“Confessione di un assassino” – Joseph Roth

E buon Natale.

Allora, dal momento che il blog è stato aperto per scrivere, in generale, quello che mi passa per la testa, e dato che leggo (tanto) e che dei libri che leggo mi piace parlarne, ecco, come regalo di natale, la recensione di un libro che ho finito da poco.

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★★★

Nella notte di Parigi un uomo entra nel locale sotto casa: conosce il russo ma fa finta di non capirlo, fino a quando l’oste non si rivolge ad un’altro uomo, affibbiandogli l’appellativo di “assassino”. Questa è la molla che fa scattare la confessione, una confessione lunga una notte intera, inframmezzata da un’orologio fermo che tutti, di tanto in tanto, sbirciano, e dalla caraffa di acquavite al centro del tavolo.
Il locale è gestito da un russo, fuggito dalla Russia zarista, come gli altri avventori del locale che, nel fondo della notte, a serranda chiusa, si riuniscono attorno all’assassino. Questo libro è stato definito il “romanzo russo” di Joseph Roth e non a torto: dal racconto traspaiono le fredde atmosfere della Russia d’inverno, le paure e le inconfessabili passioni che, violente, spingono l’assassino in quello che è l’abisso più profondo di un uomo. Il racconto è lucido, a tratti surreale e grottesco per la ripetitività di alcune tematiche e di alcune frasi che, in forma di domanda retorica, Golubcik “l’assassino” rivolge agli astanti. E’ anche, a parer mio, il racconto della perdita d’identità: lo sconvolgimento iniziale della scoperta di Golubcik di non essere figlio di suo padre, ma illegittimo figlio del principe Krapotkin, lo porterà in un vortice d’invidia, di pretesa, di odio, nei confronti di quella nobiltà da cui si sente escluso e della quale vorrebbe fare parte, pur sapendo, in cuor suo, di non esserne davvero parte. Ma quello che farà davvero scattare tutti gli eventi decisivi nella vita di Golubcik sarà un personaggio strano, incontrato per caso, e per caso reincontrato durante tutto l’arco della sua vita: tal Lakatos, elegante ometto che fa del zoppicare un’arte, perennemente avvolto da un’irresistibile profumo di violette e individuato da subito come la personificazione del male, un diavolo.
Senza questo incontro la mia vita sarebbe stata completamente diversa. Ma Lakatos mi portò dritto all’inferno. Me lo profumò persino.

Questo romanzo è profondo, a tratti grottesco e oscuro, a tratti capriccioso. Mi sono limitata alle tre stelline per due motivi: le ripetizioni incalzanti che, per quanto possano essere una scelta stilistica di rinforzo ad un concetto e renda la confessione più colloquiale, mal sopporto. O meglio la sopporto fino a un certo punto. Il secondo motivo sono il personaggio di Lakatos e della donna di cui Golubcik si innamora, per una loro comparsata che non ho assolutamente capito. E quando succede un’evento che mi lascia col punto interrogativo, e al quale non trovo una ragione veramente sensata, mi…boh, mi abbassa notevolmente il livello di gradimento.
Consigliatissimo comunque perché vale la pena leggerlo.

E per il resto Buon Natale a tutti, from mother Russia.

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