Piastrelle blu e riunioni di famiglia

E’ un caldo torrido. Lo percepisco da come l’aria bollente sale dal terreno polveroso e pieno di sterpaglie, deformando i palazzi azzurri e desolati che vedo in lontananza. Sembrano un miraggio.
Sono in piedi su una specie di dosso, dietro di me l’ansa del fiume in secca, davanti a me uno scenario quasi post-apocalittico, anche se so che non è avvenuta alcuna apocalisse. E’ semplicemente caldo, è semplicemente estate, è semplicemente che quel luogo che sto guardando in realtà non esiste.

Sono da sola e non so nemmeno come sono vestita. Procedo, ridiscendo la china immergendo i piedi tra la fine sabbia fluviale e l’erba riarsa e giallognola. So che sono diretta verso quei palazzi. Non c’è alcun odore ma immagino che, se ci fosse, sarebbe quello della polvere e del caldo. Guardo il sole che sta tramontando, pochi istanti fa era allo zenit. Mi guardo alle spalle, ritrovo punti a me familiari e riesco ad orientarmi.
Il sole sta tramontando nel posto sbagliato.

Mi avvicino tranquilla, so perché sono lì: c’è una riunione di famiglia. E so anche che devo andare in bagno.

Man mano metto a fuoco le strutture: sono palazzi bassi, a due, massimo tre piani. Alcuni sembrano villini monofamiliari, altri sono più grandi, con ampie scale esterne che collegano le unità in un grande e sgraziato complesso. Sono tutti ricoperti di piastrelle di un blu polveroso quasi tendente all’acquamarina. Per qualche ignoto motivo sono molto divertita, accanto a me percepisco qualcuno ma non so chi sia, so solo che è accanto a me anche se non lo vedo.
Mi avvicino alla prima villetta, la tocco. Come una pellicola fotografica esposta ad un calore eccessivo il muro si deforma, fa le macchie, brucia e diventa polvere.

C’è un sacco di polvere in questo dannato posto e io continuo a dover andare in bagno.

Sorrido pensando ecco cosa succede a risparmiare sui materiali édili e vado oltre, nonostante la gente nessuno sembra fare caso all’edificio che è appena scomparso.
Non so perché abbiamo scelto questo luogo per la riunione di famiglia, non so nemmeno dove sia esattamente questo luogo. E dire che prima sembrava così sensato.
Il posto è pieno di carabinieri in uniforme. Ne conterò una decina, forse più. Ognuno si muove, mostrando le case a donne di colore in abiti colorati e allegri con stampe strane. Una donna in particolare colpisce la mia attenzione: ha le treccine che le sfuggono da quella specie di turbante giallo che ha in testa, porta un abito lungo, verde, e tutto ciò che ha indosso è stampato ad elefantini neri. Devo dire che non mi è molto chiaro il perché i carabinieri stiano facendo questa specie di tour, tanto più che mi pare evidente quanto siano poco sicure quelle abitazioni. Questi però continuano a mostrarle, seri, come se fossero degli agenti immobiliari provetti. Guardo meglio, tutte le volte che finiscono il giro scompaiono per poi riapparire dove tutto era iniziato.
Poi ricominciano.

Qualcuno mi dice che stasera ci sarà Bennato a raccontarci le storie di famiglia, so perfettamente che Bennato non fa assolutamente parte della mia famiglia ma sto pensando troppo intensamente al fatto che devo andare in bagno per questionare l’argomento. D’altronde non so nemmeno chi me lo abbia detto.
In questo posto sono sola, ma non sono sola.
Mi infilo in un palazzo. So che devo raggiungere la terrazza in cima e nel frattempo mi chiedo ma cosa sentiremo stasera di quello che ci racconta Bennato che ci sono i Guns in concerto?, ma vado avanti e risalgo le scale tristi, grigie e polverose che ho davanti.

Ogni tanto sbircio all’interno di un appartamento, ma non sembrano esserci bagni in questo dannato posto e sono sicura di aver fatto più piani di quanti non ce ne fossero. Abbandono l’idea del bagno – cioè no, è sempre lì ma decido di ignorarla – e finalmente arrivo alla terrazza.
Seduti su delle sedie pieghevoli di quel tessuto plastificato tipico delle sdraio ci sono tanti membri della mia famiglia. Guardo meglio le sedie e sì, sembrano proprio quelle delle gelaterie di Cattolica negli anni ’90, con la struttura in metallo verniciato di bianco, con quella vernice plastificata e fastidiosa che si sfoglia, la seduta e lo schienale bianchi a striscie di diverse tonalità di azzurro e blu. Manca solo l’indicazione del nome e del numero del bagno.
A proposito del bagno.
Il bagno dov’è?

Controllo meglio i volti delle persone sedute: c’è mio zio Fredo, che so essere morto, ma è come se avesse vent’anni in meno, anzi, forse anche di più considerando che ne aveva più di cento quando e morto ed io ormai sono più vicina agli –enta che agli –enti. C’è pure mio nonno, ed anche lui ha l’aspetto di un giovincello, di quando io andavo ancora in giro col pannolone. Ridono e si passano un fiasco di vino bianco, sicuramente Albana. Non mi soffermo a guardare chi altro ci sia, probabilmente solo dei morti.
Su una sedia però c’è Bennato. E non è Bennato. Nel senso, è lui ma non è lui, so che è lui ma l’aspetto è diverso, sbagliato, i capelli gli ricadono lunghi sulle spalle e a dire il vero sembra più Battiato.
Probabilmente è entrambi.

C’è molta allegria, molta allegria ingiustificata. Riguardo il sole e non si è spostato di una virgola, eppure saranno passate ore, le ho percepite mentre passavano, sono sicura.
Sento il rumore dei bambini che giocano, sono i figli delle donne di prima. Tanti bambini di colore, sembra la pubblicità di Save the Children ma senza mosche negli occhi.

Devo andare in bagno.

Mi rigiro verso i miei familiari e vedo le loro sagome stagliate contro il sole del tramonto. Mi riguardo dietro e il sole sta tramontando. Ci sono due soli al tramonto in posizione perfettamente speculare. Forse è per quello che fa così dannatamente caldo.
Giro tra le sedie, il vino va a fiumi, Bennato-Battiato tace, sorridendo sardonicamente. Obama passa il vino a mio nonno. Rimango interdetta per un secondo, cosa diavolo ci fa lì Obama, poi ci ripenso e sembra tutto normale.
So che in teoria ci dovrebbe essere un gran casino, vedo la gente che ride ma non sento alcun suono. Però continuo ad avere bisogno di un bagno, quindi torno nell’edificio, rifaccio le scale, torno a infilarmi nei vari appartamenti ma mi ritrovo nuovamente in terrazza. Sfoggio una certa allegria che probabilmente provo davvero, canto canzoni silenziose. Lo faccio ogni volta che passo da quella dannata terrazza mentre cerco il fottutissimo bagno.

Poi un suono mi attira, credo sia l’unico suono che io abbia sentito da quando mi sono ritrovata a questa buffa riunione di famiglia tra questi palazzi fatiscenti ed inesistenti cresciuti come funghi su questa spianata polverosa.

Un gatto bianco con gli occhi blu
un vecchio vaso sulla tv
 nell’aria il fumo delle candele
due gocce rosse, rosse come mele

Mi avvicino perplessa, ma pur sempre allegra. Sgambetto tra le sedie da gelateria come se tutto quello fosse normale mentre sento la mia voce che si unisce a quella degli altri e la pelle che mi tira, tesa in un sorriso, come quando dimentico di farmi la doccia dopo una nuotata in mare.

Ho un filtro contro la gelosia
e una ricetta per l’allegria
legge il destino ma nelle stelle
e poi mi dice solo cose belle
Ma ma ma mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma,
ma ma ma Mamma Maria ma!
Nel mio futuro che cosa c’è
sarebbe bello se fossi un re
così la bionda americana
o si innamora o la trasformo in rana

 

Mi alzo lentamente. Intontita sposto le coperte, lancio uno sguardo al cellulare ma senza attivare lo schermo. Una fitta al basso ventre mi dice che forse avrei dovuto fare pipì prima di mettermi a riposare. Scappo in bagno mentre continuo a cantare Mamma Maria.
Solo una domanda continua a vagarmi in testa: ma perché proprio i Ricchi e Poveri?

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ARQ – Un film senza capo né coda.

Come passa il tempo quando ci si diverte.

Futuro distopico, per quanto dell’ambientazione non sia dato sapere un cazzo.
Renton è un ingegnere, Hannah è la sua ex fidanzata. I due si svegliano alle 06.16 del mattino nel letto di lui, vestiti. Dopo un minuto entrano dei tizi con le maschere antigas sul volto e li trascinano verso la cantina, ma l’ingegnere si appende a una parete e sfugge alla presa di uno di loro ed inizia una collutazione.
Nero.

Renton si sveglia con accanto Hannah, sono le 06.16 e sa che tra un minuto tre personaggi con delle maschere antigas sfonderanno la porta per trascinarlo da qualche parte. In effetti la cosa accade, ma questa volta si lascia trascinare in cantina senza opporre resistenza. Lì legano entrambi a due sedie con delle fascette da elettricista, i rapitori dicono due battute che potrebbe aver scritto il mio cane e se ne vanno lasciandoli soli. Pare che i tizi in maschera vogliano le “azioni” di Renton.
Renton si libera i polsi, è sicuro che gli intrusi non si accontenteranno di così poco: in realtà sono lì per l’ARQ, il tubo buffo che ha fulminato il quarto appartenente alla banda. Renton lo ha progettato e rubato alla Torus, la superdittamondialecattivissima – che non si sa perché sia poi così supercattivissima e non lo si saprà mai – che un anno prima lo ha inseguito nella sua fuga e gli ha rapito la fidanzata, Hannah, appunto.
Accadono cose dimenticabili, Hannah frigna e per colpa sua i due vengono beccati a scappare, qualcuno spara all’ingegnere.

Renton si sveglia consapevole di essere morto, che è una frase un po’ paradossale ma tant’è. Accanto a lui dorme Hannah, ed esattamente come prima sono le 06.16.

Potrei andare avanti ancora per molto, ovvero per 88 lunghissimi ed inutili minuti, ma succede sempre la stessa cosa. Per un motivo ignoto il tizio che si è fulminato con l’ARQ, che in realtà sarebbe un generatore di elettricità inesauribile che sfrutta, credo, il moto perpetuo, ha innescato un loop temporale di 3 ore esatte. Inizialmente solo Renton ricorda che succede, poi lo ricorda anche Hannah, poi uno dei tizi mascherati e così via. Bene o male muoiono sempre tutti. Lei fa parte della banda ma Renton è stupido e cerca sempre di salvarla, uno dei componenti fa parte della Torus e cerca di incularli ogni volta.

Spoilerone: finisce con il tempo che si riavvia di nuovo.

Questo film è una lenta e ripetitiva agonia.

 

La vera storia di ALIEN: Covenant

Ovvero: Ridley Scott scopre Fassbender e il pessimo Fanservice

Fassbender apre gli occhi. E’ figo e sa di esserlo, tutto strizzato nella sua tutina bianco latte perfettamente coordinata alla spoglia e minimalista stanza bianco latte. Un uomo con la faccia da stronzo, Wayland, quel Wayland, gli rivela con molta poca enfasi di essere suo padre. La risposta del sintetico è solo:
“Ma se tu sei il mio creatore, chi ha creato te?”
“Non lo so, per questo tu mi aiuterai a scoprirlo.”

Oddio, no, ti prego Ridley, mi è bastata la prima epifania biblica che hai avuto.

Wayland gli ordina di alzarsi ma non lo fa come una persona normale.
Ambula.”
Ambula.

Sul. Serio.

Fassbender ambula, lo fa, guarda il David attorno al quale è stata costruita la stanza e si sceglie il nome. David. Davide che abbatte Golia, chi sia questo Golia poi è tutto da percepire durante il film. Simbolismi, a caso.
“Suona per me. Wagner, scegli tu.” e David suona.
L’ingresso degli déi nel Valhalla.
Di nuovo simbolismi casuali, rendiamo Alien, ovvero un horror fantascientifico megafigo, quello che non è mai stato. Facciamolo! E facciamolo MALE!

10 anni dopo gli eventi di Prometheus l’astronave colonica Covenant è diretta verso il pianeta Origae-6. Fassbender è il sintetico alla guida della nave da crociera, il computer di bordo, Mater, lo informa che la corrente sta finendo, le batterie sono scariche quindi bisogna spiegare le vele solari. E qui scatta il main event che da l’avvio al film. Walter-bender spiega le vele, maestose vele dorate con cavi d’acciaio grossi come un braccio a tenerle ancorate, diversi chilometri quadrati di vele. Poi l’inaspettato.

Una tempesta di neutrini.

Neutrini.

Le vele vanno a sfascio, la corrente pure, gli allarmi iniziano a suonare ovunque come le trombe dell’apocalisse e Walter è costretto a risvegliare prematuramente l’equipaggio attivo della Covenant. Il capitano interpretato da James Franco muore, grigliato come un arrosticino senza che ci sia veramente un motivo perché questo accada. A volte, semplicemente, talune cose accadono. Daniels, sua moglie ed apparentemente “protagonista” del film, si dispera per un paio di scene totalmente dimenticabili.
Il grado di Capitano passa quindi ad Oram, un tizio privo di carisma, ascendente e qualsivoglia tipo di intelligenza.
C’è da riparare la nave, sono morte 49 persone, capitano incluso, io sono fedele ai limiti del fanatismo, motivo per cui ero solo il secondo al comando, ma sticazzi dei funerali. C’è da riparare la nave. Si fa quello che si deve fare.
Daniels e Walter vanno nel magazzino a controllare i macchinari di terraformazione e proprio in questo frangente la fanciulla ci fa scoprire come il suo amato marito appena morto l’abbia convinta a partire per un mondo ignoto: promettendole un cottage vista lago.
Evidentemente in Michigan avevano finito lo spazio.

Alcuni membri dell’equipaggio saltellano nello spazio, roteando attorno alla nave senza alcun tipo di restrizione. Ci sono cavi ovunque ma nessuno serve a tenersi ancoratied evitare di andare alla deriva nel nulla. Recuperano la vela, la riallacciano, e mentre rientrano uno di loro intercetta una registrazione radio dalla difficile interpretazione. Di certo c’è solo che uno dei fantasmi di Paranormal Activity gli compare nel casco.
L’equipaggio viene riunito: c’è un mistero da dipanare.
Ad un attento esame di cui Enrico Papi sarebbe molto poco fiero – non la indovinano con una – salta fuori che è qualcuno che canta “Take me home country roads”.
Certo, chi, disperso nello spazio profondo, non canterebbe quella canzone per chiedere aiuto.
Oram, il nuovo capitano, decide che bisogna localizzare il luogo di partenza della trasmissione. Scoprono un pianetino perfettamente abitabile che casualmente gli era sfuggito quando hanno trovato Origae, per il quale mancano ancora 7 anni di viaggio in ipersonno. E’ deciso, si va a vedere la fonte della registrazione.
“Ma abbiamo investito anni di ricerche nello scovare Origae!”
“Sticazzi, questo è a un tiro di schioppo.”

Praticamente l’intero equipaggio, tranne tre persone, si imbarca. Sfidano una tempesta ionica subito dopo il loro ingresso in atmosfera ed approdano sul nuovo pianeta. Dimenticatevi le tutone bianche coi respiratori che non fanno capire un cazzo dei dialoghi, loro sono vestiti come turisti di Avventure nel Mondo. In un momento ignoto hanno analizzato l’aria, e l’aria è respirabile. Scendono tutti e la pilota bionda viene incaricata di rimanere alla nave per effettuare le riparazioni dopo l’attraversamento del temporale.
“Mi raccomando, rispetta gli standard di sicurezza, le porte della nave devono rimanere chiuse.”
“Ma veramente io pensavo di arieggiare un po’.”

Il gruppo procede su Isla Nublar. – Non state nell’erba alta! – L’ambiente è desolato e desolante: erba alta, cielo plumbeo, spighe di grano grosse come pannocchie. Non si sa da dove sia arrivato, e a dire il vero non frega un cazzo a nessuno, è inequivocabilmente grano, lo riconoscono tutti.
Il gruppo si divide: due stronzi rimangono a giocare con le scatoline di plastica e il fango, gli altri seguono su per il monte la traccia di un atterraggio poco riuscito. Proprio qui accade l’improbabile: uno dei due raccoglitori di campioni si allontana per “recarsi alla toilette”, si accende una sigaretta ed urta dei funghi tondi.
Funghi tondi che rilasciano spore nere.
Spore che nere che si compongono nell’aria assumendo la forma di una freccina, penetrano nel suo orecchio e si infilano sotto pelle.

Dove sono i miei facehugger?

Gli altri procedono e finalmente qualcuno si accorge che, piante a parte, non sembra esserci alcun tipo di essere vivente. Localizzano la Jaggernaut e decidono di entrare. Un altro membro dell’equipaggio individua i funghi e per essere sicuro di cosa cazzo siano decide di toccarli.
Perché chiunque toccherebbe un fungo ignoto su un pianeta sconosciuto.
Daniels e Walter fanno gli asociali di merda, si separano e trovano la targhetta di Dr. E. Shaw, la scienziata di Prometheus, mentre gli altri procedono fino alla sala di controllo e fanno partire la registrazione. Che è esattamente la stessa di prima. Una scena inutile. All’urlo di:

TANA PER TE!

l’interesse per l’astronave scema.
La scienziata del Ris li sta richiamando con una certa nota isterica nella voce: il coglione che è andato a cagare sui funghi si sente male. Attimi concitati di rientro verso l’astronave durante i quali le tempistiche, e le distanze, risultano molto poco chiare.
Lui sputa sangue, fatica a reggersi in piedi e vomita addosso all’altra tipa. La bionda rimasta alla nave li dirige verso l’infermeria come se fosse la pista di atterraggio di una portaerei.
“Non toccate nulla!”
Ovviamente toccano tutto il toccabile prima di raggiungere la meta. Lei nel dubbio però li chiude dentro, una delle poche idee sagge della pellicola, ed inizia ad urlare istericamente via radio.
Poi il dramma.
E non dico il dramma nel senso buono, intendo che la scena è talmente ridicola da essere drammatica.
La bionda torna verso l’infermeria: dalla colonna vertebrale dello sfigato con le convulsioni sta uscendo qualcosa. Quella rimasta chiusa dentro inizia giustamente ad urlare “APRI QUESTA CAZZO DI PORTA”, la bionda va a recuperare un fucile.
Dalla schiena del tizio sgorga una specie di placenta contenente un piccolo proto-alien bianchiccio e affamato che si libera dell’involucro e si acquatta in terra pronto a sbranare qualsiasi cosa si muova.

In questo film possono più le pozze di sangue in terra che gli alien.

La tipa bloccata dentro, in un tentativo idiota di fare qualcosa, scivola sul sangue, l’alien salta, si becca un sano pestone dato con una scarpa antinfortunistica ma non demorde e le strappa la faccia a morsi. Severo ma giusto.
Torna in gioco la bionda, il genio totale della situazione: nell’infermeria ci sono due cadaveri e uno schifo albino che mastica rumorosamente. La cosa ideale è aprire la porta.
Eccerto.
La apre e succede quello che ovviamente sarebbe successo aprendo la cazzo di porta! Alien attacca, lei tenta di colpirlo ma lo liscia, striscia fuori dall’infermeria e tenta di richiudere la stracazzo di porta. Però ci lascia il piede in mezzo, così questa non si chiude e lei è costretta a scappare zoppicando come il pirata Gamba di Legno e sparando a casaccio.
Poi l’astronave esplode.
Esplode gloriosamente, direi, proprio quando il resto dell’equipaggio arriva. Giusto in tempo per vedere una sagoma umana barcollare sulla rampa e cadere esanime avvolta dalle fiamme.

Morte ingloriosa del primo Alien.


Il genio che trastulla i funghi subisce la stessa sorte del fumatore, ma questa volta Alien decide di uscirgli dalla bocca che giustamente è più comoda e non diventi idiota a scavarla coi denti. L’anguillone bianco appena si rende conto di essere al mondo punta Daniels e la attacca facendo svariate morti collaterali che nessuno si incula mentre agita la coda. Qualcuno gli ha detto che è la protagonista del film, è giusto darle un minimo di rilevanza nella trama, se no poi chi li sente i sindicati?
Walter si frappone e Alien gli estirpa una mano. Una flashbomb viene fatta esplodere in cielo e mette in fuga un povero dolce Alien terrorizzato.
Ma. Quando. Mai.
Dalla vegetazione spunta un elfo con una lunga cappa grigia. “Seguitemi a Gran Burrone.” Non sapendo cosa diavolo fare i pochissimi sopravvissuti seguono l’elfo che li conduce ad una enorme piazza piena di gente morta.
Già qui due domande io avrei iniziato a farmele, ma farsi domande non è il motivo per il quale sono stati arruolati come equipaggio.
Proseguono in questa buffa necropoli postatomica e si chiudono dentro ad un palazzo di pietra, il tempio degli Ingegneri che grazie a questo film di merda sono diventati totalmente irrilevanti.
All’esterno infuria la tempesta, dentro non prende. Devono impegnarsi molto per ricontattare la Covenant, sulla quale comunque il resto dell’equipaggio è in vena di scelte idiote, tipo avvicinarsi pericolosamente alla tempesta.
Qui ho iniziato a confondermi a causa delle lunghe scene di Fassbender che, nella migliore tradizione iniziata da Assassin’s Creed, se la mena con sé stesso interpretando due persone diverse.
David si mette a raccontare all’equipaggio superstite di come lui e la signorina Shaw siano arrivati sul pianeta a bordo del ciambellone e di come il patogeno che stavano trasportando si fosse liberato nell’aria, mentre il ciambellone si schiantava in montagna uccidendo la dottoressa.
Mentre gli altri cercano di comunicare con la nave madre installando un’antenna sulle scale, David porta fuori Walter e gli mostra la targhetta commemorativa che ha fatto per Elisabeth. Lei è stata tanto cara da averlo riparato una volta arrivati sul pianeta.
Per nessuna ragione al mondo, guardando il cumulo di cadaveri della piazza, parte a recitare Shelley.
Io sono Ozymandias, il re dei re.
Sul sonetto parte un flashback: David sullo Jaggernaut arriva sopra la piazza e sgancia migliaia di alien-bombe, spargendo il patogeno ovunque. Ma questo ovviamente non lo dice. Sbaglia però l’attribuzione del sonetto, cosa che evidentemente è fondamentale ai fini della trama.
Daniels è poco convinta, David le sembra strano. Giustamente dobbiamo metterci almeno un personaggio che non sia un totale imbecille. Chiede a Walter di parlare con l’elfo dei boschi:
“Andrò a parlargli, come un fratello.”
In modo molto risoluto Walter va a cercare David, si scambiano menate filosofiche sui sentimenti degli androidi e David insegna a Walter a suonare il flauto.
Una lunga, inutile scena in cui Fassbender si insegna a suonare il flauto.
Dopodiché, fortissimamente deluso dalla totale mancanza di ritmica di Walter, lo disattiva strappandogli qualcosa dal collo.

L’altra donna dell’equipaggio si chiude in uno stanzino per disinfettarsi le ferite che si era medicata mentre correva tra i boschi, credo, non è chiaro. E lo fa con una tecnologia avanzatissima: la tintura di iodio.
Ebbene sì.
Qualcosa però la turba: una radio gracchia in sottofondo. Una radio bianchiccia che le strappa la faccia a morsi, again. Mentre il proto-alien è lì che mastica rumorosamente, again, arriva David.
Il sintetico si ferma sulla soglia e guarda il coso con ammirazione. Alle sue spalle spunta Oram con un fucile.
Qui ha inizio una delle sequenze di eventi più ridicole della storia del cinema: David guarda il coso, il coso guarda David. Si fissano in silenzio fino a che non compare il puntatore verde del laser sul petto dell’alieno ed Oram intima un poco convinto “spostati”.
“Ssh, non gli sparare, stiamo comunicando.”
Ma da quando. Probabilmente Alien stava tentando di capire cosa ci fosse di sbagliato in quel corpo inorganico semovente. Fatto sta che Oram spara e uccide il coso.

Morte ingloriosa del secondo Alien.


David ha una crisi isterica a causa della morte della creatura ma decide comunque di rivelare ciò che sta succedendo al capitano.
“Seguimi”.
Oram non ha dubbi, è talmente idiota che segue l’androide nella sua camera da scienziato pazzo e continua a seguirlo come un decerebrato mentre l’altro gli mostra pezzi di Alien, pezzi di gente imbalsamata, e gli spiega come abbia incrociato i vari tipi di xenomorfo fino alla sua migliore e definitiva creazione, racchiusa in una specie di grotta.
Una grotta piena di uova.
“Eccole, le mie creazioni.” Oram tentenna sulla soglia ma è evidentemente attratto da quelle uova bavose, manco fossero gattini carini che inseguono i laser.
“Avvicinati, su, non è pericoloso.”
Questa è una di quelle cose a cui potresti credere, se chi le dice non ti avesse appena mostrato come ha creato quei cosi che si sono appena mangiati uno dei tuoi compagni di sventura.
Se fosse un film sensato Oram lancerebbe una granata, anzi, ne lancerebbe una decina per poi scappare urlando in preda a una crisi di nervi. Invece non è un film sensato, quindi lui semplicemente si avvicina, ne tocca una e ci guarda dentro.
Finalmente i miei facehugger!
Qualche minuto dopo si risveglia con David che gli lancia dei sassetti e muore miseramente con lo sterno sfondato da Alien, l’alien serio questa volta.

Daniels non si fa i cazzi suoi e David la becca mentre sta spulciando i macabri disegni anatomici dell’androide. In dieci anni da solo su un pianeta uno si deve tenere impegnato in qualche modo, no?
“Daniels, ricordami, cosa si diceva della gatta?”
E con questa entrata in scena patetica inizia a sbatacchiarla contro le pareti come uno straccio per la polvere, per poi stenderla su un tavolo e baciarla – no, non sto scherzando, noto che ultimamente vanno molto di moda questi baci a cazzo di cane.
Ma Walter interviene: abbello c’ho dieci anni in meno di te, che te credi che non m’han messo dei dispositivi di sicurezza in più?
Fassbender vs. Fassbender. Se menano e proprio sul colpo di grazia avviene un chiamatissimo cambio scena tattico.

Per motivi inspiegabili un facehugger è scappato da un uovo ed assalta gli ultimi due sopravvissuti che stavano cercando invano Oram. Agguanta Machete e con l’eiaculazione più veloce del west gli schiaffa un Alien nello stomaco, non prima che l’altro però tenti di aprirlo e faccia colare l’acido in faccia al povero uomo morto che cammina. L’Alien uscito da Oram ammazza quello sano, che se non ricordo male era nero quindi è sopravvissuto già abastanza. L’incubatrice vivente scappa, recupera Daniels, Fassbender li raggiunge e tutti assieme corrono verso il Cowboy che dalla Covenant aveva preso in prestito un cargo per andarli a salvare.
Un’astronave di 2000 coloni in ipersonno che ha solo un’astronave da 10 posti adatta a trasportare la gente. Ok.
Alien li raggiunge, si appiccica come una tellina allo scafo e Daniels, in una sequenza improbabilissima, lo chiude dentro ai denti della gru e lo fa esplodere in una potente colata di acido.

Morte ingloriosa del terzo Alien.


Rientrati sulla nave Machete viene portato in infermeria, Daniels va a dormire, Fassbender guida.
Mater fa scattare tutti gli allarmi della fottuta astronave:
“Il Capitano Daniels in infermeria. Allarme. Presente una forma di vita sconosciuta a bordo.”
C’è sempre, in questi casi, lo stronzo in doccia con la musica alta. Infatti ce ne sono addirittura due. Che ovviamente non finiscono bene, anche se per un attimo ho pensato che Alien volesse unirsi alla festa, visto dove appare la sua coda e dove la punta.
Le scene delle morti sono splatter, roba da “Non aprite quella porta” con un sacco di sangue e budella.
Daniels, il Cowboy e Fassbender organizzano la controffensiva, lo portano nel magazzino. Il suo sangue è acido e scioglierebbe lo scafo quindi l’unica soluzione è:

spararlo fuori decomprimendo il magazzino.

Hai ammazzato tre Alien come quaglie in volo e l’unica soluzione che trovi sull’astronave è la stessa che usi da trent’anni, con l’aggravante che il mio povero, dolce, amatissimo Alien non è nemmeno furbo.
Avant-garde.
Altre scene opinabili, il portellone che si apre, roba che vola fuori, Alien che vola fuori.

Morte ingloriosa del quarto alien.


E’ il caso di abbandonare quel luogo di merda e non pensarci più, sono rimasti due membri dell’equipaggio e Fassbender. E’ ora di andare su Origae-6 senza ulteriori fermate in autogrill. Daniels si mette il pigiamino bianco da spermatozoo. Nonostante abbia visto il marito sfrigolare come una braciola proprio dentro uno dei lettini va a nanna placida. E quando sta per inoltrarsi nel sonno ferma Fassbender.
“Promettimi che mi aiuterai col cottage quando arriveremo.”
Sguardo perso con scritta lampeggiante di passaggio: “quale cottage.”
“Il…il cottage di cui…” panico. Walter non è Walter, è David che ha ammazzato Walter, gli ha fottuto i vestiti e si è tagliato una mano.
Ma non mi dire.
Daniels va a nanna, David chiede a Mater della musica, Wagner, l’Ingresso degli dèi nel Valhalla. Si dirige al deposito dei coloni, estrae il cassettino degli embrioni e vomita due Facehugger chiusi in un portachiavi di resina.

Nella sala si sentono solo gli ansiti di chi si è trattenuto dal lasciare la sala perché ormai aveva già pagato 8 cazzo di euro e comunque Ridley Scott non lo trovi certo al bancone del bar in attesa di essere preso a sberle.

The Snare

Ovvero la storia di due dementi e una ragazza depressa.

Titoli di testa: il volto di un angelo di pietra, un coniglio bianco dallo sguardo vitreo in avanzato stato di decomposizione.
Mosche in macro, che gli insetti fanno sempre più o meno schifo.
Vento in sottofondo – è un horror, c’è vento.

Ovvio.

Settembre, andiamo, è tempo di migrare AL MARE!
Alice, una ragazza mora dagli occhi azzurri e sbarrati di chi ha appena visto IT che si scopa il coniglietto pasquale è nella sua inglesissima e noiosissima stanza. Il padre entra e la trova avvolta in un bianco e striminzito asciugamano da doccia, di quelli che in un albergo ad una stella ti fornirebbero comunque come asciugamano da viso, per dire.
“Sembri proprio lei. Come vola il tempo.”
Mormora lui, accarezzando la foto che ritrae una piccola Alice con la madre su di una barocca giostrina con i cavalli.
C’è dell’evidente disagio nella scena, nella stanza, nel padre e nella ragazza, talmente tanto disagio da far rivestire Alice a velocità tutto sommato estremamente moderata.
Alice scappa, lentamente, sia chiaro, ed esce di casa per incontrare Lizzy e Carl.
Lei è l’amica bionda e scema che ride alle non-battute del suo ragazzo ancora più idiota di lei. Lizzy è furba, ha rubato le chiavi della casa al mare dei genitori, impegnati in una vacanza per le nozze d’argento.
Credo che abbiano tipo trent’anni, quindi very trasgry.

Il dialogo in macchina non parte bene, lascia presagire il tenore dell’intero film, lo lascia presagire così bene che a un certo punto ti spiace di non esserti fermato lì:
C: “Cosa sceglieresti tra ingoiare il vomito di un barbone che ha mangiato cipolle e succhiare il cazzo al tuo vecchio?”

Ok.

Il viaggio verso il mare è lento, anche se forse nella testa del regista quelle riprese avrebbero voluto essere intense: verdi colline inglesi, – o irlandesi, whatever – pioggia.

Chi cazzo andrebbe mai al mare a spaccarsi a merda con la pioggia? Sì perché l’obbiettivo è quello: andare nella casa del mare dei genitori, a trent’anni, per spaccarsi di alcool. Che insomma dai, era figo…a quindici anni.

L’appartamento è all’interno di un palazzone anni ’60, isolato. Alice vive male, malissimo. E’ perennemente a disagio, lo sarei anche io se la mia migliore amica fosse Lizzy.
L’ascensore malfunzionante inizia a istillare la paranoia nei nostri tre eroi, volano sguardi d’intesa tra Alice e Lizzy, le cui battute fino ad ora si sono limitate a risatine e “Carl”. Proprio mentre il macho si appresta a cercare di aprire le porte dell’ascensore, Alice interviene: “non aprire”.

Perché.

L’aria che si respira nell’appartamento è pesante, pure a causa dell’hashish di Carl. Dopo la prima nottata di bagordi i 3 rimangono bloccati all’interno del condominio deserto: la tv non funziona, i telefoni non funzionano, i cheerios fanno schifo – evidentemente è un dettaglio importante.
Carl torna dall’ascensore, lo chiama ma l’ascensore non risponde – sto cercando di dare pathos a questa cosa. Come qualsiasi umano normodotato cerca di intraprendere la via delle scale, ma la porta tagliafuoco sembra chiusa a chiave. Anche questa via di fuga è inagibile.
Non è un condominio, è una trappola.
Inizia a sclerare, urlando contro la porta, Alice lo guarda con gli stessi occhi sbarrati di sempre.
Qualcuno li ha chiusi dentro, questa la conclusione del genio con la gommina in bocca.
Il telefono di lui ha le batterie scariche, è senza caricabatterie, Lizzy tenta di chiamare i parenti per farsi soccorrere – addio vacanze trasgry di nascosto dai vecchi. Nessun segnale.
Alice ha lasciato il cellulare in macchina, giustamente è l’unica additata come stronza.

Scene di immotivata isteria: Carl si scaglia contro il parapetto del terrazzo, mentre le due fanciulle cercano di dissuaderlo dal lanciarsi giù – giuro che non ho capito sta scena, non ho capito perché abbiano già iniziato a dare di matto ma grazie regista, hai tentato di creare la classica sensazione di isolamento tipica degli horror, rovinandola con reazioni da tossici in down da eroina.

Alice ha un’agendina nera, ne possiamo scorgere il contenuto: frasi tumblr su quanto si senta sola, sul senso della vita, su quanto sia profondo il suo animo incompreso. Musica inquietante. Alice abbandona il diario per dirigersi verso lo specchio, si guarda e si denuda, così, senza motivo.

L’imbrazzante silenzio che aleggia in cucina è rotto dall’ennesimo litigio sul fatto che “porcaputtana abbiamo fatto le cose di nascosto e nessuno sa che siamo qui”.
Flashback di Alice e del padre che le dice qualcosa, ma non sappiamo cosa perché strategicamente manca l’audio, puro genio, mai visto. Primi piani di Alice – che per ora è la cosa più inquietante del film: lei, la sua agendina nera e le sue frasi tumblr.

Mentre sono tutti seduti sul pavimento del salotto a mangiare cosce di pollo che credo siano all’interno dell’appartamento dai tempi della costruzione del palazzo, Carl da sfoggio di tutta la sua paranoia: “qualcuno ci ha chiusi dentro.”
Alice ribatte: “è una serie di sfortunate coincidenze, non saremmo dovuti essere qui.” – come darle torto?
Lizzy però la prende sul personale: “Stai dando la colpa a me? Eh? E’ così, dai la colpa a me?” – io sono perplessa.

*Immagini random dell’ascensore fermo – fa paura se sei Kubrick, ma tu, non so chi tu sia esattamente ma sono sicura che tu non sia Kubrick, – del camino, del lavello*

Un coltello inizia a roteare da solo sul tagliere, anche lui si sta rompendo i coglioni.
Alice vede cose: una donna vestita di pizzo gattona in corridoio, Carl si scopa Alice mentre della gente a caso stupra Lizzy tra le fresche frasche. Alice viene assalita dalla vecchia in pizzo, si sveglia con la bocca piena di sangue e nel panico avanza lentamente verso il bagno – suspance – nella vasca una Lizzy morta è immersa in un lago di sangue, si stringe le viscere, poi urla.
Carl e Lizzy tentano di calmare Alice urlando, notoriamente urlare nelle orecchie di un sonnambulo è il modo migliore di risolvere la situazione. La ragazza inquietante si è immaginata tutto – io sono sempre più perplessa dallo sconsolante piattume di questo film.

Il giorno successivo – credo – Alice porta a Carl una coscia di pollo la quale campeggia, solitaria, al centro di un piatto bianco. L’avatar incontrastato della tristezza.
Lui nel frattempo parte con una specie di terzo grado, e da sfogo alle sue manie paranoidi pontificando che “quello non era un normale incubo”. Proprio durante questa avvincente conversazione dal cosciotto scotto iniziano a scaturire vermi, quelli bianchi da pesca, le camole delle mosche. Questa volta non è Alice che si immagina le cose, ci sono vermi ovunque, tutto il cibo è marcio ed Alice schiaccia mele contro i mobili – io non sono un asso in cucina ma anche solo guardandole avrei potuto dirti con certezza che no, per la torta di mele non vanno bene.
L’allegro trio si sposta nel pianerottolo del condominio per parlare, come se ci fosse qualcuno a sentirli. La riunione si conclude con un diplomatico “siamo fottuti”.

Per ovviare all’isolamento Carl sbatte con molta poca convinzione un candelabro sul pavimento: lo sforzo dell’attore nel fare finta di colpire il pavimento è notevole, talmente notevole che non capisco se sia un cane lui o se Carl stia tentando attivamente di rompere il linoleum o solo di far vedere che sta cercando di dare una soluzione. Alice invece continua ad essere inutile e scrive cose depresse sul diario ma quando sposta lo sguardo nota una bambina in bianco e nero che è apparsa in corridoio.
Giustamente la cosa più sensata da fare è cercare la suddetta infante, cosa che Alice fa, ma poi in fondo chissene, è meglio l’inquadratura dell’ascensore immobile.
Sì.

L’inquadratura si sposta su altre immagini random: teschi all’interno di un ossario, un corpo sotto un lenzuolo bianco alla fine di un lungo corridoio illuminato dalle candele, Alice che vede una bimba in vestaglia farle cenno di seguirla in un bosco. Poi i bambini diventano tanti e tutti, allegri come pochi, le indicano un albero dal quale pende cappio. Lei lo guarda, sembra felice, ma sempre con lo sguardo sbarrato. Si infila il cappio al collo, i bambini ridono e lei si sorprende quando questi la impiccano.

Che allegrezza. Che gioia.

Carl e Lizzy si svegliano e trovano Alice stesa in cucina: nel suo sonnambulismo la stronza ha aperto il lavandino e bloccato lo scolo, poi è svenuta. Dopo essere stata trascinata a forza nel corridoio si è pure messa a piangere. Carl non riesce a chiudere il rubinetto del lavello, quindi decide di spegnere la generale, rompendo pure quel rubinetto. Un sacco di “fuckin‘” – il film è in lingua originale – mentre Carl le chiede cosa porcaputtana pensasse di fare, ma la povera Alice non ricorda niente. Certo, mica gli può dire “guarda l’ultima cosa che ricordo è un branco di bambini che ridendo mi impicca”.

Carl fa un altro tentativo assurdo: lega un sacco di coperte assieme e le cala dal terrazzo, ovviamente non bastano ad arrivare in terra, quindi le lascia cadere. Così sono senz’acqua, senza cibo e al freddo – o almeno, credo che in Inghilterra sia freddo a settembre. Alice però è una donna pratica: sbrina il freezer e usa l’acqua per farsi il the, che le cinque sono passate da un pezzo, poi si stende davanti all’ascensore – il passatempo di chiunque, aspettare la morte per inedia in un condominio abbandonato in culo a Cristo stendendosi sulla moquette davanti ad un ascensore.
Mentre è lì sente qualcuno piangere disperatamente e con rilevante ed esasperante lentezza va a vedere cosa stia accadendo – questa è una di quelle persone sulle quali non si deve mai contare in caso di pericolo immediato.
Nella camera matrimoniale una ragazza in abito nero piange mentre stringe nel pugno dei gigli bianchi. In un’altra stanza il padre di Alice tenta di cambiare canale con un telecomando non funzionante.
La scelta più matura è nascondersi nell’armadio.
Il padre va dalla ragazzina piangente, cerca di consolarla, è dispiaciuto e zoppica appoggiandosi ad una stampella. Posata la stampella le intima di svestirsi e la picchia, intimandole di toccarsi.
Ora sappiamo perché Alice è inquietante.
Ma quelli non sono suo padre ed lei bambina, sono Carl e una sconosciuta che mettono in scena i suoi ricordi, e tentano di estrarla dall’armadio senza però riuscirci – è noto che le ante degli armadi siano inespugnabili, soprattutto quando qualcuno da dentro li trattiene aggrappandosi al dannato nulla.
Carl intercetta Alice che corre nel corridoio e questa, sconvolta, urla “sta arrivando”.

Piove.
Carl e Alice, dimentichi della scena precedente, recuperano ogni contenitore della casa e tentano di riempirlo con l’acqua piovana, per poi versare tutto nel lavandino. Cercano di bagnare abbastanza anche i vestiti e strizzarli nella vasca, pur di recuperare l’acqua. Lizzy è sul letto a deprimersi, il volto è sconvolto dalle piaghe: la scema continua a truccarsi ma non può struccarsi, probabilmente morirà di avvelenamento o di allergia. Pure i cazzo di cheerios sono finiti, rimane solo della pasta, cruda.

Vorrei aggiungere che questi sono chiusi dentro da un numero indefinito di giorni e nessuno li sta cercando.

Mentre Alice scrive di nuovo le solite frasi sul senso della vita, Carl ribalta mezza cucina in cerca di acqua. La ragazza ha intelligentemente nascosto il suo bicchiere sotto il letto. E’ incredibile come in sto cazzo di posto, a settembre, non piova.

 

DIO E’ MORTO! *musica*

 

Pur di mangiare qualcosa Carl addenta il pollo di, credo, un mese prima, coi vermi e tutto, per poi vomitare e cagare l’anima. L’agonia sul cesso è molto dettagliata.
Forse andare in terrazza e cercare di assimilare l’umidità dell’aria è la scelta migliore.
Mi hanno detto che sarei potuto diventare qualsiasi cosa, così sono diventato una pianta.
Mentre Alice scopre qualcosa nascosto sotto l’orrenda carta da parati di una delle camere da letto, Carl assale sessualmente una svenuta Lizzy. Non si sa con quali forze lo faccia, visto che prima stava vegetando in terrazza in attesa di morire disidratato.
Alice, ignara – o disinteressata, non saprei – continua a strappare la carta da parati: il muro è inciso con un conto dei giorni e frasi sconnesse “brutta troia”, “ci sta guardando”, “nessuna speranza”. Proprio in quel momento però Lizzy si riprende ed urla: Alice accorre, tenta di salvarla, ma Carl la assale e cerca di scoparsi pure lei – no davvero, ripeto, lui stava facendo il cactus in terrazza fino a cinque minuti prima.
Lizzy si riprende, arranca fino al mobile della tv ed afferra qualcosa per poi gettarsi sul suo fidanzato. Il trio si dispone a panino, lui in mezzo. Le due, assieme, uccidono Carl, strangolandolo con un cavo scart.

Dopo aver ingoiato un ragno Alice decide che Carl era un uomo di merda, mangiava di merda, fumava la peggio roba ma hey, non c’è un cazzo da mangiare, c’è solo Carl.

“Grab me a Dish!”
“No!”

Sono le uniche due battute da una ventina di minuti a sta parte, in sottofondo Alice macella Carl con un coltello elettrico per il pane, Lizzy piange ma le porta direttamente una casseruola che, cazzo, mica vorrai mangiarlo crudo!

Mentre Alice vegeta, Carl le urla contro. Ovviamente il poveraccio è ancora steso nel punto dell’abbattimento – e della macellazione – quindi Alice decide di scappare in bagno, lì viene sopraffatta da una crisi di panico, quindi esce correndo.
“C’è qualcosa tutto attorno a noi e non ci lascerà andare finché non saremo morti, non siamo i primi”.
Lizzy è sconvolta dalle parole farneticanti dell’amica, ma incede coraggiosamente verso la carta da parati, coraggiosamente e lentamente, molto, molto, molto lentamente.

“Questo è l’inferno”

La scritta è incisa nel muro, tra bestemmie e disegnini. Decide di aprire il cassetto del comodino, – per non ho capito quale motivo – e la testa del padre di Alice la fissa con sguardo vitreo da lì dentro. Dopo qualche attimo decide di afferrare l’agendina dell’amica: è piena di disegni osceni di cose che scopano, suore con la testa di porco, gente, donne in croce.
E’ colpa di Alice.
La ragazza interviene, pregandola di fidarsi di lei: non è facile farlo quando a chiedertelo è una tipa con la pelle grigia e gli occhi a palla che si è appena mangiata il tuo ex ragazzo morto.

L’aria in casa è immobile, ormai le ragazze sono diventate un tutt’uno con i loro pigiami. Non c’è acqua, ma ci sono un sacco di candele in ‘sto appartamento ed Alice decide di accenderle tutte per chiedere allo spirito che infesta la casa cosa questo voglia da loro. In questo momento Alice viene sostituita da Gollum, please, please, give me back my precious!
“Cosa vuoi da noi?”
“Sottomissione.”

MA SOTTOMISSIONE A CHI, A CHE COSA, ME SO MAGNATA ER RAGAZZO DELL’AMICA MIA.

Alice incede nell’ossario, i teschi la fissano dalle loro orbite vuote, il riflesso delle candele è su di lei, ma non sui teschi, facendomi percepire che il regista non ha nemmeno pensato alle luci. Comunque in questa lunga agonia la ragazza arriva dalla vecchia stronza in abito di pizzo che le afferra il volto. E’ palesemente la stessa Alice con il trucco per invecchiarla. La ragazza scappa, ossessionata da varie visioni  e proprio mentre la vecchia sta per raggiungerla riesce a chiudersi nell’ascensore.

Le due ragazze sono ancora nell’appartamento, nessuno verrà a salvarle.
Alice afferra una scarpa lucida col tacco e sfonda il cranio di una Lizzy già morente. Il procedimento è incredibilmente lungo, anche perché lei ha la forza di un chihuahua che non mangia da mesi e le scarpe non sono tipicamente della durezza adeguata a sfondare una scatola cranica.
Però ci riesce, e quando lo fa l’acqua torna a scorrere ed i telefoni a suonare.
Proprio per questo Alice decide di mettere tutte le stoviglie nel microonde, costruendo una specie di stoppino con i canovacci che porta direttamente ai cadaveri dei due amici cosparsi di liquido infiammabile. Avvia il microonde.

L’ascensore funziona, è stata una bella vacanza, tutto sommato poteva andare peggio.

Zoppicante, Alice esce dal condominio e alla velocità di uno zombie scompare tra gli arbusti del giardino.

Alice si trucca, il padre la aspetta, dopodiché la raggiunge in camera e presumo che venga rimesso in scena l’incesto.

Ultima foto dell’appartamento maledetto: tutto è pulito, splendido e perfettamente in ordine.

Porca puttana che film di merda.
L’idea non sarebbe neanche male se non fosse tutto buttato lì, a caso. Lunghi silenzi inframmezzati da gente che vomita.

Casta Diva – Hans Tuzzi

Dopo tanto tempo, torno. Non è un rientro in grande stile, è un po’ in sordina, di nascosto. Torno per una recensione, in realtà. Avrei da scrivere e raccontare, ma sono troppo mentalmente esaurita per parlare di me quindi, per riabituarmi alla scrittura, una recensione sarà più che sufficiente.

Hans Tuzzi. Scelta particolare per uno pseudonimo, un personaggio minore di un romanzo incompiuto. L’autore che vi si nasconde dietro è Adriano Bon, saggista e docente universitario della carissima Alma Mater.

Sinossi (direttamente dal sito dell’editore)

Giugno 1982: risolto da poche settimane il caso del Principe dei gigli, il vicequestore Melis, scortato dall’’agente D’’Aiuto, partecipa ad un convegno organizzato a Napoli dal Ministero. Conclusi i lavori, come rifiutare l’’invito del suo ex questore a passare un fine settimana in villa, sulla Costiera, tra lo splendore del Mediterraneo e le prelibate ricette della cucina partenopea? È un universo un po’’ a sé, appartato, una piccola società dalla mondanità molto particolare: un universo dove non mancano le vecchie glorie ed i mostri sacri di un tempo ormai trascorso, come la Divina cantante e il pianista del secolo. Ma l’’idillio è guastato da un incidente che forse incidente non è, la morte di un turista che forse solo turista non era. Così, mentre il bel D’’Aiuto si ritrova oggetto di un inaspettato e non proprio gradito tentativo di seduzione, Melis, su richiesta del suo ex superiore, si trova costretto a prolungare una vacanza ormai tramutata in indagine.

Non darò stelline, perché non saprei quante darne. Non so nemmeno se mi sia piaciuto o no, cosa che mi fa propendere per il no. Cosa ho letto? Un romanzo? Un giallo? La copertina riporta romanzo, ma è anche un giallo. Cos’è, esattamente?

Non avevo mai letto nulla di questo autore, leggerò altro giusto per togliermi il dubbio. Stilisticamente è quasi impeccabile, ma ricorda tanto Eco. E in questo caso non è un complimento. Più che un romanzo mi è sembrato fosse un esercizio di stile, un’esposizione di conoscenze triviali dell’autore messe in bocca a personaggi totalmente sopra le righe. Tutta gente bene, indubbiamente, tutti personaggi estremamente ricchi ed estremamente colti. Anche un po’ troppo. La trama è un contorno, un contorno povero e banale, a dire il vero, ma davvero non conta quasi nulla ai fini del libro. Non apprezzo particolarmente questo tipo di romanzi, preferisco testi magari più semplici ma dallo svolgimento concreto. Come ho già detto mi è sembrato solo un susseguirsi di banalità e colte trivialità. So per certo che la maggior parte dei miei amici ne coglierebbero quasi tutti i riferimenti, ad eccezione delle parti in greco, ma credo che ne rimarrebbero annoiati a morte,  come me d’altronde. So che la maggioranza dei miei conoscenti, invece, coglierebbero a mala pena la metà dei riferimenti presenti. Sinceramente non saprei a che target indirizzare uno scritto del genere, sicuramente non agli amanti del giallo, sempre molto attenti a cogliere riferimenti ed indizi, che si troverebbero ad aver risolto il caso ancora prima dell’omicidio.
Insomma, questo libro rimane un grosso “mah“. Vedremo se il prossimo, che inizierò stasera, riuscirà a risultare un po’ più coinvolgente.

La vera storia di EXODUS – Dei e Re

Ovvero Exodus: Batman e l’attacco delle lamprede killer.
Quando Ridley Scott incontra l’Asylum.

Ma partiamo dall’inizio.

1300 a.C.
Nell’universo fantasy-egizio gli ebrei lavorano come schiavi e costruiscono piramidi a Menfi, con un ritardo di almeno 2200 anni circa.

Mosè è uno dei generali di Sethy I, assieme al figlio di quest’ultimo, Ramesse II, che nel 1300 a.C. aveva 3 anni ma, grazie ai viaggi nel tempo concessi dagli aGLieni, è già un adulto dai tratti americani e gli occhi blu.

L’Impero Hittita minaccia i confini egizi e il faraone decide di andare ad affrontarli a Qadesh, inviando Ramses e Mosè alla guida del suo esercito. La partecipazione di Sethy I alla battaglia di Qadesh, con un’anticipo di 25 anni, è straordinaria.
Sethy richiede ad una sacerdotessa generica un’epatoscopia per sapere come andrà la battaglia:

“Questo fegato non dice un cazzo della battaglia, però dice che un comandante ne salverà un’altro e il salvatore, un giorno, porterà la corona.”
Ramses: “Oh Mosè, se capita lasciami crepare.”
Cambio scena, siamo a Qadesh, una distesa di nulla in mezzo a montagne di niente piena di barboni con armature raffazzonate, armati di lancia, pelta di cuoio e pidocchi, accampati come punkabbestia in piazza Verdi a Bologna, intenti a fare cose e vedere gente.

Ramses: “Mandiamo avanti la DIVISIONE Bastet e teniamo sul lato la divisione Seth”

*facepalm*

Ramses indossa una pratica lorica squamata fantsy in un materiale che presumo essere oro, mentre Mosè è bardato con lo stesso oggetto buffo ma in un qualcosa che potrebbe essere acciaio. Sì, acciaio, nell’età del bronzo. CLARO.
L’esercito egizio, composto unicamente di carri da guerra e cavalleria, carica l’accampamento Hittita. Questi, avvisati dai loro pidocchi, lasciano ogni attività e in meno di mezza inquadratura sono già perfettamente schierati, a dimostrazione che il loro vestiario era tutto un barbatrucco per trarre in inganno gli egizi che iniziano a prenderle. A prenderne tante, e prenderle male.
Ramses viene catapultato via dal suo carro dopo aver fatto le gare con una triga hittita e, ovviamente viene salvato da Mosè dopo qualche inquadratura di sguardi ad effetto, di quelli che preludono a del sesso anale punitivo.
Dopodiché il faraone-non-ancora-faraone viene caricato su un carro e fatto fuggire mentre l’esercito egizio si ritira.

Il rientro a Menfi è trionfale. Il motivo è ignoto dal momento che allora la capitale era Tebe, ma loro vanno a Menfi. Sarà che gli piaceva il clima.
Comunque rientrano in trionfo e Sethy, accortosi che il figlioletto è particolarmente agitato, chiede a Mosè cosa sia accaduto.
“Mosè, lo so che non credi nelle profezie, e lo rispetto, ma noi ci crediamo, e devi rispettarlo. Ramses è scosso.”

Ramses non è scosso in questo film, ha solo un ritardo mentale considerevole. E Mosè è ateo.
No, aspetta, cos-?

“Però hai salvato la vita a mio figlio, lo so che un grazie è poco, ma grazie. Comunque mio figlio è un cazzone inadatto al trono. Dovresti regnare te.”
*brainfart*
“Ma no, non potrei in alcun modo, non sono neanche in linea di successione.”

Cambio scena. Sethy I è sul trono con tutto il concilio attorno.

“Tu,- inizia il faraone rivolgendosi al figlio – mangiaeredità a tradimento che non sei altro, vai a Pitom a parlare col viceré che sta facendo delle cazzate. Vai a vedere cosa sta facendo.”
“Ma fa caldo.”
“Si vabhé, ho capito, anche a sto giro vado io che tu sei un incapace del cazzo e poi io devo fare bella figura con mio Zio.”

Mosè arriva in quel buco merdoso di Pitom, una città di schiavi ebrei che schiaveggiano: scavano inutilmente un’enorme cava, vengono frustati, puzzano e muoiono. Il viceré – anche questo con gli occhi azzurri, incredibile – intanto è chiuso nel suo palazzo a fare falsi in bilancio e inventarsi complotti e scie chimiche. Mosè decide quindi di interrogare i vecchi schiavi anziani del posto e, tra questi, uno gli da appuntamento, di notte, in un bugigattolo in cui conduce segreti incontri di complotto. Mosé, curioso, si presenta all’appuntamento e il vecchio gli rivela il vero:
“Te, te, io ti conosco! Te sei il figlio di una che conosco, che per evitare che ti ammazzassero ti affidò a sua figlia, la quale ti portò al palazzo del faraone e una delle sorelle ti adottò! Ma tu sei ebreo. Tu ci libererai. Lo ha detto Dio!”
Mosè non la prende bene. Lo manda in culo e se ne va.

Al suo ritorno, Sethy è gravemente malato e tira le cuoia per poi essere sepolto nella sua tomb-… no.

No.

No.

NO, ABU SIMBEL NO! Dai!
Con una scena molto poco credibile, che insomma, giunti a questo punto uno potrebbe anche passarci sopra, Ramses sale al trono. Incredibilmente arriva a palazzo la voce secondo la quale Mosè sarebbe ebreo. Il neofaraone, coadiuvato dalla madre Sigourney Weaver in congedo dalla sua lotta contro gli Alien, decide di credere alla diceria e manda Mosé, zia e balia in esilio.

Batm…Mosé parte. Dopo un lungo viaggio giunge in un punto indefinito della costa del Mar Rosso dove trova un pratico guado. Nel Mar Rosso. OCCHEI.

Per altro temo di aver capito che sia arrivato di fronte alla punta sud della Penisola Araba, ma non voglio davvero averne la certezza.

Dopo la traversata giunge in un villaggio di allevatori di capre dove decide di stabilirsi e mettere su famiglia con un pezzo di sgnacchera non idifferente.
“E’ il posto più bello che io abbia mai visto.” sì, certo, adesso si dice così, il posto: un buco di niente in mezzo alla sabbia.

Passano 9 anni.
Mosè alleva capre, ha un figlio che alleva capre e scopre che c’è una montagna su cui nessuno sale perché Dio ha detto no, montagna brutta. Il profeta ateo decide di sfidare Dio e sale sul monte con la sua capra. Più sale, più piove, finché non viene travolto da una frana di fango e massi, precisissimi massi che arrivano uno dopo l’altro tutti sulla sua testa – il che spiega MOLTE cose – fino a che, immerso nel fango, vede finalmente l’arbusto in fiamme e un bambino.
Sì, Dio si manifesta in tutto il suo glorioso aspetto di bambino cencioso – e stronzo.

“Te, te, te…te Mosè sei qua a scopare le capre mentre in Egitto il mio popolo muore. Te, brutto stronzo, li hai abbandonati.”
“Cosa vuoi?!”
“Voglio un generale.”
“Ma io allevo capre.”
“Ma prima eri un generale.”
“Ma io allevo capre! Sono sommerso di fango, probabilmente ho un edema cerebrale che non mi farà passare i prossimi dieci minuti e ho pure una gamba rotta! Cosa vuoi e chi cazzo sei?!”
“Ti ho detto: il mio popolo è schiavo in Egitto, voglio un generale. Secondo te chi cazzo sono?!”
“Ah.”
“Eh.”

Così, per colpa di una grave commozione cerebrale, Mosè molla moglie e figlio e riparte per l’Egitto.

Questo Mosè non fa come quello biblico, che va dal faraone poggiandogli la fava sul tavolo a dirgli “Io sono Mosè, te liberi il mio popolo o subirai l’iradiddio.”, no, Mosè è Il Cavaliere Oscuro di cui il popolo di Israele ha bisogno. Lui si infila nella stalla in modalità stealth nel bel mezzo della notte. Ramses, che era da quelle parti perché aveva finito il Roipnol e non riusciva a dormire, si ritrova improvvisamente una putrella di bronzo dal filo spesso un dito ma affilato come un miracle blade appoggiata alla gola.
“Sono Mosé, te adesso liberi gli ebrei che sono 400 anni che non gli rinnovi il contratto.”
“No.”
“Non mi aspettavo un semplice sì, ma neanche un semplice no. Mi stai dicendo questo?!”
“Sì…?”
“Cioè chiariamoci non voglio che non li fai più lavorare, però almeno pagali!”
“Ma hai un’idea di quanto mi verrebbero a costare?”
“Vaffanculo. Allora li libero io.”

Ssssssono Batman.

Il nostro Cavaliere Oscuro torna dal vecchio che gli aveva rivelato le sue origini ed inizia LA GUERRIGLIA. Rastrella persone, schiavi, li addestra a fabbricare le armi e a combattere, per la libertà di Gotham Israele, la libertà di Israele.
Il programma è semplice: tagliare le risorse dell’Egitto, che essendo uno stato grande come San Marino ed essendo loro migliaia, dovrebbe essere una missione abbastanza semplice.
Primo obbiettivo: gli ULIVETI.
Ora, tra tutte le poche risorse dell’Egitto, quello per cui era storicamente ricordato erano i cereali. L’Egitto era il “Granaio di Roma”, non il suo maggior produttore di olio d’oliva! Però giustamente per la Domenica delle Palme si usa il ramo d’ulivo quindi facciamo due più due e attacchiamo gli uliveti e i depositi di olio, che esplodono rievocando le più belle scene di Apocalypse Now.
Il tutto mentre Ramses e la moglie guardano dalla terrazza.
“Pensi di fare qualcosa per fermarlo.”
“Sono 4 schiavi con le pezze al culo. Naaaaaah.”

Dio ricompare a Mosè.
“Dove sei stato.”
“A guardarti fallire.”
“Le guerre di logoramento richiedono tempo.”
“Di questo passo ti ci vorranno anni.”
“Sono pronto a combattere anche così a lungo.”
“Io no*.”
“Dopo 400 anni di schiavitù tu hai fretta ADESSO?!”
“Sì. Vaffanculo, sta a vedere come si fa una guerra, siediti e aspetta, che io ci ho i superpoteri, Batman dei miei stivali.”

Improvvisamente degli alligatori – mi pare proprio fossero alligatori, ho ricontrollato e riconfermo alligatori, i TIPICI alligatori egiziani del Mississipi – grossi come degli autobus, attaccano una nave di pescatori. Poi si attaccano a vicenda, poi non sono più solo un paio, e non sono nemmeno tanti, sono proprio troppi. E l’acqua del Nilo diventa sangue.
Eh, effettivamente, l’acqua in sangue per miracolo divino era un po’ troppo inverosimile.
L’acqua del Nilo finisce anche nei canali d’irrigazione, riversandosi nelle risaie. Sì, ho detto risaie. Il famoso RISO egizio. Mi sono sorpresa della mancanza di POMODORI.
Dal Nilo escono le rane, le rane muoiono e arrivano le mosche. Improvvisamente gli animali vengono colpiti da ictus casuali e muoiono. Le persone si ricoprono di pustole. Il tutto avviene in dieci risicatissimi minuti di film, circa.
Poi arriva la grandine, chicchi di grandine grossi come meloni.
“Ramses! Intendi fare qualcosa?!”
“Nah.”
Poi arrivano le locuste.
Poi Dio va a trollare Ramses. Letteralmente.
Ramses è da solo nella sua stanzina e sente qualcosa che si muove, al ché sproloquia contro Mosè, dicendogli che qualsiasi cosa faccia l’Egitto resisterà. Dio ne prende atto e torna da Mosè.
“Senti, il faraone non molla un colpo.”
“Ma no, vedrai che adesso cede.”
“No, sono andato a trovarlo, ha detto che ucciderà tutti i figli degli ebrei. Allora sai cosa ti dico? Che io mi prendo tutti i figli dell’Egitto.”
“Ma questa è vendetta!”
“Sì, e allora? Sono Dio e voglio vedere il faraone chiedere pietà. Quindi non rompermi le palle.”

Mosè, che in tutto ciò è comunque il fratello adottivo di Ramses, lo va ad avvisare.
“Senti, questa è una cosa più grande di te e di me, proteggi tuo figlio stanotte quando cala il sole.Succederà qualcosa di terribile.”
“Mi stai minacciando?”
“No, senti, non lo so, so che è in pericolo ok, e adesso ti saluto che ho da fare.”
Mosè va dalla sua piccola combriccola di guerriglieri ad avvertire gli schiavi che sta per succedere qualcosa.
“Dite a tutti che macellino un agnello e segnino le porte e le soglie delle loro case con quel sangue prima di stanotte.”
“Perché?”
“Se funziona dovremmo evitare una grossa inculata. Però non lo so se funziona.”
“BENE. Per fortuna che sei te quello che parla con Dio eh!”

L’oscurità cala e si porta via i primogeniti dalle case non segnate dall’agnello. Tra cui anche il figlio di Ramses.
Che non la prende bene e decide di incontrare Mosé, presentandosi all’appuntamento con la mummia del figlio in braccio.

“Che razza di un Dio stronzo è un dio che ammazza i BAMBINI?!” la scena è toccante, il faraone in lacrime con la mummia in braccio. Mosè decide di spezzare il pathos.
“Non è morto nessun bambino ebreo.”

“ANDATEVENE DA CASA MIA!”
“Come comandi, faraone.”

*Rivedere il video di due righe fa.*

E finalmente partono e si levano dai coglioni. Pero Ramses non è proprio dell’idea di lasciarli andare così, senza fare niente. Quindi decide di rincorrerli coi carri da guerra, e sterminarli.
Appena Mosè si accorge di essere inseguito si trova di fronte ad una scelta:
a) strada libera, semi pianeggiante e leggermente più lunga che aveva già percorso per ben due volte;
b) impraticabile stradino di montagna che non ha mai fatto e del quale non ha idea di dove porti.
Immaginatevelo.
Ovviamente Ramses, che conosce quell’aquila del suo fratellastro, lo insegue coi carri da guerra.

Mosè, dopo essersi perso tra i monti, riceve indicazioni dai folletti della loacker e riesce a trovare la costa del Mar Rosso, ma il guado non c’è più. In un attimo di disperazione lancia la sua spada in acqua e vede una meteora in cielo. Poi si addormenta.
La mattina dopo si risveglia coperto di guano di gabbiano, perché gli uccellacci hanno deciso di fare un rave sopra le loro teste. E il Mar Rosso ha l’acqua stranamente bassa. Sul crinale del monte si intravede l’esercito egizio.
“Ce l’ho! ATTRAVERSIAMO QUA.”
“Ma sei scemo?!”
“No no, dai, fidati. Cazzo vi ho raccontato così tante boiate, avete creduto a tutto! Fidati!”
L’acqua continua a ritirarsi, i quattrocentomila schiavi ebrei iniziano la traversata.

Contemporaneamente i carri di Ramsess, guidati dal faraone in persona, sono lanciati a tutta velocità su uno stradello largo come una smart, su una montagna di choco-pops. E tutti conosciamo bene la stabilità geologica di una montagna di choco-pops.
Il secondo in comando fa letteralmente un fischio a Ramses e a gesti indica prima il bordo della strada, poi la ruota del carro ed infine il tipico gesto del “vai pianino”. Non sto scherzando, questa scena vale tutto il film assieme al “non è morto nessun bambino ebreo”.
Ma Ramses non ci sta, i suoi schiavi sono a metà del Mare e lui li deve prendere, quindi sprona i cavalli.
Com’è prevedibile, a metà colonna la ruota di un carro finisce fuori strada, il carro si imbarca, il cavallo cade dal dirupo e il carro rimane incastrato, creando un meraviglioso tamponamento a catena, con conseguente crollo di tutta la parete di choco-pops. Ma al grido di “boia chi molla” il faraone continua.
Finalmente i 10 carri superstiti arrivano sul fondale marino, Mosè e altri dotati di cavallo tornano indietro per affrontare gli egizi. Quando all’improvviso un cavallo apparso dal nulla compare nella scena intento a scappare da una gigantesca onda.

Quelli si che sono cavalloni.

Il secondo in comando dice a Ramses, di arrendersi e tornare indietro. Ramses non demorde. L’esercito si, quindi girano il culo e se ne vanno, per poi essere investiti dopo duecento metri.
Ritorna lo scambio di sguardi da promessa di stupro anale e Mosè, che tenta di calmare le acque, invita il fratellastro a seguirlo. Entrambi vengono investiti in maniera stronzissima per risvegliarsi, dopo un’ispiegabile scena di un cavallo che galleggia mentre viene sbranato da due o tre squali – Asylum, siete voi? -, sulle rispettive coste.
Qui, la battuta più bella di Ramses, solo, in piedi in mezzo a quello che un tempo era il suo esercito:
“Ramses….il Grande….eh.”

In realtà dopo altre scene divertenti non ci sono, tranne Mosè che fa il sorpresone e invita a cena quattrocentomila persone a casa sua e della moglie, e Dio che gli detta le tavole della legge mentre prepara il thè in una caverna dicendogli:
“Ho notato che non andiamo sempre d’accordo”
“No, direi di no”

Io non so che storia abbiano studiato regista e sceneggiatori, e non so nemmeno che Bibbia abbiano letto. Però gli do 5/5. Perché è talmente trash che fa il giro e diventa a metà tra l’epico e il ridicolo.

*questo dialogo non è stato cambiato

Minareti e Sahlep

Ebbene, son qui. Ma facciamo due passi indietro, a quando stavo andando là.
“Là” dove?
Là a Costantinopoli. E vi consiglio vivamente di chiamarla così, se no il mio medico greco si incazza.

Il viaggione mi è stato regalato dai miei amici per celebrare la conquista della coroncina d’alloro, quindi siamo partiti in quattro – Nicola, Owen, Cerbero ed io – il pomeriggio del 5 dicembre.
I giorni prima della partenza sono stati esilaranti. Cerbero e Owen continuavano a lamentarsi del fatto che 8 chili di bagaglio a mano fossero pochissimi, perché loro dovevano stare comodi, io continuavo a chiedermi cosa dovessero farsene di 8 chili di roba per stare via 4 giorni. Il risultato è stato che la mia valigia pesava 4 chili, quella di Nicola 6, quella di Owen esattamente 8, mentre Cerbero aveva preso la valigia grande da stivare, all’interno della quale avevo buttato la mia valigia da palestra per avere dl posto in più per i souvenir.

 

GIORNO 1 – 5 dicembre

Non avevo mai preso l’aereo. La prima frase che ho pronunciato, mentre guardavo quell’aereoplanino da sotto è stata “Hey. Ma è minuscolo.”
In effetti era tipo un bus con le ali, il ché non mi ha dato una grossa sicurezza. Sì perché quando ero piccola Madre mi portava all’areoporto di Bologna a guardare gli aerei decollare ed atterrare, la domanda standard era: “e se cade?”. Ero una mocciosetta ottimista.
Il viaggio, dentro a quel bus alato, è stato perfettamente tranquillo. A parte il fastidio del decollo, in cui mi sembrava di avere lo stomaco buffamente incastrato tra i metatarsi, il resto è stato un misto di caldo soffocante, pisolini e Owen che non stava zitto. Prendere l’aereo per la prima volta ed atterrare addirittura in un altro continente è stato assolutamente emozionante. Perché qua le prime volte devono essere delle cose fatte in grande.

E per essere sicuri di fare le cose in grande ci siamo persi appena usciti dall’areoporto, dopo un’ora e mezza di check out.

In Turchia c’è un grave difetto: mancano i cartelli. Il che significa che ti devi muovere un po’ indovinando, probabilmente sarebbe più facile utilizzare una bussola, rispetto alle indicazioni invisibili. Trovare l’autobus che ci avrebbe portati a Taksim è stato il delirio. Anche scoprire che la fermata Taksim era a dieci minuti da Taksim è stato un delirio. Fortunatamente io sono una di quelle persone che quando partono devono avere un programma mentale quindi, dopo aver scoperto la destinazione del viaggione sono immediatamente andata a comprare una guida per farmi un’idea degli itinerari, anzi, di cosa visitare. Gli itinerari, non avendo una minima idea di dove fosse il nostro alloggio, erano un po’ troppo oltre le mie capacità divinatorie.

Comunque, scesi dal bus – SPOSTA QUEL BUS! – cartina alla mano cerchiamo di individuare la strada per la torre di Galata. Sulla cartina Piazza Taksim era segnata come rotonda, con delle strade che le passano attorno. Ovviamente non è così – che Dio ti fulmini, maledetto cane di un cartografo. Owen spara una direzione casuale, Nicola studia la cartina e indica una strada. Ci aveva preso Owen. Sinceramente non ho ancora capito l’orientamento della nostra fermata ma tant’è. Giunti a Taksim abbandoniamo l’idea di capire quale strada percorrere basandoci sullo stupido disegno e ci affidiamo ai passanti. La cosa meravigliosa dei turchi è che non ti rispondono nel dialetto tipico del posto un “non sono di qui” e, anche se non sono autoctoni, cercano comunque di darti una mano. Taksim è una piazza di cemento con una fontana da un lato, attorniata da palazzi pieni di luci e baracchine di Kebab. Ma finalmente ci infiliamo giù per Istiklal Caddesi, praticamente correndo perché il ragazzo che doveva darci le chiavi dell’appartamento aveva fretta. Che poi, mi chiedo, che fretta hai, stronzo? Se ti abbiamo detto che atterriamo alle 17.30 è ovvio che alle 17.30 non possiamo essere a Galata. Se no ci teletrasportavamo ed era tutto meno faticoso.

L’altro scoglio insormontabile della guida erano i “tempi di percorrenza”. Sulla guida dava il tragitto Taksim-torre di Galata a 2 minuti di cammino, tra le altre cose sono andata a ricercare dove fosse scritto ma adesso non lo trovo, giuro però che c’era. Chiediamo ai passanti: più di mezz’ora.

E qui altra cosa buffa: l’unico che non sa l’inglese, Nicola, è stato l’unico che ha parlato con tutti alla ricerca di informazioni.

Corriamo giù per la strada principale, ignorando qualsiasi cosa, fino alla torre di Galata, dove il proprietario dell’appartamento ci ha dato buca per un altro cliente. Decidiamo di andare a mangiare, con valigie e tutto, al primo kebabbaro. E qui nasce il primo amore: l’ayran. Per me e Cerbero è stato la bevanda base ad ogni pasto, assieme al the, e vi assicuro che gli hobbit fanno meno colazioni, pranzi e cene di noi.
Dopo un’ora, finalmente, arriva il tizio ed accediamo all’appartamento. Sei piani di scale strettissime a chiocciola. Fuck. Il tutto è controbilanciato dal possesso della terrazza del palazzo con vista sulla Moschea di Süleymaniye, alias “SU LE MANI!”. Problema: l’appartamento non era quello che ci aveva indicato negli accordi.
Pro: era in una posizione molto più vantaggiosa.
Contro: aveva decisamente meno letti.

E non è stato l’unico contro, ma ci arriveremo poi.

La sera usciamo a fare un giro per Istiklal Caddesi. Mai vista una strada così vitale. Gente ovunque, luci, ragazzi seduti agli angoli della strada a suonare e cantare, con capannelli di altra gente attorno intenta a ballare deanze allacciate in perfetta sincronia. Continuiamo a girare in questa baraonda di suoni con Owen che vuole il dolce e troviamo Potato’s.
Potato’s somiglia ad un fast food qualsiasi di via Indipendenza, in realtà è quello che possiamo considerare l’Altero del Waffle e della patata ripiena, chiunque conosca un minimo Bologna sa cosa intendo. Potato’s è stato la nostra certezza per tutti i giorni di permanenza, o almeno lo è stato il suo waffle. Questo waffle. Prezzo: 10 TL, circa 3,60 euro.

 

waffle

 

Lo ammetto, siamo tutti ingrassati. Però diavolo, come fai a non ingrassare quando hai kebab e pasticcini ad ogni angolo?!

Dopo questo infarto impiattato siamo andati a fare la doccia e a dormire con una crisi glicemica in corso. Per altro, nel momento doccia, Nicola ha passato il tempo ad urlare bestemmie per colpa dell’acqua fredda, all’ultimo si è accorto che i rubinetti sono montati al contrario. Owen, che ha fatto la doccia subito dopo, ha iniziato ad intonare dal bagno uno sfottò molto delicato:
“Oh, che meraviglia fare la doccia con l’acqua calda Nicola, è bellissimo.”
Finché non gli abbiamo chiuso l’acqua calda. Per simpatia.

 

GIORNO 2 – 6 dicembre

Per me è stato l’inizio della tragedia.
Quale tragedia?
Lo spiego dopo.

Visto che siamo fuchi fichi estremamente in forma decidiamo di fare tutto a piedi. E ci perdiamo. Di nuovo.
In una qualche maniera non ben definita riusciamo a non vedere il ponte Galata, che non è un ponticello, è un ponte enorme che attraversa lo stretto del Corno d’oro. Chiediamo ai passanti.
Il ponte si rivela essere un curioso punto di vista sulla vita di Costantinopoli, su tutto un lato ci sono dei pescatori in batteria intenti a recuperare pesciolini e gabbiani inquietanti che cercano di rubare i pesci dagli ami. A metà del ponte inizia la mia sofferenza. Era dalla mattina in appartamento che percepivo una buffa sensazione ad un piede, dopo una camminata piuttosto breve mi sembrava di avere un ciottolo rotondo, tipo quelli che si usano qua in Italia per pavimentare le piazze in modo particolarmente scomodo le piazze, incastrato tra la pelle e il muscolo.
Arrivati dall’altro lato decidiamo di fare le colazioni.

La prima fermata è ad un banchetto itinerante – Istanbul è piena di ‘sti banchetti, vendono pane, cozze, marroni arrosto, the, caffè, sahlep, insomma qualsiasi cosa a prezzi ridicoli – di panini-ciambella (prezzo: 1 TL), ricoperti di semi di sesamo si chiamano simit, gli altri semidolci non ne ho idea ma erano buonissimi. Dei mattoni in formato pane, senza berci dietro niente erano una sfida da buttare giù ma…erano così buoni! Per non farci mancare niente ci siamo seduti ai tavolini di un ristorante-bar 200 metri più in la. Sfogliando il menù non avevamo idea di cosa prendere, l’unica cosa comprensibile erano il thé e le omelette, però c’era una cosa che ci incuriosiva: honey cream.
Il cameriere non masticava benissimo l’inglese, quindi quando gli ho chiesto cosa fosse ha risposto “honey cream”, e sticazzi per scoprire cosa fosse lo abbiamo preso tutti.

Infarto in stick. Ho sentito le coronarie chiudersi alla sola vista del piatto.

Honey cream non è altro che un panetto di crema di burro immerso in due dita di miele, servito con panini caldi.

Dopo quest’ennesima flebo di colesterolo e trigliceridi andiamo finalmente alla Moschea Nuova.
Ho sviluppato un amore profondo per le moschee, lo ammetto. Tutta la ritualistica del capo coperto ed i piedi scalzi ha un fascino decisamente maggiore a quello di una chiesa qualsiasi, inoltre l’atmosfera dentro è completamente diversa. Queste moschee sono luminose, colorate ed essendo l’Islam una religione iconoclasta la totale assenza di Cristi, santi trafitti, martiri, sante coi loro piatti negli occhi e quant’altro, l’atmosfera è molto meno inquietante rispetto a quelle delle chiese cristiane. In generale adoro stare seduta nelle grandi cattedrali gotiche, con la loro aria cupa e tutti i mostri terribili che si arrampicano sulle facciate, però l’atmosfera è un po’ più macabra. Le moschee che abbiamo visto invece sono ariose, ampie e tuttavia ordinate e con strutture riconoscibili, tutte sempre orientate col mihrab verso la Mecca.
Oltre ad essere stata assaltata da una “tigre coi bengala” all’ingresso della moschea, mentre mi rimettevo le scarpe all’uscita alzo lo sguardo e vedo…

*suspance*

…un mio compagno di università. E’ incredibile quanto sia piccolo il mondo. Tra tutti i posti in cui avrei potuto incontrarlo non mi sarei mai aspettata di vederlo a Bisanzio.

Torniamo alle tigri coi bengala.
I gatti di Istanbul sono le bestie più invadenti che io abbia mai visto, in particolare quello alla moschea aveva deciso che la mia borsa era di sua proprietà e lui ci avrebbe dormito sopra. Poi sono grassi. Non ho mai visto dei gatti randagi così grassi. Quindi si sono meritati l’appellativo di “tigri del bengala”. Da quelle all’immagine di una tigre che corre su due zampe illuminandosi la strada con due bengala in mano, tipo Lara Croft, il passo è stato molto breve. Comunque anche i cani non scherzano.

Mentre qualsiasi persona normale si tiene i bazar per l’ultimo giorno di viaggio, noi siamo andati immediatamente al Bazar delle Spezie e al Gran Bazar. I prezzi sono pompatissimi ma contrattare è divertentissimo, poi hanno molta più scelta rispetto ai negozi che si trovano fuori. Insomma, abbiamo fatto la spesa comprando un po’ di tutto, e sono assolutamente fiera delle mie pashmine di seta e cachemire comprate a cifre ridicole (circa 10/15 euro), ed una collana in argento indiano BELLISSIMA pagata 15 euro – ne avevo vista una simile ad una bancarella qua in Italia, prezzo: 85 euro. Insomma, devo tornare a Istanbul per rifarmi l’armadio.

Usciti dal bazar torniamo a mangiare Kebab. E’ praticamente impossibile mangiare qualcosa che non sia Kebab, ne ho mangiato talmente tanto che non lo rimangerò finché non torno là.

Poi decidiamo di avviarci verso la moschea di “SU LE MANI!”. In quel momento stavo davvero, davvero, davvero malissimo.

Ogni moschea visitata era uno stupore gigantesco. Dentro sono davvero magiche. Nella zona retrostante la moschea sono presenti le tombe di alcuni Sultani, Solimano compreso, nonché quella della moglie favorita Roxelana – che non è, come vorrebbe una leggenda, la bella senese Margherita Marsili da Siena, bensì Alexandra Anastasia Lisowska, sulla quale farò un post appena ne avrò voglia perché ha una storiella che vale la pena di essere letta.
E proprio fuori dalla Moschea di SU LE MANI! ho assaggiato per la prima volta il Sahlep, del quale in fondo vi allego la ricetta perché non è veramente descrivibile, è qualcosa che va oltre. Sappiate solo che c’entra la cannella e c’entra pure il latte.
A questo punto ci si pone il problema: dato che io non cammino, come torniamo a casa? Bus? Metro? Tramvia? Optiamo per il bus. Mentre siamo lì che raggiungiamo la fermata notiamo un cartello col simbolo della metro: M. 250 m ed una freccia.
In Turchia hanno dei 250 metri molto lunghi, difatti l’ingresso della metro è ad almeno un paio di chilometri dal cartello.

Ottomani.

Tra bestemmie masticate ed improperi vari giungiamo finalmente a casa. Mi dirigo in bagno per lavarmi le mani e…

“Ragazzi, mi avete chiuso l’acqua?”
“No.”
“Allora abbiamo un problema.”

Effettivamente avevamo un problema di proporzioni bibliche: niente acqua. Il che significa niente doccia. Ed il no acqua-no doccia si è protratto fino all’ultimo giorno di permanenza.

Giorno 3 – 7 dicembre

Non ho mai patito così tanto caldo durante la notte come in quell’appartamento.
La notte prima io e Nicola ci eravamo studiati quale fosse il metodo più efficace per arrivare al Museo Archeologico – non potevo mica non andare al museo archeologico, eh.
In ritardo di circa un’ora sulla tabella di marcia, perché Owen mi aveva spento la sveglia perché tanto lui “ci mette solo 5 minuti a vestirsi”, prendiamo il tram e arriviamo fino alle porte del museo.
La sezione inerente al Vicino Oriente, per quanto piccola, è stata quella che in proporzione ha rubato più tempo, con Owen dotato di audioguida che consultava solo per sentire se gli stavo raccontando delle cazzate o no, ho pure fatto da guida perché ci si sono accollate due signore italiane che seguivano il nostro gruppetto mentre spiegavo la funzione degli ushabti, il perché di tutte quelle statue di Gudea di Lagash, la funzione dei Lamassu nei grandi palazzi assiri e l’architettura della Porta di Ishtar a Babilonia, della quale erano presenti alcune parti della decorazione.
Ho quindi scoperto un’altra cosa che mi da soddisfazione: fare la guida in museo.
Purtroppo non erano visitabili alcune sezioni del museo, tra le quali quella contenente il Sarcofago di Alessandro, ma ciò significa solo che, “ahimé”, tocca tornare là.
Il museo ha ovviamente portato via la maggior parte della giornata. I monumenti chiudono molto presto a Istanbul, di solito sulle 16, quindi abbiamo deciso di zoppicare fino a Santa Sofia. Non siamo riusciti a visitarla perché siamo arrivati che avevano appena chiuso gli ingressi, altro motivo in più per tornare a Costantinopoli.

Dopo ciò, Owen ha spinto come una scimmia per andare sulle mura. Io in quel momento volevo solo morire. E invece ci siamo infilati in tram, nell’orario di punta del rientro a casa, verso le mura. Ovviamente sulle mura non ci si poteva salire ma almeno sono riuscita a scoprire il nome del Sahlep.

Ritornati finalmente a casa abbiamo scoperto che la compagnia idrica era venuta a cambiare le batterie di un aggeggio che serve a dare la pressione nei tubi o, insomma, qualcosa del genere, ma dell’acqua non vi era ancora traccia. Mi ha lasciata un po’ sconvolta il fatto che lavorassero anche la domenica e, soprattutto, che il proprietario dell’appartamento li avesse chiamati a mezzanotte circa. Lavorano a qualsiasi ora del giorno, addirittura i fruttivendoli erano operativi alle due della mattina. Cose mai viste.

Giorno 4 – 8 dicembre

Ultimo giorno di permanenza nel baluardo dell’Impero. Ultimo giorno di waffle.
Purtroppo quel giorno Santa Sofia era chiusa al pubblico ed avrebbe riaperto solo il giorno dopo, quando noi saremmo stati in aereo per il rientro. Tristezza a palate.
Però la Moschea Blu era aperta.

A parte la magnificenza della piazza antistante la moschea, piazza che apre la vista sui due luoghi di culto più importanti di Bisanzio, la Moschea Blu ha avuto su di me lo stesso effetto di Notre Dame de Paris: una fulminante sindrome di Stendhal che mi ha lasciata a bocca aperta per una buona mezz’ora, con tanto di lacrimoni di commozione e sincero stupore.

L’interno della Moschea è qualcosa di indescrivibile a parole, tutto, dalle gigantesche colonne in marmo alle decorazioni blu delle piastrelle, da un senso di opulenta magnificenza. Quando venne eretta fece scalpore all’interno della comunità islamica difatti, a causa dei suoi sei minareti, venne vista come una sfida alla sacra Al-Masjid al-Haram, all’interno della quale viene custodita la Ka’aba, che di minareti ne ha ben otto – e non sette come dice wikipedia, porca vacca basta contarli in una qualsiasi foto.
Adoro l’architettura delle moschee, con i minareti slanciati verso il cielo ma la pianta larga e massiccia che si tiene ancorata al terreno. Poi l’interno, nonostante i turisti, trasmette proprio un senso di pace.
Usciti dalla Moschea abbiamo attraversato l’ex Ippodromo di Costantinopoli, proprio quello della rivolta di Nika della quale racconterò in un altro post. In realtà non rimane molto, a parte una le rovine di una curva, ma sono visibili tre monumenti inerenti la spina dell’ippodromo: l’Obelisco di Teodosio, un obelisco dell’epoca di Tuthmosis III e gemello dell’obelisco del Laterano a Roma, furono fatti rimuovere entrambi da Costanzo II per i suoi ventennalia e, mentre l’obelisco del Laterano arrivò direttamente a Roma, quello che oggi si trova a Istanbul fece tappa ad Alessandria, fino a che Teodosio non lo fece portare a Costantinopoli nel 388; la colonna Serpentina, che faceva parte di un antico tripode bronzeo dedicato all’Apollo Delfico, costruito in commemorazione della vittoria greca sui persiani durante la Battaglia di Platea, nel 2022 compirà 2500 anni; ed infine la Colonna di Costantino Porfirogenito, questa è una colonna in muratura che originariamente doveva essere rivestita di lastre bronzee ma, oggi, è completamente spoglia e rovinata, al tempo dell’impero Ottomano i membri del corpo dei Giannizzeri la scalavano fino in cima come prova di coraggio.
Subito oltre i resti della curva siamo scesi nella Cisterna Basilica: in realtà non fu mai una chiesa, “basilica” credo che stia ad indicare semplicemente il fatto che fu fatta costruire dal Basileus, ovvero l’Imperatore.

L’interno è estremamente suggestivo.

Per finire in bellezza la giornata siamo andati a visitare il Topkapi. L’ingresso al palazzo reale ottomano costicchia parecchio, ma vale la pena pagare sia per il palazzo che per l’harem, nonostante la maggior parte di quest’ultimo fosse coperto per il restauro.
La tesoreria è uno schiaffo alla povertà. Credo di non avere mai visto tanto oro, diamanti, rubini e smeraldi tutti assieme. Adesso non mi ricordo esattamente il nome del gioiello piumato che si applica al turbante però:

Ecco, uno schiaffo alla povertà. E non solo nella tesoreria. All’interno dell’armeria ci sono dei fucili del ‘700 (credo), completamente ricoperti di lapislazzuli e corallo rosso: ti ammazzano a colpi di ricchezza.

Però la parte più divertente è stata quella delle Reliquie. Mi sono divertita tantissimo là dentro quando siamo arrivati di fronte alla teca col “vero” Bastone di Mosé. Questa gente ci crede un po’ troppo. Poi era pieno di mini reliquiari con i peli della barba di Maometto. Per altro, all’interno di quel padiglione, c’era in sottofondo una litania costante in arabo, la voce di un tizio che recitava delle sure del Corano. Pensavamo tutti che fosse registrato e invece no, c’è proprio un poveraccio che passa le sue giornate a leggere ad alta voce il Corano, con di fianco uno schermo che segue i passi tradotti in inglese. Spero che abbia almeno l’accesso assicurato al Paradiso!
Sempre a proposito delle reliquie: nel padiglione ci sono le sacre vesti del Profeta. Queste sono contenute all’interno di uno scrigno d’argento di forma cubica. Quando l’ho raccontato ad un mio amico abbiamo stabilito che sono le sacre vestigia di un cavaliere d’argento, ed abbiamo intonato la sigla dei “Cavalieri di Maometto” sulle note di Pegasus Fantasy.

Siamo usciti dal palazzo all’ora di chiusura e siamo tornati “stranamente” a mangiare e bere del thé per poi tornare nuovamente a casa. Dove l’acqua era tornata in funzione: MIRACOLO! Sono sicura che sia stata la nostra visita al Bastone di Mosé a far tornare l’acqua, anche perché la compagnia idrica non aveva risolto niente.

La sera siamo andati a mangiare la Waffle per l’ultima volta, per poi infilarci in un localino di nicchia a fumare il narghilé. Appena entrati c’erano dei turchi con chitarre e tamburi che cantavano “L’Italiano” masticando tre quarti della canzone. Siamo rimasti imbambolati dalla stanchezza a bere thé, ascoltarli cantare e fumare fino alle 2, poi siamo ritornati a casa a chiudere le valigie.

Il giorno successivo al rientro sono andata dal medico che mi ha prescritto i raggi perché era convinto che mi fossi rotta un piede. In realtà avevo “solo” una tallonite molto ostile, ho ricominciato a camminare in maniera decente da qualche giorno. Perché se io parto per un viaggio, sia mai che io non tiri ad ammazzarmi. Ecco.

Sahlep

Fare il sahlep è una cazzata, ma riesce per forza diverso da quello originale perché si usa una farina di orchidea che, oltre a costare bazzilioni, qui in Italia è introvabile.

Quindi:

  • 3 cucchiai di farina di riso (io ho provato con quella)
  • 1 litro di latte
  • 3 cucchiai di zucchero
  • una bacca di vaniglia
  • cannella

Si mescola tutto tranne la cannella, si porta ad ebollizione finché non si addensa un po’, si spegne il fuoco, si toglie la bacca e si serve bollente con una spolverata di cannella sopra. Il meglio sarebbe addirittura la cannella in bastoncini da grattugiare direttamente perché è più profumata.

Dura lex

Ho finito.

(Il primo round)

Finalmente il 20 novembre sono stata dichiarata. So’ dottoressa.

Sembra che io abbia discusso a tempo di marcetta, battendo il tempo con un “piedino”, si fa per dire, dato il mio numero da fata. La prima cosa che ho fatto è stato lamentarmi del male ai piedi, che hanno continuato a dolere fino a due giorni dopo. Io volevo discutere in anfibi.

Ho passato i primi due giorni a riprendermi dalla sbronza della festa, perché nonostante io sia riuscita a tornare a casa sobria il mio stomaco è rimasto ribaltato per un week-end intero e mi ha fatto patire tutto quello che ho fatto patire io a lui. Ho imitato Sailor Moon, invocando il potere del Cristallo di Luna, e Crystal il Cigno in una perfetta interpretazione dell’Aurora del Nord. Sono pure riuscita ad intrufolarmi nello scavo romano che c’è sotto il bar in cui ho fatto la festa, perché i cocci mi attraggono in maniera compulsiva.

La notte prima, lo ammetto, sono andata a giocare a D&D 3.0 (perché siamo nostalgici).

 

Sia chiaro, sono molto più che felice di aver terminato la scalata a questo primo gradino, è un traguardo che sono felice di aver raggiunto – e l’alloro mi dona, dandomi anche quella lieve fragranza di arrosto.

E’ da ieri che cerco di immatricolarmi alla Magistrale. Cioè, ci provo. La parte più complessa dell’Uni è quella di riuscire a dar la pugna alle segreterie, che ovviamente sono un milione, ognuna controlla solo un pelo del culo ignorando gli altri – e lo controlla due ore a settimana, ovviamente – senza dare nemmeno la disponibilità a passarti il numero dell’altra segreteria alla quale ti rimpallano.

“C’è il numero sul sito.”

Hai idea, brutto ammasso di cellule ruba ossigeno a tradimento, di quanti siano gli stramaledettissimi siti dell’Uni? Un bazzilione di pagine inutili che non dicono nulla, sono solo autocelebrative. I bandi e tutto il resto sono nascosti in delle finestrelle a bordo pagina, caricati in pdf senza nemmeno il titolo completo. Sembrano delle supercazzole.

A dire il vero, tutta l’organizzazione burocratica sembra una supercazzola. Quando ho chiesto se il libretto lo dovevo consegnare o potevo tenermelo, dato che ora c’è solo quello elettronico, un brivido di panico ha scosso la Segreteria Studenti. Avrei portato meno caos se avessi lanciato una decina di molotov. Vabhé.

(non posso specificare quale Uni, il nostro mirabolante “codice etico” me lo vieta)

Fatto sta che forse riesco ad immatricolarmi dopo il colloquio di valutazione alla mia preparazione, perché evidentemente il fatto che io mi sia laureata col massimo dei voti da cinque giorni, proprio in una delle lauree che impongono come prerequisito, non è sufficiente. Ok. Io capisco quei due passaggi in più per quelli che si trasferiscono da un’altro ateneo, ma porco il clero, io sono sempre nello stesso. Hai il mio file di matricola sul pc, perché ti devo portare, stampati, dei documenti  che hai già, visto che io li stampo dal tuo sito?!

 

 

Ho deciso: la prossima corona sarà in foglia di quercia, al valor militare, per aver trionfato sulle segreterie.

Potere del Cristallo di Luna! Vieni a ME!

Potere del Cristallo di Luna! Vieni a ME! *musichetta*

 

 


 

Terra

AVVISO AI LETTORI:

Questo post è altamente sentimentale.

L'Antico Vaso andava portato in salvo

L’Antico Vaso andava portato in salvo

“Oh che bello, studi archeologia! Avrei tanto voluto farlo anche io da piccolo!”
Questa è la frase tipica che un archeologo in divisa – cioè ricoperto di terra, sudore, macchie del pranzo di almeno una settimana prima e piccone alla mano – o anche non in divisa, si sente dire da qualsiasi persona che lo veda al lavoro o che gli chieda “cosa fai nella vita?”. Poi scopri che lui è all’ultimo anno di giurisprudenza – che per carità d’iddio il diritto che materia arida – col nonno notaio, o che si sta specializzando in cardiochirurgia. Fanculo. Lui mangerà al San Domenico e io continuerò coi kebab dei pakistani. Ok.

A parte il lato monetario però l’archeologia è liberatoria. Non parlerò i tutto il sottofondo culturale di miliardi di cose che devi sapere per essere un bravo archeologo, ma solo dello scavo.

Lo scavo è la parte più dura, fisicamente e mentalmente parlando. Perchè non basta la passione per le anticaglie o i coccetti, non è solo scava scava e tira fuori. C’è tutto un metodo, una burocrazia, la fatica fisica di stare in posizioni improbabili, bestie più o meno carine che saltano fuori a caso, torni che non contano. E soprattutto c’è la terra. Un sacco di terra.

E quella ti deve piacere, perché devi starci nel mezzo per ore e ore. A me piace, stare lì a paciugare con la terra, sentirla morbida e scura che si sfoglia docile sotto la lama della trowel, che fa un profumo tutto suo. Mi ci incazzo anche con la terra, quando mi ritrovo sotto il sole cocente sulla spianata di argilla, con le ginocchia doloranti e il polso pure – si è un’immagine equivoca – perché l’argilla secca non è collaborativa quando la accarezzi con la trowel, e non collabora nemmeno quando ti ci accanisci, che sei lì a tirare il piano bello pulito per un fotopiano, e questa ti salta via a zolle e ti tocca ricominciare. Lì bestemmio potentemente. Non collabora nemmeno se la prendi a picconate, dura come un sasso, la stronza. L’argilla la amo e la odio allo stesso tempo. Quest’anno, nel periodo di pioggia violenta primaverile, l’argilla e l’acqua ci han fatto impazzire. La mattina a svuotare lo scavo che era diventato una meravigliosa piscina, poi immersi nel fango, imbrattati in ogni modo, chiazze di fango in posti che Dio solo sa come ci è arrivata. E una mattina, mentre ero lì bella immersa nella mia fanghiglia, cercando di capire dov’era il limite tra due strati, mi sento i calzini bagnati. Mi guardo i piedi e, ohibò. E tutta quest’acqua? Non avevamo svuotato? Poi mi accorgo poco lontano che c’è una bollicina che ogni tanto gorgoglia. E ce n’è pure un’altra, e un’altra ancora. Aveva piovuto talmente tanto che la falda stava ributtando fuori l’acqua.

Questi imprevisti, il sudore, la fatica, il sole cocente sulle spalle e l’abbronzatura da muratore col sorriso sui lombi, adesso, in questo preciso istante, mi mancano. Mi manca soprattutto l’odore della terra, la sensazione di averla sotto le unghie, dentro le scarpe, a volte finisce pure nelle mutande. Mi mancano le lunghe docce dopo-scavo, che alla seconda e terza passata di bagnoschiuma l’acqua continua ad essere marroncina. Mi manca pure la lotta territoriale con le vespe.

Io sono aracnofobica. Quando vedo un ragno mi immobilizzo e vado in apnea e cerco di indicarlo alla persona più vicina come un’imbecille. Quando lavoro in mezzo alla terra, però, divento un killer. Insetti, rospi, bisce, non ho problemi. Ma i ragni. Quando ne becco uno a portata di braccio – quindi troppo vicino – lo elimino. Non venitemi a dire “ma no, poverini, hanno più paura loro di te”, sticazzi, lo so che hanno più paura loro ma il mio istinto di autoconservazione psicologica decreta “o me o lui” e io opto per me. Però me la sbrigo. Il fastidio indicibile di quando becco qualcuno che strilla come un’aquila ad ogni singola formica, o che esplode in gridolini schifati ad ogni cavalletta o altro insettino. Mi urta. Fa parte dell’essere in mezzo al terriccio, trovarci dentro i lombrichi. Devi amare pure quelli – tranne i ragni.

Poi l’emozione, quando sei lì e pian piano dalla terra emerge un vaso, un osso o un qualche altro manufatto. All’inizio la tentazione di estirparlo per vederlo subito, rigirartelo tra le mani, guardartelo per bene, toccarlo, pulirlo. In realtà è molto più emozionante scoprirlo come vuole il manuale, lentamente, scontornandolo, girandoci attorno. Questione di metterci dieci minuti anziché estirparlo, non di millenni eh. Ma anche quella breve attesa, mentre sei lì a ripulirlo con la trowel e lo guardi prendere forma è una bella soddisfazione.

Poi ci sono i momenti “panico da foto di scavo”. Lo scavo deve essere sempre pulito, sembra un ossimoro, ma deve essere sempre pulito, niente mucchietti di smosso, buchi casuali o altro, si deve seguire una certa logica, la terra si sfoglia e deve essere sempre leggibile. La foto ha anche il problema della luce, se è troppa non si vede niente, devi fare in modo che non ci siano delle ombre, e la lavagnetta con il nome dello scavo, la data, gli strati che ci sono in foto, il quadrato, il settore. Orienta il metrino, orienta la lavagnetta, posiziona in Nord in modo che si veda in foto, controlla che lavagnetta e metrino siano orizzontali, più orinzzontali, ancora un po’ che è un po’ sbilenco. Prima della foto c’è il momento delle acrobazie: tutti impegnati a ritirare il piano del terreno in modo che sia bello liscio e si veda bene tutto. A volte bisogna raschiare a trowel, altre volte basta passare la scopa, dipende dalla terra, da quanto è sporco. Ma non devi lasciare impronte! Allora tutti ad andare in un verso, e adesso? Da dove usciamo? L’angolo come lo facciamo? Cavati le scarpe, così in calzini non lasci l’impronta. A volte ti ritrovi in un angolino, imprigionato in questo scavo tutto pulito, dietro di te il muro della sezione troppo alto per essere scalato e nessuna via d’uscita. Allora ti fai dei numeri da acrobata di circo per riuscire a scomparire prima del momento della foto.

Il rassicurante momento dei sacchetti e dei quadrati. Lo scavo è organizzato a griglia da battaglia navale in quadrati di un metro per un metro. Tu sai che devi scavare un’unità stratigrafica perché sta sopra a questa e quella che le devi liberare, allora inizi. Ti prendi i tuoi sacchettini, fai le acrobazie per raggiungere il quadrato sporcando e pestando il meno possibile e ti metti lì a fare i tuoi sacchettini: questo per la ceramica, questo per il concotto, questo per le ossa, questo per il campione di terra. Un paio di sacchettini di riserva se proprio sei fortunato ed esce un reperto notevole. Io amo questi attimi burocratici, un po’ perché prendo appunti per qualsiasi cosa, un po’ perché lo trovo rassicurante e rilassante.

Il mio attimo di relax preferito è la compilazione della scheda US: in che quadrati era lo strato, antropico o naturale, che tipi di reperti, un disegnino sommario e la descrizione della terra. Sono sempre molto prolissa nella descrizione della terra, mi piace essere precisa, descriverne il colore, la consistenza, se era tutto uniforme o c’erano piccole macchie leggermente diverse e in che modo lo erano.

Mi manca tutto questo. Anche il disagio di non sapere dove andare per fare pipì. Mi manca pure quello.
In pratica non vedo l’ora di sentire il mio voto di laurea, iscrivermi alla magistrale e tornare sul campo il prima possibile. Che lo scavo in Abruzzo a cui partecipo da anni quest’anno l’ho dovuto disertare per potermi laureare. Porco Giuda.

Time to change

Settembre è stato il mese della rivoluzione.

Diciamo che è stata una rivoluzione parziale ma che mi ha fatto bene.

Mi sono tolta un discreto sassolino da una scarpa, l’ho buttato nel lago e sono rimasta a guardare gongolante il tam tam delle onde che si sono dipanate dal punto d’impatto. L’isteria, checché la commentatrice simpatica del post di sotto ne abbia detto, è esplosa regalandomi attimi di puro edonismo.

Forse è vero, mi si lancia un sasso ed alzo il livello dello scontro a DEFCON 1. Per ora ha sempre funzionato senza macerie dal mio lato.

 

A parte i sassi e le atomiche mi sono finalmente iscritta in palestra.

Ebbene sì. Ho tradito il mio dolce divano, il mio soave far nulla, per ammazzarmi di step in palestra cercando di seguire il doppio pedale degli Slayer.

La palestra è un luogo strano. E’ un misto di ragazze magrissime e truccatissime, coi capelli perfetti costantemente in piega – che poi come diavolo facciano a strarci è un mistero – che fanno gli esercizi coi pesetti da un chilo; ragazze tondette che come me sputano i polmoni sul tapis-roulant, immerse in bagni di sudore che nemmeno dentro a una sauna in dieci pigiati stretti ce la si fa; uomini di mezz’età che cercano di non invecchiare troppo in fretta ed infine loro, i miei preferiti, ragazzi più o meno giganteschi che fanno solo petto-spalle-braccia. Il mio preferito è Ciabattino piccolo, perché è simpatico e mi tira sempre in mezzo ai discorsi del loro gruppetto e almeno mi faccio due risate, lui tutto sommato è anche proporzionato. Ciabattino grande invece è un qualcosa di gigantesco. Ha le spalle di un giocatore di football americano, spallacci inclusi. Poi lo sguardo ti scende, che non lo squadri per bene uno così?! Maglietta da basket, pantaloncini Adidas neri con due bande laterali bianche, ultimo bottone slacciato per mostrare meglio il quadricipite…assente. O meglio: le gambe sono perfette, definitissime, ma sembrano le gambe di qualcun’altro. E allora continui a guardare gambe e spalle e pensi: perché ti stai pompando le spalle e le braccia in quel modo…e le gambe no? Hai intenzione forse di passare il resto della tua vita a camminare sulle mani? Non sarebbe meglio avere delle spalle muscolose ma proporzionate a tutto il resto del corpo? Poi scendi ancora e sono lì: le infradito.

Adoro!

Senza contare la meraviglia di essere lì a zompettare sullo step, con quella di fianco che ti parla della sua attività di ricostruzione unghie – rigorosamente in nero – quando, all’improvviso, senti i tipici lamenti da puntata di Dragon Ball.

WHAAAAAAAAAAAAAAAG!
BUM.

Alzi lo sguardo e vedi questo che molla i pesi e inizia a camminare su e giù per la palestra in preda a crisi esistenziali. Poi si irrigidisce tutto, riguarda i pesi e torna a sollevarli più incazzato di prima. E’ bellissimo.

Però, dal momento che sono tondetta e devo perdere peso – che poi sto perdendo solo taglie dei jeans pesando uguale a prima – non faccio solo palestra tre volte a settimana. In quei due giorni di buco ci ho pure infilato in mezzo fit boxe.

Fit boxe è una figata. Stai un’ora a saltellare e a picchiare il sacco a tempo di musica tipo “Blue” degli Eiffel 65. Nonostante i guanti, l’ultima volta mi sono sbucciata una nocca. Stavo pensando al mio ex, lo ammetto, pensare di essere lì a prenderlo a cazzotti mi da sempre le forze di arrivare alla fine dell’ora – alla fine quella relazione è servita a qualcosa, non è stata una totale perdita di tempo! E il signore di fianco a me: “ma non serve che lo picchi davvero il sacco, basta fare il gesto”.

Ma se il sacco non lo picchio non mi sfogo! E poi la soddisfazione di vedere il sacco che dondola sempre di più di settimana in settimana. Fantastico.

Quindi mi sto rimettendo in forma, o meglio, per la prima volta sto abbandonando la mia forma tonda per una forma un po’ meno tonda. Anche perché se no arrivo alla fine del primo giorno di scavo che non riesco ad alzare le braccia sopra la testa e vorrei solo morire.

Sono riuscita a riprendere i contatti con due persone a cui voglio bene.
Il primo totalmente per caso. L’ho incontrato al parco e dopo lunghi momenti di “lo faccio o non lo faccio” , quando è rimasto solo mi sono andata a sedere di fianco a lui e gli ho detto che sì, aveva ragione, non avrei mai dovuto accettare l’ultimatum “o lui o me” del mio ex, che poi non avrebbe fatto altro che chiedermi di rinunciare ad altre cose. Gli ho chiesto scusa e gli ho detto che mi era mancato. E lui ha sorriso e ha risposto che gli ero mancata anche io. Poi abbiamo passato il resto della serata a battibeccare come se non fossero passati due anni dall’ultima volta che ci eravamo rivolti la parola, ma appena qualche ora.

Il secondo l’ho cercato. Mi ha raccontato un po’ di sé, gli ho raccontato un po’ di me. Ci siamo aggiornati su questi anni di silenzio radio un po’ per chat, un po’ grazie a una lunghissima telefonata che è passata dalle nostre storie alla formazione dei mondiali di quest’anno, alla mia passione per il pro bull riding, il suo lavoro, la sua casetta – giuro che appena mi laureo che ho un po’ di tempo la vengo assolutamente a vedere – il mio Dioniso, l’ansia della tesi, il football americano. Di tutto. Non ci conosciamo da tantissimo, se contiamo anche il silenzio radio, ma quando l’ho conosciuto mi ci sono subito affezionata, a istinto – una di quelle cose che dovrei seguire più spesso, fortuna che con Dioniso mi sono fidata e l’ho seguito – e sempre a istinto ho sentito, forse anche con un po’ di arroganza, che ci potevo parlare bene o male di tutto.

Ultimo, ma non meno importante, sto abbandonando il rosso.

Ebbene sì, mi sono fatta bionda.
E sono contentissima.

Sono almeno sei anni che ho i capelli rossi, quando tutte si facevano bionde io ero lì a tingermi i capelli di nero. Quando tutte si facevano nere, ero lì a lottare per i capelli rossi. Adesso che tutte son rosse, che viste da dietro non si distinguono più perché usano tutte lo stesso tono, ho deciso che è il momento di cambiare di nuovo e provare col biondo, che ancora mi mancava.
Non sono ancora pienamente soddisfatta del risultato, il rosso si vede ancora parecchio, ma per la laurea credo che sarò finalmente bionda bionda.
E giusto per aggiungere un luogo comune: posso far finta di essere scema se voglio allontanare qualcuno che proprio non sopporto.

Tornando a Dioniso…finalmente so quando torna.

Tutte queste cose, assieme, rendono questo periodo stranamente felice, nonostante l’ansia da ultimo esame e da tesi. Sì, posso dire che in questo momento, nonostante alti e bassi di malinconia, nonostante gli scherzetti del mio fisico che continua ad accartocciarsi in sfoghi psicosomatici da stress, sono proprio felice.

Dimenticavo.

Italiani! di cielo, di terra e anche di mare! Due giorni fa ho dichiarato guerra ai pidocchi ed ai bruchi che hanno infestato le piante del mio terrazzo! E’ ora di dire BASTA alle foglie delle gerbere traforate come merletti, è ora di dire BASTA alla menta mojito che agonizza sotto la tirannia di orride bestioline delle quali non conosco il nome, è ora di dire BASTA ad altre orride bestioline che saltellano sulla mia salvia facendole ingiallire le foglie. Si fottano gli antiparassitari bio e la convenzione di Ginevra. E’ il momento delle armi chimiche.