“Il diario perduto di Jane Austen” e “Se potessi tornare indietro”

Temo che siano un po’ scarne come recensioni, ma non sono brava a sdilinquirmi in complimenti.

Questo l’ho finito ieri sera notte e, all’autrice, Syrie James, vanno i miei più vivissimi complimenti.

L’autrice è stata precisissima, nell’introduzione in cui spiega il ritrovamento delle memorie di Jane, sotto le mentite spoglie di “curatrice” dell’edizione postuma. Davvero ben curata la forma, ricca di dettagli ed in uno stile prettamente accademico. E’ stata così brava che ho avuto il dubbio, davvero, che fossero le vere memorie di Jane Austen.
E poi…poi il Romanzo, e se la merita una bella R, tutta maiuscola e tutta sua.
Ammetto di aver letto, della Austen, solo Orgoglio e Pregiudizio, libro che ho amato quasi, sottolineo quasi, quanto Via col Vento – che comunque rimane impareggiabile – però Syrie si è superata con un lavoro da filologa formidabile. Ogni parola, ogni situazione, sembra davvero scritta dalla Austen stessa, con una verosimiglianza, a quello che era il suo stile, magnifica. Ed è questo quello che intendo con “voglio sentirla l’epoca in cui sono immersa”.
E poi, davvero, ma quanto ho pianto?
Nello stile tipico di Jane Austen, l’autrice è riuscita a condensare la maggior parte della gamma di emozioni che attraversano un innamoramento, e poco importa se questa si può considerare quasi fandom. Perché è puntuale, curato, riporta i fatti, evincendoli dalle lettere originali di Jane, con una minuzia certosina, ed aggiungendo eventi del tutto verosimili. Li ha romanzati, certo, ma lo ha fatto magistralmente. C’è una tale intensità, nei sentimenti e nelle situazioni, che li senti, pure dove sono nascosti e lasciati intendere.
Ne ho amato ogni riga, ogni attimo e, nonostante lo stile non sia proprio dei più congeniali al romanzo d’amore di oggi, l’ho trovato perfetto.
Certo, per poter essere apprezzato, un libro del genere, richiede che si ami lo stile e il tema del romanzo d’amore ottocentesco.

Sono giunta a pensare, alla fine, che non c’è vergogna nella verità, ma solo libertà; e che, con il tempo, ogni storia ha il diritto di essere raccontata.

Questa è solo una delle tante frasi che mi hanno colpita, ma è quella che lo ha fatto maggiormente.

9 luglio 2012.
Andrew Stillman, giornalista d’inchiesta di grande successo, novello sposo, come ogni mattina si sveglia di buon’ora, si infila le scarpe da jogging e da il via alla sua routine quotidiana con la solita corsetta lungo il fiume Hudson.
Proprio quella mattina, qualcosa decide di frapporsi tra lui e la sua quotidianità. Andrew viene aggredito alle spalle, tra la folla del primo mattino, e lasciato in una pozza di sangue.
Quando Andrew riprende conoscenza è assolutamente convinto di essere scampato alla morte ma, ben presto, si rende conto che qualcosa stona: il calendario è fermo al 9 maggio. Sessanta giorni prima. Prima del suo assassinio, prima del suo matrimonio. Sessanta giorni. Quelli che dovrà rivivere per scoprire chi è il suo assassino, per cercare di scampare alla morte, per evitare di commettere gli stessi errori.

L’ho letto per curiosità, poiché la trama non mi sembrava nulla di troppo originale – ed effettivamente l’idea di “evento scatenante che innesca un loop temporale” è strausata – quindi non mi aspettavo nulla di ché. E invece…
La realizzazione mi è piaciuta molto, lo stile è abbastanza scorrevole, tranne pochi momenti un po’ lenti. Ma la cosa che più mi ha lasciata piacevolmente colpita é stata la risoluzione finale, di quelle che lasciano un po’ a bocca aperta e gli occhi sgranati.
Qualcuno, sul web, si è lamentato di un finale “monco”. Non l’ho trovato affatto tale, il finale è stato la scelta ottimale per quello che voleva essere il libro.

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