Apocalisse Zombie

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Oggi. Vigilia di Natale.

Madre mi desta alle ore 9.00 imperando: “Vestiti, andiamo in centro.”

Strizzo gli occhi, ancora inconsapevole di essere sveglia, barcollo fino al cesso, passo di fronte allo specchio e mi prendo paura, mi infilo come un’anguilla dentro i vestiti latrando un “caffè” che sembra più l’ultimo desiderio di un malcapitato sfuggito alla Santa Inquisizione. Il caffè è già pronto. Lo ingurgito. Sono addormentata come prima, fantastico! Temporeggio infilandomi gli scarponi, ho pure la presenza mentale di passarmi un filo di matita. Mi infilo la mia enorme cuffia di lana e sono pronta per il mondo.

Bhé, oddio, pronta…

Usciamo di casa e ci infiliamo in macchina, mi accascio contro il finestrino gelido, desiderando il mio cuscino caldo. Mi accendo una sigaretta e sono idecisa: la nebbia che vedo in macchina è il fumo della sigaretta o la nebbia che entra dal finestrino aperto?
Scordo il tragitto per il centro, è giorno di mercato, è la vigilia e i parcheggi blu sono pieni. Risultato: parcheggiamo a cinquanta metri da casa.

Perplessa abbandono l’auto e inizio a inseguire Madre che a passo di marcia zompetta verso le vie del centro.
“Rallenta…”
“Ma come sei messa?!”
“Le scarpe…pesanti…” è tutto quello che riesco ad articolare.

Finalmente le vie del centro si aprono davanti a noi: vecchietti che chiacchierano, giocolieri, cinesi che strillano i prezzi della merce facendo a gara coi marocchini. Dribblo un nero col berretto che mi apostrofa con un “Buon Natale, bella. Libri? Calzettini? Accendini?”
Continuo a seguire Madre in modalità maratona fino al negozio più caro del paese pensando “Oh. No. Maglioncini.” Ci starebbe un facepalm, ma sono impegnata a correrle dietro e non ho ancora abbastanza coordinazione mano-piede, rischierei di inciampare nei miei piedini da fata e spalmarmi sui sanpietrini della piazza. Entriamo.

“Buongiorno, mia figlia voleva un berretto da dare il cambio a questo.” Io?
“Di così grandi non ne abbiamo però qualcosa mi è rimasto.” Daje, fa vedere.

Mi passa un berretto blu elettrico, me lo infilo e rischio l’attacco epilettico guardandomi allo specchio. Il risultato mi fa storcere il naso.

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“No. Sembro un misto stra un sanculotto e grande puffo. Prossima.”
“No cara, è solo che sei abituata ai berretti enormi, prova questa.” Mi allunga una cuffia bianca con quelle ridicole F intrecciate color nocciola di Fendi. Rabbrividisco e me la metto. Il risultato è, se possibile, peggiore.

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Alla fine opto per un basco nero mentre la commessa continua a ripetermi che tanto in testa mi sta bene tutto. Emmenomale.
Ci dirigiamo alla cassa e a tradimento scopre il prezzo. 108 euro. 108 euro per un centrino di pelo di pecora da infilarmi in testa. Bestemmio tra i denti. “Sono 86 euro perché è in sconto.” Vigliacca.

Usciamo da questo negozio svuotaportafogli a tradimento, Madre zompetta perché evidentemente per lei è normale spendere quasi 90 euro per il pelo di una pecora, pelo carino e morbido e comodo, per carità, ma sempre pelo è. Continuo a seguirla e ci fermiamo a una panchina: Madre abbraccia tizia sconosciuta, e truccata in maniera pessima, che viaggia con accanto una mummia incartapecorita, dallo sguardo perso nella demenza senile, che stringe una bottiglia di limoncello come se fosse la sua ultima ancora di salvezza. La capisco. La sconosciuta si lancia in gridolini e in “Da quanto tempo! Ma guardati come sei cresciuta!” Capita, signo’. Succede, si cresce: in alto o in largo ma si cresce. Sorrido tipo Barbie, pensando cose come “Machiccazzosei”, “Oddio, deve essere una parente” e “Posso strapparle il limoncello di mano e farmelo alla goccia, così, per dimenticare.” finché le nostre strade non si separano ed arriviamo alla seconda tappa. La libreria.
Qua l’atmosfera è più amichevole e c’è l’odore di carta che è il mio preferito. Peccato sia mescolato a nauseanti profumi da donna e puzzo d’ascella sotto maglioni di lana. Secondo regalo di natale: Gabriel Garcia Marquez – Cent’anni di solitudine. Mai titolo più azzeccato.

Usciamo di nuovo nella nebbia, giro rapido attraverso le bancarelle perché si, nonostante la gente, la roba che luccica mi da allegria. Lascio un anello dall’orefice prima che la pietra si perda, di nuovo, e che io, di nuovo, tiri giù tutti i santi del paradiso: 0,06 carati di diamantino autoregalato smerciando i gioielli di comunione e battesimo. Ti ho ritrovato una volta in una pantofola, non avrò così tanto culo una seconda volta. Ti odio, carbonio.
Rimonto in macchina.

“Dobbiamo andare a fare la spesa adesso.” No. Ti. Prego. La macchina parte, sigaretta. Madre è allergica ai grossi supermercati, deo gratia, quindi andiamo al solito Sigma e lì: l’inferno.

Davanti a me si apre l’incarnazione di una delle bolge dantesche: mamme, babbi, piccoli mostri in urla da capriccio, che avanzano tra i banchi di generi alimentari – uno schiavo col grembiule del sigma continua a riempirli sostituendo cassette di finocchi, arance, melanzane – alcuni ti spintonano, Dio solo sa il perché, altri rimangono imbambolati davanti al caos. I vecchietti ti si parano davanti, occupando più spazio possibile. Carrelli lasciati tra le palle. Un bambino mi taglia la strada correndo, il carrellino che si porta appresso, sicuramente più pesante di lui, mi sale su un piede e io vorrei calciare la testa del nano per sentirmi Holly alla finale dei mondiali di calcio. Vi odio: tutti. Recupero più velocemente possibile delle verdure per me, corro al banco carni per il cappone, una signora mi spintona di lato, mi scappa un porcone dato proprio di cuore e mi guarda stranita. Regalo vaffanculo perché sotto le feste al diavolo la parsimonia. Conquisto il cappone, la lingua e la coda di bue per il brodo, etti di tortellini – perché in Emilia-Romagna senza tortellini non è natale – piovono nel carrello che mi trascino dietro mentre Madre è in frenzy da acquisto. Attorno a me corrono tutti, fanno rifornimenti in stile “la lunga attesa del fallout”. Aiuto. Recuperiamo le ultime cose e ci dirigiamo alle casse. Una coda chilometrica a quelle automatiche, perché si fa prima, e quasi nessuno che si offre volontario per la sfida secolare: imbustare più velocemente del passaggio articoli della commessa. Vada per la sfida.
In coda Madre annuncia di essersi dimenticata il petto di pollo: “Corri! Salvaci dalla fame! Prendi il petto di pollo!” Vado. Corro, lo afferro. Chi è il demente che taglia il petto di pollo nel senso sbagliato?! Un uomo latino, accento del sud, mi si para davanti con un topo in mano, ah, no, è un pechinese. Torno alla cassa, mi infilo oltrepassando la fila. La signora subito dietro mia madre, cappotto marron fango e colbacco di visone, ostruisce il passaggio. Cerco di dribblarla, non riesco, chiedo permesso “Ah, ma io sono in fila” perdo la pazienza “Sticazzi signora, la mia roba è quella là che passa, che facciamo, paga lei?” Si sposta. Raggiungo la cassa. 95 euro. Imbusto stile robot, cercando di recuperare il distacco con la commessa e, finalmente, sono fuori dal Sigma.
Sono le 13.
Sono sopravvissuta.

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2 thoughts on “Apocalisse Zombie

  1. Fedele specchio dei nostri tempi sono gli acquisti prevacanzieri, dove un paio di giorni di chiusura dei negozi possono scatenare veri attacchi di panico. Mi chiedo se vien giù un po’ di neve seria quanti gatti mangiati si rischia di trovare 😛

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