“I sotterranei della cattedrale” & “La setta degli alchimisti”

Ebbene si, sono particolarmente ispirata oggi.

Non so bene perché io continui ad intestardirmi nel leggere certe cose: i romanzi fanta-storici.

Però lo faccio e mi sale la bile. Quindi via col primo.

Ohssignore. 

Ammetto che in te avevo riposto delle speranze: vane.
Caro Fabio, eri partito bene, con una bella ambientazione di quella Bologna di fine ‘600, ancora avvolta in nell’aura di terrore di fine Controriforma, di caccia alle streghe e della santissima Inquisizione, supportata dalla strapotenza del Vaticano, di fine barocco e pitali svuotati nelle strade – che se non fosse illegale farlo ancora a Bologna lo farebbero, ma tanto ci pensano i punkabbestia, senza passare dal pitale.

Eri partito bene.

Poi?
Poi succede che mi tronchi a metà la storia, che era anche avvincente, con questo Gaspar che giunge a Bologna per recuperare un’alchimista, portarlo di peso in Spagna e curare il re sterile, per fare in modo che la Spagna potesse avere un erede. Saresti andato bene, certo non un capolavoro, ma una cosa piacevole, se avessi proseguito così.
E invece no, me ne fai ricominciare un’altra nella Roma di oggi, così poco caratterizzata che potrebbe essere una qualsiasi altra città, dalla metropoli al paesino: ma perché. E dire che è ben difficile NON caratterizzare una città come Roma, con tutti gli elementi che fornisce, dalla parlata all’architettura. Dai.
E va bene, la seguo la storia di Fosco Noi – ma che diamine di nome è?! – e di un sacco di altri personaggi che hai inserito per far lievitare il numero delle pagine. Si. Ma non sta succedendo nulla.
Nulla.
Pagine su pagine di…niente.
Scorrono anche in fretta eh, perché me ne sono resa conto solo quando ero oltre la metà libro che effettivamente non era successo nulla.

Poi iniziano a piovere morti: si perché, insomma, hai scritto più di mezzo libro, riuscendo a non far succedere niente e mettendoci personaggi casuali a far colore, in qualche modo dovrai sbarazzartene, e che sono morti lo si capisce ancora prima che passi in testa ai personaggi del libro. Anzi, ancora prima che vengano uccisi, quando ti rendi conto che non hanno veramente un motivo per essere presenti, lo sai che finiranno ammazzati.
Bene. Cioè, no, male, malissimo, orrendamente male. Stacco.
Si torna a Bologna ma ormai mi hai fregato l’atmosfera, e te la sei pure fregata da solo perché non riesci a ridarmi quella bella dimensione dell’inizio. Sei tornato ad un passato piatto, dove Bologna puzza di piscio solo perché ha quell’odore lì da sempre, scomparse le suggestioni barocche, tutto. Continui la storia di prima e zac, tagli a metà.
Perché.
Roma oggi: hai ancora poche pagine da imbrattare, forse concordate con l’editore, o forse ti sei solo rotto di scrivere, non lo so, ma mi stai regalando una delle fini più assurde, stringate e tirate via della storia della letteratura. Mi ci hai pure messo un combattimento – ma perché?!- in stile Chuck Norris, ma dico io, ma cosa ti passava per la testa in quel momento? Che cosa?!

Io. Ti. Odio.

Volevo dare due stelle, ma anche no. Ne tolgo una e lo lascio a una stellina sola.
Consigliato: decisamente NO.

Questo è pure peggio.


Partiamo col dire: ATTENZIONE, SPOILER.
Ma mi auguro che nessuno abbia la malaugurata idea di comprarlo. O prenderlo in Biblioteca, o qualsiasi altra cosa. Potete farvi comunque due risate con la recensione.

Partiamo dalla prima considerazione, anzi dalle prime due cose che ho pensato appena il tablet mi ha detto “lettura 100%”:
1) Cos’è ‘sta porcata?!;
2) Questo è uno di quei libri che “accadono” quando gli editori sono ubriachi, tanto.

Partiamo dallo stile perché della trama, sempre che così possa essere definita, ne parlo poi dopo.
Lo stile è piatto, monocorde, sembra un tema svolto alle elementari tipo: “Cosa hai fatto durante l’estate appena trascorsa?” “Sono andato al mare, mi sono divertito tanto.” Insufficiente.
Io non pretendo che quando si scrive un thriller – haha, thriller, certo – storico, uno mi descriva puntualmente qualsiasi cosa, però gradirei, e sottolineo, gradirei fortissimamente che gli elementi di ambientazione siano qualcosa di più di un calamaio, una lanterna ad olio e la data all’inizio del libro.
Chiedo tanto?
Non credo.
Mi piace, quando viene introdotto un personaggio, che sia caratterizzato. Voglio sapere di che colore ha i capelli, almeno, ha dei tratti caratteristici, oltre ad essere un saccente Sherlock de no’artri? Voglio un’età, o almeno qualcosa che mi faccia capire se sto leggendo di un impubere, di un uomo sulla trentina o di una mummia incartapecorita.
Mi dici che si svolge a Urbino nell’università: io nell’università dell’Urbino della fine del ‘700 non ci sono mai stata, ma tu, tu Simoni, che ti sei imbarcato in sta troiata avrai fatto delle ricerche! E allora, com’è fatta? Ha un portone? Un chiostro? E’ di pietra o di fango e sputo? La cupola che è crollata nella chiesa – quale chiesa? io non lo voglio sapere nelle note in fondo, lo voglio sapere subito – di cos’è fatta?
Io, in un romanzo storico, ci voglio camminare nel mezzo, voglio respirare l’aria di quel secolo, immaginarmela bene, non voglio descrizioni sommarie tipo:
“Parigi, 1400, la notte è buia. Nella strada vuota risuona lo scalpiccio degli stivali sui ciottoli.” (e ho già messo troppi elementi specificando stivali, e non genericamente scarpe).
Ma ti chiedo così tanto?
No.
Il libro verrebbe più lungo?
Certo, verrebbe sufficientemente lungo da giustificare il prezzo al quale poi la casa editrice lo vende!
Io voglio delle descrizioni ambientali ragionevoli, dove per “ragionevoli” si intende che dopo le prime 30 pagine io non debba tornare al primo capitolo per controllare se eravamo dove e quando.

Da qua iniziano gli spoiler, dunque non inoltratevi nella lettura se siete ancora convinti di voler aprire questo…questo coso. Perché la trama, solo per la sua assurdità, merita.

I personaggi.

Vitale Federici de Monteferetri: dottorando in filosofia dall’occhio acuto e capacità di ragionamento logico eccezionale, tranne per le cose più elementari.
Faccio un’esempio: i suoi amici lo informano della morte del suo maestro e lui corre alla cattedrale. Una guardia svizzera gli blocca il passo facendo cordone per evitare che i curiosi entrino, lui si presenta ma il gendarme, giustamente, non lo lascia passare. Qualcuno, all’interno della cattedrale lo chiama, la guardia svizzera si sposta e lo lascia entrare.
Uh-là-là, parbleu! Stupore e meraviglia! “Il giovane varcò il portale senza capacitarsi di quell’improvviso mutare di atteggiamento.” cito testuale. Ma dico, sei scemo?

Gli amici di Vitale: in realtà passavano di lì, non si sa cosa facciano, oltre allo stare in taverna, per questo si appassionano alle indagini.

Tal Lucrezia Unqualcosa: pare sia l’amante di Vitale, si capisce che è femmina dal nome che porta, anche lei passava di lì. Scopo ai fini della storia? Nessuno.

Monsignor Albani: il rettore dell’università, frate perché è monsignor, assiste a scenette buffe e muore male. Ah, si, ha una parrucca.

Le guardie svizzere: lo sai che sono guardie svizzere, ma solo perché te lo dice, non sono vestite in modo particolare, o almeno, non lo dice. Hanno delle cinture, massimo punto di descrizione delle guardie. Per il resto potrebbero essere qualsiasi cosa, da un gendarme a un sanculotto, passando per un SS o un soldato dell’armata rossa. O potrebbero essere nude, il che porterebbe quel piccolo tocco di humor alla tragedia. Complimenti.

L’ombroso: è un tizio deforme che vive nei cunicoli sotto la città. Sappiamo che è deforme, non sappiamo in che modo sia deforme, quindi immaginatevelo voi perché a me scoccia scrivere. In fondo, un sacco di gente ha già scritto di omuncoli deformi: scegliete quello che più vi aggrada. Appare dal nulla e scompare nel nulla. Anche lui passava di lì. E’ una delle scelte narrative più patetiche che potevi fare Marcello.

Severino de Pretis: frate, secondo in lizza per la cattedra di filosofia. Sappiamo che è invidioso, rabbioso, soggetto alla dispotica presenza di mamma. Viene eletto capro espiatorio perché Vitale, che rompe le scatole per tutto il tempo all’insegna dello “scopriamo il colpevole, sia fatta giustizia”, non se la sente di formalizzare le accuse.

La trama.

La trama è quanto di più elementare, ed assolutamente inverosimile, che il povero Simoni abbia potuto pensare. Mi spiego:
Il maestro di Vitale viene trovato morto, da un manovale, nella cattedrale a cui è crollata la cupola, motivo per cui il manovale, da solo, si trovava lì. Ha senso che il manovale fosse lì, non ha senso che fosse solo. Io non sono un tecnico ma, da che mi ricordo, nei cantieri, di solito, c’è più di un solo muratore.
Il cadavere ha il cranio spaccato ed è tutto scomposto ma non c’è sangue, solo Vitale se ne accorge.
In realtà non è l’università di Urbino, è la fiera dei cretini.
Quando lo fa notare gli viene risposto “Che sei un medico? No! Torna alla filosofia.”
Ma sul serio?
Sulla mano del cadavere c’è una scritta rossa: Cai Vesidie Basso. Il nostro “geniale” protagonista, dottorando in filosofia presso un’Università gestita da frati, il che lascia presupporre un’ottima conoscenza del latino, si interroga per pagine e pagine su cosa possa mai voler dire, non riuscendo a capire che lingua è.
*Facepalm*
Io il latino non lo so, ma un nome lo riconosco. A lui serve che gli venga detto da Monsignor Albani.
Vitale va a parlare con l’Albani: ti diamo la cattedra di filosofia. La scritta che hai trovato, furbone, dice Caio Vesidieno Basso. Io so tutto ma non ti dico nulla perché l’autore è convinto che questo sia un thriller, gne gne gne.
Vitale va al lapidario romano, trova la lapide di questo Caio, legge l’epigrafe che qualifica il tal Caio come “costruttore del ninfeo”.
La storia inizia a sapere di ridicolo. In maniera inquietante, per altro.
Vitale si reca alla taverna per raccontare agli “amici del bar” quanto ha scoperto. I due, che non hanno nulla da fare, decidono di dargli corda. Beccano il manovale, che era andato a sbronzarsi – giustamente, aggiungerei- e questo gli dice di aver sentito una voce dire “Canto sordo“. Il manovale decide di averne abbastanza di tutte quelle domande, esce dalla taverna, seguito dal protagonista e amici, e viene ucciso da un figuro ammantato. Il figuro cerca di ammazzare Vitale, il quale schiva la pallottola e scappa.
Esequie del Lamberti, i geniali “amici del bar”, in preda alla fifa, hanno ragionato tutta notte su “Canto sordo” e hanno concluso che in realtà doveva essere “Canite surdis“. Google translate mi dice “soffiare per i sordi”, non credo proprio che sia così, purtroppo non ho un dizionario di latino sotto mano e wikipedia è sfornita sull’argomento, ma il libro ce lo traduce come “Cantate per i sordi“, che per essere un latino del ‘500 dovrebbe essere abbastanza corretto, anche se non sono una filologa.
Comunque, sta frasetta, è il motto degli Assorditi di Urbino, un’orgnizzazione di cervelloni che andava di moda nel ‘500 e dovrebbe essere estinta, ha-ha, in sti romanzi la roba estinta non lo è mai, mi chiedo sempre il perché, è quasi una storyception.
La storia si tinge sempre più di ridicolo: i colpevoli gridano il loro motto, come gli appartenenti all’Hydra quando fanno marachelle ai danni dei Vendicatori, per essere sicuri che i Vendicatori lo sappiano.
Bene.
Vitale manda gli amici a indagare e, nel mentre, si reca nel suo studio da professore, ereditato chiavi in mano dal primo morto, per cercare indizi sul ninfeo tra gli appunti del morto. Quello che trova non lo soddisfa: “Le ninfe sono dee delle acque, quasi numi delle linfe. Ma sono dette anche muse, e non a torto. Il moto delle acque, infatti, produce musica“. Sulla scrivania c’è un libro di musica antica aperto sul capitolo che tratta la scala frigia. Dubbi.
Vitale torna dall’Albani per parlargli e lo trova impiccato con una cintura. Panico. Avvisa i gendarmi.
Nel frattempo, i due amici si recano all’ultimo punto di ritrovo noto per gli Assorditi e scoprono, origliando da oltre la porta, che qualcuno cercava un documento addosso al primo cadavere che, per altro, era morto in un altro posto e non nella cattedrale. La conversazione si interrompe perché i gendarmi, si quelli che chiacchieravano, devono correre a vedere il nuovo cadavere.
Vitale ruba un documento: parla del ritrovamento del ninfeo, è incompleto e diretto al Papa che, per altro, non si sa chi sia in quegli anni.
Grazie Wikipedia per colmare il vuoto lasciato da un’autore mediocre.
Vitale va a zonzo e incontra Lucrezia, Severino, di nascosto, li spia con un altro frate per fare in modo di togliergli la cattedra.
Cose a caso per aggiungere un capitolo.
Vitale va dall’architetto a cui è stato dato l’appalto di ricostruzione cupola a chiedere notizie sul ninfeo, già qualcun’altro, scopre, aveva posto al suddetto architetto le stesse domande, ah si, il rettore.
Scoperta del secolo: il rettore sapeva tutto.
Ehccerto, perché di solito i cattivi ammazzano gente a caso!
Si torna di corsa al palazzo, non si sa quale, uno qualsiasi, al palazzo. Ovvio.
Incontro in taverna, di nuovo.
Scopriamo con tanto stupore che Lamberti, il primo morto, e Albani, il secondo morto, – cioè, il terzo in realtà, ma il secondo davvero rilevante – erano andati nei cunicoli sotto Urbino, muniti di mappa per il ninfeo. Sappiamo anche che, nel registro degli Assorditi, gli ultimi due nomi scritti sono quello di Albani e quello del vescovo (non ne ho parlato perché anche lui passava di lì per caso).
Gli Assorditi cercano il ninfeo, il motivo non è chiaro e continuerà a non esserlo.
Con un’abile collegamento logico Vitale ci svela che: Lamberti è morto nei cunicoli, Albani è stato ucciso dal capo delle guardie svizzere.
I tre vanno alla cattedrale, scendono nei cunicoli ed iniziano a cercare la mappa che deve essere rimasta laggiù. Tra le ombre incontrano l’Ombroso: è una specie di Gollum e la mappa l’ha presa lui quindi, anche se è un minorato mentale, gli farà da guida. Raggiunta la mappa arriva, non si sa esattamente come, dato che nessuno conosce le perigliose stradine tranne il mostriciattolo che ci vive, il losco figuro in cappa, il quale spara a l’Ombroso e si rivela essere il sergente delle guardie svizzere. Confusione, dato che le guardie svizzere sono tutte uguali e senza nome, è difficile barcamenarsi.
Nel peggiore stile cinematografico da cliché pessimo, seguono le chiacchiere vane da parte del cattivo, il quale si complimenta con Vitale per il suo acume e gli spiega il perché degli omicidi: il tempio non deve essere ritrovato perché simboleggia un culto pagano.
Eh?
L’Ombroso resuscita dal buio e trascina il gendarme in un canale di scolo. Pacche sulle spalle, batti cinque e i tre recuperano la mappa e si inoltrano nei cunicoli.
Finalmente arrivano davanti al tempio: ha una gradinata che conduce ad un “maestoso ingresso” ai cui lati si sviluppa un doppio ordine di colonne corinzie, culmina in un frontone – spoglio, mi viene da dire, perché questa è la massima descrizione del tempio.
Qui diventa un po’ Tomb Raider, ammetto che è la parte che mi ha fatto sbellicare di più: girano attorno al “maestoso tempio” e sentono rumore d’acqua, trovano dei grossi bottoni in marmo che sembrano semoventi. Connessione logica: acqua – musica – scala frigia. Spingono i blocchi per ricreare la puntatura della scala frigia, l’acqua fa la musichetta e il portone, per magia si apre.
Spunta Lara Croft che spara a tutti e tre e va a recuperare l’antica reliquia, distrugge il tempio perché non è capace di recuperare oggetti senza fare saltare in aria qualcosa e finisce il libro, capisci che è una parodia e sospiri di sollievo.
No, purtroppo non succede. Ma sarebbe stato meraviglioso.
I tre entrano. In uno spazio non ben definito c’è una fontana in marmo che rappresenta le ninfe. Fine. Nulla da recuperare, niente di mistico, a parte la musica che non si sa da dove provenga – e non si saprà perché…bhé le possibilità sono due: o non sapeva come giustificarla, o pensava che il lettore se ne sarebbe dimenticato. Sbagliato. Escono e tornano indietro.
Vitale viene inquisito, spiega tutto al Cardinal legato tra gli scoppi d’ira del Vescovo. Capisci che sono coinvolti un po’ tutti.
Vitale decide di dare la colpa a Severino, perché è un personaggio creato apposta per essere antipatico e perché non ha il coraggio di formalizzare le accuse.
Fine.

Prendi il libro, del cherosene, un barile di latta e lo porti in stazione donandolo ai barboni per scaldarsi nella notte.

Signor Simoni, non so cosa facesse prima di imbrattar carta (igienica), ma comunque, torni a fare quello che faceva prima. Denuncerei volentieri chi le ha dato il Premio Bancarella.

Anzi, no!, ex archeologo, NON torni a fare quello che faceva prima, almeno sono sicura che non la incontrerò, il che mi permetterà di evitare il lancio di un qualcosa generico, davvero pesante e contundente, direttamente sul capo. Faccia il manovale. O allevi polli. Qualsiasi cosa, ma, almeno, lasci stare la penna.

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