabbia, ma che per dignità mia, in pubblico, mantengo il contegno per non sembrare pazza.

Voglio che tu sappia che quel sorriso che ti porgo è un dono privato, perché sorrido poco ed in rare occasioni, la maggior parte delle quali per disillusione, delusione e mestizia, perché è più facile sentirmi fare una sana e fragorosa risata ed i miei sorrisi d’affetto, come i miei “ti voglio bene”, sono centellinati.

Voglio che tu sappia che non voglio qualcuno accanto perché ho bisogno di un aiuto, o di salvarmi da me stessa, o chissà che altro. Io, a me, ci penso da sola. Se voglio un aiuto lo chiedo, abbatto l’orgoglio e lo chiedo. Mi basta sapere che ci sei, per tutto il resto me la cavo. E non devi essere geloso o arrabbiato se non ti chiedo aiuto, devi essere fiero di non avere un cane che ti segue perché non è autosufficiente.

Voglio che tu sappia che sono incline all’ira, e già ti chiedo scusa se sarò odiosa con te nei miei momenti difficili, dei quali comunque parlo e parlerò, senza lasciarti lì a chiederti “che diavolo sta succedendo”. Perché voglio la libertà di essere me, tutta me, con te. E voglio che tu sia tutto te, con me.

Voglio che tu sappia che io non ho le mezze misure e, se ci dovesse mai essere qualcosa che non va, te lo direi. Ma altrettanto mi aspetto da te perché è la prima cosa che dico per evitare le incomprensioni: se hai un problema, e non me lo dici, il problema non sussite. Non sono frate indovino, di casini ne ho abbastanza di mio. Passerò il resto della mia vita a tentare di capire perché, un mattino di secoli fa, uno stronzo si è svegliato e ha deciso di piantare un palo lì. Ora, tu che sei vivo, tu che mi stai di fronte, se ti chiedo – sarebbe meglio prima che io lo chiedessi – cosa c’è che non va, io voglio che mi rispondi, apri la bocca e parla. Sii indelicato, sii quello che ti dice la testa, ma parla e non rispondere laconicamente “niente” perché, se anche capisco che c’è “qualcosa”, io quel niente lo prenderò per buono. Puoi darmi della stronza, e forse è anche vero, anzi, quasi sicuramente, ma io scelgo una persona per poter essere sincera, per essere tranquilla e non ne ho voglia di stare lì ore a scervellarmi sul possibile sottotesto di una frase. Ognuno è responsabile per ciò che dice, non per ciò che l’altro capisce. Quindi veniamoci incontro e siamo chiari.

Voglio che tu sappia che ci sarà sempre qualcuno che è arrivato prima di te, e lo dovrai accettare senza mezze misure. E non intendo gli altri a cui ho affidato un pezzo di me e che poi me lo hanno reso. No. Intendo quelli a cui, un pezzo di me, l’ho affidato ormai anni fa e a ridarmelo indietro non ci pensano neanche da lontano. Quelli che ad ogni pianto, ogni riso, ogni disavventura c’erano. Intendo i miei amici. Non mi interessa se ti staranno antipatici perché non li abbandonerò per un tuo capriccio, e se non ti piace la porta è quella. Perché se e quando la prenderai ci saranno loro a sostenermi nella caduta. Perché ci sono sempre stati. Certo, non posso aggiungere “…e sempre ci saranno”, perché oggettivamente non lo so ma, per ora, sono sicura di non voler essere io ad abbandonarli.

Voglio che tu sappia che, se è vero che la casa è dove lasci il cuore, io di case ne ho un sacco. Ho l’animo della zingara, di quelle che non riescono a stare ferme. Che un pezzo di cuore l’ho lasciato tra i vicoli di Parigi dai quali, all’improvviso, la visione candida di Montmartre ti ferisce gli occhi nel suo splendore, mentre Notre Dame, così austera e imperiosa, ti fa salire le lacrime agli occhi per quanto è bella. Degli altri pezzi li ho lasciati in San Pietro, all’esatto centro del cupolone, che a guardare in alto vengono le vertigini perché sembra che ti stia risucchiando in cielo, e tra le rovine del Foro dove, se stai attento e tendi l’orecchio, puoi ancora sentire il rumore delle caligae sulla strada. Un po’ è rimasto tra le nevi del Trentino, con la mia incapacità di stare sugli sci e la sensazione meravigliosa dell’odore di neve fresca, ed è rimasto anche tra i suoi fiori primaverili, nell’aria frizzante sotto il sole che scotta. Tanto l’ho lasciato tra gli aspri rilievi d’Abruzzo, con i suoi verdi violenti e i bramiti dei cervi, in mezzo ai pastori e all’odore delle capre, dove, anche se sei foresto, quando è un po’ che sei lì inizia a conoscere tutti e nessuno ci fa più davvero caso che non sei autoctono. Una grossa parte se l’è presa la Romagna, con la sua nebbia, l’aria carica di bestemmie e del profumo della piadina, che bestemmiare è un po’ come respirare qua in Romagna, con il caos delle vacanze estive, piene di tedeschi, e con la malinconia dell’Adriatico d’inverno. Tanti altri luoghi si sono presi, o si prenderanno, un pezzo del mio cuore, ma devi sapere che io non sono avara, che se lo prendano, che c’è sempre spazio per qualcosa di nuovo nel cuore e sempre ci sarà. Quindi gioiscine e ridi, perché l’avarizia sentimentale è sempre una brutta bestia.

Voglio che tu sappia un sacco di altre cose, ma per adesso non mi vengono in mente.

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