Casta Diva – Hans Tuzzi

Dopo tanto tempo, torno. Non è un rientro in grande stile, è un po’ in sordina, di nascosto. Torno per una recensione, in realtà. Avrei da scrivere e raccontare, ma sono troppo mentalmente esaurita per parlare di me quindi, per riabituarmi alla scrittura, una recensione sarà più che sufficiente.

Hans Tuzzi. Scelta particolare per uno pseudonimo, un personaggio minore di un romanzo incompiuto. L’autore che vi si nasconde dietro è Adriano Bon, saggista e docente universitario della carissima Alma Mater.

Sinossi (direttamente dal sito dell’editore)

Giugno 1982: risolto da poche settimane il caso del Principe dei gigli, il vicequestore Melis, scortato dall’’agente D’’Aiuto, partecipa ad un convegno organizzato a Napoli dal Ministero. Conclusi i lavori, come rifiutare l’’invito del suo ex questore a passare un fine settimana in villa, sulla Costiera, tra lo splendore del Mediterraneo e le prelibate ricette della cucina partenopea? È un universo un po’’ a sé, appartato, una piccola società dalla mondanità molto particolare: un universo dove non mancano le vecchie glorie ed i mostri sacri di un tempo ormai trascorso, come la Divina cantante e il pianista del secolo. Ma l’’idillio è guastato da un incidente che forse incidente non è, la morte di un turista che forse solo turista non era. Così, mentre il bel D’’Aiuto si ritrova oggetto di un inaspettato e non proprio gradito tentativo di seduzione, Melis, su richiesta del suo ex superiore, si trova costretto a prolungare una vacanza ormai tramutata in indagine.

Non darò stelline, perché non saprei quante darne. Non so nemmeno se mi sia piaciuto o no, cosa che mi fa propendere per il no. Cosa ho letto? Un romanzo? Un giallo? La copertina riporta romanzo, ma è anche un giallo. Cos’è, esattamente?

Non avevo mai letto nulla di questo autore, leggerò altro giusto per togliermi il dubbio. Stilisticamente è quasi impeccabile, ma ricorda tanto Eco. E in questo caso non è un complimento. Più che un romanzo mi è sembrato fosse un esercizio di stile, un’esposizione di conoscenze triviali dell’autore messe in bocca a personaggi totalmente sopra le righe. Tutta gente bene, indubbiamente, tutti personaggi estremamente ricchi ed estremamente colti. Anche un po’ troppo. La trama è un contorno, un contorno povero e banale, a dire il vero, ma davvero non conta quasi nulla ai fini del libro. Non apprezzo particolarmente questo tipo di romanzi, preferisco testi magari più semplici ma dallo svolgimento concreto. Come ho già detto mi è sembrato solo un susseguirsi di banalità e colte trivialità. So per certo che la maggior parte dei miei amici ne coglierebbero quasi tutti i riferimenti, ad eccezione delle parti in greco, ma credo che ne rimarrebbero annoiati a morte,  come me d’altronde. So che la maggioranza dei miei conoscenti, invece, coglierebbero a mala pena la metà dei riferimenti presenti. Sinceramente non saprei a che target indirizzare uno scritto del genere, sicuramente non agli amanti del giallo, sempre molto attenti a cogliere riferimenti ed indizi, che si troverebbero ad aver risolto il caso ancora prima dell’omicidio.
Insomma, questo libro rimane un grosso “mah“. Vedremo se il prossimo, che inizierò stasera, riuscirà a risultare un po’ più coinvolgente.

La vera storia di EXODUS – Dei e Re

Ovvero Exodus: Batman e l’attacco delle lamprede killer.
Quando Ridley Scott incontra l’Asylum.

Ma partiamo dall’inizio.

1300 a.C.
Nell’universo fantasy-egizio gli ebrei lavorano come schiavi e costruiscono piramidi a Menfi, con un ritardo di almeno 2200 anni circa.

Mosè è uno dei generali di Sethy I, assieme al figlio di quest’ultimo, Ramesse II, che nel 1300 a.C. aveva 3 anni ma, grazie ai viaggi nel tempo concessi dagli aGLieni, è già un adulto dai tratti americani e gli occhi blu.

L’Impero Hittita minaccia i confini egizi e il faraone decide di andare ad affrontarli a Qadesh, inviando Ramses e Mosè alla guida del suo esercito. La partecipazione di Sethy I alla battaglia di Qadesh, con un’anticipo di 25 anni, è straordinaria.
Sethy richiede ad una sacerdotessa generica un’epatoscopia per sapere come andrà la battaglia:

“Questo fegato non dice un cazzo della battaglia, però dice che un comandante ne salverà un’altro e il salvatore, un giorno, porterà la corona.”
Ramses: “Oh Mosè, se capita lasciami crepare.”
Cambio scena, siamo a Qadesh, una distesa di nulla in mezzo a montagne di niente piena di barboni con armature raffazzonate, armati di lancia, pelta di cuoio e pidocchi, accampati come punkabbestia in piazza Verdi a Bologna, intenti a fare cose e vedere gente.

Ramses: “Mandiamo avanti la DIVISIONE Bastet e teniamo sul lato la divisione Seth”

*facepalm*

Ramses indossa una pratica lorica squamata fantsy in un materiale che presumo essere oro, mentre Mosè è bardato con lo stesso oggetto buffo ma in un qualcosa che potrebbe essere acciaio. Sì, acciaio, nell’età del bronzo. CLARO.
L’esercito egizio, composto unicamente di carri da guerra e cavalleria, carica l’accampamento Hittita. Questi, avvisati dai loro pidocchi, lasciano ogni attività e in meno di mezza inquadratura sono già perfettamente schierati, a dimostrazione che il loro vestiario era tutto un barbatrucco per trarre in inganno gli egizi che iniziano a prenderle. A prenderne tante, e prenderle male.
Ramses viene catapultato via dal suo carro dopo aver fatto le gare con una triga hittita e, ovviamente viene salvato da Mosè dopo qualche inquadratura di sguardi ad effetto, di quelli che preludono a del sesso anale punitivo.
Dopodiché il faraone-non-ancora-faraone viene caricato su un carro e fatto fuggire mentre l’esercito egizio si ritira.

Il rientro a Menfi è trionfale. Il motivo è ignoto dal momento che allora la capitale era Tebe, ma loro vanno a Menfi. Sarà che gli piaceva il clima.
Comunque rientrano in trionfo e Sethy, accortosi che il figlioletto è particolarmente agitato, chiede a Mosè cosa sia accaduto.
“Mosè, lo so che non credi nelle profezie, e lo rispetto, ma noi ci crediamo, e devi rispettarlo. Ramses è scosso.”

Ramses non è scosso in questo film, ha solo un ritardo mentale considerevole. E Mosè è ateo.
No, aspetta, cos-?

“Però hai salvato la vita a mio figlio, lo so che un grazie è poco, ma grazie. Comunque mio figlio è un cazzone inadatto al trono. Dovresti regnare te.”
*brainfart*
“Ma no, non potrei in alcun modo, non sono neanche in linea di successione.”

Cambio scena. Sethy I è sul trono con tutto il concilio attorno.

“Tu,- inizia il faraone rivolgendosi al figlio – mangiaeredità a tradimento che non sei altro, vai a Pitom a parlare col viceré che sta facendo delle cazzate. Vai a vedere cosa sta facendo.”
“Ma fa caldo.”
“Si vabhé, ho capito, anche a sto giro vado io che tu sei un incapace del cazzo e poi io devo fare bella figura con mio Zio.”

Mosè arriva in quel buco merdoso di Pitom, una città di schiavi ebrei che schiaveggiano: scavano inutilmente un’enorme cava, vengono frustati, puzzano e muoiono. Il viceré – anche questo con gli occhi azzurri, incredibile – intanto è chiuso nel suo palazzo a fare falsi in bilancio e inventarsi complotti e scie chimiche. Mosè decide quindi di interrogare i vecchi schiavi anziani del posto e, tra questi, uno gli da appuntamento, di notte, in un bugigattolo in cui conduce segreti incontri di complotto. Mosé, curioso, si presenta all’appuntamento e il vecchio gli rivela il vero:
“Te, te, io ti conosco! Te sei il figlio di una che conosco, che per evitare che ti ammazzassero ti affidò a sua figlia, la quale ti portò al palazzo del faraone e una delle sorelle ti adottò! Ma tu sei ebreo. Tu ci libererai. Lo ha detto Dio!”
Mosè non la prende bene. Lo manda in culo e se ne va.

Al suo ritorno, Sethy è gravemente malato e tira le cuoia per poi essere sepolto nella sua tomb-… no.

No.

No.

NO, ABU SIMBEL NO! Dai!
Con una scena molto poco credibile, che insomma, giunti a questo punto uno potrebbe anche passarci sopra, Ramses sale al trono. Incredibilmente arriva a palazzo la voce secondo la quale Mosè sarebbe ebreo. Il neofaraone, coadiuvato dalla madre Sigourney Weaver in congedo dalla sua lotta contro gli Alien, decide di credere alla diceria e manda Mosé, zia e balia in esilio.

Batm…Mosé parte. Dopo un lungo viaggio giunge in un punto indefinito della costa del Mar Rosso dove trova un pratico guado. Nel Mar Rosso. OCCHEI.

Per altro temo di aver capito che sia arrivato di fronte alla punta sud della Penisola Araba, ma non voglio davvero averne la certezza.

Dopo la traversata giunge in un villaggio di allevatori di capre dove decide di stabilirsi e mettere su famiglia con un pezzo di sgnacchera non idifferente.
“E’ il posto più bello che io abbia mai visto.” sì, certo, adesso si dice così, il posto: un buco di niente in mezzo alla sabbia.

Passano 9 anni.
Mosè alleva capre, ha un figlio che alleva capre e scopre che c’è una montagna su cui nessuno sale perché Dio ha detto no, montagna brutta. Il profeta ateo decide di sfidare Dio e sale sul monte con la sua capra. Più sale, più piove, finché non viene travolto da una frana di fango e massi, precisissimi massi che arrivano uno dopo l’altro tutti sulla sua testa – il che spiega MOLTE cose – fino a che, immerso nel fango, vede finalmente l’arbusto in fiamme e un bambino.
Sì, Dio si manifesta in tutto il suo glorioso aspetto di bambino cencioso – e stronzo.

“Te, te, te…te Mosè sei qua a scopare le capre mentre in Egitto il mio popolo muore. Te, brutto stronzo, li hai abbandonati.”
“Cosa vuoi?!”
“Voglio un generale.”
“Ma io allevo capre.”
“Ma prima eri un generale.”
“Ma io allevo capre! Sono sommerso di fango, probabilmente ho un edema cerebrale che non mi farà passare i prossimi dieci minuti e ho pure una gamba rotta! Cosa vuoi e chi cazzo sei?!”
“Ti ho detto: il mio popolo è schiavo in Egitto, voglio un generale. Secondo te chi cazzo sono?!”
“Ah.”
“Eh.”

Così, per colpa di una grave commozione cerebrale, Mosè molla moglie e figlio e riparte per l’Egitto.

Questo Mosè non fa come quello biblico, che va dal faraone poggiandogli la fava sul tavolo a dirgli “Io sono Mosè, te liberi il mio popolo o subirai l’iradiddio.”, no, Mosè è Il Cavaliere Oscuro di cui il popolo di Israele ha bisogno. Lui si infila nella stalla in modalità stealth nel bel mezzo della notte. Ramses, che era da quelle parti perché aveva finito il Roipnol e non riusciva a dormire, si ritrova improvvisamente una putrella di bronzo dal filo spesso un dito ma affilato come un miracle blade appoggiata alla gola.
“Sono Mosé, te adesso liberi gli ebrei che sono 400 anni che non gli rinnovi il contratto.”
“No.”
“Non mi aspettavo un semplice sì, ma neanche un semplice no. Mi stai dicendo questo?!”
“Sì…?”
“Cioè chiariamoci non voglio che non li fai più lavorare, però almeno pagali!”
“Ma hai un’idea di quanto mi verrebbero a costare?”
“Vaffanculo. Allora li libero io.”

Ssssssono Batman.

Il nostro Cavaliere Oscuro torna dal vecchio che gli aveva rivelato le sue origini ed inizia LA GUERRIGLIA. Rastrella persone, schiavi, li addestra a fabbricare le armi e a combattere, per la libertà di Gotham Israele, la libertà di Israele.
Il programma è semplice: tagliare le risorse dell’Egitto, che essendo uno stato grande come San Marino ed essendo loro migliaia, dovrebbe essere una missione abbastanza semplice.
Primo obbiettivo: gli ULIVETI.
Ora, tra tutte le poche risorse dell’Egitto, quello per cui era storicamente ricordato erano i cereali. L’Egitto era il “Granaio di Roma”, non il suo maggior produttore di olio d’oliva! Però giustamente per la Domenica delle Palme si usa il ramo d’ulivo quindi facciamo due più due e attacchiamo gli uliveti e i depositi di olio, che esplodono rievocando le più belle scene di Apocalypse Now.
Il tutto mentre Ramses e la moglie guardano dalla terrazza.
“Pensi di fare qualcosa per fermarlo.”
“Sono 4 schiavi con le pezze al culo. Naaaaaah.”

Dio ricompare a Mosè.
“Dove sei stato.”
“A guardarti fallire.”
“Le guerre di logoramento richiedono tempo.”
“Di questo passo ti ci vorranno anni.”
“Sono pronto a combattere anche così a lungo.”
“Io no*.”
“Dopo 400 anni di schiavitù tu hai fretta ADESSO?!”
“Sì. Vaffanculo, sta a vedere come si fa una guerra, siediti e aspetta, che io ci ho i superpoteri, Batman dei miei stivali.”

Improvvisamente degli alligatori – mi pare proprio fossero alligatori, ho ricontrollato e riconfermo alligatori, i TIPICI alligatori egiziani del Mississipi – grossi come degli autobus, attaccano una nave di pescatori. Poi si attaccano a vicenda, poi non sono più solo un paio, e non sono nemmeno tanti, sono proprio troppi. E l’acqua del Nilo diventa sangue.
Eh, effettivamente, l’acqua in sangue per miracolo divino era un po’ troppo inverosimile.
L’acqua del Nilo finisce anche nei canali d’irrigazione, riversandosi nelle risaie. Sì, ho detto risaie. Il famoso RISO egizio. Mi sono sorpresa della mancanza di POMODORI.
Dal Nilo escono le rane, le rane muoiono e arrivano le mosche. Improvvisamente gli animali vengono colpiti da ictus casuali e muoiono. Le persone si ricoprono di pustole. Il tutto avviene in dieci risicatissimi minuti di film, circa.
Poi arriva la grandine, chicchi di grandine grossi come meloni.
“Ramses! Intendi fare qualcosa?!”
“Nah.”
Poi arrivano le locuste.
Poi Dio va a trollare Ramses. Letteralmente.
Ramses è da solo nella sua stanzina e sente qualcosa che si muove, al ché sproloquia contro Mosè, dicendogli che qualsiasi cosa faccia l’Egitto resisterà. Dio ne prende atto e torna da Mosè.
“Senti, il faraone non molla un colpo.”
“Ma no, vedrai che adesso cede.”
“No, sono andato a trovarlo, ha detto che ucciderà tutti i figli degli ebrei. Allora sai cosa ti dico? Che io mi prendo tutti i figli dell’Egitto.”
“Ma questa è vendetta!”
“Sì, e allora? Sono Dio e voglio vedere il faraone chiedere pietà. Quindi non rompermi le palle.”

Mosè, che in tutto ciò è comunque il fratello adottivo di Ramses, lo va ad avvisare.
“Senti, questa è una cosa più grande di te e di me, proteggi tuo figlio stanotte quando cala il sole.Succederà qualcosa di terribile.”
“Mi stai minacciando?”
“No, senti, non lo so, so che è in pericolo ok, e adesso ti saluto che ho da fare.”
Mosè va dalla sua piccola combriccola di guerriglieri ad avvertire gli schiavi che sta per succedere qualcosa.
“Dite a tutti che macellino un agnello e segnino le porte e le soglie delle loro case con quel sangue prima di stanotte.”
“Perché?”
“Se funziona dovremmo evitare una grossa inculata. Però non lo so se funziona.”
“BENE. Per fortuna che sei te quello che parla con Dio eh!”

L’oscurità cala e si porta via i primogeniti dalle case non segnate dall’agnello. Tra cui anche il figlio di Ramses.
Che non la prende bene e decide di incontrare Mosé, presentandosi all’appuntamento con la mummia del figlio in braccio.

“Che razza di un Dio stronzo è un dio che ammazza i BAMBINI?!” la scena è toccante, il faraone in lacrime con la mummia in braccio. Mosè decide di spezzare il pathos.
“Non è morto nessun bambino ebreo.”

“ANDATEVENE DA CASA MIA!”
“Come comandi, faraone.”

*Rivedere il video di due righe fa.*

E finalmente partono e si levano dai coglioni. Pero Ramses non è proprio dell’idea di lasciarli andare così, senza fare niente. Quindi decide di rincorrerli coi carri da guerra, e sterminarli.
Appena Mosè si accorge di essere inseguito si trova di fronte ad una scelta:
a) strada libera, semi pianeggiante e leggermente più lunga che aveva già percorso per ben due volte;
b) impraticabile stradino di montagna che non ha mai fatto e del quale non ha idea di dove porti.
Immaginatevelo.
Ovviamente Ramses, che conosce quell’aquila del suo fratellastro, lo insegue coi carri da guerra.

Mosè, dopo essersi perso tra i monti, riceve indicazioni dai folletti della loacker e riesce a trovare la costa del Mar Rosso, ma il guado non c’è più. In un attimo di disperazione lancia la sua spada in acqua e vede una meteora in cielo. Poi si addormenta.
La mattina dopo si risveglia coperto di guano di gabbiano, perché gli uccellacci hanno deciso di fare un rave sopra le loro teste. E il Mar Rosso ha l’acqua stranamente bassa. Sul crinale del monte si intravede l’esercito egizio.
“Ce l’ho! ATTRAVERSIAMO QUA.”
“Ma sei scemo?!”
“No no, dai, fidati. Cazzo vi ho raccontato così tante boiate, avete creduto a tutto! Fidati!”
L’acqua continua a ritirarsi, i quattrocentomila schiavi ebrei iniziano la traversata.

Contemporaneamente i carri di Ramsess, guidati dal faraone in persona, sono lanciati a tutta velocità su uno stradello largo come una smart, su una montagna di choco-pops. E tutti conosciamo bene la stabilità geologica di una montagna di choco-pops.
Il secondo in comando fa letteralmente un fischio a Ramses e a gesti indica prima il bordo della strada, poi la ruota del carro ed infine il tipico gesto del “vai pianino”. Non sto scherzando, questa scena vale tutto il film assieme al “non è morto nessun bambino ebreo”.
Ma Ramses non ci sta, i suoi schiavi sono a metà del Mare e lui li deve prendere, quindi sprona i cavalli.
Com’è prevedibile, a metà colonna la ruota di un carro finisce fuori strada, il carro si imbarca, il cavallo cade dal dirupo e il carro rimane incastrato, creando un meraviglioso tamponamento a catena, con conseguente crollo di tutta la parete di choco-pops. Ma al grido di “boia chi molla” il faraone continua.
Finalmente i 10 carri superstiti arrivano sul fondale marino, Mosè e altri dotati di cavallo tornano indietro per affrontare gli egizi. Quando all’improvviso un cavallo apparso dal nulla compare nella scena intento a scappare da una gigantesca onda.

Quelli si che sono cavalloni.

Il secondo in comando dice a Ramses, di arrendersi e tornare indietro. Ramses non demorde. L’esercito si, quindi girano il culo e se ne vanno, per poi essere investiti dopo duecento metri.
Ritorna lo scambio di sguardi da promessa di stupro anale e Mosè, che tenta di calmare le acque, invita il fratellastro a seguirlo. Entrambi vengono investiti in maniera stronzissima per risvegliarsi, dopo un’ispiegabile scena di un cavallo che galleggia mentre viene sbranato da due o tre squali – Asylum, siete voi? -, sulle rispettive coste.
Qui, la battuta più bella di Ramses, solo, in piedi in mezzo a quello che un tempo era il suo esercito:
“Ramses….il Grande….eh.”

In realtà dopo altre scene divertenti non ci sono, tranne Mosè che fa il sorpresone e invita a cena quattrocentomila persone a casa sua e della moglie, e Dio che gli detta le tavole della legge mentre prepara il thè in una caverna dicendogli:
“Ho notato che non andiamo sempre d’accordo”
“No, direi di no”

Io non so che storia abbiano studiato regista e sceneggiatori, e non so nemmeno che Bibbia abbiano letto. Però gli do 5/5. Perché è talmente trash che fa il giro e diventa a metà tra l’epico e il ridicolo.

*questo dialogo non è stato cambiato

Minareti e Sahlep

Ebbene, son qui. Ma facciamo due passi indietro, a quando stavo andando là.
“Là” dove?
Là a Costantinopoli. E vi consiglio vivamente di chiamarla così, se no il mio medico greco si incazza.

Il viaggione mi è stato regalato dai miei amici per celebrare la conquista della coroncina d’alloro, quindi siamo partiti in quattro – Nicola, Owen, Cerbero ed io – il pomeriggio del 5 dicembre.
I giorni prima della partenza sono stati esilaranti. Cerbero e Owen continuavano a lamentarsi del fatto che 8 chili di bagaglio a mano fossero pochissimi, perché loro dovevano stare comodi, io continuavo a chiedermi cosa dovessero farsene di 8 chili di roba per stare via 4 giorni. Il risultato è stato che la mia valigia pesava 4 chili, quella di Nicola 6, quella di Owen esattamente 8, mentre Cerbero aveva preso la valigia grande da stivare, all’interno della quale avevo buttato la mia valigia da palestra per avere dl posto in più per i souvenir.

 

GIORNO 1 – 5 dicembre

Non avevo mai preso l’aereo. La prima frase che ho pronunciato, mentre guardavo quell’aereoplanino da sotto è stata “Hey. Ma è minuscolo.”
In effetti era tipo un bus con le ali, il ché non mi ha dato una grossa sicurezza. Sì perché quando ero piccola Madre mi portava all’areoporto di Bologna a guardare gli aerei decollare ed atterrare, la domanda standard era: “e se cade?”. Ero una mocciosetta ottimista.
Il viaggio, dentro a quel bus alato, è stato perfettamente tranquillo. A parte il fastidio del decollo, in cui mi sembrava di avere lo stomaco buffamente incastrato tra i metatarsi, il resto è stato un misto di caldo soffocante, pisolini e Owen che non stava zitto. Prendere l’aereo per la prima volta ed atterrare addirittura in un altro continente è stato assolutamente emozionante. Perché qua le prime volte devono essere delle cose fatte in grande.

E per essere sicuri di fare le cose in grande ci siamo persi appena usciti dall’areoporto, dopo un’ora e mezza di check out.

In Turchia c’è un grave difetto: mancano i cartelli. Il che significa che ti devi muovere un po’ indovinando, probabilmente sarebbe più facile utilizzare una bussola, rispetto alle indicazioni invisibili. Trovare l’autobus che ci avrebbe portati a Taksim è stato il delirio. Anche scoprire che la fermata Taksim era a dieci minuti da Taksim è stato un delirio. Fortunatamente io sono una di quelle persone che quando partono devono avere un programma mentale quindi, dopo aver scoperto la destinazione del viaggione sono immediatamente andata a comprare una guida per farmi un’idea degli itinerari, anzi, di cosa visitare. Gli itinerari, non avendo una minima idea di dove fosse il nostro alloggio, erano un po’ troppo oltre le mie capacità divinatorie.

Comunque, scesi dal bus – SPOSTA QUEL BUS! – cartina alla mano cerchiamo di individuare la strada per la torre di Galata. Sulla cartina Piazza Taksim era segnata come rotonda, con delle strade che le passano attorno. Ovviamente non è così – che Dio ti fulmini, maledetto cane di un cartografo. Owen spara una direzione casuale, Nicola studia la cartina e indica una strada. Ci aveva preso Owen. Sinceramente non ho ancora capito l’orientamento della nostra fermata ma tant’è. Giunti a Taksim abbandoniamo l’idea di capire quale strada percorrere basandoci sullo stupido disegno e ci affidiamo ai passanti. La cosa meravigliosa dei turchi è che non ti rispondono nel dialetto tipico del posto un “non sono di qui” e, anche se non sono autoctoni, cercano comunque di darti una mano. Taksim è una piazza di cemento con una fontana da un lato, attorniata da palazzi pieni di luci e baracchine di Kebab. Ma finalmente ci infiliamo giù per Istiklal Caddesi, praticamente correndo perché il ragazzo che doveva darci le chiavi dell’appartamento aveva fretta. Che poi, mi chiedo, che fretta hai, stronzo? Se ti abbiamo detto che atterriamo alle 17.30 è ovvio che alle 17.30 non possiamo essere a Galata. Se no ci teletrasportavamo ed era tutto meno faticoso.

L’altro scoglio insormontabile della guida erano i “tempi di percorrenza”. Sulla guida dava il tragitto Taksim-torre di Galata a 2 minuti di cammino, tra le altre cose sono andata a ricercare dove fosse scritto ma adesso non lo trovo, giuro però che c’era. Chiediamo ai passanti: più di mezz’ora.

E qui altra cosa buffa: l’unico che non sa l’inglese, Nicola, è stato l’unico che ha parlato con tutti alla ricerca di informazioni.

Corriamo giù per la strada principale, ignorando qualsiasi cosa, fino alla torre di Galata, dove il proprietario dell’appartamento ci ha dato buca per un altro cliente. Decidiamo di andare a mangiare, con valigie e tutto, al primo kebabbaro. E qui nasce il primo amore: l’ayran. Per me e Cerbero è stato la bevanda base ad ogni pasto, assieme al the, e vi assicuro che gli hobbit fanno meno colazioni, pranzi e cene di noi.
Dopo un’ora, finalmente, arriva il tizio ed accediamo all’appartamento. Sei piani di scale strettissime a chiocciola. Fuck. Il tutto è controbilanciato dal possesso della terrazza del palazzo con vista sulla Moschea di Süleymaniye, alias “SU LE MANI!”. Problema: l’appartamento non era quello che ci aveva indicato negli accordi.
Pro: era in una posizione molto più vantaggiosa.
Contro: aveva decisamente meno letti.

E non è stato l’unico contro, ma ci arriveremo poi.

La sera usciamo a fare un giro per Istiklal Caddesi. Mai vista una strada così vitale. Gente ovunque, luci, ragazzi seduti agli angoli della strada a suonare e cantare, con capannelli di altra gente attorno intenta a ballare deanze allacciate in perfetta sincronia. Continuiamo a girare in questa baraonda di suoni con Owen che vuole il dolce e troviamo Potato’s.
Potato’s somiglia ad un fast food qualsiasi di via Indipendenza, in realtà è quello che possiamo considerare l’Altero del Waffle e della patata ripiena, chiunque conosca un minimo Bologna sa cosa intendo. Potato’s è stato la nostra certezza per tutti i giorni di permanenza, o almeno lo è stato il suo waffle. Questo waffle. Prezzo: 10 TL, circa 3,60 euro.

 

waffle

 

Lo ammetto, siamo tutti ingrassati. Però diavolo, come fai a non ingrassare quando hai kebab e pasticcini ad ogni angolo?!

Dopo questo infarto impiattato siamo andati a fare la doccia e a dormire con una crisi glicemica in corso. Per altro, nel momento doccia, Nicola ha passato il tempo ad urlare bestemmie per colpa dell’acqua fredda, all’ultimo si è accorto che i rubinetti sono montati al contrario. Owen, che ha fatto la doccia subito dopo, ha iniziato ad intonare dal bagno uno sfottò molto delicato:
“Oh, che meraviglia fare la doccia con l’acqua calda Nicola, è bellissimo.”
Finché non gli abbiamo chiuso l’acqua calda. Per simpatia.

 

GIORNO 2 – 6 dicembre

Per me è stato l’inizio della tragedia.
Quale tragedia?
Lo spiego dopo.

Visto che siamo fuchi fichi estremamente in forma decidiamo di fare tutto a piedi. E ci perdiamo. Di nuovo.
In una qualche maniera non ben definita riusciamo a non vedere il ponte Galata, che non è un ponticello, è un ponte enorme che attraversa lo stretto del Corno d’oro. Chiediamo ai passanti.
Il ponte si rivela essere un curioso punto di vista sulla vita di Costantinopoli, su tutto un lato ci sono dei pescatori in batteria intenti a recuperare pesciolini e gabbiani inquietanti che cercano di rubare i pesci dagli ami. A metà del ponte inizia la mia sofferenza. Era dalla mattina in appartamento che percepivo una buffa sensazione ad un piede, dopo una camminata piuttosto breve mi sembrava di avere un ciottolo rotondo, tipo quelli che si usano qua in Italia per pavimentare le piazze in modo particolarmente scomodo le piazze, incastrato tra la pelle e il muscolo.
Arrivati dall’altro lato decidiamo di fare le colazioni.

La prima fermata è ad un banchetto itinerante – Istanbul è piena di ‘sti banchetti, vendono pane, cozze, marroni arrosto, the, caffè, sahlep, insomma qualsiasi cosa a prezzi ridicoli – di panini-ciambella (prezzo: 1 TL), ricoperti di semi di sesamo si chiamano simit, gli altri semidolci non ne ho idea ma erano buonissimi. Dei mattoni in formato pane, senza berci dietro niente erano una sfida da buttare giù ma…erano così buoni! Per non farci mancare niente ci siamo seduti ai tavolini di un ristorante-bar 200 metri più in la. Sfogliando il menù non avevamo idea di cosa prendere, l’unica cosa comprensibile erano il thé e le omelette, però c’era una cosa che ci incuriosiva: honey cream.
Il cameriere non masticava benissimo l’inglese, quindi quando gli ho chiesto cosa fosse ha risposto “honey cream”, e sticazzi per scoprire cosa fosse lo abbiamo preso tutti.

Infarto in stick. Ho sentito le coronarie chiudersi alla sola vista del piatto.

Honey cream non è altro che un panetto di crema di burro immerso in due dita di miele, servito con panini caldi.

Dopo quest’ennesima flebo di colesterolo e trigliceridi andiamo finalmente alla Moschea Nuova.
Ho sviluppato un amore profondo per le moschee, lo ammetto. Tutta la ritualistica del capo coperto ed i piedi scalzi ha un fascino decisamente maggiore a quello di una chiesa qualsiasi, inoltre l’atmosfera dentro è completamente diversa. Queste moschee sono luminose, colorate ed essendo l’Islam una religione iconoclasta la totale assenza di Cristi, santi trafitti, martiri, sante coi loro piatti negli occhi e quant’altro, l’atmosfera è molto meno inquietante rispetto a quelle delle chiese cristiane. In generale adoro stare seduta nelle grandi cattedrali gotiche, con la loro aria cupa e tutti i mostri terribili che si arrampicano sulle facciate, però l’atmosfera è un po’ più macabra. Le moschee che abbiamo visto invece sono ariose, ampie e tuttavia ordinate e con strutture riconoscibili, tutte sempre orientate col mihrab verso la Mecca.
Oltre ad essere stata assaltata da una “tigre coi bengala” all’ingresso della moschea, mentre mi rimettevo le scarpe all’uscita alzo lo sguardo e vedo…

*suspance*

…un mio compagno di università. E’ incredibile quanto sia piccolo il mondo. Tra tutti i posti in cui avrei potuto incontrarlo non mi sarei mai aspettata di vederlo a Bisanzio.

Torniamo alle tigri coi bengala.
I gatti di Istanbul sono le bestie più invadenti che io abbia mai visto, in particolare quello alla moschea aveva deciso che la mia borsa era di sua proprietà e lui ci avrebbe dormito sopra. Poi sono grassi. Non ho mai visto dei gatti randagi così grassi. Quindi si sono meritati l’appellativo di “tigri del bengala”. Da quelle all’immagine di una tigre che corre su due zampe illuminandosi la strada con due bengala in mano, tipo Lara Croft, il passo è stato molto breve. Comunque anche i cani non scherzano.

Mentre qualsiasi persona normale si tiene i bazar per l’ultimo giorno di viaggio, noi siamo andati immediatamente al Bazar delle Spezie e al Gran Bazar. I prezzi sono pompatissimi ma contrattare è divertentissimo, poi hanno molta più scelta rispetto ai negozi che si trovano fuori. Insomma, abbiamo fatto la spesa comprando un po’ di tutto, e sono assolutamente fiera delle mie pashmine di seta e cachemire comprate a cifre ridicole (circa 10/15 euro), ed una collana in argento indiano BELLISSIMA pagata 15 euro – ne avevo vista una simile ad una bancarella qua in Italia, prezzo: 85 euro. Insomma, devo tornare a Istanbul per rifarmi l’armadio.

Usciti dal bazar torniamo a mangiare Kebab. E’ praticamente impossibile mangiare qualcosa che non sia Kebab, ne ho mangiato talmente tanto che non lo rimangerò finché non torno là.

Poi decidiamo di avviarci verso la moschea di “SU LE MANI!”. In quel momento stavo davvero, davvero, davvero malissimo.

Ogni moschea visitata era uno stupore gigantesco. Dentro sono davvero magiche. Nella zona retrostante la moschea sono presenti le tombe di alcuni Sultani, Solimano compreso, nonché quella della moglie favorita Roxelana – che non è, come vorrebbe una leggenda, la bella senese Margherita Marsili da Siena, bensì Alexandra Anastasia Lisowska, sulla quale farò un post appena ne avrò voglia perché ha una storiella che vale la pena di essere letta.
E proprio fuori dalla Moschea di SU LE MANI! ho assaggiato per la prima volta il Sahlep, del quale in fondo vi allego la ricetta perché non è veramente descrivibile, è qualcosa che va oltre. Sappiate solo che c’entra la cannella e c’entra pure il latte.
A questo punto ci si pone il problema: dato che io non cammino, come torniamo a casa? Bus? Metro? Tramvia? Optiamo per il bus. Mentre siamo lì che raggiungiamo la fermata notiamo un cartello col simbolo della metro: M. 250 m ed una freccia.
In Turchia hanno dei 250 metri molto lunghi, difatti l’ingresso della metro è ad almeno un paio di chilometri dal cartello.

Ottomani.

Tra bestemmie masticate ed improperi vari giungiamo finalmente a casa. Mi dirigo in bagno per lavarmi le mani e…

“Ragazzi, mi avete chiuso l’acqua?”
“No.”
“Allora abbiamo un problema.”

Effettivamente avevamo un problema di proporzioni bibliche: niente acqua. Il che significa niente doccia. Ed il no acqua-no doccia si è protratto fino all’ultimo giorno di permanenza.

Giorno 3 – 7 dicembre

Non ho mai patito così tanto caldo durante la notte come in quell’appartamento.
La notte prima io e Nicola ci eravamo studiati quale fosse il metodo più efficace per arrivare al Museo Archeologico – non potevo mica non andare al museo archeologico, eh.
In ritardo di circa un’ora sulla tabella di marcia, perché Owen mi aveva spento la sveglia perché tanto lui “ci mette solo 5 minuti a vestirsi”, prendiamo il tram e arriviamo fino alle porte del museo.
La sezione inerente al Vicino Oriente, per quanto piccola, è stata quella che in proporzione ha rubato più tempo, con Owen dotato di audioguida che consultava solo per sentire se gli stavo raccontando delle cazzate o no, ho pure fatto da guida perché ci si sono accollate due signore italiane che seguivano il nostro gruppetto mentre spiegavo la funzione degli ushabti, il perché di tutte quelle statue di Gudea di Lagash, la funzione dei Lamassu nei grandi palazzi assiri e l’architettura della Porta di Ishtar a Babilonia, della quale erano presenti alcune parti della decorazione.
Ho quindi scoperto un’altra cosa che mi da soddisfazione: fare la guida in museo.
Purtroppo non erano visitabili alcune sezioni del museo, tra le quali quella contenente il Sarcofago di Alessandro, ma ciò significa solo che, “ahimé”, tocca tornare là.
Il museo ha ovviamente portato via la maggior parte della giornata. I monumenti chiudono molto presto a Istanbul, di solito sulle 16, quindi abbiamo deciso di zoppicare fino a Santa Sofia. Non siamo riusciti a visitarla perché siamo arrivati che avevano appena chiuso gli ingressi, altro motivo in più per tornare a Costantinopoli.

Dopo ciò, Owen ha spinto come una scimmia per andare sulle mura. Io in quel momento volevo solo morire. E invece ci siamo infilati in tram, nell’orario di punta del rientro a casa, verso le mura. Ovviamente sulle mura non ci si poteva salire ma almeno sono riuscita a scoprire il nome del Sahlep.

Ritornati finalmente a casa abbiamo scoperto che la compagnia idrica era venuta a cambiare le batterie di un aggeggio che serve a dare la pressione nei tubi o, insomma, qualcosa del genere, ma dell’acqua non vi era ancora traccia. Mi ha lasciata un po’ sconvolta il fatto che lavorassero anche la domenica e, soprattutto, che il proprietario dell’appartamento li avesse chiamati a mezzanotte circa. Lavorano a qualsiasi ora del giorno, addirittura i fruttivendoli erano operativi alle due della mattina. Cose mai viste.

Giorno 4 – 8 dicembre

Ultimo giorno di permanenza nel baluardo dell’Impero. Ultimo giorno di waffle.
Purtroppo quel giorno Santa Sofia era chiusa al pubblico ed avrebbe riaperto solo il giorno dopo, quando noi saremmo stati in aereo per il rientro. Tristezza a palate.
Però la Moschea Blu era aperta.

A parte la magnificenza della piazza antistante la moschea, piazza che apre la vista sui due luoghi di culto più importanti di Bisanzio, la Moschea Blu ha avuto su di me lo stesso effetto di Notre Dame de Paris: una fulminante sindrome di Stendhal che mi ha lasciata a bocca aperta per una buona mezz’ora, con tanto di lacrimoni di commozione e sincero stupore.

L’interno della Moschea è qualcosa di indescrivibile a parole, tutto, dalle gigantesche colonne in marmo alle decorazioni blu delle piastrelle, da un senso di opulenta magnificenza. Quando venne eretta fece scalpore all’interno della comunità islamica difatti, a causa dei suoi sei minareti, venne vista come una sfida alla sacra Al-Masjid al-Haram, all’interno della quale viene custodita la Ka’aba, che di minareti ne ha ben otto – e non sette come dice wikipedia, porca vacca basta contarli in una qualsiasi foto.
Adoro l’architettura delle moschee, con i minareti slanciati verso il cielo ma la pianta larga e massiccia che si tiene ancorata al terreno. Poi l’interno, nonostante i turisti, trasmette proprio un senso di pace.
Usciti dalla Moschea abbiamo attraversato l’ex Ippodromo di Costantinopoli, proprio quello della rivolta di Nika della quale racconterò in un altro post. In realtà non rimane molto, a parte una le rovine di una curva, ma sono visibili tre monumenti inerenti la spina dell’ippodromo: l’Obelisco di Teodosio, un obelisco dell’epoca di Tuthmosis III e gemello dell’obelisco del Laterano a Roma, furono fatti rimuovere entrambi da Costanzo II per i suoi ventennalia e, mentre l’obelisco del Laterano arrivò direttamente a Roma, quello che oggi si trova a Istanbul fece tappa ad Alessandria, fino a che Teodosio non lo fece portare a Costantinopoli nel 388; la colonna Serpentina, che faceva parte di un antico tripode bronzeo dedicato all’Apollo Delfico, costruito in commemorazione della vittoria greca sui persiani durante la Battaglia di Platea, nel 2022 compirà 2500 anni; ed infine la Colonna di Costantino Porfirogenito, questa è una colonna in muratura che originariamente doveva essere rivestita di lastre bronzee ma, oggi, è completamente spoglia e rovinata, al tempo dell’impero Ottomano i membri del corpo dei Giannizzeri la scalavano fino in cima come prova di coraggio.
Subito oltre i resti della curva siamo scesi nella Cisterna Basilica: in realtà non fu mai una chiesa, “basilica” credo che stia ad indicare semplicemente il fatto che fu fatta costruire dal Basileus, ovvero l’Imperatore.

L’interno è estremamente suggestivo.

Per finire in bellezza la giornata siamo andati a visitare il Topkapi. L’ingresso al palazzo reale ottomano costicchia parecchio, ma vale la pena pagare sia per il palazzo che per l’harem, nonostante la maggior parte di quest’ultimo fosse coperto per il restauro.
La tesoreria è uno schiaffo alla povertà. Credo di non avere mai visto tanto oro, diamanti, rubini e smeraldi tutti assieme. Adesso non mi ricordo esattamente il nome del gioiello piumato che si applica al turbante però:

Ecco, uno schiaffo alla povertà. E non solo nella tesoreria. All’interno dell’armeria ci sono dei fucili del ‘700 (credo), completamente ricoperti di lapislazzuli e corallo rosso: ti ammazzano a colpi di ricchezza.

Però la parte più divertente è stata quella delle Reliquie. Mi sono divertita tantissimo là dentro quando siamo arrivati di fronte alla teca col “vero” Bastone di Mosé. Questa gente ci crede un po’ troppo. Poi era pieno di mini reliquiari con i peli della barba di Maometto. Per altro, all’interno di quel padiglione, c’era in sottofondo una litania costante in arabo, la voce di un tizio che recitava delle sure del Corano. Pensavamo tutti che fosse registrato e invece no, c’è proprio un poveraccio che passa le sue giornate a leggere ad alta voce il Corano, con di fianco uno schermo che segue i passi tradotti in inglese. Spero che abbia almeno l’accesso assicurato al Paradiso!
Sempre a proposito delle reliquie: nel padiglione ci sono le sacre vesti del Profeta. Queste sono contenute all’interno di uno scrigno d’argento di forma cubica. Quando l’ho raccontato ad un mio amico abbiamo stabilito che sono le sacre vestigia di un cavaliere d’argento, ed abbiamo intonato la sigla dei “Cavalieri di Maometto” sulle note di Pegasus Fantasy.

Siamo usciti dal palazzo all’ora di chiusura e siamo tornati “stranamente” a mangiare e bere del thé per poi tornare nuovamente a casa. Dove l’acqua era tornata in funzione: MIRACOLO! Sono sicura che sia stata la nostra visita al Bastone di Mosé a far tornare l’acqua, anche perché la compagnia idrica non aveva risolto niente.

La sera siamo andati a mangiare la Waffle per l’ultima volta, per poi infilarci in un localino di nicchia a fumare il narghilé. Appena entrati c’erano dei turchi con chitarre e tamburi che cantavano “L’Italiano” masticando tre quarti della canzone. Siamo rimasti imbambolati dalla stanchezza a bere thé, ascoltarli cantare e fumare fino alle 2, poi siamo ritornati a casa a chiudere le valigie.

Il giorno successivo al rientro sono andata dal medico che mi ha prescritto i raggi perché era convinto che mi fossi rotta un piede. In realtà avevo “solo” una tallonite molto ostile, ho ricominciato a camminare in maniera decente da qualche giorno. Perché se io parto per un viaggio, sia mai che io non tiri ad ammazzarmi. Ecco.

Sahlep

Fare il sahlep è una cazzata, ma riesce per forza diverso da quello originale perché si usa una farina di orchidea che, oltre a costare bazzilioni, qui in Italia è introvabile.

Quindi:

  • 3 cucchiai di farina di riso (io ho provato con quella)
  • 1 litro di latte
  • 3 cucchiai di zucchero
  • una bacca di vaniglia
  • cannella

Si mescola tutto tranne la cannella, si porta ad ebollizione finché non si addensa un po’, si spegne il fuoco, si toglie la bacca e si serve bollente con una spolverata di cannella sopra. Il meglio sarebbe addirittura la cannella in bastoncini da grattugiare direttamente perché è più profumata.

Dura lex

Ho finito.

(Il primo round)

Finalmente il 20 novembre sono stata dichiarata. So’ dottoressa.

Sembra che io abbia discusso a tempo di marcetta, battendo il tempo con un “piedino”, si fa per dire, dato il mio numero da fata. La prima cosa che ho fatto è stato lamentarmi del male ai piedi, che hanno continuato a dolere fino a due giorni dopo. Io volevo discutere in anfibi.

Ho passato i primi due giorni a riprendermi dalla sbronza della festa, perché nonostante io sia riuscita a tornare a casa sobria il mio stomaco è rimasto ribaltato per un week-end intero e mi ha fatto patire tutto quello che ho fatto patire io a lui. Ho imitato Sailor Moon, invocando il potere del Cristallo di Luna, e Crystal il Cigno in una perfetta interpretazione dell’Aurora del Nord. Sono pure riuscita ad intrufolarmi nello scavo romano che c’è sotto il bar in cui ho fatto la festa, perché i cocci mi attraggono in maniera compulsiva.

La notte prima, lo ammetto, sono andata a giocare a D&D 3.0 (perché siamo nostalgici).

 

Sia chiaro, sono molto più che felice di aver terminato la scalata a questo primo gradino, è un traguardo che sono felice di aver raggiunto – e l’alloro mi dona, dandomi anche quella lieve fragranza di arrosto.

E’ da ieri che cerco di immatricolarmi alla Magistrale. Cioè, ci provo. La parte più complessa dell’Uni è quella di riuscire a dar la pugna alle segreterie, che ovviamente sono un milione, ognuna controlla solo un pelo del culo ignorando gli altri – e lo controlla due ore a settimana, ovviamente – senza dare nemmeno la disponibilità a passarti il numero dell’altra segreteria alla quale ti rimpallano.

“C’è il numero sul sito.”

Hai idea, brutto ammasso di cellule ruba ossigeno a tradimento, di quanti siano gli stramaledettissimi siti dell’Uni? Un bazzilione di pagine inutili che non dicono nulla, sono solo autocelebrative. I bandi e tutto il resto sono nascosti in delle finestrelle a bordo pagina, caricati in pdf senza nemmeno il titolo completo. Sembrano delle supercazzole.

A dire il vero, tutta l’organizzazione burocratica sembra una supercazzola. Quando ho chiesto se il libretto lo dovevo consegnare o potevo tenermelo, dato che ora c’è solo quello elettronico, un brivido di panico ha scosso la Segreteria Studenti. Avrei portato meno caos se avessi lanciato una decina di molotov. Vabhé.

(non posso specificare quale Uni, il nostro mirabolante “codice etico” me lo vieta)

Fatto sta che forse riesco ad immatricolarmi dopo il colloquio di valutazione alla mia preparazione, perché evidentemente il fatto che io mi sia laureata col massimo dei voti da cinque giorni, proprio in una delle lauree che impongono come prerequisito, non è sufficiente. Ok. Io capisco quei due passaggi in più per quelli che si trasferiscono da un’altro ateneo, ma porco il clero, io sono sempre nello stesso. Hai il mio file di matricola sul pc, perché ti devo portare, stampati, dei documenti  che hai già, visto che io li stampo dal tuo sito?!

 

 

Ho deciso: la prossima corona sarà in foglia di quercia, al valor militare, per aver trionfato sulle segreterie.

Potere del Cristallo di Luna! Vieni a ME!

Potere del Cristallo di Luna! Vieni a ME! *musichetta*

 

 


 

Terra

AVVISO AI LETTORI:

Questo post è altamente sentimentale.

L'Antico Vaso andava portato in salvo

L’Antico Vaso andava portato in salvo

“Oh che bello, studi archeologia! Avrei tanto voluto farlo anche io da piccolo!”
Questa è la frase tipica che un archeologo in divisa – cioè ricoperto di terra, sudore, macchie del pranzo di almeno una settimana prima e piccone alla mano – o anche non in divisa, si sente dire da qualsiasi persona che lo veda al lavoro o che gli chieda “cosa fai nella vita?”. Poi scopri che lui è all’ultimo anno di giurisprudenza – che per carità d’iddio il diritto che materia arida – col nonno notaio, o che si sta specializzando in cardiochirurgia. Fanculo. Lui mangerà al San Domenico e io continuerò coi kebab dei pakistani. Ok.

A parte il lato monetario però l’archeologia è liberatoria. Non parlerò i tutto il sottofondo culturale di miliardi di cose che devi sapere per essere un bravo archeologo, ma solo dello scavo.

Lo scavo è la parte più dura, fisicamente e mentalmente parlando. Perchè non basta la passione per le anticaglie o i coccetti, non è solo scava scava e tira fuori. C’è tutto un metodo, una burocrazia, la fatica fisica di stare in posizioni improbabili, bestie più o meno carine che saltano fuori a caso, torni che non contano. E soprattutto c’è la terra. Un sacco di terra.

E quella ti deve piacere, perché devi starci nel mezzo per ore e ore. A me piace, stare lì a paciugare con la terra, sentirla morbida e scura che si sfoglia docile sotto la lama della trowel, che fa un profumo tutto suo. Mi ci incazzo anche con la terra, quando mi ritrovo sotto il sole cocente sulla spianata di argilla, con le ginocchia doloranti e il polso pure – si è un’immagine equivoca – perché l’argilla secca non è collaborativa quando la accarezzi con la trowel, e non collabora nemmeno quando ti ci accanisci, che sei lì a tirare il piano bello pulito per un fotopiano, e questa ti salta via a zolle e ti tocca ricominciare. Lì bestemmio potentemente. Non collabora nemmeno se la prendi a picconate, dura come un sasso, la stronza. L’argilla la amo e la odio allo stesso tempo. Quest’anno, nel periodo di pioggia violenta primaverile, l’argilla e l’acqua ci han fatto impazzire. La mattina a svuotare lo scavo che era diventato una meravigliosa piscina, poi immersi nel fango, imbrattati in ogni modo, chiazze di fango in posti che Dio solo sa come ci è arrivata. E una mattina, mentre ero lì bella immersa nella mia fanghiglia, cercando di capire dov’era il limite tra due strati, mi sento i calzini bagnati. Mi guardo i piedi e, ohibò. E tutta quest’acqua? Non avevamo svuotato? Poi mi accorgo poco lontano che c’è una bollicina che ogni tanto gorgoglia. E ce n’è pure un’altra, e un’altra ancora. Aveva piovuto talmente tanto che la falda stava ributtando fuori l’acqua.

Questi imprevisti, il sudore, la fatica, il sole cocente sulle spalle e l’abbronzatura da muratore col sorriso sui lombi, adesso, in questo preciso istante, mi mancano. Mi manca soprattutto l’odore della terra, la sensazione di averla sotto le unghie, dentro le scarpe, a volte finisce pure nelle mutande. Mi mancano le lunghe docce dopo-scavo, che alla seconda e terza passata di bagnoschiuma l’acqua continua ad essere marroncina. Mi manca pure la lotta territoriale con le vespe.

Io sono aracnofobica. Quando vedo un ragno mi immobilizzo e vado in apnea e cerco di indicarlo alla persona più vicina come un’imbecille. Quando lavoro in mezzo alla terra, però, divento un killer. Insetti, rospi, bisce, non ho problemi. Ma i ragni. Quando ne becco uno a portata di braccio – quindi troppo vicino – lo elimino. Non venitemi a dire “ma no, poverini, hanno più paura loro di te”, sticazzi, lo so che hanno più paura loro ma il mio istinto di autoconservazione psicologica decreta “o me o lui” e io opto per me. Però me la sbrigo. Il fastidio indicibile di quando becco qualcuno che strilla come un’aquila ad ogni singola formica, o che esplode in gridolini schifati ad ogni cavalletta o altro insettino. Mi urta. Fa parte dell’essere in mezzo al terriccio, trovarci dentro i lombrichi. Devi amare pure quelli – tranne i ragni.

Poi l’emozione, quando sei lì e pian piano dalla terra emerge un vaso, un osso o un qualche altro manufatto. All’inizio la tentazione di estirparlo per vederlo subito, rigirartelo tra le mani, guardartelo per bene, toccarlo, pulirlo. In realtà è molto più emozionante scoprirlo come vuole il manuale, lentamente, scontornandolo, girandoci attorno. Questione di metterci dieci minuti anziché estirparlo, non di millenni eh. Ma anche quella breve attesa, mentre sei lì a ripulirlo con la trowel e lo guardi prendere forma è una bella soddisfazione.

Poi ci sono i momenti “panico da foto di scavo”. Lo scavo deve essere sempre pulito, sembra un ossimoro, ma deve essere sempre pulito, niente mucchietti di smosso, buchi casuali o altro, si deve seguire una certa logica, la terra si sfoglia e deve essere sempre leggibile. La foto ha anche il problema della luce, se è troppa non si vede niente, devi fare in modo che non ci siano delle ombre, e la lavagnetta con il nome dello scavo, la data, gli strati che ci sono in foto, il quadrato, il settore. Orienta il metrino, orienta la lavagnetta, posiziona in Nord in modo che si veda in foto, controlla che lavagnetta e metrino siano orizzontali, più orinzzontali, ancora un po’ che è un po’ sbilenco. Prima della foto c’è il momento delle acrobazie: tutti impegnati a ritirare il piano del terreno in modo che sia bello liscio e si veda bene tutto. A volte bisogna raschiare a trowel, altre volte basta passare la scopa, dipende dalla terra, da quanto è sporco. Ma non devi lasciare impronte! Allora tutti ad andare in un verso, e adesso? Da dove usciamo? L’angolo come lo facciamo? Cavati le scarpe, così in calzini non lasci l’impronta. A volte ti ritrovi in un angolino, imprigionato in questo scavo tutto pulito, dietro di te il muro della sezione troppo alto per essere scalato e nessuna via d’uscita. Allora ti fai dei numeri da acrobata di circo per riuscire a scomparire prima del momento della foto.

Il rassicurante momento dei sacchetti e dei quadrati. Lo scavo è organizzato a griglia da battaglia navale in quadrati di un metro per un metro. Tu sai che devi scavare un’unità stratigrafica perché sta sopra a questa e quella che le devi liberare, allora inizi. Ti prendi i tuoi sacchettini, fai le acrobazie per raggiungere il quadrato sporcando e pestando il meno possibile e ti metti lì a fare i tuoi sacchettini: questo per la ceramica, questo per il concotto, questo per le ossa, questo per il campione di terra. Un paio di sacchettini di riserva se proprio sei fortunato ed esce un reperto notevole. Io amo questi attimi burocratici, un po’ perché prendo appunti per qualsiasi cosa, un po’ perché lo trovo rassicurante e rilassante.

Il mio attimo di relax preferito è la compilazione della scheda US: in che quadrati era lo strato, antropico o naturale, che tipi di reperti, un disegnino sommario e la descrizione della terra. Sono sempre molto prolissa nella descrizione della terra, mi piace essere precisa, descriverne il colore, la consistenza, se era tutto uniforme o c’erano piccole macchie leggermente diverse e in che modo lo erano.

Mi manca tutto questo. Anche il disagio di non sapere dove andare per fare pipì. Mi manca pure quello.
In pratica non vedo l’ora di sentire il mio voto di laurea, iscrivermi alla magistrale e tornare sul campo il prima possibile. Che lo scavo in Abruzzo a cui partecipo da anni quest’anno l’ho dovuto disertare per potermi laureare. Porco Giuda.

Time to change

Settembre è stato il mese della rivoluzione.

Diciamo che è stata una rivoluzione parziale ma che mi ha fatto bene.

Mi sono tolta un discreto sassolino da una scarpa, l’ho buttato nel lago e sono rimasta a guardare gongolante il tam tam delle onde che si sono dipanate dal punto d’impatto. L’isteria, checché la commentatrice simpatica del post di sotto ne abbia detto, è esplosa regalandomi attimi di puro edonismo.

Forse è vero, mi si lancia un sasso ed alzo il livello dello scontro a DEFCON 1. Per ora ha sempre funzionato senza macerie dal mio lato.

 

A parte i sassi e le atomiche mi sono finalmente iscritta in palestra.

Ebbene sì. Ho tradito il mio dolce divano, il mio soave far nulla, per ammazzarmi di step in palestra cercando di seguire il doppio pedale degli Slayer.

La palestra è un luogo strano. E’ un misto di ragazze magrissime e truccatissime, coi capelli perfetti costantemente in piega – che poi come diavolo facciano a strarci è un mistero – che fanno gli esercizi coi pesetti da un chilo; ragazze tondette che come me sputano i polmoni sul tapis-roulant, immerse in bagni di sudore che nemmeno dentro a una sauna in dieci pigiati stretti ce la si fa; uomini di mezz’età che cercano di non invecchiare troppo in fretta ed infine loro, i miei preferiti, ragazzi più o meno giganteschi che fanno solo petto-spalle-braccia. Il mio preferito è Ciabattino piccolo, perché è simpatico e mi tira sempre in mezzo ai discorsi del loro gruppetto e almeno mi faccio due risate, lui tutto sommato è anche proporzionato. Ciabattino grande invece è un qualcosa di gigantesco. Ha le spalle di un giocatore di football americano, spallacci inclusi. Poi lo sguardo ti scende, che non lo squadri per bene uno così?! Maglietta da basket, pantaloncini Adidas neri con due bande laterali bianche, ultimo bottone slacciato per mostrare meglio il quadricipite…assente. O meglio: le gambe sono perfette, definitissime, ma sembrano le gambe di qualcun’altro. E allora continui a guardare gambe e spalle e pensi: perché ti stai pompando le spalle e le braccia in quel modo…e le gambe no? Hai intenzione forse di passare il resto della tua vita a camminare sulle mani? Non sarebbe meglio avere delle spalle muscolose ma proporzionate a tutto il resto del corpo? Poi scendi ancora e sono lì: le infradito.

Adoro!

Senza contare la meraviglia di essere lì a zompettare sullo step, con quella di fianco che ti parla della sua attività di ricostruzione unghie – rigorosamente in nero – quando, all’improvviso, senti i tipici lamenti da puntata di Dragon Ball.

WHAAAAAAAAAAAAAAAG!
BUM.

Alzi lo sguardo e vedi questo che molla i pesi e inizia a camminare su e giù per la palestra in preda a crisi esistenziali. Poi si irrigidisce tutto, riguarda i pesi e torna a sollevarli più incazzato di prima. E’ bellissimo.

Però, dal momento che sono tondetta e devo perdere peso – che poi sto perdendo solo taglie dei jeans pesando uguale a prima – non faccio solo palestra tre volte a settimana. In quei due giorni di buco ci ho pure infilato in mezzo fit boxe.

Fit boxe è una figata. Stai un’ora a saltellare e a picchiare il sacco a tempo di musica tipo “Blue” degli Eiffel 65. Nonostante i guanti, l’ultima volta mi sono sbucciata una nocca. Stavo pensando al mio ex, lo ammetto, pensare di essere lì a prenderlo a cazzotti mi da sempre le forze di arrivare alla fine dell’ora – alla fine quella relazione è servita a qualcosa, non è stata una totale perdita di tempo! E il signore di fianco a me: “ma non serve che lo picchi davvero il sacco, basta fare il gesto”.

Ma se il sacco non lo picchio non mi sfogo! E poi la soddisfazione di vedere il sacco che dondola sempre di più di settimana in settimana. Fantastico.

Quindi mi sto rimettendo in forma, o meglio, per la prima volta sto abbandonando la mia forma tonda per una forma un po’ meno tonda. Anche perché se no arrivo alla fine del primo giorno di scavo che non riesco ad alzare le braccia sopra la testa e vorrei solo morire.

Sono riuscita a riprendere i contatti con due persone a cui voglio bene.
Il primo totalmente per caso. L’ho incontrato al parco e dopo lunghi momenti di “lo faccio o non lo faccio” , quando è rimasto solo mi sono andata a sedere di fianco a lui e gli ho detto che sì, aveva ragione, non avrei mai dovuto accettare l’ultimatum “o lui o me” del mio ex, che poi non avrebbe fatto altro che chiedermi di rinunciare ad altre cose. Gli ho chiesto scusa e gli ho detto che mi era mancato. E lui ha sorriso e ha risposto che gli ero mancata anche io. Poi abbiamo passato il resto della serata a battibeccare come se non fossero passati due anni dall’ultima volta che ci eravamo rivolti la parola, ma appena qualche ora.

Il secondo l’ho cercato. Mi ha raccontato un po’ di sé, gli ho raccontato un po’ di me. Ci siamo aggiornati su questi anni di silenzio radio un po’ per chat, un po’ grazie a una lunghissima telefonata che è passata dalle nostre storie alla formazione dei mondiali di quest’anno, alla mia passione per il pro bull riding, il suo lavoro, la sua casetta – giuro che appena mi laureo che ho un po’ di tempo la vengo assolutamente a vedere – il mio Dioniso, l’ansia della tesi, il football americano. Di tutto. Non ci conosciamo da tantissimo, se contiamo anche il silenzio radio, ma quando l’ho conosciuto mi ci sono subito affezionata, a istinto – una di quelle cose che dovrei seguire più spesso, fortuna che con Dioniso mi sono fidata e l’ho seguito – e sempre a istinto ho sentito, forse anche con un po’ di arroganza, che ci potevo parlare bene o male di tutto.

Ultimo, ma non meno importante, sto abbandonando il rosso.

Ebbene sì, mi sono fatta bionda.
E sono contentissima.

Sono almeno sei anni che ho i capelli rossi, quando tutte si facevano bionde io ero lì a tingermi i capelli di nero. Quando tutte si facevano nere, ero lì a lottare per i capelli rossi. Adesso che tutte son rosse, che viste da dietro non si distinguono più perché usano tutte lo stesso tono, ho deciso che è il momento di cambiare di nuovo e provare col biondo, che ancora mi mancava.
Non sono ancora pienamente soddisfatta del risultato, il rosso si vede ancora parecchio, ma per la laurea credo che sarò finalmente bionda bionda.
E giusto per aggiungere un luogo comune: posso far finta di essere scema se voglio allontanare qualcuno che proprio non sopporto.

Tornando a Dioniso…finalmente so quando torna.

Tutte queste cose, assieme, rendono questo periodo stranamente felice, nonostante l’ansia da ultimo esame e da tesi. Sì, posso dire che in questo momento, nonostante alti e bassi di malinconia, nonostante gli scherzetti del mio fisico che continua ad accartocciarsi in sfoghi psicosomatici da stress, sono proprio felice.

Dimenticavo.

Italiani! di cielo, di terra e anche di mare! Due giorni fa ho dichiarato guerra ai pidocchi ed ai bruchi che hanno infestato le piante del mio terrazzo! E’ ora di dire BASTA alle foglie delle gerbere traforate come merletti, è ora di dire BASTA alla menta mojito che agonizza sotto la tirannia di orride bestioline delle quali non conosco il nome, è ora di dire BASTA ad altre orride bestioline che saltellano sulla mia salvia facendole ingiallire le foglie. Si fottano gli antiparassitari bio e la convenzione di Ginevra. E’ il momento delle armi chimiche.

Pesci rossi

Gente che in una gara di idiozia riuscirebbe ad arrivare seconda

Corollario: sono tollerante nella misura in cui non mi si rompono le palle.

Tendenzialmente la gente va ben oltre.

Dal momento che sono una personcina che porta poco rancore e mi si vuol far passare per la Stronza di turno, come già anticipato, tale nomea voglio guadagnarmela.

Ho avuto un sacco di tempo per mettere insieme i pezzi di questo post durante l’estate e finalmente è giunto il momento di dare loro corpo e renderli al pubblico ludribio dell’internet e di chi mi ha dato il materiale e le informazioni su cui lavorare.

Colpo basso?
Certo. Mai detto di essere corretta, se mi si fa – stupidamente e inutilmente – incazzare ancora meno.

Ma partiamo dal principio.

Tempo fa scrissi un post generico sulla generica attività di rievocazione dal quale il gruppo di cui facevo parte – che chiamerò “La teuta della Birra”, tanto chi vuole intendere intenderà – si sentì attaccato. La loro coda di paglia non è un mio problema e, sinceramente, non lo sarà mai, ma mi sentii dire dalla Moglie del Birraio e dalla sua Ancella: “non puoi scrivere quelle cose”.
Cosa posso o non posso fare, in uno spazio privato come un blog, lo decido io.

La storia ha inizio tanto tempo fa – per intenderci l’anno scorso ad agosto, se non vado errata, o comunque in estate – quando, parlando con una delle poche persone encefalo dotate all’interno della teuta, proposi una didattica comparativa tra l’abito femminile celtico e quello femminile etrusco – che poi io mi sia sentita addirittura dire “celti ed etruschi non si sono neanche mai incontrati” tra le argomentazioni contro a questa cosa vi lascia capire il livello generale.
Questa cosa non la proposi per chissà quale motivo, semplicemente perché fare divulgazione, nonostante lo sguardo da vacca al pascolo della maggior parte del pubblico, mi piace, inoltre passare un week-end a guardare la gente che passa lo trovo piuttosto noioso. Se devo passare il mio fine settimana seduta su un panchetto come una scema a guardare il panorama vado al mare e mi spiaggio su un lettino a rosolare mentre ascolto i gossip delle vicine di ombrellone.
Alla proposta mi viene risposto “mi fido, fai quello che devi, sarà interessante”, per dirla in breve. Vero, non ho chiesto al capo gruppo, il Birraio, ho chiesto al segretario che comunque è una carica abbastanza in alto – evidentemente solo quando fa comodo al Birraio – ed è anche uno che ci mette del suo, sa le cose e se non le sa si informa.
Mi studio tutto il progetto, creo l’abito, lo indosso – nessuno dice nulla – e faccio anche un po’ di didattiche che mi è parso siano state interessanti per il pubblico. Dico “mi è parso” perché sono stata interrotta con domande specifiche delle volte, quindi se uno non ascolta la domanda non la fa.
Durante l’estate però la Druida interviene.

Ora la Druida è una femmina, il che è più che sufficiente per far colare a picco la credibilità dal momento che la casta druidica era prettamente maschile, e quell’anno non aveva fatto praticamente nessuna uscita. Altri gruppi rievocativi, coi quali ho chiacchierato amabilmente e separatamente, narrano che costei, non so in che anno, durante una didattica al pubblico raccontò che gli etruschi vivevano nelle tane scavate nelle montagne come gli hobbit. Giusto per ricordare il livello della gente di cui sto parlando eh.
Ad ogni modo, lei, dall’alto della sua attività di allevatrice di polli – no, non è un eufemismo o una presa in giro, era proprio la sua attività in quel periodo – mi viene a dire che il mio “peplo”, che un peplo non era e se proprio vuoi farmi pesare che studiavi archeologia lo devi sapere, non è adatto poiché bianco.
Ovviamente non si parla di quel bianco candido a cui siamo abituati, si parla del bianco sporco del lino non sbiancato.
Le feci notare che dopo tutto lo sbattimento per studiarmi il taglio, il tessuto, il modo in cui poteva essere portato e il plausibile colore, in quel particolare periodo le fonti che avevo trovato parlavano di abiti bianchi e mantelli colorati. Fosse stato per me quel vestito avrebbe potuto essere anche color verde pisello, sai che mi frega, ma se loro volevano correttezza storica – cosa che io per prima mi richiedo quando faccio una plausibile ricostruzione, se no mi vesto da Arwen e chi s’è visto s’è visto – l’abito sarebbe rimasto così. Come ho anche detto loro “comodo fare della filologia solo quando vi tira il culo a voi”. Qualcun’altro pure mi ha fatto notare che “quello dell’Ancella, screziato ruggine, non è comunque bianco sporco? Perché il suo va bene e il tuo no?”. La risposta è molto semplice: l’Ancella segue pedissequamente ogni capriccio del Birraio, della Druida e della Moglie del Birraio senza farsi troppe domande, quindi le è concesso un po’ di tutto, anche un montante di morso di cavallo del IX a.C. come ciondolino, tanto “lo sai solo te che è del IX a.C.” – sempre per ricordare il livello.
Una lancia a favore dell’Ancella però, per onestà intellettuale, la spezzerò: quando non c’è la sua padrona, la Moglie, è una che in accampamento lavora e da il massimo. Non è colpa sua, è questione di cattive compagnie.

La questione vestito è stato il primo screzio, poi c’è stato il post sul blog. Forse nel mezzo c’è stato altro, ma non ricordo quindi nel caso non devo avergli dato un gran peso.
Caso strano, però, le fanciulle in battaglia con le tette strizzate nell’armaturina di cuoio da Olimpia, mi han detto, quest’anno non ci sono andate e si sono al massimo travestite da uomini. Ho-ho-ho. Allora se ti stai sbagliando – e lo sai – perché ti incazzi con me? Che me ne sono accorta solo io? A sentire gli altri gruppi non credo proprio.

Per non parlare del metodo meritocratico della Teuta della Birra spiegato dalla druida: “è proprio per questo che è una “meritocrazia” (scusa i termini): perche i nuovi si adoperano alimentano e fannocrescere gli studi e cosi facendo che sopravvivono i vecchi con loro qiesto sistema.”
Tengo a precisare che non ho cambiato una sola virgola.

Insomma, non so se sta gente ha mai letto un dizionario, ma la meritocrazia non è proprio quella. Questo è sempre per far capire il livello della gente di cui parlo…

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Quanta stima per i vostri colleghi…e dire che siete tutti sorrisi quanto vi vedete.

Ooooops!

Ultimamente poi il capo degli Ulfson si è fatto fare uno splendido elmo celtiberico – da reperto, non è che se lo è inventato – e la reazione del Birraio è stata proprio “VI PREGO DITEMI CHE è UN FOTOMONTAGGIO!” reazione prontamente stroncata dal segretario che ne ha fatto notare la correttezza.

Voci dicono, per altro, che alla festa do loro organizzata, le razioni di cibo siano state un po’ ridicole, ma giusto un pochino eh. E che una prima voce messa in giro dalla teuta, alla quale qualcuno mi ha chiesto conferma, i “gruppi celtici quest’anno non li paghiamo, diamo solo i buoni pasto”. Pare che in realtà i gruppi siano stati pagati.
Quanto ancora potrete continuare a stronzeggiare impunemente? Chissà! Alla prossima stronzata!!!

Fate una cosa bella, ma bella davvero: la prossima volta che dite una stronzata, ammazzatevi da soli.

“L’inverno sta arrivando” a Monterenzio

Ebbene, domenica scorsa si è chiuso il weekend di Monterenzio con la festa “I Fuochi di Taranis”.

 

O_O

 

Cos’ho visto.

Non dirò nulla in merito ai gruppi di rievocazione perché non ho notato particolari pecche a parte, per Dio che cosa diavolo erano quei…quei…brocchieri senza umbone? Non so come si chiamassero, ma sono sicura che non avrebbero dovuto esserci e, soprattutto, non avrebbero dovuto avere incisa sul legno una croce celtica dalle linee campite di rosso. No dico, una croce celtica in una rievocazione dell’ avanti Cristo – che non è che vuol dire una roba tipo “Avanti i Savoia” eh, vuol dire prima di Cristo, ovvero niente croci come simbolistica, men che meno croci celtiche.

A parte questo credo di aver assistito a uno degli spettacoli più imbarazzanti che io possa ricordare, e non sto parlando dell’accensione del fuoco del sabato sera, con i bianchi druidi/templari/sciamani indiani che benedicevano il fuoco con la lama della sacra spada – spada a due mani, medioevale, cioè credo più sanmarinese che medioevale, in ogni caso non c’entrava un accidente – con un nome impronunciabile tipo Elendil o robe simil tolkeniane. 

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No, parlo del matrimonio.

La domenica pomeriggio, di punto in bianco, i bravi rievocatori intenti a fare le didattiche sono stati taciuti per lasciare passare il corteo…

*Suspance*

…degli Stark.

E non dico Stark a caso eh, no, erano proprio gli Stark con tanto di stendardo col metalupo ed il motto “The winter is coming“.

Ma perché? Perché?! Non vi basta il Lucca Comics? O qualsiasi altra fiera del fumetto o del videogame o anche solo del cosplay? Perché proprio a una festa celtica? Poi sul serio, tra i libri e tutte le casate che avreste potuto scegliere, proprio gli Stark de Le cronache del ghiaccio e del fuoco?! Ma avete notato la frequenza con cui i personaggi muoiono durante i matrimoni in quella saga?
E come diavolo vi viene in mente di organizzare un matrimonio Stark ad una festa celtica?! E’ come unire le sarde con la Nutella, non sempre “buono” più “buono” da “molto più buono” come risultato.

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Per il resto la festa è stata carina come al solito, anche la scaramuccia del primo week end non era male, un po’ traballante la storiella con cui è stata condita ma non era male. Insomma, non è che Roma si mobilitasse per ogni lanista rapito eh, però era un pretesto non proprio malaccio, diciamo che ho visto di peggio, ecco.

Già che ero là però ne ho approfittato per vedere (finalmente) il Luigi Fantini, il museo. Lo raccomando a tutti quelli che passano di lì che siano interessati all’argomento “archeologia”, fatelo che il museo ha bisogno di rimettersi a posto dopo l’incendio e il biglietto costa davvero una ridicolaggine – 3 eurini – a differenza di quegli strozzini di Ravenna che le chiese te le fanno pagare un rene. Lo ammetto, sono di parte, preferisco le tombe e i vasi ai maledetti mosaici bizantini, forse anche perché me li hanno proposti in tutte le salse e perché non ho mai capito quale razza di follia potesse spingere un uomo a fare un puzzle di tessere colorate, senza incastri. Non me ne vogliano gli storici dell’arte, mosaico e pittura non sono le mie classi artistiche preferite.
Tornando al museo di Monterenzio l’ho trovato molto gradevole anche nell’esposizione, nonostante per ora sia aperta una piccola parte ne vale la pena.

“Che situazione imbarazzante.”

 

Partiamo con gli antefatti.

Ad inizio giugno mi sono trasferita al mare, da sola, nel più totale eremitaggio. Questo perché avevo due esami da preparare. due esami enormi da preparare. In più l’aria di casa è molto più pesante da quando Dioniso è partito, insomma, avevo bisogno di staccare la spina.

Mi ero programmata ‘sti esami tutta contenta pensando “Oh bene bene, mi mancano due esami da sei e due esami da dodici cfu, quindi a giugno ne do uno e uno, poi darò gli ultimi due.” Recupero gli appunti di archeologia iranica, mi faccio tutti i miei appuntini, studio, ripeto, ripeto, ripeto, ripeto. Mi arrendo con gli Arsacidi e con i Sasanidi. Nel frattempo pensavo che, porca Eva, per essere solo sei crediti era veramente un sacco di roba!
Poi ritiro fuori gli appunti di fenicio-punica e ricomincio: leggo, appunto, studio, ripeto, ripeto, ripeto.
Le uniche persone con cui ho parlato, per due settimane, sono state me stessa e la tabaccaia, per fortuna almeno sentivo Dioniso per messaggio perché là, al mare, completamente sola iniziavo a dare forti segni di squilibrio – cioè, più del solito intendo.

Poi torno a casa per potermi godere la partita – unica semi-godibile, aggiungerei – dal momento che al mare la mia tv ha gli stessi pollici del mio cellulare e durante lo spettacolo di apertura riuscivo a vedere solo il culo di J-Lo e neanche per intero. Insomma fila liscio, a parte la mia dannata ansia pre-esame che si trasforma in malessere fisico generalizzato – credo che prima o poi mi farò un tabellone di acciacchi tipo quello del Twister per fare il toto-somatizzazione.

All’improvviso, da lunedì, tutto inizia inspiegabilmente ad andare in vacca. Mia madre mi comunica che è morto lo zio Fredo – che si chiamava Ezio in realtà e non ho ancora capito perché lo chiamassero Fredo, benedetta Romagna. Insomma, non è possibile. Fredo era un’istituzione, un po’ per la persona che era, un po’ perché dopo 102 anni diventi di diritto un’istituzione.

Martedì 18 vado fino a Ravenna a dare questo benedetto esame, ero tipo l’ultima della mattinata, avrei voluto impiccarmi. L’esame va egregiamente, di fatto non avrebbe potuto andare meglio e torno a casa con la mia lode totalmente insperata, calcolando il fatto che metà esame me lo sono inventato ricordandomi parti casuali che ho messo assieme sperando di prenderci. Poi il pomeriggio sono andata a fare un giro alla camera ardente ed è stato orribile. Non me lo aspettavo così. Non era la prima volta che andavo alla camera ardente a vedere un parente, o un amico, ma era lì tutto serio e composto ed era incredibile perché lui era sempre sorridente, anche quando era stanco, non mi ricordo davvero un momento in cui Fredo non sorridesse. E’ stata una sensazione quasi surreale, anzi, senza il quasi.

Mercoledì torno di nuovo a Ravenna, archeologia iranica. Il professore fa l’appello ed io sono la prima – cazzo! Ad un certo punto ero talmente in palla sugli Arsacidi che ho confuso l’est con l’ovest ma per il resto tutto bene. Alla fine anche il prof mi ha chiesto come mai mi sono impigliata proprio su di loro. Decido di essere onesta e glielo dico: pensavo di saperli meglio dei Sasanidi, quindi ho ripassato di più gli ultimi. Poi mi apre il libretto e fa: “ah, ma lei ha dato un esame da dodici crediti ieri.” “Sì.” “Complimenti, 24 crediti in due giorni. Direi che il 28 se lo è più che meritato.”
Cosa?! Ma non era da sei Iranica? Faccia frastornata, ringrazio e me ne vado, poi controllo sul piano di studi. Eh no, era da 12.

Ok: se non mi accorgo di cosa sto facendo, tutto è possibile.

Il pomeriggio andiamo al funerale. Quando sono entrata nella camera era pieno di fiori e il prete stava dicendo il rosario. Ogni volta che sento un prete mi passa la poesia. Trovo che le funzioni in chiesa siano di un’aridità unica. Tutte quelle formule standard che si ripetono e si ripeto al vuoto mentre si pensa ad altro. Mentre diceva l’Ave Maria stavo pensando a quanto sia ridicolo adorare una donna la cui verginità è stata decisa a tavolino da Papa Pio IX nel 1854, ed intanto cercavo di ricordarmela in latino perché la trovo molto più affascinante. Sono rimasta fino all’ultimo momento, fino a che non hanno finito di inchiodare la bara.

Nel complesso comunque ero soddisfatta degli esami, del fatto che comunque adesso ne mancano solo altri due e la tesi – qualcosa di tutto mio sul quale lavorare – e poi potrò passare alla magistrale. Ho passato il fine settimana a giocare a Skyrim come uno zombie. Però il morale non era comunque alto come avrebbe dovuto. Inoltre ora che Dioniso lavora riusciamo a sentirci pochissimo e la mancanza si sente parecchio.

Per tirarmi un po’ su decido di contattare quella che avrebbe dovuto – e che Giove mi sia testimone: lo sarà – la mia relatrice per la tesi e discutere un po’ di cosa fare. Mi da appuntamento per il mercoledì e già dal martedì mi sentivo felice come una bambina che sa che nel regalo di natale ci sarà proprio quello che si aspettava. Vado da lei, aspetto che finisca gli esami e ne esco incazzata e depressa. Dice che non può, che è in ritardissimo e deve scrivere il catalogo di una mostra, potrei farla comunque con lei ma sarebbe una pessima relatrice. Al che io mi chiedo: cosa intende per pessima relatrice? Insomma, vedo che i miei “colleghi” spesso e volentieri hanno relatori che leggono la tesi il giorno prima della discussione, se la leggono. Comunque mi lascia lo spiraglio chiedendomi, se non trovo altro, su cosa mi piacerebbe farla.

Questo post sta diventando chilometrico quindi la finirò in breve.

Insomma, sono giù di morale: sono a piedi con la tesi, Dioniso non c’è e anche lui non se la passa bene, mi sento sola, ho deciso di dare un esame il 3 di luglio e non riuscirò perché ho passato i primi tre giorni a cercare di capire cosa ci fosse scritto nelle prime tre pagine del libro – che porca troia se avessi voluto fare fisica mi sarei iscritta a fisica – e le fotocopie degli altri libri sono da rifare perché mi ha stampato una pagina sì e una no. VAFFANCULO.

Poi stasera vado alla festa celtica di Monterenzio coi miei amici. E’ sempre carina come festa, ho anche trovato uno spillone per capelli che bramavo intensamente da secoli ma non avevo mai comprato perché nel negozio in cui sta fossilizzando da eoni lo vendono a 15 euro, la proprietaria della bancarella quando le ho chiesto tutta incredula “Lo vendi davvero a 2 euro?” mi ha risposto “Certo, a quanto lo dovrei vendere?”, al che le ho spiegato il mio stupore e ha chiuso il discorso con un “Guarda, non farmi commentare, questi ciondoli li vendo a 2euro, in altre bancarelle li ho trovati a 7 o a 10, assurdo.” Poi insomma continuiamo a girare e girare fino a che un mio amico, che fa il rievocatore nella festa, non mi annuncia la notizia che da veramente una svolta alla serata: da quando ti ha vista qui, la morosa del tuo ex si è innervosita un sacco.

Ottimo.

Per altro ero anche passata alla sua bancarella e nemmeno l’avevo vista, come non avevo visto lui finché non mi hanno chiesto dove fosse. Ma quando l’ho vista…ahahahahah.

 

“Bene, ma che splendida adunanza Re Stefano: reali, nobili, signori e…ah. Ahahahah, ma che buffo: perfino la plebe. Mi ha addolorata moltissimo il non ricevere un invito.”
“Non eri gradita!”
“Non ero…! Ah, ahahah, che situazione imbarazzante.”

Qual gioia e gaudio scoprirla nervosa.

L’idea di renderla nervosa con la mia sola presenza ha dato una svolta al mio umore delle ultime due settimane. Poi quando finalmente ho incrociato, tutta gongolante, il suo sguardo e lei si è allontanata ho raggiunto l’apice della soddisfazione.
Ero così felice che il Maestro, all’ennesimo “Non gongoli” di Nicola, ha replicato:

“Ma come, non la vedi? E’ così contenta che sta galleggiando ad un metro da terra su una nera nuvola di male.”

Anche perché, in tutto ciò, se proprio devo essere dipinta come Malefica, tanto vale dargliene una ragione. E si, sto ancora gongolando.

Servizio di comunicazione interna

Annuncio al mondo che questo è un blog, termine che è la contrazione della parola web-log, ovvero “diario in rete”.

Questo blog appartiene direttamente alla categoria del “diario” ciò significa che verte attorno alle mie esperienze, attuali e passate, e a ciò che penso a proposito di svariati argomenti.

In breve: ci scrivo quello che mi pare, coi termini che mi pare, nel totale disinteresse che la cosa possa recare offesa a qualcuno – a meno che quel qualcuno non mi paghi per non scrivere quello che penso, quindi fatevi i conti in tasca prima di dirmi “non puoi scrivere certe cose”.

Se vi sentite presi in causa da qualcosa che ho scritto, pur non avendo fatto nomi e non aver pensato nello specifico di riferirmi a voi – sì, questa volta mi riferisco proprio a VOI – allora avete un problema di coscienza, ciò comporta il fatto che non sia un mio problema.

Se vi infastidisce, semplicemente, non leggete.

 

Momento dissing che tanto so verrà letto:

se vuoi che ti dica in faccia che penso che tu sia una testa di cazzo, caro il mio ex, puoi comodamente fare i tuoi 100 chilometri per sentirtelo dire face-to-face. Sinceramente il tuo reputarmi una bamboccia mi tange esattamente quanto la scoperta di una mosca aptera in Amazzonia, evidente il mio reputarti una testa di minchia però ti fa rosicare abbastanza.
Quando smetterai – credo mai – di essere sempre la povera vittima della situazione, quello che ha sempre ragione ma è incompreso, allora forse sarai abbastanza maturo da ritenere che un dialogo con te possa valerne la pena. Sei stato uno stronzo, lo so io, lo sai tu, lo sa chi ci stava attorno. Ho tutti i diritti di reputarti quel cazzo che mi pare a me, fattene una ragione. I miei sbagli con te li ho già ammessi e tanto mi basta per essere in pace con la mia coscienza.

 

 

 

Detto ciò a breve posto un qualcosa con aggiornamenti veri.
Scusate per questi momenti di nebbia ma sono in fase “isteria da ultimi esami prima della laurea”.